Il vangelo di Giovanni presenta l'incontro tra Gesù e Nicodemo come un momento cardine per comprendere la logica del Regno di Dio e la trasformazione spirituale che esso richiede. Nicodemo, un personaggio di spicco del suo tempo, simboleggia la ricerca umana della verità e la difficoltà di superare le proprie certezze per abbracciare la novità divina.
Introduzione: Nicodemo nel Vangelo di Giovanni
Nicodemo appare solo nel vangelo giovanneo, coprotagonista insieme al Signore in un episodio che avviene nelle tenebre della notte. Egli è il primo di tre personaggi che incontrano Gesù, affiancato poi da una donna samaritana e un funzionario pagano, figure espressive di mondi culturali e religiosi differenti. Questi incontri si inseriscono in una sezione del vangelo (Gv 2,1-4,54) dove compaiono in tensione i termini "segni" e "credere". A Gerusalemme, molti credettero nel nome di Gesù vedendo i segni che egli faceva, ma Gesù non credeva in loro perché li conosceva tutti e non aveva bisogno della testimonianza di alcuno sull'uomo, Egli stesso conosceva quello che c'è nell'uomo (Gv 2,23-25). Nicodemo fa parte di questi molti che sono attratti da Gesù per i segni che compie, ma il suo riconoscimento è insufficiente rispetto al credere che Gesù esige. Chi rappresenta Nicodemo? Giovanni ce lo racconta come rappresentante dell’esperienza religiosa ebraica, ma in questo senso, può pure rappresentare noi cristiani di oggi, che cerchiamo un’esperienza religiosa che ci scaldi il cuore, dopo periodi di delusione e stanchezza.
Chi era Nicodemo?
Il brano presenta Nicodemo, di cui non sapevamo nulla, come capo dei farisei e un uomo cresciuto nella fede ebraica. Era un notabile di Gerusalemme, un anziano, capofamiglia benestante, appartenente alle prime famiglie tornate da Babilonia. Egli era "maestro in Israele", testimone della novità religiosa che la famiglia di Abramo conserva gelosamente. Nicodemo era un uomo di cultura tra i colleghi Scribi, esperti di Bibbia e di leggi sociali, che sapevano a chi andava la casa della vedova e il campo dell'orfano. La presenza di Gesù e le sue parole devono averlo colpito fortemente. Dunque, Nicodemo è un personaggio importante e rappresentativo; lo stesso Gesù, non senza una punta di ironia, lo chiamerà «maestro»: «Tu sei maestro in Israele e non conosci queste cose?» (Gv 3,10).
L'Incontro Notturno: Simbolismo e Ricerca
Nicodemo va da Gesù di notte (οὗτος ἦλθεν νυκτὸς). La parola *nuktòs* indica proprio la notte più profonda. Molto si è scritto su questo particolare, partendo dal presupposto che nulla nel vangelo di Giovanni può ritenersi semplicemente casuale. Questa iniziativa coraggiosa di Nicodemo per incontrare quel Gesù non amato da chi ha il potere, lo porta fuori città, lontano dagli occhi dei colleghi, che provano fastidio per questo nuovo rabbì senza diploma. Forse aveva paura di farsi vedere dall'ambiente ebraico farisaico insieme a un predicatore ritenuto poco credibile. Forse cercava quiete e tempo per condurre il dialogo fino in fondo e in pace, ma "nella notte" può avere anche un significato simbolico. Essere in uno stato d’animo di tenebra è un’esperienza davvero comune: più il concetto da analizzare e capire diventa complesso, più ne è difficile una sintesi, e si può vivere un momento di oscurità. Figurarsi poi se questa analisi e scelta concerne realtà di natura spirituale e della nostra vita di fede. Per questi motivi, in quella notte, in realtà, ci siamo un po’ tutti, perché la fede è sempre salda, ma continuamente possiamo e anzi dobbiamo porci domande su essa, allenando la nostra comprensione del mistero come un dono di Dio, che ci aiuta a non lasciare che la fede diventi superstizione e abitudine meccanica. L'annotazione della notte suggerisce come su uno sfondo vuoto e nero si stagliano le due figure, senza distrazioni. L'iniziativa è di Nicodemo, ma il protagonista è Gesù, che conduce il discorso. Nicodemo non viene da Gesù con una domanda, ma con una conclusione, sua e di altri: «Sappiamo». Non è un uomo in ricerca, ha già concluso e già sa. Egli è sicuro, e forse sta proprio in questa sua sicurezza la ragione non ultima della sua incomprensione. I segni compiuti da Gesù possono bastare per dire che Gesù è un maestro e che la sua missione viene da Dio, ma non cambiano lo schema messianico abituale né colgono veramente la persona di Gesù. Nicodemo dice cose vere su Gesù: è un maestro, è venuto da Dio, Dio è con Lui (Gv 3,2), ma queste restano alla superficie, chiuse in una visione teologica volta al passato.

Il Cuore del Dialogo: La Necessità di "Nascere dall'Alto"
Al riconoscimento di Nicodemo, Gesù risponde spostando subito la questione: dai segni che Egli compie alle condizioni per vedere il regno (Gv 3,3). Il vangelo di oggi ci presenta il dialogo di Gesù con Nicodemo. La sua curiosità è l’occasione per Gesù di introdurlo in una logica nuova, la logica del Regno di Dio, che sconvolge Nicodemo. Egli non capisce bene quella parola "rinascere dall'alto", ma la sua incomprensione permette a Gesù di ribadire e precisare la sua affermazione.
Il Testo Evangelico (Giovanni 3,1-21)
Vi era tra i farisei un uomo di nome Nicodemo, uno dei capi dei Giudei. Costui andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui». Gli rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall'alto, non può vedere il regno di Dio». Gli disse Nicodemo: «Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». Rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall'alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito». Gli replicò Nicodemo: «Come può accadere questo?». Gli rispose Gesù: «Tu sei maestro d’Israele e non conosci queste cose? In verità, in verità io ti dico: noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell'uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».
La Risposta Enigmatica di Gesù e il Fraintendimento di Nicodemo
Gesù offre a Nicodemo la luce definitiva uscita dalle tenebre. Il brano presenta un fortissimo contrasto fra fòs (luce) e skotòs (tenebre): fra luce e tenebre. Nicodemo non comprende la parola di Gesù, mostrando in tal modo che la sua iniziale presunzione di sapere («sappiamo») è, in realtà, un «non sapere». In questo dialogo si trovano almeno tre parole suscettibili di un doppio significato: *ánōthen* (dall'alto/di nuovo), *gennao* (nascere in senso spirituale/essere generato fisicamente), *pnêuma* (vento/spirito). Giovanni gioca sul duplice significato di questi termini, manifestando un significato teologico profondo: una medesima realtà può essere compresa a livello carnale e a livello spirituale. L'uomo è prigioniero del primo livello, ma per divenire credente deve passare al secondo.
Il lettore, che ascolta il botta e risposta dal punto di vista di Gesù, non resta sorpreso dall'improvvisa apparizione della metafora della rinascita. Nicodemo invece, il cui punto di vista è completamente diverso, ne resta sconcertato e non ne comprende il significato teologico e spirituale. Egli ricorre alla sua logica, ironizzando sull’affermazione di Gesù: apprezza Gesù, ma non vuole uscire dai limiti rassicuranti della propria comprensione ed esperienza. La sua domanda «Come può un uomo già vecchio...?» (Gv 3,4) rivela la sua difficoltà a concepire una rinascita non fisica. Gesù con la sua risposta mina il sapere “certo” di Nicodemo. Non si tratta di aggiungere capitoli nuovi alle conoscenze antiche: si tratta di nascere di nuovo. Non basta mettere in bella l'insegnamento già dato, bisogna essere persone nuove, uscite inedite da un grembo che genera vita. Ciò che nasce dalla carne è carne; bisogna nascere dallo Spirito, per essere figli di Dio, a immagine e somiglianza di chi ci ha fatti con sapienza e amore.
Nascere da Acqua e Spirito: Un Cambiamento Radicale
Sulla bocca di Gesù il verbo "generare" compare qui sei volte in pochi versetti (Gv 3,5-8), sempre nella forma passiva («essere generato»). Non è l'uomo che genera se stesso, né un uomo viene alla vita in forza di qualche suo merito, né in forza di qualche personale ricerca. È la forza di Dio («dall'alto») che lo genera. La generazione è pura gratuità. Ribadendo (Gv 3,5), Gesù precisa e giustifica la propria affermazione: «Se uno non è generato dall'acqua e dallo Spirito non può entrare nel Regno di Dio». Gesù introduce due novità: non si dice più «vedere» il Regno, ma «entrare dentro» il Regno. Entrare dentro è espressione quasi abituale nella letteratura evangelica, mentre "vedere il Regno" è espressione insolita, un caso unico. Insieme, le due espressioni indicano che l'uomo, se non è rigenerato, non ha gli occhi per vedere, e non soltanto gli manca la forza per entrare. L'uomo è al tempo stesso cieco e debole. La rinascita è condizione ermeneutica, non soltanto morale. La nascita, infine, dice la radicalità della mutazione: non basta l'introduzione di un correttivo, neppure un rimettersi a nuovo, occorre un cominciare da capo, quasi dal nulla. Tutta questa ampiezza di significato - racchiusa nel passivo «essere generato» - costituisce la condizione per vedere il Regno di Dio e per comprendere chi è Gesù.
La differenza tra le due mentalità ci può servire per riflettere sul nostro modo di affrontare la vita quotidiana. È l’azione di Dio che ci fa lasciare una vita secondo la carne per passare a una vita secondo lo spirito. In altre parole, lo Spirito Santo ci spinge ad abbandonare il peccato, una vita centrata sulle nostre cose, sul nostro “io”, per passare a una vita di comunione con Dio e con gli altri. Lo Spirito di Dio è gratuito come il vento, come l’aria da respirare, ma fa danzare l’anima di festa. Questa brezza che accarezza dolcemente può voltare la pagina della nostra vita. Può fare di noi degli uomini nuovi, spazzando via la polvere del peccato, dell’ingordigia, dell’egoismo e ripulendo la nostra anima dalle incrostazioni che impediscono alla fiammella che brilla nel nostro cuore di illuminare il nostro cammino.
Rinascere dall’alto (Gv 3,1-8)
Dalla Legge all'Amore: La Rivelazione del Padre
Gesù ha spostato l’attenzione dalla Legge al volto di Dio. Siamo abituati a spiegare alla gente quello che deve fare per Dio, e Gesù spiega quello che Dio fa per l’uomo. Nicodemo era nella tenebra perché agiva male e contrariamente al Bene di Dio? Il testo evangelico non lo dice. Gesù semplicemente gli mostra una via affinché non sia presto colto dalle tenebre della cultura religiosa formalistica dei farisei, che presto o tardi lo avrebbe avvolto. La luce di Dio, che è la grazia e la sapienza in grado di rischiarare i concetti e le scelte pratiche, è entrata nel mondo tramite Gesù stesso che è inviato da Dio.
Dio, Amore Che Dona
Gesù è libero, è innamorato di Dio e lo chiama Abbà, lo chiama suo Padre. Egli presenta un Dio amabile, quello che “la luce del suo volto” illumina i nostri volti, e anche i poveri sotto gli stracci sporchi si sentono importanti per Dio. Il segreto della felicità è sentirsi amati e poter amare. Chi si lascia colmare dall’amore, farà traboccare questo amore come sorgente che non secca, come la sorgente di Siloe. Dio, infatti, non desidera altro che effondere il suo amore, e colmarci, e renderci capaci di amare. Ecco: Dio ha tanto amato il mondo, da donare l’unico figlio (Gv 3,16). Questo amore non è venuto per giudicare il mondo, ma per farlo vivere (Gv 3,17). La Legge è stata data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità per mezzo del Figlio. Grazia, gratuità, volto grazioso del nostro Dio: queste cose le sai. Verità è la stessa cosa che fedeltà: Dio è Amore, non può essere altro che Amore. L’Amore può essere festa, può essere dolore, ma sarà sempre soltanto amore, amore a caro prezzo.
La Metafora del Serpente Innalzato e la Croce
Nel dialogo, Gesù fa un salto qualitativo, passando dal sapere alla testimonianza. La voce di Gesù diventa quella della comunità credente che ha fatto un’esperienza capace di mutare la vita: quest’esperienza, e non una teoria, è il centro della fede. La novità è “l’innalzamento del Figlio”, la risposta paradossale di Dio alla domanda di salvezza dell’umanità: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» (Gv 3,14-15).
Qui Gesù si richiama a un episodio avvenuto durante la peregrinazione di Israele nel deserto, narrato nel libro dei Numeri (Nm 21,4-9): dato che molti israeliti morivano a causa dei morsi dei serpenti, Dio ordinò a Mosè di innalzare nel deserto un serpente di bronzo; chiunque l’avesse guardato, anche se attaccato dai serpenti, non sarebbe morto. La domanda sottesa è cosa vede uno sguardo credente guardando alla croce? Un atto d’amore. Giovanni ci offre così la chiave interpretativa del misterioso agire di Dio: la croce è un atto d’amore. Gesù ci mette davanti al grande mistero della Croce: questa verità che ci spaventa. Questo strumento di morte che, nelle sue mani, diventa mezzo per la Risurrezione. Difficile da comprendere. L’unica via di salvezza che Nicodemo, e noi in lui, deve imparare è che l’amore dà la vita.

La Rinascita come Trasformazione Globale: Analogie e Applicazioni
Come può accadere questo? Questa domanda posta da Nicodemo è cruciale. L'anelito del rinascere di nuovo trova analogie in varie culture e pratiche spirituali.
L'Esperienza dell'Iniziazione in Africa
In vari luoghi dell'Africa si realizza ancora un antico rito di iniziazione, sebbene ora con minor durata, che permette ai ragazzi di diventare adulti e poter così assumere una vita di responsabilità con tutti i suoi diritti e doveri. In questa esperienza di iniziazione, obbligatoria per far parte del clan, viene chiesto al giovane di dire addio alla vita passata da bambino e di non voltarsi indietro quando lascia i suoi genitori per andare nella foresta. Al giovane iniziato viene insegnata la saggezza degli antenati, i comportamenti da assumere in ogni situazione di vita; gli vengono anche presentati modelli di vita vissuta per imitarli. L'iniziato poi deve dimostrare di saper costruire la propria casa, di aver il coraggio di cacciare animali pericolosi, passare varie prove di resistenza e di isolamento e lasciarsi incidere sul proprio corpo il segno di appartenenza (come la circoncisione). Alla fine di tutto, per accedere alla comunità degli adulti, viene chiesto all'iniziato di affrontare il saggio maestro mascherato che lo aspetta sotto l'albero (simbolo della vita), il quale lo esamina bene e poi gli chiede di avvicinarsi a lui e di imitare la nascita di un bambino. Alla fine di tutto gli rivela che ora è rinato ad una nuova vita, la vita della comunità degli adulti, i quali ora possono contare su di lui in qualsiasi momento. Da quel momento gli viene dato un nome nuovo, un padrino che lo accompagna nella vita, gli viene preparato un bagno di purificazione e lo si accoglie con danze e gioia grande. Da qui in poi potrà assumere incarichi per il bene di tutti e potersi anche formare una famiglia. Quante analogie ci sono con il nostro cammino cristiano di iniziazione (l'addio alla vita di bambino, il padrino, gli istruttori, la comunità, gli insegnamenti, le prove, le esperienze pratiche, il nome nuovo, il bagno con l'acqua, la festa, la possibilità di accedere alla vita degli adulti, vedi con i sacramenti...), ma ciò che più segna è la convinzione di essere rinato nuovamente. La comunità o il clan, solo ora lo potrà ritenere una persona a pieno titolo, rimarcandogli che ha lasciato per sempre "quel bambino che era prima e le cose usate nella sua infanzia". Ora avrà davanti a sé nuovi ideali, un modo nuovo di vivere e dovrà fare scelte coraggiose e responsabili, dove potrebbe anche essere disposto a perdere la vita per il bene della sua comunità.
La "Rigenerazione dell'Africa" in Daniele Comboni
Stupendi insegnamenti di vera saggezza di vita si trovano proprio in questi luoghi della terra, altrettanto amati da Dio e anche dal caro Daniele Comboni. Lo stesso Comboni ci ha insegnato che Gesù lo ha chiamato a collaborare per la rigenerazione dell'Africa per mezzo degli stessi africani, cioè farla rinascere nuovamente con la forza della Parola del Vangelo e dello Spirito donato dal Salvatore. Ora, se ci abita nel cuore la stessa passione del Comboni e permettiamo a Dio di farci rinascere dall'alto, possiamo dire che tocca a noi fare la nostra parte, affinché la pienezza della vita del Figlio di Dio sia offerta a tutta l'umanità.

L'Evoluzione di Nicodemo: Da Cauto Inquirente a Discepolo Coraggioso
Il dialogo tra Nicodemo, che potremmo definire il “discepolo fariseo”, e Gesù strappa un sorriso. Gesù sfida il Nicodemo che vive in noi, affermando che non può esistere relazione autentica con Dio, senza che si passi da una vita centrata su noi stessi, sulle nostre certezze, abitudini, convinzioni, fede… all’imprevedibile di Dio. Nicodemo, da maestro in Israele, diventa discepolo di Cristo ed entra in campo nella fase finale, quando tutti gli altri sono scappati. Sotto la Croce, lui con Giuseppe d’Arimatea e poche donne, la squadra di riserva esce allo scoperto nel momento cruciale. E Caravaggio nella sua bellissima Deposizione lo inserisce in un primo piano superbo. Mentre prende il corpo inerme di Gesù con l’intento di deporlo sulla pietra tombale, è l’unico della scena a guardare fisso lo spettatore e il suo gomito sembra fendere la tela quasi a coinvolgerci nella pietà. E il suo volto è quello di Michelangelo, maestro di tante Pietà in scultura e in dipinti. Questo "capo dei Giudei" non voleva esporsi, mostrandosi discepolo tra i discepoli, ma è anche amico di Gesù e gli rese onore quando, insieme a Giuseppe d’Arimatea, lo depose nella tomba (Gv 19,39-42). In quell’occasione, Nicodemo portò “una mistura di mirra e di aloe di circa cento libbre” per la preparazione del corpo di Gesù (Gv 19,39), una simile quantità, al tempo, veniva utilizzata soltanto per la sepoltura di un re.
Gesù lo esorta a “rinascere”, come esorta anche oggi tutti noi. Questa rinascita è il risultato di una conversione: morire al peccato per iniziare una nuova vita con Dio. E questo cammino lo potremo compiere con l’aiuto dello Spirito Santo: «Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito». Gesù ci invita a saper ascoltare per diventare suoi discepoli, a camminare alla sua sequela, avendo coscienza dei nostri limiti e facendoci umili. La vera fede nasce dalla testimonianza e dall'incontro, non dai segni.