Il Vangelo di oggi, accompagnato dalle letture della Lettera di San Paolo ai Romani e dai Salmi, ci invita a riflettere profondamente sul significato della ricchezza, dell'amministrazione dei beni e dell'importanza di una "scaltrezza" orientata al bene, in un contesto di fede e di misericordia divina.
Il Vangelo Secondo Luca: La Parabola dell'Amministratore Infedele (Lc 16,1-8)
Dal Vangelo secondo Luca Lc 16,1-8:
In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli: «Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”. L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”. Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”. Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza.

L'Interpretazione di Gesù: Ricchezza Disonesta e Fedeltà (Lc 16,9-15)
Dal Vangelo secondo Luca Lc 16,9-15:
In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli: «Fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne. Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l'uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire Dio e la ricchezza». I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si facevano beffe di lui.
La "Scaltrezza" Evangelica e i Valori Cristiani
Il Signore Gesù, pur di rendere comprensibili i suoi messaggi di salvezza, ricorre anche al paradosso. È fin troppo evidente che il Signore non vuole che imitiamo l’astuzia e ancor meno la disonestà dell’amministratore infedele. Vuole invece che, come figli della luce, ci adoperiamo alacremente, da veri sapienti, per conseguire i beni migliori che lo stesso Signore vuole donarci.
La scaltrezza normalmente non gode di buona fama; viene spesso associata al danno arrecato agli altri. In realtà, la scaltrezza di cui parla Gesù è finalizzata solo al bene degli altri e, per questo, rappresenta anche un bene per se stessi. Non si tratta di cavarsela anche nelle situazioni più difficili, con un calcolo egoistico; questo lo fanno appunto i figli di questo mondo, che sono amministratori disonesti di beni di cui si considerano padroni. Ma la scaltrezza che devono vivere i figli della luce, nella quale non possono farsi superare da chi pensa solo a se stesso, sta proprio nel non contare sulla ricchezza che, prima o poi, verrà a mancare, ma su quella ricchezza che è una vita vissuta per condividere e donare, specie con quanti sono poveri. Di questa scaltrezza nessuno ha paura.
A tale astuzia mondana noi siamo chiamati a rispondere con l’astuzia cristiana, che è un dono dello Spirito Santo. Si tratta di allontanarsi dallo spirito e dai valori del mondo, che tanto piacciono al demonio, per vivere secondo il Vangelo. La mondanità si manifesta con atteggiamenti di corruzione, di inganno, di sopraffazione, e costituisce la strada più sbagliata, la strada del peccato. Invece lo spirito del Vangelo richiede uno stile di vita serio ma gioioso, impegnativo, improntato all’onestà, alla correttezza, al rispetto degli altri e della loro dignità, al senso del dovere. Questa è l’astuzia cristiana!
Non bisogna dimenticare che il principio fondamentale francescano è: mettere la tenda con i poveri. Noi siamo venuti qui per portare il nostro carisma: mettersi con gli ultimi, ridar loro dignità e con loro costruire la fraternità, la comunione e la riconciliazione. Questi sono i veri valori evangelici che dobbiamo portare. Certo, il francescano non può facilmente offrire soluzioni tecniche e sociali, ma può porsi a livello profetico, di stimolo alla società condizionata da inerzie storiche. La ricchezza può spingere a erigere muri, creare divisioni e discriminazioni. Gesù, al contrario, invita i suoi discepoli ad invertire la rotta: «Fatevi degli amici con la ricchezza».
È un invito a saper trasformare beni e ricchezze in relazioni, perché le persone valgono più delle cose e contano più delle ricchezze possedute. Nella vita, porta frutto non chi ha tante ricchezze, ma chi crea e mantiene vivi tanti legami, tante relazioni, tante amicizie attraverso i diversi doni di cui Dio l’ha dotato. Ad accoglierci in Paradiso, se saremo capaci di trasformare le ricchezze in strumenti di fraternità e di solidarietà, non ci sarà soltanto Dio, ma anche coloro con i quali abbiamo condiviso, amministrandolo bene, quanto il Signore ha messo nelle nostre mani.
Il Paradosso della Misericordia Divina
Il cuore di Dio è un abisso di misericordia che sconvolge ogni schema; il suo amore è infinito. Chi ha posto la propria tenda - la vita tutta intera - nel fondo di questo abisso, ascolta questo Vangelo ed esulta. Poveri amministratori disonesti, abbiamo una sola possibilità: approfittare audacemente dell’amore di Dio. Fare nostri i suoi tesori di misericordia e dispensarli. Appropriarci delle sue sostanze per riscattare i nostri peccati, le nostre infedeltà d’ogni giorno, e farci amici per il Regno dei Cieli: amare, perdonare, cancellare ogni debito, come quotidianamente Dio fa con ciascuno di noi.
Come interpretare la parabola dell'amministratore disonesto
Chi conosce per esperienza il cuore di Dio, sa che può approfittare di Lui, subentrare nel lavoro di suo Figlio, e ricevere, paradossalmente, quanto non ha seminato. Il Signore ha gettato la propria vita come un seme, senza riserve: ha offerto misericordia, il frutto della Croce, la linfa, la sostanza della sua esistenza; così possiamo accostarci con fiducia e raccoglierne a piene mani per esserne ricolmi al punto di beneficare chiunque si avvicini a noi. Possiamo oggi distribuire le sostanze dell’«uomo ricco», il nostro Signore Gesù, che le fa nostre senza alcun nostro merito. È la nostra unica possibilità. Possiamo oggi rendere conto delle nostre ingiustizie: ci siamo impossessati dei beni che ci sono stati dati, gratuitamente, in amministrazione; possiamo renderli addirittura moltiplicati, convertendoci, ripensando il nostro operare e riconducendo la vita alla Grazia, lasciandoci giustificare.
La disonestà, infatti, è dimenticare la Grazia, amministrare credendo d’essere i padroni e rubando i beni per noi stessi. Ecco la fonte dei giudizi, dei rancori, delle invidie, delle frodi. Questo è il mondo attaccato alla carne, incapace di vedere il Cielo. Ma Egli giunge anche oggi alla nostra vita, con amore ci chiama, ci scruta, ci interroga. Scriveva sant’Agostino: “torna in te stesso; nell’uomo interiore abita la verità; e se troverai che la tua natura è mutabile, trascendi te stesso. Ma ricordati, quando trascendi te stesso, che tu trascendi un’anima che ragiona.”
«Che cos’è questo che sento dire di te?». Le voci dei fratelli ci «accusano» di aver «sperperato» e sottratto loro gli «averi» del Signore. Ad essi, infatti, spettava l’amore che Dio ci ha dato in «amministrazione». Invece di gestire con generosità i frutti del suo «giardino», abbiamo allungato la mano avidamente cercando di diventare ricchi come il padrone. Per questo «non possiamo più essere amministratori», «allontanati» da Lui e dai suoi averi: è il capolinea di una vita di menzogna, di compromessi e di frodi. È la verità che ci scuote e ci apre gli occhi. Imprevedibilmente, proprio quando dovremmo «rendere conto», si schiude per noi la porta della conversione. Quando il mondo condanna, Dio ci grazia. Ci tende la sua mano mentre ci accorgiamo che senza le «sostanze» di Dio da amministrare siamo nulla, «non abbiamo forze» per «zappare» un terreno che non darà mai il raccolto d’amore che solo Lui può concedere.
Essendone stati amministratori ne abbiamo intuito l’immensa entità; nessuno ci «accuserà» se stavolta sapremo sottrarne qualcosa con la «scaltrezza» del mondo. I «figli della luce» si illudono di poter amministrare con giustizia, ma non tengono conto delle insidie della carne che possono trasformarli in «amministratori di ingiustizia». Accanto alla «semplicità delle colombe» occorre «l’astuzia dei serpenti», la «scaltrezza» «lodata» sorprendentemente da Dio. Possiamo capovolgere la situazione che ci vede debitori e incapaci di fare alcunché per rifondere quanto rubato. Eppure possiamo ancora amministrare bene mettendo la scaltrezza mondana al servizio della Sapienza divina: è il paradosso del Vangelo di oggi.
Il comportamento che fa la cresta rubando per rifondere quanto rubato, nel mondo sarebbe disonesto, un espediente che assicuri la gratitudine dei beneficiari ormai legati all’amministratore con una truffa molto consistente (cento barili d’olio equivalgono a circa 3.500 litri, e cento misure di grano corrispondono a circa 600 quintali); nell’economia divina, invece, proprio questo atteggiamento diviene oggetto di lode. È la chance che il Signore ci offre: sei stato furbo nel rubare? Usa la stessa furbizia per restituire; hai accumulato disonestamente? Dona onestamente, perché prendere le sostanze del Signore per distribuirle ai poveri suoi debitori è l’onestà secondo il cuore di Dio. Ti sei fatto padrone essendo un semplice amministratore? Ebbene comportati davvero, e sino in fondo, come il tuo Padrone: ama gratuitamente. Lasciati amare e ama. Lui, essendo Dio, ha pagato al posto nostro, ha cancellato ogni debito segnato sulla ricevuta della nostra vita e di quella di ogni uomo. Dall’esperienza del suo perdono scaturisce la libertà di approfittarne senza paura, per osare di perdonare l’imperdonabile vergato sulle ricevute dei debitori.
L'Impatto sulla Vita Quotidiana e la Nostra Missione
È la nostra vita nella quale, misteriosamente, si fondano la stessa nostra elezione e missione; siamo amministratori disonesti graziati dal suo amore e, per questo, chiamati ad annunciare a tutti la stessa Grazia. Chi ci è intorno, in famiglia, al lavoro, ovunque, non è un nostro debitore: è debitore nei riguardi di Dio. In questa luce che scaturisce dalla profonda conoscenza di noi stessi, ogni relazione cambia radicalmente.

Siamo inviati ogni giorno a nostra moglie, al marito, ai figli, ai fedeli della parrocchia, ai colleghi di lavoro, ai fratelli della comunità, al fidanzato, alla fidanzata, agli amici, per invitarli a sedere alla mensa della misericordia: in Cristo, ogni nostra parola, ogni sguardo, ogni atto diviene un cancellare la cifra del debito che il prossimo ha con Dio. È la libertà che non abbiamo mai sperimentato, schiavi come siamo della menzogna secondo la quale ci sentiamo sempre in credito con gli altri. La consapevolezza del nostro debito e della nostra cattiva amministrazione ci fanno scendere sino alla realtà di chi ci è vicino, ci fa sperimentare di essere debitori come loro dell’unico Signore, per accompagnare tutti all’incontro con la sua misericordia. Il Paradiso, infatti, di cui possiamo gustare le primizie su questa terra, è comunione, accoglierci gli uni gli altri nella propria intimità dove abita Cristo: le case dei debitori sono infatti il posto che Gesù ci è andato a preparare attraverso il suo mistero pasquale: Lui ha pagato il nostro debito e ci ha fatti suoi amici, per accoglierci proprio quando, per i peccati e l’infedeltà, siamo allontanati dall’amministrazione.
È questo l’incomprensibile attuare di Dio: proprio quando meritiamo di essere “licenziati” per frode, quando sperimentiamo l’allontanamento dalla familiarità con il Signore e dall’amministrazione dei suoi beni, Lui ha pronto per noi un posto, la sua stessa casa. Non solo il fondo oscuro della lontananza da Dio diviene il luogo dove sperimentare il perdono; è molto di più: Egli stesso ha sperimentato sulla Croce l’abbandono e nel sepolcro l’estrema lontananza dal Padre; ma proprio lì ha sperimentato anche la sua intimità più prossima che lo ha risuscitato e introdotto alla sua destra per l’eternità: “Per questo gioisce il mio cuore ed esulta la mia anima; anche il mio corpo riposa al sicuro, perché non abbandonerai la mia vita negli inferi, né lascerai che il tuo fedele veda la fossa” (Sal. 16).
Così anche noi, nell’allontanamento possiamo sperimentare la follia dell’amore di Dio che, in cambio dei peccati, ci dona molto più di un reintegro nell’amministrazione: ci accoglie addirittura nella sua casa, divenuta nostra per il sacrificio di Cristo. Ci scopriamo amministratori disonesti e ci troviamo, per pura Grazia, figli nel Figlio, coeredi con Lui delle sostanze del Padre. Se qui nel nostro pellegrinaggio restiamo intimamente uniti a Lui, le sue sostanze divengono le nostre, per essere donate. La sua vita è la nostra vita, per essere consegnata a chiunque, a sua volta, è suo debitore. Solo donando riconsegna a Dio, fruttificato, quanto ci ha dato in amministrazione. La vita ci è donata per essere donata. Ovunque, e a chiunque. Perdere la vita è averla per l’eternità. Non ne abbiamo molto, solo i giorni che ci saranno concessi. La nostra missione coincide con la nostra conversione: confidare nella «ricchezza» del Signore e con le parole e i gesti aprire audacemente i suoi forzieri perché giunga ad ogni uomo il condono del proprio debito. Vivere nel miracolo della misericordia, possibile solo perché il Figlio ha coperto ogni ammanco: ci ha fatti suoi «amici» «chiamandoci a sedere» alla mensa del suo corpo e del suo sangue con i quali ha cancellato il nostro debito; risorgendo, ha preparato per noi una «casa» dove accoglierci tutti per l’eternità.
È l’esperienza che possiamo contemplare nella vita di San Francesco: ha scoperto un solo Padre che lo ha amato e perdonato; in Lui la sua vita è divenuta un’offerta d’amore e di pace per chiunque: povero tra i poveri, debitore tra i debitori è divenuto immagine fedele di Colui che “da ricco che era si è fatto povero per farci ricchi della sua povertà”. Così anche noi in Cristo, possiamo essere trasformati in autentici amministratori che hanno a cuore le sostanze del Signore divenuto Padre, per distribuirle ai suoi figli dispersi; signori nel Signore, ricchi della sua ricchezza, la povertà di Colui che ha donato tutto perché il suo tutto non si esaurisce mai: e così raggiungere ogni debitore, sino ai confini della terra, per offrire gratuitamente il ritorno alla casa di Colui che lo ha reso suo amico per sempre, libero da ogni fardello: “Questa parola è sicura e degna di essere da tutti accolta: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me, per primo, tutta la sua magnanimità, a esempio di quanti avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna” (1 Tim 1,15-16).
La Lettera di San Paolo Apostolo ai Romani (Rm 16,3-9.16.22-27)
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani Rm 16,3-9.16.22-27:
Fratelli, salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori in Cristo Gesù. Essi per salvarmi la vita hanno rischiato la loro testa, e a loro non io soltanto sono grato, ma tutte le Chiese del mondo pagano. Salutate anche la comunità che si riunisce nella loro casa. Salutate il mio amatissimo Epèneto, che è stato il primo a credere in Cristo nella provincia dell’Asia. Salutate Maria, che ha faticato molto per voi. Salutate Andrònico e Giunia, miei parenti e compagni di prigionia: sono insigni tra gli apostoli ed erano in Cristo già prima di me. Salutate Ampliato, che mi è molto caro nel Signore. Salutate Urbano, nostro collaboratore in Cristo, e il mio carissimo Stachi. Salutatevi gli uni gli altri con il bacio santo. Vi salutano tutte le Chiese di Cristo.
Anch’io, Terzo, che ho scritto la lettera, vi saluto nel Signore. Vi saluta Gaio, che ospita me e tutta la comunità. Vi salutano Erasto, tesoriere della città, e il fratello Quarto.
A colui che ha il potere di confermarvi nel mio Vangelo, che annuncia Gesù Cristo, secondo la rivelazione del mistero, avvolto nel silenzio per secoli eterni, ma ora manifestato mediante le scritture dei Profeti, per ordine dell’eterno Dio, annunciato a tutte le genti perché giungano all’obbedienza della fede, a Dio, che solo è sapiente, per mezzo di Gesù Cristo, la gloria nei secoli. Amen.
Fratelli miei, sono anch'io convinto, per quel che vi riguarda, che voi pure siete pieni di bontà, colmi di ogni conoscenza e capaci di correggervi l'un l'altro. Tuttavia, su alcuni punti, vi ho scritto con un po' di audacia, come per ricordarvi quello che già sapete, a motivo della grazia che mi è stata data da Dio per essere ministro di Cristo Gesù tra le genti, adempiendo il sacro ministero di annunciare il vangelo di Dio perché le genti divengano un'offerta gradita, santificata dallo Spirito Santo. Questo dunque è il mio vanto in Gesù Cristo nelle cose che riguardano Dio. Non oserei infatti dire nulla se non di quello che Cristo ha operato per mezzo mio per condurre le genti all'obbedienza, con parole e opere, con la potenza di segni e di prodigi, con la forza dello Spirito. Così da Gerusalemme e in tutte le direzioni fino all'Illiria, ho portato a termine la predicazione del vangelo di Cristo.
Riflessione Finale sui Salmi e la Speranza
Salmo responsoriale Sal 145
R/. Ti voglio benedire ogni giorno, Signore.
Ti voglio benedire ogni giorno, lodare il tuo nome in eterno e per sempre. Grande è il Signore e degno di ogni lode; senza fine è la sua grandezza. R.
Una generazione narra all’altra le tue opere, annuncia le tue imprese. Il glorioso splendore della tua maestà e le tue meraviglie voglio meditare. R.
Ti lodino, Signore, tutte le tue opere e ti benedicano i tuoi fedeli. Dicano la gloria del tuo regno e parlino della tua potenza. R.
Versetto prima del Vangelo (Gv 15,15):
Alleluia, alleluia.
Vi ho chiamato amici, dice il Signore, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.
Alleluia.
Un altro versetto risuona: «Gesù Cristo da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8,9).
E ancora:
Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena alla tua presenza.
Abbiamo il conforto dello Spirito Santo di Dio che ci illumina e ci fortifica, ci rende astuti e sapienti, coraggiosi ed intrepidi. Tuttavia, la paura e la passività rischiano di riportare la Chiesa nel buio delle catacombe e di farla subire passivamente tutte le angherie o cadere nei facili compromessi con il mondo. Per questo, Egli ci ha avvertiti che «stretta è la porta e angusta è la via che conduce alla vita». Per passare per una porta stretta occorre chinarsi e farsi piccoli, diventare umili. Per poter percorrere una strada angusta occorre abilità, destrezza e prudenza. Ecco allora le virtù e la sapienza che Gesù vuole siano praticate dai suoi seguaci. La violenza praticabile dal cristiano è il diuturno sacrificio con cui affronta gli ostacoli della vita, è l’abbraccio volontario della propria croce, è la salita faticosa verso il monte dei risorti.
