La Festa della tenerezza di Dio ci ricorda antiche stampe colorate con improbabili Gesù dagli occhi azzurri che lasciano intravedere il proprio cuore luminoso. Questa festa popolare porta con sé una verità dolcissima e attuale: l'amore di Dio. Nel nostro mondo disincantato e cinico, in cui abbiamo visto tutto, analizzato e demolito i sentimenti, processato le buone intenzioni e la candida ingenuità degli amori, abbiamo urgente bisogno di qualcuno che ci parli d'amore. Senza mielose canzoni e fiere dei buoni sentimenti, l'arido tempo moderno ha bisogno di riappropriarsi del vero volto di Dio, volto di un innamorato, di un amante, di un amato. E la croce rappresenta la misura di questo amore: amore serio e sereno, capace di andare davvero fino in fondo, che non si accontenta delle parole ma sa diventare dono fino a morirne.
Convertiamo il nostro cuore alla tenerezza di Dio, fuggiamo l'immagine severa e scostante di Dio che portiamo nel nostro inconscio per convertirci al vero volto di Dio che Gesù viene a raccontare. Quel paradosso eterno e infinito che è la croce, quel Dio sconfitto e nudo, contorto intorno a dei chiodi sanguinolenti che bloccano i polsi doloranti, diventa per noi lo stile di vita, la misura di un Dio che sceglie di morire per amore. Dimoriamo in questo amore, aggrappiamoci a questa croce, per riconoscere il tempo e il sorriso di Dio. Noi contempliamo il tuo vero volto, Signore. Nudo, osteso, pendi dalla croce e serenamente abbracci ogni uomo.

Il Compimento della Scrittura: La Legge Pasquale e la Lancia
Dopo la morte di Gesù, l'evangelista riporta una scena originalissima nella quale il Cristo è presentato come l'agnello pasquale che doveva essere immolato senza fratture. Data l'imminenza della festa di Pasqua, i Giudei si preoccupano di osservare la legge che prescrive la rimozione dei cadaveri dei giustiziati prima della sera (Dt 21,22-23). Tanto più questo precetto doveva essere rispettato in occasione della Pasqua. Per tale ragione i capi si premurarono di non lasciare i corpi dei condannati sulla croce nel giorno di quel sabato solenne e pensarono di accelerare loro la morte con la frattura delle gambe.
Questa crudeltà doveva servire ad accorciare l'agonia dei crocifissi, i quali, non potendo più far leva sui piedi per respirare, sarebbero morti soffocati. I soldati romani vennero sul Calvario e spezzarono le gambe ai due crocifissi con Gesù, ma "venuti da Gesù, come videro che egli era già morto, non gli spezzarono le gambe" (Gv 19,33). Così il Cristo è presentato come l'agnello pasquale al quale non doveva essere rotto alcun osso (Gv 19,36), adempiendo così il passo biblico di Esodo 12,46 e Numeri 9,12.
Inoltre, il colpo di lancia con il quale Cristo fu trafitto ha realizzato un altro passo biblico, quello di Zaccaria 12,10 nel quale si parla dello sguardo a colui che hanno trafitto. Questo evento adempie la Scrittura, come sottolinea il versetto 36: "Questo infatti avvenne perché si compisse la Scrittura: «Non gli sarà spezzato alcun osso»".
Il Simbolismo del Sangue e dell'Acqua
Come abbiamo constatato a più riprese nel Vangelo secondo Giovanni, l'acqua viva o corrente donata dal Cristo simboleggia il sacramento dell'Eucaristia (Gv 6,53ss). L'evangelista si presenta lungo tutto il Vangelo come testimone diretto di tutti gli eventi che narra, ma qui, nel versetto 35, ribadisce che la sua testimonianza è verace. L'appello alla veracità della testimonianza di chi ha visto vuole inculcare la storicità della scena del versamento del sangue e dell'acqua dal fianco del Cristo crocifisso e favorire la fede dei lettori del suo Vangelo.
Dal fianco squarciato di Cristo morto sulla croce escono sangue e acqua. Per chi crede, questo è un immediato rimando ai sacramenti dell'Eucaristia e del Battesimo. Infatti, il rito del battesimo, con l'immersione nell'acqua, rimanda proprio a una rinascita che passa necessariamente dalla morte. Siamo stati immersi nella morte di Cristo per risorgere a vita nuova con Lui, alla Vita dei figli amati di Dio.
Quando riceviamo l'Eucaristia, partecipiamo alla cena del Signore, unendo il nostro piccolo sacrificio al suo, immenso e salvifico. Il Cuore di Cristo è un Cuore che ama fino alla fine e l'oggetto di questo amore sono io, siamo noi, è l'intera umanità. Signore, grazie per l'amore infinito che sgorga dal tuo Cuore e si riversa su di me. Hai amato fino alla morte di croce e anche dopo la morte continui ad amare e a donarti. Lavami con quel sangue e quell'acqua, purifica il mio cuore, le mie labbra, i miei pensieri, tutta la mia vita, perché io non mi stanchi mai di alzare lo sguardo e contemplare Te, che anche oggi mi ami fino alla fine.
Lo Spirito, l'acqua e il sangue - Commento al vangelo di don Gabriele Nanni - 11.1.2020 -1 Gv 5, 5-1
La Devozione al Sacro Cuore
La solennità del Sacro Cuore di Gesù, celebrata il venerdì successivo alla domenica del Corpus Domini, ci porta a contemplare il Corpo del Signore sulla croce, trafitto. Il giorno successivo, faremo memoria del cuore immacolato di Maria, anch'esso trafitto, ma dalla spada del dolore.
La devozione al Sacro Cuore non risale solo al XVII secolo; già i salmi nell'Antico Testamento ne parlavano. Nel Vangelo, San Giovanni è il grande diffusore di questa devozione, avendo posato il suo capo sul cuore di Gesù. Successivamente, con sviluppi dovuti a San Jean Eudes, vennero le dodici promesse rivelate a Santa Margherita Maria Alacoque.
Gesù mantiene le sue promesse. Un esempio celebre è la vicenda dell'apparizione a Bruno Cornacchiola, che perseguitava la Chiesa e voleva uccidere Papa Pio XII. La Madonna lo fermò dicendogli: "Sono Colei che sono nella Trinità divina, sono la Vergine della Rivelazione: Tu mi perseguiti, ora basta! Entra nell'ovile santo, i nove primi venerdì che tu facesti prima di entrare via della menzogna, ti hanno salvato". Bruno Cornacchiola morì il venerdì 22 giugno 2001, festa del Sacro Cuore, segno della fedeltà divina.
Il Nome Scritto nel Cuore
Attraverso la devozione al Sacro Cuore, il nostro nome è scritto non solo nel libro della vita, ma direttamente nel cuore di Gesù, e ci assicura che non verrà mai più cancellato. "Rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei Cieli", diceva Gesù ai 72 discepoli mandati in missione. Il nome scritto nel cielo è un tema caro all'Apocalisse, riconfermato da Gesù nelle apparizioni a Santa Margherita Maria Alacoque, quando le disse che il nome di chi lo onora sarà scritto nel Suo Cuore e non ne verrà mai più cancellato. È il nome nuovo scolpito nel libro della vita, oltre che nel Cuore di Gesù; è la pietruzza bianca, è "essere ciò che avremmo sempre voluto essere e non siamo mai riusciti". È essere e dare il meglio di noi stessi, osare diventare ciò che non abbiamo mai osato sperare.
Il Rovescio del Tappeto
Questa vita è il rovescio del tappeto, pieno di nodi, la cui trama inestricabile di prove e sofferenze ci impedisce di vedere il bellissimo disegno che si va formando sul diritto. Lo vedremo solo dopo, e sarà il nostro nome nuovo, scritto nel libro della vita e nel Cuore di Dio che non verrà mai più cancellato. Sarà il nostro nome vittorioso che ci introdurrà al banchetto celeste ("Al vincitore darò la manna nascosta…" Ap. 2). Sarà il nostro nome glorioso che avremo forgiato quaggiù col nostro cammino doloroso.