Le letture proposte per l'8 ottobre ci invitano a riflettere profondamente sulla natura di Dio, sulla preghiera e sul nostro ruolo di custodi dei doni divini. Attraverso il Libro del profeta Giona, il Vangelo di Luca e la parabola dei vignaioli omicidi di Matteo, emergono temi cruciali come la misericordia divina, l'importanza della preghiera come dialogo filiale e la responsabilità di far fruttificare i talenti ricevuti, riconoscendo la sovranità di Dio in ogni aspetto della nostra esistenza.
La Misericordia di Dio e la Collera di Giona
Il Libro del profeta Giona (Gn 4,1-11) ci presenta un profeta che provò grande dispiacere e fu sdegnato per la decisione di Dio di non distruggere Ninive. Giona pregò il Signore, dicendo: «Signore, non era forse questo che dicevo quand’ero nel mio paese? Per questo motivo mi affrettai a fuggire a Tarsis; perché so che tu sei un Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore e che ti ravvedi riguardo al male minacciato. Or dunque, Signore, toglimi la vita, perché meglio è per me morire che vivere!». La risposta di Dio fu diretta: «Ti sembra giusto essere sdegnato così?».

Giona, allora, uscì dalla città e sostò a oriente di essa. Si fece lì una capanna e vi si sedette dentro, all’ombra, in attesa di vedere ciò che sarebbe avvenuto nella città. Il Signore Dio fece crescere una pianta di ricino al di sopra di Giona, per fare ombra sulla sua testa e liberarlo dal suo male. Giona provò una grande gioia per quel ricino. Ma il giorno dopo, allo spuntare dell’alba, Dio mandò un verme a rodere la pianta e questa si seccò. Quando il sole si fu alzato, Dio fece soffiare un vento d’oriente, afoso. Il sole colpì la testa di Giona, che si sentì venire meno e chiese di morire, dicendo: «Meglio per me morire che vivere».
Dio disse a Giona: «Ti sembra giusto essere così sdegnato per questa pianta di ricino?». Egli rispose: «Sì, è giusto; ne sono sdegnato da morire!». Ma il Signore gli rispose: «Tu hai pietà per quella pianta di ricino per cui non hai fatto nessuna fatica e che tu non hai fatto spuntare, che in una notte è cresciuta e in una notte è perita!». Questo episodio rivela l'attitudine di Giona, che è l'esatto contrario della prima domanda del Padre Nostro: "Padre, sia santificato il tuo nome". Giona si oppone alla manifestazione del nome di Dio, ovvero alla sua misericordia. Egli conosce il "nome" di Dio - misericordioso, clemente, longanime, di grande amore - ma gli rincresce che Dio si manifesti così, perché va contro i suoi gusti e la sua volontà di profeta che desiderava vedere la sua predizione di distruzione realizzata.
Spesso, anche noi desideriamo che il nome di Dio non si manifesti pienamente come è: un Dio pieno di mitezza e di pazienza, che non interviene con violenza ma aspetta la conversione degli uomini, che lascia sussistere il male per trarne il bene. Quante volte ci lamentiamo perché le cose non vanno come a noi sembrerebbe giusto! Noi vogliamo che le nostre idee trionfino, i nostri desideri si compiano, le nostre prospettive prevalgano, dimenticando che le nostre vie sono spesso diverse da quelle di Dio. Il Signore, invece, "fa splendere il suo sole sui buoni e sui malvagi".
- R. Signore, tu sei misericordioso e pietoso.
- Pietà di me, Signore, a te grido tutto il giorno.
- Rallegra la vita del tuo servo, perché a te, Signore, rivolgo l’anima mia. R.
- Tu sei buono, Signore, e perdoni, sei pieno di misericordia con chi t’invoca.
- Porgi l’orecchio, Signore, alla mia preghiera e sii attento alla voce delle mie suppliche. R.
- Tutte le genti che hai creato verranno e si prostreranno davanti a te, Signore, per dare gloria al tuo nome.
- Grande tu sei e compi meraviglie: tu solo sei Dio.
Il Vangelo secondo Luca: Insegnaci a Pregare
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 11,1-4) apprendiamo che Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Gesù non oppose obiezioni, non parlò di formule strane o esoteriche, ma con molta semplicità disse: «Quando pregate, dite: «Padre…»», e insegnò il Padre Nostro, traendolo dalla sua stessa preghiera, con cui si rivolgeva a Dio, suo Padre. Siamo di fronte alle prime parole della Sacra Scrittura che apprendiamo fin da bambini, che svelano che noi non siamo già in modo compiuto figli di Dio, ma dobbiamo diventarlo ed esserlo sempre di più mediante una nostra sempre più profonda comunione con Gesù.

Questa preghiera accoglie ed esprime anche le umane necessità materiali e spirituali: «Dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, e perdona a noi i nostri peccati» (Lc 11,3-4). E proprio a causa dei bisogni e delle difficoltà di ogni giorno, Gesù esorta con forza: «Io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Non è un domandare per soddisfare le proprie voglie, quanto piuttosto per tenere desta l’amicizia con Dio, il quale - dice sempre il Vangelo - darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!» (Lc 11,13).
Ogniqualvolta recitiamo il Padre Nostro, la nostra voce s’intreccia con quella della Chiesa, perché chi prega non è mai solo. Chi vuole imparare a pregare, deve cominciare con il domandarlo al Signore, perché solo lui è il vero maestro della preghiera. Solo lui può donarci misteriosamente lo Spirito Santo che pian piano e soavemente agisce nel nostro cuore insegnandoci qualcosa di cui abbiamo fin da sempre un grande desiderio ma non sappiamo mai come attuarlo. La preghiera è come il respiro: senza di essa si rischia di morire.
Don Marco Pozza e la preghiera del Padre Nostro
Il nostro mondo è sempre più disperato perché ha smarrito la via della preghiera, o peggio ancora ha confuso la preghiera con la semplice recita di preghiere. Gesù ha ragione nel dire che la prima cosa di ogni preghiera è ricordarsi a chi ci stiamo rivolgendo. Se la nostra preghiera non è indirizzata a un Padre, cioè a Qualcuno di cui abbiamo la certezza interiore che ci ama, allora quella preghiera ha più il sapore della paura, delle insicurezze, delle ferite ma non è adatta a salvarci la vita. Abbiamo la vita salva solo e soltanto quando sappiamo di trovarci non davanti a un muro ma davanti a Qualcuno che ci ama. I discepoli, infatti, vedono che Gesù trae tutta la sua vita dal rapporto col Padre nello Spirito, certo anche che viene attraverso le persone e le situazioni. Dunque i discepoli vengono attirati da tutto ciò nella preghiera.
Il Padre nostro, qui nella versione di Luca più breve di quella di Matteo, è la professione di fede di Gesù, a chiedergli ogni bene spirituale, umano, materiale, sintetizzato in quella mirabile parola greca
La Preghiera nel Tempo di Prova
Stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti, ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che «il Signore ci guiderà sempre» (Is 58,11). La richiesta dei discepoli a Gesù: «Signore, insegnaci a pregare!» è più che mai attuale.
La preghiera, allora, non è staccata dalla vita, non è qualcosa da fare solo in chiesa o nei momenti di silenzio. È il respiro dell’anima in mezzo alle fatiche, alle relazioni, al lavoro, alle gioie e ai dolori. Pregare è vivere ogni cosa in compagnia di Dio. In fondo, la preghiera cambia la vita non perché cambia il mondo attorno a noi, ma perché cambia il nostro sguardo.
Il Vangelo secondo Matteo: La Parabola dei Vignaioli Omicidi
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo (Mt 21,33-43): «Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».

E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti». Noi siamo la Chiesa di Colui che, dopo essere stato escluso, è diventato la pietra d’angolo. Così ci dice la parabola usata da Gesù, per spiegarci la bellezza dei doni che Dio ci fa e la bruttezza di una risposta becera ma possibile: quella del rifiuto. Sì, possiamo rifiutare anche Dio stesso, scartarlo. È stata questa la sorte di Gesù, Dio fattosi uomo.
I Doni di Dio e la Responsabilità della Custodia
Da questo dono scartato si sono aperte le porte, per cui la Chiesa è il luogo degli esclusi, di quelli che hanno bisogno, di quelli che non si sentono arrivati, che non si fanno possessori. Questo non significa che la Chiesa è il luogo della compagnia o che entrare in una comunità cristiana dia il beneficio di accedere a un club esclusivo che genera favori o appaga i cuori solitari. Ma è il luogo in cui chi è escluso, trova il tutto, la sua compagnia per eccellenza: Dio! Certamente è un Dio che si rivela anche nel volto di tanti fratelli, ma in una comunità in Cristo, dove il tutto è la Sua presenza. Questo è un dono grande, il dono della fede.
Spesso però, ricevuto questo dono, siamo come quei contadini: prendiamo gratuitamente e poi, ci facciamo possessori dei doni ricevuti, e quei doni diventano la nostra condanna. Anche la tua vocazione, come la tua stessa fede, quando diventano un possesso che ti rende superiore, geloso delle tue cose, possessore di spazi e beni, incatenato a persone che ti appartengono, incatenato a ruoli di potere, diventa condanna. Sì, tutti i doni (e il primo bene è la tua vocazione alla vita), possono diventare una condanna.
Don Marco Pozza e la preghiera del Padre Nostro
Tutto ciò che reputi un possesso e non un dono, in realtà ti possiede e ti domina, ti consuma dal di dentro. Cosa ne fai della vita, del tempo, della comunità, della famiglia, degli amici, dell’amore? Li possiedi questi doni, pensi che sei tu a fare tutto, o hai imparato a custodire la bellezza di un dono? Se il possedere è il tuo criterio, non hai in dono un’eredità, ti stai appropriando di una terra non tua. I tuoi figli, i tuoi fratelli, le tue sorelle, i tuoi colleghi, la tua famiglia, la tua comunità, la tua fede, tutto ciò che credi di avere non è un tuo possesso, ma un dono. Anche la tua vita può portare in sé una grande menzogna, ogni volta che non diventa dono e perciò viene sciupata, affogata nei vizi o manipolata dal primo avventore che le consegna illusioni.
E quando tutto ruota attorno al possesso, possiamo sentirci così: esclusi dal bene, disperati senza una meta, senza capire cosa fare della nostra vita. Questa dunque è la prima cosa da fare: essere non possessori, grati per il dono della vita. Se come i contadini del Vangelo, sarai un possessore, perderai tutto! Perciò, dona la vita e il tuo tempo a Colui che viene a moltiplicare. E ricorda che Gesù fu il primo scartato. Perciò la Chiesa è per te, la bellezza è per te, la santità è per te, c’è spazio per te nel cuore di Dio.