Cosa Significa Essere Eremita: Un Ritiro Abitato dalla Preghiera
La parola "eremita" deriva dal latino "eremus", che significa "deserto". Essa designa, originariamente, la persona che si ritirava nel deserto per viverci offrendosi a Dio nella preghiera, nel silenzio e nella solitudine. Questo è considerato il primo tipo di vita consacrata maschile nella Chiesa.
La percezione comune dell'eremita è spesso legata a un'immagine di isolamento totale, ma la realtà è più complessa. Come spiega don Raffaele Busnelli, un eremita moderno: «Se mi sento mai solo? No, non ho motivi per sentirmi solo. La mia solitudine è abitata dalla preghiera». Questa affermazione racchiude l'essenza dell'essere eremita, una condizione in cui la preghiera riempie ogni spazio, trasformando la solitudine in un luogo di incontro con il divino.

La Vocazione nella Vocazione: Il Percorso verso la Vita Eremitica
La scelta della vita eremitica non è solitamente una fuga, bensì una profonda vocazione interiore. Don Raffaele racconta la sua esperienza: «Come sacerdote della diocesi di Milano, ho lavorato tredici anni in parrocchia, prima a Cologno Monzese e negli ultimi tre anni a Treviglio. Stavo bene, facevo tante cose, ma sentivo in me sempre più forte il bisogno di silenzio, di dedicare uno spazio sempre maggiore alla preghiera. Iniziai a pensare alla vita eremitica ma il pericolo che percepivo, e che in effetti è sempre presente in chi ipotizza questa scelta, è quella di una fuga. Io però sentivo sempre più forte questa “vocazione nella vocazione”».
Il discernimento è un passo fondamentale. Don Raffaele aprì il suo cuore con il cardinale Martini, il quale aveva anche scritto delle regole per questo tipo di discernimento. Ricordando l'incontro, don Raffaele menziona che il cardinale, dopo aver sentito delle numerose attività svolte in parrocchia, comprese che non si trattava di una fuga, ma di un desiderio autentico.
La Vita di un Eremita Moderno: Equilibrio tra Solitudine e Accoglienza
Una dozzina di anni fa, don Raffaele si mise alla ricerca di un posto dove incontrare il silenzio, approdando sulle montagne della Val Varrone, a 40 chilometri da Lecco. Ha costruito il suo eremo sistemando alcune stalle donate da persone del posto. Lì vive da sei anni.
La vita dell'eremita moderno può apparire paradossale: «Fuori dal mondo, almeno logisticamente, ma nel mondo». Don Raffaele ha installato il collegamento internet per risolvere pratiche comunali, ma lo usa anche per studiare e scambiare esperienze. Inoltre, l'eremita moderno non corrisponde necessariamente all'immaginario comune di una persona anziana, barbuta, denutrita che vive in una grotta. Don Raffaele provvede ai suoi animali, fa piccoli lavori di falegnameria e realizza icone per mantenersi. Accoglie chiunque lo cerchi, avendo persino ricavato una stanzetta per chi desiderasse fermarsi per la notte. Tuttavia, dalle 17:00 fino alle 7:00 del mattino successivo, l'eremita osserva un silenzio assoluto, richiesto anche agli ospiti. L'accoglienza è un aspetto fondamentale di questa vita: «La prima cosa che cerco di dar loro è l’accoglienza. Può sembrare paradossale, da parte di un eremita che in quel famoso immaginario sta sempre solo, ma è così e da sempre. Io non ho inventato mica niente: la vita eremitica è così da duemila anni».
"COMING HOME"- Docufilm di Emanuele Pecorari sulla vita di Pietro, l'eremita.By BARCAROTTI MARCO
Il Ruolo dell'Eremita nell'Accompagnamento Spirituale
Molte persone raggiungono l'eremo di don Raffaele in cerca di comprensione e un posto dove scaldare il cuore. Arrivano individui di ogni genere, età e provenienza, inclusi atei, musulmani, giovani, coppie e altri sacerdoti. Spesso si tratta di laici che si sentono sopraffatti dalle mille attività parrocchiali o di persone con una fede già forte che desiderano alimentarla e confrontarsi. Don Raffaele li accompagna in un'azione di discernimento, proponendo una lettura delle loro difficoltà e aiutandoli a rimettere in gioco il primato di Dio, dei sacramenti e della comunicazione tra loro. Il punto di partenza è sempre la domanda: «Dio cosa mi sta chiedendo? E io, cosa sto facendo?», partendo dal principio che «Dio sta già lavorando su di me».
Eremita vs. Solitario: La Distinzione Fondamentale
È cruciale distinguere l'eremita dal semplice solitario. Come sottolinea don Raffaele: «Il solitario è quello che vuole una vita primitiva, in mezzo alla natura, e questo può andar bene, ma non è un eremita. Ci sono poi quelli che fuggono dal mondo perché in rotta con la società, perché contestano questo o quello, per motivi anche politici, ma anche quelli sono solitari. L’eremita è un’altra cosa: è un uomo di preghiera. Se vogliamo, è anche un solitario, ma con una regola alle spalle, una tradizione che lo sostiene, una vita nella Chiesa».
Il cardinale Martini insegnava che bisogna discernere se è una fuga o piuttosto un bisogno di equilibrio, poiché una vera fuga può anche significare sottrarsi al proprio ministero. L'eremita, al contrario, pur vivendo in solitudine, non si sottrae al suo dovere di accoglienza, pur mantenendo la propria dimensione di preghiera. La sua solitudine, infatti, è "piena di tante cose", e la sua scelta è una che rifarebbe "mille altre volte".
Le Regole della Vita Eremitica: Tradizione e Consacrazione
L'eremita è un consacrato, spesso un monaco, che fa la professione dei cosiddetti consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza, legandosi così alla vita di santità della Chiesa. Questi tre voti classici della consacrazione si oppongono ai tre ostacoli di santificazione presentati nella Sacra Scrittura, come dice San Giovanni: «tutto quello che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre» (1 Gv 2, 16).
La vita dell'eremita è orientata alla ricerca della perfezione cristiana (cfr. Mt 5,48) attraverso la preghiera pubblica della Chiesa - la Santa Messa e la Liturgia delle Ore distribuita nei vari momenti della giornata - e la preghiera particolare del fedele, come il Rosario o la Meditazione della Sacra Scrittura, spesso a favore dei bisognosi (poveri, anziani, malati, perseguitati).
A livello materiale, l'eremita si sostiene, nella semplicità, con quello che la Divina Provvidenza gli concede attraverso i frutti di un lavoro adatto al suo stato di vita e tramite le donazioni di chi riconosce in questo modo di vivere un grande bene per la Chiesa e per l'umanità intera.
La Regola di San Benedetto e le sue Applicazioni
La Regola di San Benedetto è un fondamento per diverse comunità, sia di vita cenobitica che eremitica, ed è adatta anche alla vita solitaria. Questa regola, che si divide in stagioni, fornisce direttive dettagliate sulla quotidianità. Ad esempio, nel periodo dal 14 settembre fino all'inizio della Quaresima, i monaci pranzano all'ora di NONA (dopo la preghiera di NONA). Per il freddo invernale, è previsto l'uso di pelli e pellicce più spesse, mentre si dovrebbe avere una sola tunica e due camicie di stoppa o lino grossolano per entrambe le stagioni.
La giornata è scandita dalla preghiera e dal lavoro. Dopo l'ora di TERZA (circa le 9:00), ci si impegna nei lavori manuali fino all'ora di NONA (circa le 14:00). Dopo il pranzo, che segue la preghiera di NONA, ci si dedica alla lettura personale o allo studio dei salmi. Il sonno si prolunga oltre la mezzanotte, in modo che tutti possano alzarsi riposati. Vi sono anche preghiere personali, al di fuori dell'ufficio divino canonico, da recitare finché "i Salmi ti fanno gusto", alternando la preghiera e il lavoro manuale per rafforzare lo spirito e sconfiggere l'acidia.
La Regola di Grimlaico: Un "Guardrail" per l'Anima
Un altro importante riferimento è la Regola per la vita in reclusione di Grimlaico, un eremita che scelse di vivere in una cella in Francia tra la seconda metà del IX e la prima metà del X secolo, accanto a un monastero. Questa opera, composta da 69 capitoli e intessuta di fonti patristiche e monastiche, inclusa la Regola di San Benedetto, fu molto popolare nel Medioevo, come la "Regola delle Recluse" di Aelredo di Rielvaux, composta per le monache.
La Regola di Grimlaico è vista come un "guardrail" che protegge da "dirupi mortali (interiori e esteriori)", utile per mettere ordine nella propria vita in un'epoca refrattaria alle regole. Le sue parole sono considerate un "buon pane" per coloro che desiderano nutrire la vita e il vissuto come uomini e donne cercate da Dio, per amarle, riconoscendo quei "muri interiori che costringono a vivere come reclusi paralizzati da autosufficienza, chiusura a bolla nel proprio profilo social".
Gli Eremiti Diocesani: Compito e Collocazione nella Chiesa
Gli eremiti, anche se apparentemente isolati, non si isolano dalla Chiesa. Gli eremiti diocesani sono così chiamati perché hanno ricevuto una regola e un'approvazione dal Vescovo. Assumono il proprio impegno (voti o qualcosa di equivalente) nelle mani del vescovo diocesano e ne seguono le direttrici, non essendo legati a un'istituzione che abbraccia questo tipo di vita.
Riguardo al loro status, possono essere laici o membri del clero. Le informazioni disponibili indicano che non è strettamente necessario che questi eremiti provengano da una "lunga prova nel monastero". Non ogni cenobita benedettino è per forza un aspirante eremita, anche se la vita contemplativa, la solitudine e il silenzio possono attrarre chiunque sia legato alla Regola Benedettina.
Il compito principale degli eremiti diocesani all'interno della diocesi è quello di essere un "uomo di preghiera", offrendo un punto di riferimento spirituale e di discernimento per chiunque cerchi un confronto profondo con la propria fede e la chiamata di Dio.
Perseveranza e Autenticità nella Scelta Eremitica
La scelta di diventare eremita non è fatta per "fare gli eroi". In genere, si diventa eremiti dopo i 40 anni, quando c'è più stabilità nella vita. Molti sono attratti dall'idea di vivere in questo modo, ma la perseveranza è rara. Don Raffaele osserva che «dopo neanche una settimana spariscono e non li vedo più», evidenziando la profondità e l'autenticità che una tale vocazione richiede.
Nonostante le interruzioni e gli incontri con gli "ospiti", la solitudine dell'eremita rimane il suo ambiente primario, abitata dal suono della pialla sul legno, dal campanellio delle mucche e, soprattutto, dal silenzio della preghiera.