L'Ammonizione Fraterna nel Vangelo di Matteo (Mt 18,15-20)
Contesto e Rilevanza del Brano Evangelico
La persona che ci è accanto non è il nostro nemico acerrimo. Il brano evangelico di Matteo 18,15-20, spesso definito "discorso ecclesiale" o "comunitario", ci offre due fili tematici principali: l'ammonizione fraterna e la certezza della presenza del Signore nella sua comunità. Questi sono pilastri fondamentali per la costruzione di ogni realtà cristiana, dalla famiglia alla comunità parrocchiale e religiosa, dove il Risorto si rende presente e dona la forza del suo Spirito.
Per meglio comprendere la pericope è bene vedere il contesto prossimo del brano, ambientato in Galilea. Ci troviamo dopo la narrazione della trasfigurazione (Mt 17,1-13) e della guarigione del ragazzo epilettico (Mt 17,14-21). Gesù ha annunciato per la seconda volta la sua Pasqua (Mt 17,22-23) e, nei pressi di Cafarnao, per mano di Pietro, ha versato la tassa per il tempio (Mt 17,24-27). Nonostante questi eventi e gli insegnamenti di Gesù, il cuore degli apostoli persisteva nel pensare "secondo gli uomini e non secondo Dio" (Mt 16,23), chiedendosi in cosa consistesse la grandezza nel Regno che Cristo è venuto ad instaurare (Mt 18,1-4).
La pericope immediatamente precedente (Mt 18,12-14) ci aiuta a comprendere l'insegnamento odierno: "Se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella smarrita?" (Mt 18,12). Cristo è quell'uomo venuto a raccogliere i dispersi, disposto a mettere a repentaglio la sua vita per ritrovare la pecora perduta e rallegrarsi per essa più che per le novantanove che non si erano smarrite (Mt 18,13). L'insegnamento che ne deriva - "Così è volontà del Padre che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda" (Mt 18,14) - è la chiave per comprendere la parola di Gesù.
La Dinamica della Correzione Fraterna: Passi e Motivazioni
La correzione fraterna rappresenta il perpetuarsi nella comunità della dinamica vissuta da Gesù durante la sua vita terrena. I discepoli sono chiamati a seguire Cristo, attuando il suo stesso comportamento - "Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù" (Fil 2,5) - e divenendo garanti della vita e della salvezza dei fratelli. L'ammonizione al fratello che è nell'errore non è un'azione a sé stante, ma si modella sulla prassi di Gesù e sulla compassione del suo Cuore misericordioso.
Il "come comportarsi dinanzi alla colpa commessa dal fratello" è uno dei tasti dolenti nella sequela di Cristo, insieme al perdono fraterno (Mt 18,21-35). Non si può far finta di non vedere gli errori propri e altrui, pena la non autenticità delle relazioni e il non conseguimento della perfezione della carità alla quale il Maestro ci chiama. È necessario intervenire nella colpa dell'altro, ma il vero problema è come correggere senza ledere la carità e conservare la verità.
Il Concetto di Peccato e la Necessità del Discernimento
Il primo dato che emerge dalla lettura di Mt 18,15-20 è il concetto di peccato: "Se il tuo fratello commette un peccato contro di te" (Mt 18,15). Il peccato, secondo l'Antico Testamento, è un comportamento non solo contrario alla legge di Dio, ma contrario a Dio stesso, perché non costituisce il vero bene per l'uomo. È come una freccia che non raggiunge il bersaglio o un miraggio nel deserto: c'è il desiderio di un bene, ma si concretizza nel non raggiungimento del fine vero.
Per non fallire, l'uomo della Scrittura deve seguire quanto il Signore prescrive nella Legge e attuare l'arte del discernimento. Non siamo noi a decidere cosa è o non è peccato, poiché nella determinazione della colpa c'è una dimensione oggettiva da non misconoscere. Siamo chiamati ad intervenire non quando il comportamento dell'altro lede il nostro egoismo, ma quando il fratello o la sorella non raggiunge il suo bene, accontentandosi del poco che il suo amor proprio pretende. Il motivo dominante della correzione fraterna è il bene secondo Dio, non un criterio soggettivo.
Nella correzione, dobbiamo guardare la persona con gli occhi di Dio, scorgere sempre il bene e aiutare a proseguire il cammino, infondendo coraggio e intervenendo con prudenza e delicatezza, sempre dimostrando che le situazioni da rivedere sono mosse da vero amore, non da egoismo, invidia o strumentalizzazione.

I Gradi della Correzione
Il Vangelo di Matteo espone i tre gradi della correzione fraterna, un processo ispirato a gradualità, discrezione, rispetto e fermezza:
- Correzione personale: "va' e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello". Se il fratello ascolta e si ravvede, il problema è risolto senza l'imbarazzante coinvolgimento di terzi.
- Con testimoni: "se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni". Questo garantisce il diritto dell'accusato e permette a più testimoni di attestare la "parola" proferita.
- Coinvolgimento della comunità: "Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano". L'ultima istanza è l'assemblea ecclesiale.
L'elemento decisivo e discriminante della correzione, a qualsiasi livello, è la capacità di ascolto. Se anche l'ultima istanza incontra il non-ascolto, allora il peccatore "sia per te come il pagano e il pubblicano" (Mt 18,17). Questa formula di esclusione accorda alla comunità il potere di "sciogliere e legare" - perdonare ed escludere, permettere e proibire - pur essendo la scomunica una extrema ratio.
La Correzione come Atto Profetico e di Responsabilità
La correzione, se ben attuata e perseguita sotto la luce di Dio, è un'azione profetica. Chi interviene lo fa in nome di Dio, senza interessi personali, e persegue il bene del fratello. Il verbo greco noutheteîn (Nuovo Testamento) indica il "porre la mente" sull'altro per aiutarlo a scoprire i suoi sbagli e a evitarli, un'attenzione amorosa. Il latino corrigere denota il "dirigere insieme", un carattere condiviso e relazionale. Ad-monere significa "far ricordare" ciò che si è dimenticato, riportare alla realtà chi se ne è allontanato.
"O figlio dell’uomo - è quanto ci è donato come Prima Lettura - io ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele. Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia" (Ez 33,7). Dobbiamo comprendere che ci è stata affidata la parola di Dio per l'altro e siamo garanti del suo cammino. Non possiamo eludere le nostre responsabilità, dicendo come Caino "Sono forse io il custode del mio fratello?" (Gen 4,9).
La correzione non è solo per il bene del fratello che la riceve, ma anche per il bene di colui che la esercita. "Non odierai il tuo fratello nel tuo cuore, ma correggerai apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato contro di lui" (Lv 19,17). Essa tende a far rientrare il fratello nella relazione dell'alleanza, riattivando il movimento dell'ascolto in un contesto di fiducia. La correzione deve avvenire come servizio di verità e di amore, frutto dello Spirito (Gal 6,1), rivolgendosi al peccatore non come a un nemico ma come a un fratello (2Ts 3,15).
Il Valore dell'Altro e la Costruzione della Fraternità
L'Altro Non è un Nemico: Il Concetto Biblico di Aiuto
La persona che ci è accanto non è il nostro nemico acerrimo. "Non è bene che l'uomo sia solo" (Genesi 2,18). L'uomo ha compreso da millenni che l'altro non è un ostacolo, ma un aiuto. Nella Bibbia, il termine "aiuto" ha quasi sempre Dio come soggetto, è lui che aiuta l'uomo. La prima volta lo si trova proprio nel racconto della creazione per parlare della relazione tra due persone. Sapere che c'è qualcuno su cui poter contare ci fa camminare più sicuri; sapere che qualcuno fa il tifo per noi ci fa sentire invincibili.
Fratello non è solo chi è legato a noi da vincoli di sangue, ma chi appartiene a noi, alla nostra storia; chi ci conosce e ci ama; chi ha ascoltato le nostre "paranoie" e ha riso alle nostre battute; chi ci ha chiamato per sapere come era andato un esame e chi ci ha convinto che sicuramente l'avremmo superato. È quel qualcuno creato "per noi" e noi "per lui". Un fratello rimane fratello anche quando ci tradisce; l'altro rimane aiuto, creato per noi, anche quando ci fa del male.
La Sfida del Perdono e del "Disarmare"
Nella finzione, come nella saga di Harry Potter, si parla di "maledizioni senza perdono" (Imperius, Cruciatus, Avada Kedavra) che arrivano solo dai nemici. Opporsi a loro è difficilissimo, richiedendo un potere straordinario. Il Vangelo propone un'altra possibilità: "Expelliarmus", ovvero disarmare l'altro, perdonare! Invece di riscagliare un incantesimo più potente, si può semplicemente disarmare l'altro, incontrandolo come fratello.
La consuetudine cristiana della correzione fraterna ha le sue radici nel Vangelo ed è un mezzo importantissimo per raggiungere la santità. La necessità della correzione è universale, poiché a ognuno è difficile riconoscere i propri errori. Prima di correggere, bisogna saper perdonare qualunque offesa. Subito dopo il passaggio della correzione, Pietro chiede a Gesù quante volte deve perdonare suo fratello quando questi sbaglia con lui, e Gesù risponde "fino a settanta volte sette".
La correzione fraterna è "davvero buona" e per accettarla è necessario avere un atteggiamento umile e ben disposto. Solo chi è disposto ad accettare la correzione e a correggere i propri comportamenti saprà come e quando è il momento di fare una correzione. L'affetto è importante per l'efficacia della correzione: quando le persone si preoccupano veramente per gli altri, la correzione fraterna diventa relativamente facile e verrà ben accolta, perché chi la riceve sentirà che il vero motivo è di carità.
The Chosen | IL PERDONO
Essere Custodi dei Nostri Fratelli
Il Significato Biblico del "Custodire"
La riflessione sull'essere custodi ci chiede di verificare dentro di noi, nelle nostre scelte, nei nostri desideri e nelle nostre azioni concrete, quali sono le persone o le cose veramente importanti per noi. Il nostro Papa continua a dirci che "Anche oggi risuona con forza la voce del Signore che chiama ognuno di noi a prendersi cura dell'altro. Anche oggi Dio ci chiede di essere «custodi» dei nostri fratelli (cfr Gen 4,9), di instaurare relazioni caratterizzate da premura reciproca, da attenzione al bene dell'altro e a tutto il suo bene."
Nella Bibbia, "custodire" e "custode" vengono usati sia in riferimento a Dio sia alla persona o al popolo, rivelando l'atteggiamento di Dio che custodisce. Nei versi di Deuteronomio 32,9-11 si legge: "Perché porzione del Signore è il suo popolo... Lo circondò, lo allevò, lo custodì come pupilla del suo occhio." Qui, il custodire si identifica con il prendersi cura con tutte le sfumature e le attenzioni che questo comporta: circondare, allevare, prendere, sollevare.
Un altro brano (Sal 97,10) afferma: "Odiate il male, voi che amate il Signore: lui che custodisce la vita dei suoi fedeli li strapperà dalle mani degli empi". Qui il Signore è il custode della vita, il difensore, il protettore di coloro che si affidano a Lui. Il Signore custodisce il suo popolo, lo protegge, lo guida, lo difende, lo cura perché lo sente come appartenente a sé stesso: "Tu sei il mio popolo. Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni." (Isaia). E in Osea 11,8: "Come potrei abbandonarti, Efraim, come consegnarti ad altri, Israele? Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione."
Per Dio la persona umana ha un valore unico; Dio ama ogni persona di "amore eterno", un amore che si è reso visibile nell’Incarnazione del Verbo che si è fatto carne e che ha donato tutto sé stesso per ogni essere umano sulla croce. L'atteggiamento del "custodire" implica quindi un elemento fondamentale che sperimentiamo nella nostra umanità, cioè dare valore. Si custodisce ciò a cui si dà valore, ciò che è importante per noi.
Lo Sguardo di Dio e la Dignità di Ogni Persona
Essere custodi ci richiede anzitutto uno sguardo che sappia vedere la realtà, le persone, con gli occhi di Dio, con il Suo sguardo d’amore e di misericordia. Dobbiamo guardare noi stessi con lo stesso sguardo di amore e di preziosità, come il salmista: "Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate, che cosa è l'uomo perché te ne ricordi e il figlio dell'uomo perché te ne curi?" (Sal 8). Essere custodi è anche prendere coscienza della dignità di ogni persona e dei tanti doni che abbiamo e che non sappiamo valorizzare. Saper CUSTODIRE è quindi assumere atteggiamenti e fare scelte che non ci fanno perdere i valori più importanti della nostra vita. Dobbiamo sentire la responsabilità del fratello, come ci mostrano i brani del buon samaritano (Lc 10,30-32) e del ricco epulone e del povero Lazzaro (Lc 16,19-31).

La Preghiera e la Comunicazione nella Fraternità
La Preghiera Come Incontro con Dio e Superamento dei Conflitti
I versetti 19-20 del Vangelo di Matteo dicono che vi è qualcosa che si può e si deve sempre fare anche quando ogni tentativo di correzione è fallito: la preghiera comune. O meglio, si tratta di accordarsi (verbo symphonéo) per pregare insieme per qualsiasi conflitto, trovando nel nome del Signore il punto di superamento delle tensioni e il luogo in cui è ancora possibile radunarsi (verbo synághein). Il primato è accordato al piano relazionale del ritrovare armonia. La preghiera è l'incontro della sete di Dio con la nostra sete; il Dio vivo e vero chiama incessantemente ogni persona al misterioso incontro della preghiera.
La Comunicazione Umana e la Costruzione della Comunione
Papa Francesco dice che la comunicazione umana è la modalità essenziale per vivere la comunione. Uno psicanalista afferma: "il prossimo è colui sul quale posso posare la mano", forse perché il primo messaggio, la prima comunicazione è dire: "Sono con te". Un'esperienza comunitaria non è data dal numero delle persone che la compongono, ma se esiste prima di tutto una relazione con le persone vicine, e le relazioni partono sempre dalla comunicazione. Se la nostra comunione è in crisi, è perché è in crisi la comunicazione, perché comunicare ci rende molto più vicini. Quando smettiamo di parlare con qualcuno, significa che tagliamo la comunione con lui.
Le azioni che costruiscono fraternità sono un tema di profonda ampiezza. Abbiamo sentito che c'è una grande folla che segue Gesù e, a un certo punto, la fame bussa alle porte. Gli apostoli si chiedono dove andare a comprare il pane per tutta questa gente, mostrando una saggezza umana molto realistica. Tuttavia, un ragazzo ha un po' di cibo, e la domanda è: per tutta questa gente cosa può essere? Questo ci dice di cominciare da noi, di mettere la nostra parte, per quanto poco sia. Qua è assolutamente evidente la sproporzione che c'è tra quanto ci mette l'uomo di suo e ciò che compie Dio, partendo da quel poco.
Questo brano del Vangelo ci invita a metterci in gioco sempre, senza attendere di avere chissà quali risorse materiali, capacità intellettuali o idee geniali. "Date loro voi stessi da mangiare": questo è l'invito a diventare sacramenti, segni di comunione; è qui che c'è l'invito a diventare costruttori di Fraternità. Gesù spinge i discepoli all'incontro, a non fuggire, ma a far diventare quell'allungare le mani piene di pane un modo per incontrare lo sguardo dell'altro, il suo bisogno concreto. Questa forse è quella che possiamo chiamare la vita eucaristica, cioè mettere se stessi nel dono. È qui che la condivisione costruisce fraternità.
Costruire relazioni fraterne è il modo affidato ai francescani secolari di incarnare il Vangelo. L'identità espressa nella Regola e nelle Costituzioni è la chiamata a vivere il Vangelo in comunione fraterna. Non basta esserci in fraternità per dire di essere in comunione. Le relazioni sono la parte più significativa della nostra vita. Non capiamo niente di noi stessi se ci rivolgiamo soltanto a noi stessi; capiamo qualcosa di noi quando ci mettiamo in gioco in una relazione.
Cinque Punti per una Comunicazione Autentica nella Fraternità
1. Consegnare Se Stessi
Si entra davvero in relazione con una persona quando si trova il coraggio di consegnare sé stessi, la propria storia, e soprattutto, la propria miseria. Spesso non si trova questo coraggio per paura che l'altro usi la nostra debolezza per farci del male o per giudicarci.
2. Rinunciare al Giudizio
Uno degli effetti più negativi del male è che ci fa vedere le cose come le guarda chi accusa. Abbiamo spesso un giudizio sia contro di noi sia inevitabilmente contro gli altri. Finché non spezziamo questo "dito che accusa", non si riesce a entrare in una relazione vera con l'altro, perché non abbiamo il diritto né di giudicare né di giudicarci.
3. Ascoltare con Silenzio
L'ascolto è una delle cose più difficili. Nasce dal fatto che permettiamo all'altro di parlare ed esprimersi, gli si dà la parola. L'ascolto è fatto di silenzio: non è necessario dare sempre risposte o consigli. Una persona trova sollievo anche solo nel consegnarci la sua vita, nel poter raccontare a qualcuno.
4. Scegliere le Parole con Cura
Dovremmo imparare a scegliere con cura le parole. Spesso diciamo parole orribili alle persone a cui vogliamo bene, magari senza neanche pensarle, ma in quel momento ci vengono da dirle. Questo è un problema comune: ci piace parlare, ma non decidiamo mai le parole con attenzione.
5. Prendere Decisioni
Consegnare se stessi, rinunciare al giudizio, ascoltare, scegliere le parole e prendere decisioni: questi sono cinque punti che possono cambiare la qualità della nostra comunicazione e aiutarci a creare comunione. La nostra più grande chiamata è all'amore, e Cristo ha vissuto proprio questo: ha consegnato se stesso, ha rinunciato al giudizio, ha ascoltato, ha scelto le parole e ha preso decisioni.
Umiltà e Discernimento nel Cammino di Fede
Riconoscere i Propri Errori e Accogliere la Correzione
L'azione educativa non è semplice, né per chi la attua né per chi la riceve. Soprattutto nella correzione, colui che è incappato nella colpa non sempre è consapevole del suo errore o vuole diventarne consapevole. L'intervento di ammonimento si scontra spesso con il cammino di consapevolezza che il fratello non riesce ad attuare, perché non è semplice riconoscere il proprio errore e farne ammenda. Insegna san Francesco d’Assisi: "Beato il servo che è disposto a sopportare così pazientemente da un altro la correzione, l’accusa e il rimprovero, come se li facesse da sé" (Ammonizione XXII,1: FF 172). Solo nella fede si vede nell'altro Dio che ci chiama a conversione, anche se la verità proposta è scomoda da guardare in faccia.
Nella correzione siamo chiamati a gettare le false maschere, a comparire dinanzi a Dio e all'altro così come siamo, senza edulcorazioni e mistificazioni. Dobbiamo rispecchiarci nelle parole che ci vengono donate e rientrare in noi stessi, per attuare quel cammino di introspezione che rappresenta il passaggio obbligato per verificare la parola della persona che ci ama e ricerca il nostro vero bene e discernere il bene che ci è proposto. Accogliere la correzione è un cammino di verità che ci rende maturi, ci spinge a guardarci in profondità, a scandagliare le nostre intenzioni, a rivedere i comportamenti attuati, aprendosi a un eventuale confronto che è segno della volontà di comprendere ciò che l'altro propone. È da immaturi fare la parte delle vittime; persistere nel risentirsi non aiuta il rapporto a crescere e non conduce a un serio esame di quanto ci portiamo nel cuore.
L'Insegnamento di Gesù sulla Volontà del Padre
A volte chiamiamo buoni quelli che ostentano bontà, ma non conoscono il grande dono, frutto di un'intensa disciplina interiore, che è la scala verso la santità. Gesù stesso si trovava a parlare di fronte a folle che ripetevano i nostri stessi sbagli e giudizi, come nella parabola dei due figli (Mt 21,28-32): il primo dice "Non ne ho voglia" ma poi si pente e va, il secondo dice "Sì, Signore" ma non va. "Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?" Risposero: "Il primo". E Gesù disse loro: "In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel Regno di Dio".
Non è sempre detto che quello che noi proponiamo o pretendiamo sia il vero bene, quello che il Signore richiede. Non si può far finta di nulla dinanzi a una situazione sbagliata o ingiusta, ma è necessario intervenire con determinazione e amore, a seconda della gravità del fatto osservato. "Ogni qual volta una persona non raggiunge il fine che nel progetto di Dio deve conseguire, cade nel peccato perché viene meno al suo autentico bene."
Mai dobbiamo dimenticare ciò che ci ha ricordato Papa Francesco: "Tutti siamo peccatori e bisognosi del perdono del Signore". È lo Spirito Santo che parla al nostro spirito e ci fa riconoscere le nostre colpe alla luce della parola di Gesù. Con San Paolo meditiamo per vivere: "Fratelli, se c'è qualche consolazione in Cristo, se c'è conforto derivante dalla carità, se c'è qualche comunanza di spirito, se ci sono sentimenti di amore e compassione, rendete piena la mia gioia con l'unione dei vostri spiriti e con la stessa carità" (Fil 2,1-2).