L'incontro è fissato nella cappella della casa di reclusione di Sulmona, dove sono detenute 450 persone in regime di alta sicurezza. Qui incontriamo Domenico Pace, uno dei componenti del commando mafioso che il 21 settembre 1990 uccise il giudice Rosario Livatino, magistrato di 38 anni del Tribunale di Agrigento, proclamato beato da Papa Francesco nel 2021.
Livatino fu ammazzato “in odium fidei”: l'avversione mafiosa era diretta all'esercizio della giustizia da parte di Livatino, collegato alla pratica della fede cristiana. I capi della Stidda, l'organizzazione rivale di Cosa Nostra, che avevano commissionato l'omicidio, lo definivano un "santocchio", un "personaggio che va in chiesa a pregare" e lo insultavano proprio per la sua fede e la sua pratica religiosa.
Al momento dell'omicidio, il magistrato aveva 38 anni, mentre Pace ne aveva 23. Condannato all'ergastolo, Pace è in carcere dal 1990. Ha accettato di parlare del percorso intrapreso durante la detenzione, con un certo pudore, visibilmente teso, con la voce a tratti flebile e incrinata dalla commozione.

Il Percorso di Redenzione di Domenico Pace
I primi 14 anni di carcere li ha trascorsi in regime di 41bis: "Un'esistenza blindata, giornate senza storia, tanti divieti, nessuna attività, nessun pensiero positivo. Rapporti tesi con gli agenti di polizia penitenziaria, contestazioni, provvedimenti disciplinari. Un colloquio al mese, mia madre piangeva dietro il vetro perché non poteva neppure stringermi le mani, quando rientravo in cella mi sentivo all'inferno."
Ciò che lo ha salvato in quel periodo, racconta Pace, è stato "l'innato spirito di sopravvivenza che ogni uomo possiede. Non volevo soccombere, non riconoscevo la mia colpa, vivevo chiuso in me stesso di fronte a una situazione senza via di uscita. Carcere a vita, morte in vita."
Nel 2006, il trasferimento al carcere di Sulmona ha segnato l'inizio di un nuovo cammino, che include la progressiva consapevolezza del male procurato e la rivisitazione di un passato segnato da eventi difficili: l'infanzia trascorsa pascolando greggi e vendendo latte per poi andare a scuola, il conflitto con il padre, la frequentazione di cattive compagnie e l'ingresso nel mondo della malavita.
Il lavoro di revisione critica sulla sua vita è stato arduo, ma nel tempo il muro che si era costruito intorno ha iniziato a sgretolarsi: "Si è aperto un cancello, poi un altro e un altro ancora. Ho accettato di collaborare con gli operatori, ho smesso di lottare contro gli agenti di polizia penitenziaria e ho cominciato a lottare contro le mie resistenze. Ho fatto di tutto per mettermi in gioco: lavorante di sezione, portavitto, corsi di ceramica e di pittura, allevamento delle api, piccole lavorazioni artigianali, il laboratorio teatrale, la condivisione di progetti di beneficenza con la Caritas."
Dopo il diploma di terza media, ha frequentato con successo l'istituto di agraria e ora è iscritto al secondo anno del corso di laurea in Scienze e Culture gastronomiche per la sostenibilità presso il Polo universitario aperto nel carcere di Sulmona, frequentato da 41 detenuti.

La Fede come Faro nella Detenzione
La lunga detenzione, giunta al trentaquattresimo anno, è diventata l'occasione per riscoprire l'intimità di un rapporto con Dio. Pace ricorda con gratitudine padre Agostino, cappellano a Sulmona fino al 2022, descrivendolo come "una persona mite e umile che ascoltava sofferenze e sfoghi, davanti al quale potevamo aprire il cuore."
Oltre al sostegno spirituale, Pace ha ricevuto aiuto da educatori, familiari e da una "vecchia fiamma di gioventù" che gli ha fatto riscoprire la gioia di amare ed essere amato. Tuttavia, l'aiuto più significativo è venuto e continua a venire dall'uomo che ha ucciso: il giudice Rosario Livatino.
"Lo avverto presente, ricorre spesso nei miei sogni, mi ammonisce quando sbaglio e mi rincuora nei momenti di sconforto, mi incoraggia a proseguire sulla strada che ho intrapreso, a coltivare la speranza, a diventare un uomo migliore," racconta Pace. "L’esistenza lentamente ha cominciato a rifiorire. Lo so, sembra un paradosso, ma il cambiamento che sta avvenendo nella mia vita è legato al rapporto che sento di avere con lui."
Pace menziona anche la visita di padre Mauro Lepori, abate generale dei cistercensi, che ha affermato che tutti siamo amati da Dio più di quanto sbagliamo e che per chi ha sbagliato c'è la possibilità del perdono. Nonostante ciò, Pace ammette: "Ho chiesto pubblicamente perdono per gli orrori compiuti, ma ancora non riesco ad accettare che io possa essere perdonato: il male che ho fatto pesa come un macigno. Non so, non so… questo ultimo cancello nel mio cuore rimane ancora chiuso…"
Dramma del mondo, Speranza e indifferenza della società di oggi
Rosario Livatino: La Vita di un Martire della Giustizia e della Fede
Rosario Livatino nacque a Canicattì nel 1952. Figlio di Vincenzo Livatino, impiegato dell'esattoria comunale, e di Rosalia Corbo. Dopo la maturità presso il liceo classico Ugo Foscolo, dove si impegnò nell'Azione Cattolica, nel 1971 si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza di Palermo, laureandosi nel 1975.
Nel 1979 divenne sostituto procuratore presso il tribunale di Agrigento, incarico che ricoprì fino al 1989, quando assunse il ruolo di giudice a latere. Come sostituto procuratore si occupò fin dagli anni ottanta di indagare non solo su fatti di criminalità mafiosa, ma anche su tangenti e corruzione.
La sua carriera fu segnata da un profondo rigore morale e da una dedizione incrollabile alla giustizia. Non cercava la ribalta mediatica, preferendo una condotta riservatissima, incentrata sulla vita familiare, la fede cristiana e valori etici che trasferiva con coerenza nel lavoro.
La sua visione etica della professione era improntata all'etica del dovere e alla consapevolezza del peso della responsabilità di chi giudica, con rispetto anche per l'accusato. Livatino credeva che il rendere giustizia fosse una forma di realizzazione di sé, una preghiera, una dedizione a Dio.

L'Omicidio di Rosario Livatino
La mattina del 21 settembre 1990, Rosario Livatino, all'epoca 38enne, si recava al lavoro da Canicattì ad Agrigento a bordo della sua Ford Fiesta rossa, senza scorta. A circa 4 km da Agrigento, la sua auto fu affiancata da un'altra vettura e una moto, da cui partirono numerosi colpi di arma da fuoco. La Ford Fiesta sbandò e si fermò contro il guardrail.
Livatino, ancora illeso, tentò la fuga verso i campi, ma dopo un breve inseguimento fu raggiunto dai killer e freddato di spalle. Aveva 37 anni ed era magistrato da 11 anni.
Le indagini sull'omicidio procedettero rapidamente grazie alla testimonianza di Piero Nava, un agente di commercio che assistette all'omicidio. Le sue dichiarazioni portarono all'arresto, il 7 ottobre 1990, di due giovani di 23 anni, Paolo Amico e Domenico Pace, individuati come appartenenti alla Stidda di Palma di Montechiaro.
La collaborazione di Gioacchino Schembri, un altro esponente della Stidda, permise l'avvio di un nuovo processo che portò all'arresto degli altri membri del gruppo di fuoco: Gaetano Puzzangaro, Giovanni Avarello e Giuseppe Croce Benvenuto. I primi due furono condannati all'ergastolo.
Successivamente, le dichiarazioni di Benvenuto e di un altro "pentito", Giovanni Calafato, indicarono i mandanti dell'omicidio nei capi della Stidda di Canicattì e Palma: Antonio Gallea, Salvatore Calafato, Salvatore Parla e Giuseppe Montanti. Al termine del processo di primo grado, Gallea fu condannato all'ergastolo, mentre Calafato a 24 anni. Parla e Montanti furono assolti, ma entrambi furono poi condannati all'ergastolo in appello.

La Beatificazione e l'Eredità di Livatino
Il 9 maggio 1993, Giovanni Paolo II, durante il suo discorso dalla Valle dei Templi di Agrigento, definì Rosario Livatino un "martire della giustizia e indirettamente della fede". Nello stesso anno, il vescovo di Agrigento Carmelo Ferraro diede mandato di avviare la raccolta delle testimonianze per la causa di beatificazione.
Il 19 luglio 2011 fu firmato il decreto per l'avvio del processo diocesano di beatificazione, che si aprì ufficialmente il 21 settembre successivo. 45 persone testimoniarono sulla vita e la santità del giudice Livatino, tra cui Gaetano Puzzangaro, uno dei killer.
Papa Francesco, il 21 dicembre 2020, autorizzò la Congregazione alla promulgazione del decreto riguardante il martirio, aprendo la strada alla beatificazione, avvenuta il 9 maggio 2021 nella Cattedrale di Agrigento.
Livatino è stato proclamato beato dalla Chiesa in virtù della sua fede e dell'abnegazione con cui si occupò di indagini e processi contro la criminalità organizzata. La sua figura è ricordata nel film "Il giudice ragazzino" (1994) e nel libro omonimo di Nando dalla Chiesa (1992). Nel 2016 è stato prodotto il documentario "Il giudice di Canicattì - Rosario Livatino, il coraggio e la tenacia".
Tra i suoi scritti, emerge la frase "Sub Tutela Dei" (Nelle mani di Dio), un'invocazione che accompagnava la sua vita e il suo impegno. La sua eredità vive attraverso le numerose iniziative a lui dedicate, tra cui i Presidi di Libera che portano il suo nome e la Casa della Memoria di Canicattì.
