La Storia e l'Architettura delle Chiese Parrocchiali Cattoliche

Le chiese, e gli edifici di culto in generale, rappresentano oggetti particolari nella storia dell'architettura moderna e contemporanea. Il loro programma funzionale è generalmente semplice, focalizzato su uno spazio per le cerimonie, e i vincoli logistici sono solitamente ridotti, dovendo gestire l'accesso, la permanenza e il deflusso dei fedeli da una singola aula.

Foto di una chiesa parrocchiale italiana di interesse storico-artistico

Santa Maria Maggiore di Guardiagrele: Evoluzione Storica e Architettonica

La storia e l'architettura della chiesa di Santa Maria Maggiore a Guardiagrele sono state oggetto di studio attraverso diverse pubblicazioni e testimonianze. Parte del contenuto della "Cronaca di Guardiagrele", scritta da COLAGRECO entro il 1735, è nota grazie a don FILIPPO FERRARI e all'edizione postuma di FRANCESCO PAOLO RANIERI, che ebbero modo di consultare il manoscritto prima della sua scomparsa dopo il 1905. Tuttavia, alcuni dati storico-architettonici sono stati messi in discussione già da IGNAZIO CARLO GAVINI, il cui lavoro è alla base di contributi successivi di M. MORETTI, A. CAMELI e R. TORLONTANO.

Planimetria schematica della Chiesa di Santa Maria Maggiore di Guardiagrele

Dalle Origini al Tardo Medioevo

L'avvento di un capitolo di canonici trasformò di fatto Santa Maria Maggiore in primaziale, sebbene il titolo di chiesa matrice sia registrato nei documenti raccolti da A.L. ANTINORI solo a partire dal 1422. Antinori, con la sua "Corografia storica degli Abruzzi e dei luoghi circonvicini" e gli "Annali degli Abruzzi", conservati presso la Biblioteca Provinciale "Salvatore Tommasi" di L'Aquila, fornisce dati cruciali sulla chiesa e sul contesto urbano di Guardiagrele, in rapporto anche all'espansione urbana nel tardo Medioevo, come evidenziato da GIULIANO ROMALLI. I perduti Corali della chiesa sono stati oggetto di studio da parte di GIORGIA CORSO.

L'iscrizione del semicapitello, secondo l'Antinori, ricordava la traslazione del corpo di san Nicola Greco nella locale chiesa di S. Francesco, avvenuta nel 1338 per volere di Napoleone I, pur ritenendo che la data si dovesse leggere come 1388, un punto su cui si rimanda al contributo di STEFANO RICCIONI.

L'emblema di Guardiagrele, murato sulla fronte del campanile e descritto da Antinori prima della sua eliminazione, consisteva in un "Leone rampante scorticato, e coronato con un vessillo nelle mani, terminante in due estremità divise, in cui sono scolpiti due gigli". L'Antinori lo faceva risalire al 1406, mentre riteneva che solo nel 1433 fossero scolpiti quattro versi leonini che esprimevano l'abbondanza dei beni della Guardia e la sua sfida a Grele. In un altro punto, però, lo storico spostava la collocazione del blasone cittadino sulla torre al 1426, anno di un restauro della chiesa. Sia l'insegna che l'enigmatico motto sottostante facevano parte di un unico intervento, chiusi entro la medesima cornice a "T" rovesciata, confrontabile con quella di palazzo Penna a Napoli (1406). È comunque un dato inoppugnabile che questo intervento precedette l'allestimento del portale con l'Incoronazione della Vergine, che l'analisi stilistica fa risalire al 1430 circa, poiché la cuspide dell'ingresso taglia in basso la cornice.

Architettura e Dettagli Costruttivi

Nessun documento quattrocentesco attesta la presenza di un palazzo pubblico, la cui esistenza è documentata solo dal 1545. Per la datazione del cornicione si rimanda al contributo di VALERIO DA GAI. Relativamente alla cella campanaria, il cui basamento è emerso durante i restauri della fine degli anni Venti del secolo scorso, si veda SIMONE CIGLIA. Secondo l'Antinori, l'iscrizione posta nella fascia superiore dell'affresco, oggi solo parzialmente leggibile, recitava: "ANDREAS DE LICIO FECIT HOC 1473". Riguardo l'opera di Andrea Delitio, si rimanda al contributo di LORENZO LORENZI.

Le dimensioni della chiesa di Santa Maria Maggiore, prese nel mezzo del setto del perimetro murario, sono di circa 25,60 metri in lunghezza e 12,50 metri in larghezza, corrispondenti grossomodo a 12 e 6 canne dell'Abruzzo angioino (una canna equivale a m 2,109). Questa dimensione la colloca in un contesto architettonico regionale, con confronti possibili con chiese aquilane come S. Maria del Guasto, S. Maria di Forfona e S. Maria di Assergi, oltre a quelle studiate da GAVINI e MORETTI (es. S. Maria Maggiore a Lanciano e S. Giovanni in Venere).

La Cronaca del Colagreco riportava che il campanile "fu fabbricato dall'anno 1110 fino al 1202 e riuscì di grande perfezione", un dato che contribuì a fuorviare gli storici locali. Tuttavia, l'epigrafe ancora in sito riporta la data 1438 per il campanile, sebbene Antinori lo datasse al 1437. Dell'originario registro alto di monofore non rimane traccia, presumibilmente sostituito dalle finestrature settecentesche.

Vita Liturgica e Patrimonio Artistico

Un indicativo pignoramento degli argenti avvenne prima del 1570, anno in cui le suppellettili furono riconsegnate al capitolo "con grande deteriorazione". Le visite pastorali del 14-16 maggio 1708 e del 18 giugno 1766 informano rispettivamente sull'esistenza del santuario della Madonna del Riparo e sulla presenza nella primaziale di un luogo di culto dedicato alla Madonna del Popolo, qui trasferito da un oratorio situato tra la chiesa di S. Rocco e il coro medievale di S. Maria Maggiore. Il ruolo dei benefattori è evidente dalla traslazione della salma di san Nicola Greco in S. Francesco nel 1338 e dal fatto che Napoleone II vi fece costruire la cappella di S. Leone per accogliere la sua sepoltura, oltre a commissionare il "Messale Orsini" intorno al 1400. La collocazione originaria dell'altare Scioli nel coro trecentesco è documentata dalla Visita Pastorale del 1591.

La Chiesa Parrocchiale di San Vito a Villagreca: Storia, Architettura e Culto

La chiesa parrocchiale di Villagreca, intitolata a San Vito, fu eretta in posizione decentrata rispetto al primo nucleo del paese e, in seguito, venne incorporata al centro dell'attuale agglomerato. La data precisa della sua costruzione non è definibile a causa della mancanza di campagne di scavo relative alla stratigrafia più antica. L'edificio si presenta imponente, soprattutto in relazione alle dimensioni del piccolo centro di Villagreca. Secondo Marcello Schirru, docente universitario, la struttura fu realizzata sotto la direzione dell'arcivescovado, come testimoniano i lavori eseguiti seguendo la moda architettonica contemporanea e l'entità dell'investimento.

Caratteristiche Architettoniche e Fasi Costruttive

Edificata in stile sardo-catalano, la chiesa presenta un andamento longitudinale mononavato, diviso in tre campate da due archi a diaframma ogivale. L'iconografia della chiesa rivela diverse fasi costruttive. Il presbiterio e le due campate adiacenti possono essere ricondotti all'impianto architettonico originario, introdotto in Sardegna alla fine del XIII secolo dagli ordini regolari, un modello che perdurò per quasi cinque secoli.

La zona presbiteriale, introdotta da un arco sorretto da capitelli fitomorfi, presenta una pianta quadrangolare coperta con volta stellare a liernes e tiercerons, adornate da cinque gemme pendule. Tra queste, la centrale, più grande, presenta nell'incavo l'effige di San Vito, mentre nelle altre sono scolpiti elementi vegetali. I costoloni degli archi traversi e i quattro archi che generano la volta si appoggiano su peducci, che recano i simboli dei quattro evangelisti, come consuetudine delle fabbriche della seconda metà del Cinquecento. Il disegno stellare, di stampo renano-castigliano, imita analoghi modelli cagliaritani della prima metà del Cinquecento. Tuttavia, secondo Marcello Schirru, non è possibile stabilire una corrispondenza cronologica tra la volta stellare e l'impianto planimetrico originale. Le due cappelle voltate a botte nell'ultima campata sono databili tra l'ultimo decennio del XVI secolo e il terzo del XVII secolo. Allineata alla facciata, sul lato destro, si trova la torre campanaria.

Interno della Chiesa di San Vito a Villagreca con vista sul presbiterio

Patrimonio Artistico e Culturale

All'inizio del XVIII secolo furono acquistati arredi marmorei, molto diffusi in quel periodo e tra i primi in una chiesa parrocchiale (precedentemente presenti solo nelle cattedrali). Tra questi spiccano il fonte battesimale, datato epigraficamente al 1705, e l'altare con paliotto decorato con tarsie policrome a motivi fitomorfi e un clipeo centrale in marmo bianco, rappresentante la fuga di San Vito in barca. Sull'altare marmoreo del presbiterio è presente un retablo con decorazioni fitomorfe e nella nicchia un'immagine di San Vito, proveniente dalla Chiesa di San Costantino, da cui proviene anche un'acquasantiera. La chiesa custodisce anche oggetti d'argento acquistati tra il Seicento e il Settecento, tra cui una lampada, un secchiello per l'acqua benedetta, un turibolo e la navicella porta incenso, un calice, una pisside e i sandali dell'Assunta. Questi preziosi arredi furono realizzati da cesellatori cagliaritani, come Salvatore Cosseddu e Giuseppe Lampis, e da maestri genovesi, a testimonianza del rilievo economico e dei collegamenti di Villagreca con le maestranze circostanti.

Interventi e Riscoperte Recenti

Dalla documentazione parrocchiale si risale ad altri lavori eseguiti nel 1965, con l'abbassamento del pavimento del sagrato, e nel 1974, principalmente interventi di manutenzione. Tra il 2003 e il 2005, si è reso necessario intervenire sulla pavimentazione, un'operazione che ha incontrato una grande contrarietà nella popolazione locale. Venne inserita la bussola all'ingresso per compensare gli sbalzi di temperatura. Grazie a un finanziamento del comune di Nuraminis, sono stati recentemente eseguiti lavori sul sagrato, sebbene non possano essere considerati definitivi data l'esiguità dei fondi stanziati.

Rappresentazione iconografica di San Vito

Il Culto di San Vito e le Origini di Villagreca

La dedicazione della chiesa a San Vito, un santo appartenente alla tradizione della Chiesa d'Oriente, solleva interrogativi sulle origini del paese. Non si dispone di documenti che attestino la presenza dell'abitato in epoca romana, né si può ipotizzare l'arrivo di una colonia di greci durante la dominazione spagnola, pratica non consentita agli stranieri. Tuttavia, in alcuni diplomi del 1337 si trova già il nome di Villagreca, il che implica un'esistenza del paese precedente all'arrivo degli Aragonesi. Il termine "villa" deriva dal latino, indicando un podere rustico di piccole dimensioni.

Armando Batzella, appassionato di storia locale, ipotizza che l'abitato sia stato fondato in un periodo imprecisato dell'VIII secolo D.C., durante le persecuzioni religiose di Leone l'Isaurico contro l'iconoclastia e i monaci. I monaci studiti, seguendo la regola di San Basilio, fondarono monasteri attorno ai quali si svilupparono piccoli agglomerati, uno dei quali prese il nome di "villa dei greci", da cui Villagreca. Le prime attestazioni sicure sono successive al XIII secolo, quando la villa apparteneva al Giudicato di Cagliari e alla curatoria di Nuraminis, prima della conquista aragonese. I monaci diffusero culti e pratiche greche, come dimostrato da targhe votive in greco in chiese di Nuraminis, Villasor, Donori e Assemini. Tali pratiche, sebbene soppiantate dalla Chiesa di Roma altrove, rimasero in uso a Villagreca. Il patrono dell'agglomerato è San Vito, mentre la vecchia chiesa, oggi cimitero, era intitolata a San Costantino. Il culto di San Costantino, mai canonizzato dalla Chiesa cattolica, è ancora vivo a Villagreca, a dimostrazione del forte legame con la chiesa di Bisanzio, come testimoniano anche una località e un ruscello chiamati "San Costantino" o "Su riu de Santu Antini".

Ulteriori elementi a supporto di questa tesi sono la località "Su cungiau de is paras" (l'enclave dei monaci), circondata da ulivi, e la presenza di ulivi millenari chiamati "oliva di Smirne" (oggi distrutti da un incendio doloso). Questi indizi suggeriscono che i culti trasmessi da tali monaci fossero ben radicati e siano ancora presenti nella popolazione, come testimoniato dall'usanza pasquale di offrire pane di semola con decorazioni e uova incastonate, una pratica ancora diffusa in Grecia.

La Leggenda di San Vito e le Sepolture nella Chiesa

Il culto di San Vito si diffuse in tutta Europa, in particolare nel Medioevo, non solo per la sua giovane età (tra i dodici e i diciassette anni), ma anche per le sue capacità di guaritore da epilessia, corea (da cui il "ballo di San Vito"), insonnia, catalessi e possessione demoniaca. Divenne anche il protettore di calderai, ramai e bottai, a seguito della notizia che il santo fosse stato immerso in un calderone di pece bollente, da cui ne uscì illeso. La tradizione narra che, dopo la fuga da Mazara del Vallo con la nutrice Crescenza e il pedagogo Modesto, giunse nel Cilento e poi in Lucania, compiendo prodigi. Arrestato e condotto da Diocleziano, guarì il figlio dell'imperatore dall'epilessia, ma si rifiutò di compiere sacrifici agli dèi. Dopo ulteriori torture e leggendari eventi (leoni resi obbedienti, terremoto, liberazione da angeli), morì in Lucania a causa delle torture subite.

Nel 2002, in seguito a un restauro della pavimentazione della chiesa, sono state trovate sepolture e strutture murarie analizzate tramite un'indagine archeologica. L'uso delle sepolture interne alle chiese era diffuso nel XVII secolo e, dopo il Concilio di Trento e i provvedimenti della Controriforma, era permesso a patto che non avvenisse ai piedi dell'altare e prevedeva il versamento di denaro alla parrocchia. Lo spazio limitato portò ad ammassare le salme una sull'altra, senza casse e avvolte in un sudario. I corpi ritrovati nella chiesa di San Vito sono accompagnati da medaglie votive, croci e grani di rosario. Questi scavi archeologici hanno permesso di ricostruire una parte della storia di Villagreca.

Tra il XIV e il XVI secolo, carestie ed epidemie (come la peste del 1348) causarono una contrazione demografica e lo spopolamento di molti centri abitati. Si ipotizza che il primo insediamento si trovasse a 1 km dall'attuale, nei pressi della chiesa bizantina di San Costantino, e sia stato rifondato nella posizione odierna nella seconda metà del XVI secolo. La navata, edificata su roccia friabile, e gli spazi funerari si ipotizza siano stati realizzati nella prima metà del Seicento, epoca in cui furono compilati i "Quinque libri" nella sezione "Los Muertos" (1643-1853), da cui si apprende che i defunti venivano seppelliti sia all'interno che all'esterno della chiesa. Del cimitero esterno, purtroppo, non rimane traccia. Solo dalla seconda metà del XVIII secolo fu utilizzato il cimitero nell'area dell'antica chiesa di San Costantino, nonostante il divieto dell'Editto di Saint Cloud emanato da Napoleone agli inizi dell'Ottocento. Il pavimento potrebbe essere stato realizzato con blocchi di calcare prelevati dall'antica chiesa di San Costantino, una pratica comune in passato per riutilizzare materiali da edifici in rovina. Nella chiesa di San Vito si continuò a seppellire i morti fino al 1850, dopodiché si consolidò l'uso del cimitero nell'area dell'antica chiesa di San Costantino.

L'Adeguamento Liturgico e l'Architettura Religiosa Contemporanea

Le chiese, e gli edifici di culto in generale, sono degli oggetti anomali nella storia dell'architettura moderna e contemporanea. L'adeguamento liturgico delle cattedrali e delle chiese è un atto ecclesiale e culturale, che può rappresentare una preziosa occasione di coinvolgimento dell'intera comunità diocesana nell'elaborazione di un piano pastorale condiviso. Questo processo non è legato solamente all'adeguamento architettonico ma va a toccare i momenti importanti della vita della comunità, riappropriandosi del significato delle azioni e dei gesti, affinché la Cattedrale si raccordi con la città e con tutte le sue espressioni culturali. Il coinvolgimento della comunità è necessario affinché il cammino sia il più sinodale possibile, coinvolgendo consigli presbiteriali, consigli della cattedrale, capitoli di canonici e uffici per la pastorale giovanile.

Un esempio di architettura religiosa contemporanea che può essere descritto partendo dalla simbologia cattolica è la Chiesa della Beata Restituta, recentemente completata da Atelier Štěpán a Brno, in Cecoslovacchia. L'elemento più sorprendente di questa chiesa è la vetrata continua e multicolore sulla quale è sospesa la copertura, un dispositivo che il progettista Marek Štěpán descrive con la metafora del "paradiso sospeso sopra Lesná".

Nel contesto dell'adeguamento liturgico, anche il Duomo di Cremona ha visto una serie di interventi in tre fasi a partire dalla fine degli anni Sessanta del '900. La Cattedrale, che funge anche da sede parrocchiale, è parte di un'Unità Pastorale. Storicamente, i lavori secenteschi della cripta trasformarono la zona presbiterale in due livelli differenti: uno più orientale e alto per il Vescovo e il Capitolo, e un secondo livello intermedio, detto piazzetta senatoria o piazza dei laici, destinato alle autorità, creando una netta separazione tra area dei celebranti e zona del popolo. Negli anni '30 del Settecento, Giovan Battista Zaist realizzò il nuovo altare maggiore barocco, integrando la mensa cinquecentesca.

In una prima fase, fino alla metà degli anni '90, i poli liturgici del Duomo di Cremona furono collocati al piano del presbiterio antico, con un altare rivolto al popolo e un leggio in legno come ambone. Una seconda fase, nella seconda metà degli anni '90, ha visto l'allargamento del presbiterio alla piazzetta senatoria, con una nuova cattedra sul livello superiore e un altare mobile e ambone in legno sulla piazzetta. La fase attuale, studiata dall'architetto Tino Grisi, ha eliminato la predella rettangolare, elevando l'altare su tre gradini nella piazzetta senatoria e collocando il leggio ligneo su una tribuna aggettante verso la navata. La sede mobile del presidente non vescovo è stata posta sul lato destro della piazzetta, sebbene la sua collocazione attuale sia considerata non soddisfacente.

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