Nella liturgia cattolica, numerosi sono i gesti che esprimono la fede e la devozione dei fedeli. Tra questi, uno dei più significativi è il chinare il capo, un atto che riveste particolare importanza in momenti specifici della Santa Messa e in relazione a nomi e simboli sacri.
La riverenza e l'onore: il significato dell'inchino
Chinare la testa, o fare un inchino, vuole esprimere «la riverenza e l’onore che si attribuiscono alle persone o ai loro segni». Questo gesto di profonda devozione è un segno visibile del rispetto e dell'adorazione che i cattolici tributano a ciò che è sacro. L'Ordinamento Generale del Messale Romano (OGMR) al punto n. 275 specifica che «con l’inchino si indicano la riverenza e l’onore che si danno alle persone o ai loro segni».
Chinare il capo al Nome di Gesù
Un gesto comune e significativo che i cattolici eseguono durante la Messa è chinare il capo quando viene menzionato il nome di Gesù. Questa pratica ha radici profonde nella storia della Chiesa. Già durante il Concilio svoltosi a Lione, si riteneva una raccomandazione utile esortare i fedeli a entrare nella casa di Dio con umiltà e devozione e a comportarsi in modo adeguato mentre vi si trovano, per meritare il favore divino e allo stesso tempo offrire edificazione. Abbiamo anche ritenuto giusto persuadere i fedeli a dimostrare più reverenza per quel Nome al di sopra di tutti i nomi, l’unico Nome in cui affermiamo la salvezza - il Nome di Gesù Cristo, che ci ha redenti dalla schiavitù del peccato. «Quelli che vi si radunano lodino con un atto di speciale reverenza quel nome, che è al di sopra di ogni nome al di fuori del quale non ne è stato dato altro gli uomini, in cui i fedeli possano esser salvati: cioè il nome di Gesù Cristo, che salverà il suo popolo dai suoi peccati.» Lo stesso Papa più tardi incoraggiò l’ordine dei Dominicani a predicare e promuovere la devozione al Sacro Nome. Nel 1721 papa Innocenzo XIII istituì la festività del Sacro Nome, che, dopo essere stata rimossa nel 1969, è stata ripristinata da san Giovanni Paolo II ed è oggi celebrata il 3 gennaio.

Differenze nella pratica
In molte comunità, quando il sacerdote pronuncia il nome della Vergine Maria durante la Messa, non tutti i fedeli chinano il capo, probabilmente per mancanza di istruzione liturgica. I pochi che lo chinano sono solitamente accoliti. Nelle altre occasioni, solitamente solo il celebrante principale compie questo gesto, in quanto queste menzioni sono per lo più confinate alle preghiere presidenziali. Le norme sopracitate dell’OGMR non dicono nulla né in favore né contro queste usanze specifiche per i fedeli riguardo a figure diverse da Gesù.
L'inchino durante la benedizione finale della Messa
La benedizione finale della Messa è un momento cruciale di congedo e invio dei fedeli. Il gesto della benedizione è un’invocazione da parte del sacerdote perché il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo accompagnino i fedeli nella vita, per testimoniare a tutti l’amore di Dio. Impartire la benedizione finale della Messa, come specifica l’introduzione al Messale, è un compito che spetta al sacerdote. In questo, il parroco ha ragione nell'affermare che la benedizione è del solo celebrante. Il Messale, infatti, non prevede alcun gesto da parte dei fedeli, se non l’inchino quando c’è una benedizione solenne. È di solito il diacono o lo stesso sacerdote che invita i fedeli a inchinarsi, cioè a chinare il capo, non a inginocchiarsi. Alla fine il popolo esprime la propria accoglienza della benedizione divina rispondendo «Amen».

Il ruolo del diacono e del celebrante
Il diacono compie lo stesso inchino mentre chiede la benedizione prima di proclamare il Vangelo. La maggior parte di questi inchini erano, e sono tuttora, compiuti nella forma straordinaria del rito romano, e in alcuni casi solo il sacerdote conosceva il momento preciso in cui compierli, poiché parte di quelle preghiere veniva recitata a bassa voce e quindi non era udibile all’assemblea. Lo stesso veniva fatto anche quando il predicatore chiamava Gesù per nome.
Principi generali sui gesti liturgici
L'OGMR al punto n. 42 sottolinea che «i gesti e l’atteggiamento del corpo sia del sacerdote, del diacono e dei ministri, sia del popolo devono tendere a far sì che tutta la celebrazione risplenda per decoro e per nobile semplicità, che si colga il vero e pieno significato delle sue diverse parti e si favorisca la partecipazione di tutti.» Questo principio suggerisce che ogni gesto, incluso l'inchino, dovrebbe contribuire all'armonia e alla comprensione della liturgia, piuttosto che attirare l'attenzione su un singolo fedele. Le norme sopracitate dell’OGMR non dicono nulla circa chi compie l’inchino in generale. Anche per diaconi o concelebranti che esercitano una funzione ministeriale, il testo dell’OGMR non costituisce un divieto specifico. Tuttavia, se si è l’unico, a parte il celebrante, a compiere un gesto particolare, sarebbe forse meglio trattenersi dal farlo per non attirare l’attenzione su di sé, privilegiando l'unità e il decoro della celebrazione.