Paolo Diacono e l'Eccellenza Educativa del Convitto Nazionale di Cividale del Friuli

Paolo Diacono: Vita, Opere e L'Eredità Intellettuale

La vita di Paolo Diacono è conosciuta solo per tappe essenziali, senza tempi e nessi certi, basandosi su pochi dati presenti nelle sue opere e nel suo epitaffio, scritto dall’allievo Ilderico a Cassino.

Le Origini e la Formazione Longobarda

Paolo Diacono nacque a Cividale del Friuli tra il 720 e il 730, da una famiglia longobarda che Ilderico e lui stesso descrivono come nobile. Questo termine indicava uno status fluido, legato a un prestigio familiare di lunga data e a un buon livello economico. Paolo, nel carme Verba tui famuli, con cui chiede a Carlo Magno la liberazione del fratello Arechi, prigioniero in Francia, considera tale status «venuto meno» con l’esilio e la conseguente povertà.

Nella sua Historia Langobardorum (HL, IV 37), Paolo traccia la propria genealogia, risalendo a Leupchis, giunto in Italia con Alboino (568/569), Lopichis, Arechi e Warnefrit, che da Teodolinda ebbe Arechi e Paolo (e una figlia). Il suo bisnonno Lopichis, figlio di Leupchis, venne fatto prigioniero e portato via dal Friuli in seguito alla fallita invasione degli Avari nel 610. Tornato alla casa del padre, Lopichis la trovò in rovina e riuscì a riedificarla con l'aiuto di parenti e amici, ma non a riottenere la restante parte del patrimonio paterno, confluito nelle mani di altri e legittimato dall'usucapione. Egli generò il nonno di Paolo Diacono, Arachis, che a sua volta generò Warnefrit, padre di Paolo.

Il periodo friulano non durò forse molto, ma in esso Paolo compì studi di rilievo. Nel carme Sensi cuius (D. XII, N. XIII) ammette, pur dicendo di non ricordarne più niente, di aver appreso qualcosa di greco e di ebraico «in scolis, da puerulus», e fornisce la traduzione latina di un carme dell’Antologia Palatina, anche se non vi è traccia nella sua opera di profonde conoscenze letterarie greche. Questi studi infantili furono probabilmente condotti a Cividale, in vista di una carriera ecclesiastica o piuttosto di attività legate ai rapporti dell’area con il mondo greco e orientale. Presto - così Ilderico - sarebbe stato accolto nel palazzo regio per esservi allevato, e lì, in un secondo tempo, sarebbe stato indirizzato allo studio della sacra sophia da re Ratchis (744-749); quindi i suoi studi e la sua personale carriera non furono fin dall’inizio volti alla Chiesa.

Paolo raggiunse Pavia in giovane età per seguire gli studi in quella che allora era la capitale longobarda. Si formò alla corte del re Ratchis, allievo di un certo Flaviano, e alla scuola del monastero di San Pietro in Ciel d'Oro, dove conseguì la carica di docente. La corte regia era il luogo che più di ogni altro conservava e plasmava una tradizione storico-politica di gens che Paolo avrebbe raccolto nell’HL. I re avevano da subito riconosciuto l’utilità della collaborazione culturale che l’ambiente italico offriva, volgendola sia a costruire strutture di governo sia a nutrire e manifestare una loro specifica visione politica, incentrata sulla funzione regia, espressione e guida della società, e su una consapevolezza di sé radicata nel passato longobardo. Tale impostazione aveva già prodotto una legge scritta per il Regno (l’Editto di Rotari, 643) e una cultura cristiana e politica che era nella fase più creativa quando Paolo giunse a corte, verso la fine del regno di Liutprando (712-744).

Egli ne fu segnato in profondità: tutta la sua opera si sviluppa su tale cultura, che aveva coniugato autocoscienza longobarda e scuola latina in una visione propositiva, in cui lo studio era strumento per dare voce e indirizzo al presente. È nota l’importanza dell’età longobarda e delle corti (soprattutto quelle di Pavia e di Benevento, ducato quasi autonomo) per la valorizzazione degli studi di matrice tardoantica, che avevano più possibili sbocchi e un significato né elitario né classicista. A corte Paolo fu forse indirizzato a una carriera civile, con una formazione anche giuridica: mostra di conoscere il Corpus iuris di Giustiniano (HL I 25), cita tutti gli interventi normativi dei re longobardi e ha consultato più di un manoscritto delle leggi.

Mappa dell'Italia Longobarda con evidenziate Pavia, Cividale e Benevento, circa nell'VIII secolo

La Carriera Ecclesiastica e la Conversione Monastica

La sua preparazione teologica non pare invece profonda: nell’HL le sue affermazioni dottrinarie sono piuttosto sfocate, non solo nel caso difficile dello scisma dei Tre Capitoli, su cui le fonti potevano confonderlo, ma anche in quello del monotelismo (VI 4). Deve essere stato comunque presso la Chiesa pavese (non risulta un suo ritorno ad Aquileia) che Paolo divenne diacono, titolo che gli è sempre attribuito, lasciando poi questa strada per farsi monaco a Cassino. Secondo Ilderico, questa scelta fu compiuta mentre la fama della sua dottrina illustrava le genti settentrionali e la gloria del secolo lo arricchiva. La conversio è del resto anche l’ultimo avvenimento citato da Ilderico, che si concentra poi sulle virtù monastiche di Paolo, tali che, grazie ai suoi exempla - non si parla di scienza - «la comunità sacra cominciò a risplendere» (vv. 30-31).

L’affermazione esplicita dell’epitaffio a favore di una vera vocazione non ha avuto successo negli studi, che hanno per lo più posto la monacazione di Paolo in rapporto con un evento politico: il ritiro a Cassino di Ratchis (749, o 757) o la caduta del Regno, talvolta vedendovi un’imposizione di Carlo per un suo presunto coinvolgimento nella rivolta del 776. È possibile eliminare le datazioni al tempo di Ratchis, perché Paolo, in HL V 6, dice di aver visto (conspeximus) prima di questa la basilica di S. Giovanni a Monza amministrata da preti indegni, doveva dunque stare ancora in area pavese al tempo di Desiderio. La monacazione dopo il 774 è in non facile accordo con l’epitaffio e i dati che lo dicono in rapporto con i duchi di Benevento fin dal 763. L’esilio imposto da Carlo si basa solo su una lettura, non vincolante, che Karl Neff ha dato del carme Angustae vitae. Dunque, l’indicazione dell’epitaffio resta nella sua genericità preferibile, pur se è vero che Ilderico, nella sua ottica monastica, potrebbe voler accentuare la libertà della scelta di Paolo, tacendo possibili pressioni esterne. Non c’è però nulla che contrasti con la sua presentazione negli scritti di Paolo, anzi la sua vocazione appare serena e costante.

Al Servizio di Carlo Magno e il Ritorno a Montecassino

Nel 781-782 la vita di Paolo ebbe una svolta: per ragioni non note, forse per una serie di circostanze favorevoli (l’abate era dal 778 un franco, Teudemaro; a Cassino, prima del 780, era stato per qualche tempo un cugino di Carlo, Adalardo, poi abate di Corbie, di cui Paolo fu amico; nell’aprile 781 il re era venuto in Italia), Paolo decise di chiedere al re la grazia per il fratello, forse dopo un incontro di persona a Roma, e ottenne da Teudemaro il permesso di recarsi in Francia. Lì trovò ospitalità presso un abate e fece avere al re il carme di supplica Verba tui famuli, datato alla primavera 782.

Il carme, poeticamente efficace, umile e dignitoso, in cui Paolo riconosce la giustizia della punizione e invita il re a una misericordia altrettanto giusta, ottenne il suo scopo. La lettera a Teudemaro, del gennaio 783, mostra che la grazia non era ancora stata concessa e che Paolo, pur trattato benevolmente, si sentiva come in carcere al palazzo; ma già la presuppone lo scambio di versi con Carlo (Paule, sub umbroso e Sic ego suscepi), scritto entro il 30 aprile 783. I primi due carmi scambiati con Pietro, cioè con Carlo, mostrano che Pietro esaltava le capacità letterarie e la cultura di Paolo, chiedendogli di insegnare il greco ai chierici da inviare a Bisanzio con la figlia del re, promessa sposa all'imperatore Costantino. Egli rifiutò l'incarico, ma il matrimonio, in ogni caso, non avvenne.

Paolo rispose con un carme (Sensi cuius) in cui, pur dicendo di capire benissimo da chi gli venivano i versi, respinge quasi con violenza le lodi, sentite come un’irrisione, proclama la propria ignoranza delle lingue, prende le distanze dai grandi autori dell’antichità cui era stato paragonato, che arriva ad assimilare a cani (perché, non cristiani, seguivano piste sbagliate), e afferma di ritenere le lettere solo un mezzo per guadagnarsi da vivere e di non avere altro da offrire al re che il suo amore. Il carme denuncia con chiarezza l’estraneità iniziale di Paolo rispetto al clima di corte, ma la gratitudine dovette aiutarlo ad abituarsi ai suoi riti e ancor più a capire qualcosa delle potenzialità della creazione politica di Carlo: di fatto Paolo, trattenuto in Francia dallo stesso favore del re, cominciò a collaborare ai suoi progetti, che erano culturali e non solo.

In questo periodo fu citato in un capitolare carolingio, in cui venne incaricato, grazie alle sue abilità filologiche e alla sua conoscenza della patristica, di compilare un Homiliarium, cioè una raccolta di omelie per le singole feste dell'anno, che nel tempo erano state corrotte dall'ignoranza dei copisti "impegnatisi magari con retta intenzione, ma non con adeguata capacità". Il tutto si inserisce nell'ambito della rinascita carolingia che prevedeva, tra i tanti scopi, la correzione, la copiatura e la distribuzione dei testi base religiosi e secolari degli antichi. Lì Paolo lesse e portò poi con sé a Cassino i Libri Historiarum (LH) di Gregorio di Tours, fondamento della sua conoscenza del VI secolo, nella rara versione integrale in dieci libri; probabilmente lo stesso fece con l’Historia ecclesiastica gentis Anglorum (HEGA) di Beda, che sarà per l’HL fonte di notizie, modello compositivo e stimolo a riflettere sulle finalità della scrittura di una storia nazionale. Trovò a corte pure una copia della Naturalis Historia (NH) di Plinio il Vecchio più ampia di quella che aveva scrivendo l’HR (lì ne ricavò un solo, ma certo, passo: HR III 7, da NH VII 3, 35). Non solo Paolo nell’HL usa e cita Plinio (I 2), ma riempie con glosse tratte dalla NH il proprio manoscritto delle Etymologiae di Isidoro (Villa 1984).

Manoscritto medievale con testo di Paolo Diacono o uno scriptorium carolingio

Le Opere Maggiori e l'Eredità Storiografica

Il carme Angustae vitae ci dice comunque che Paolo, prima di farsi monaco, aveva scritto dei versi, e che qualcuno li aveva apprezzati. La sua opera poetica precedente l’incontro con Carlo è assai scarna: l’epitaffio di una giovane nipote, i versi sul lago di Como, due carmi su s. Benedetto, infine alcuni testi prodotti per i duchi di Benevento, Arechi II e Adelperga, figlia di Desiderio, tra cui potrebbe essere anche l’epitaffio di Ansa, moglie del re. I versi di Paolo giustificano l’apprezzamento dei contemporanei e dei posteri perché uniscono a una buona fattura tecnica un gusto lessicale sobrio e sicuro e una notevole limpidezza formale. Un giudizio solido sulla poesia di Paolo e sul suo posto nella produzione altomedievale è prematuro, dato che il suo stesso corpus poetico potrebbe essere più ampio di quanto ammesso da Neff, e comprendere testi significativi come l’inno al Battista, i carmi alfabetici sui buoni e cattivi sacerdoti e i versi sui vescovi di Metz.

È possibile che siano state queste qualità di uomo di scuola e di buon versificatore a raccomandarlo alla corte di Arechi, nominato duca da Desiderio nel 758. La prima prova di tali rapporti è il carme sulla cronologia del mondo, datato al 763 (D. I, N. II), che si chiude con la preghiera che Dio accolga tra i beati Arechi e la moglie, stirpe nata regia, cioè figlia di re. A questo primo scritto, connesso con la storia universale, segue una vera opera storica, l’Historia Romana (HR), dedicata sempre ad Adelperga, madre ormai di tre figli, lettrice avida e interessata alla cultura, «a imitazione» del marito, «che, nella nostra età, solo quasi tra i principi, tiene la palma della sapienza». A lei Paolo, «sempre fautore della sua istruzione (elegantia)», aveva fatto leggere il Breviarium di storia romana di Eutropio, ma la duchessa lo aveva giudicato troppo scarno e senza collegamenti con la storia sacra.

Questo atteggiamento verso la storia romana non si conserva negli ultimi scritti di Paolo prima del suo viaggio in Francia, cioè nei versi per le costruzioni di Arechi a Salerno (palazzo e chiesa): una commissione importante e realizzata in forme solenni. Il testo principale, in esametri, l’Aemula Romuleis, mostra due tematiche: da un lato si espone il felice rapporto tra Arechi e il suo popolo, distinto dall’origine diversa, ma unito nella responsabilità e nella cura del principe, detto «gloria della gente latina e culmine dei Bardi». Dall’altro appare una contrapposizione dura e netta tra la Roma antica, con i suoi splendori pagani, frutto delle rapine compiute in tutto il mondo, e la Salerno di Arechi, edificata da un potere davvero cristiano e in modo onesto. La storia dei Longobardi radicati in Italia, cristiani e civili, si pone dunque non in continuità bensì in contrasto con quella romana, rifiutata per il paganesimo e ancor più per l’imperialismo.

Questi dati indicano una presenza, plausibilmente continuativa, di Paolo al sud tra il 763 e il 781-782. La collaborazione con i duchi non esclude l’appartenenza a Cassino, perché non impone che egli vivesse a corte, ma solo che avesse dei rapporti con i duchi, coltivabili tramite visite occasionali o intermediari; e il numero di testi usati nell’HR potrebbe meglio spiegarsi con l’uso delle biblioteche sia dell’abbazia che della corte. Un periodo così lungo giustifica il ruolo fondamentale per Cassino che gli attribuisce l’epitaffio e sia in termini culturali gli riconoscono gli studiosi del cenobio, legando in buona misura al suo apporto e alla sua scuola il fatto che l’abbazia, ricostruita solo nella prima metà del secolo VIII su basi modeste, sia presto diventata uno dei maggiori centri della cultura monastica occidentale. La sua fama di maestro è del resto sicura: il vescovo di Napoli Stefano (766/67-799) invia chierici a studiare da lui (Paulo lęvitae) a Cassino; e papa Adriano I in una lettera parla di «Paolo grammatico».

Nel 787 tornò a Montecassino, dove fra l'altro scrisse l'Historia Langobardorum, la sua opera più famosa in cui narra, fra mito e storia, le vicende del suo popolo, dalla partenza dalla Scandinavia all'arrivo in Italia fino al regno di Liutprando - evitando così il racconto della sconfitta subita ad opera dei Franchi. La scrittura del testo impegnò Paolo Diacono per due anni, dal 787 al 789. Morì il 13 aprile 799; l'evento è registrato nel necrologio di Cassino. Venne sepolto nel monastero, nella chiesa di San Benedetto, dinnanzi al capitolo, ma i rifacimenti successivi del monastero hanno cancellato ogni traccia della tomba.

Il Convitto Nazionale "Paolo Diacono": Un Polo Educativo d'Eccellenza

Esistono delle eccellenze nel campo dell’educazione scolastica, e un caso significativo è quello del Convitto Nazionale ‘Paolo Diacono’ di Cividale del Friuli.

Storia e Struttura Attuale dell'Istituto

Il Convitto Nazionale è un’Istituzione educativa dello Stato di lunga tradizione, essendo stato istituito nel 1876. Inizialmente aperto per formare le nuove generazioni dopo le guerre e la nascita dello Stato italiano, oggi è inserito nel complesso panorama educativo italiano offrendo percorsi educativi ampi e articolati. Al Convitto di Cividale sono iscritti convittori, semiconvittori e alunni inseriti nelle scuole interne: una scuola primaria, un istituto di primo grado (scuola media) e quattro licei (scientifico, classico, linguistico e scienze umane) per un totale di oltre un migliaio di giovani e 230 dipendenti tra docenti, educatori ed ATA.

Vista aerea del Convitto Nazionale 'Paolo Diacono' a Cividale del Friuli con i suoi edifici e spazi verdi

La Visione Educativa e l'Impegno Internazionale

In questi anni il Convitto è diventato un polo per le relazioni internazionali, favorendo progetti di scambio con oltre 30 paesi nel mondo e inserendo anche nei propri percorsi curricolari studenti di molti paesi extraeuropei e figli di corregionali friulani nel mondo. L'ex Rettore, Oldino Cernoia, ha amato definire il Convitto «un campus per il nuovo millennio dove la mobilità studentesca e le tecnologie, oltre ai programmi curricolari, sono tesi alla formazione globale dei nostri alunni». Recentemente, l'iniziativa "Studiare in Friuli" ha permesso a 20 ragazzi da Argentina e Colombia di ricevere una borsa di studio per un anno intero presso l'istituto. Al Convitto è stato anche promosso il progetto "Presenza che cura", con referenti che "sacrificano il loro tempo per donargli un sorriso".

Progetti e Collaborazioni Internazionali Specifiche

La vocazione internazionale è un punto qualificante del Convitto. Il Convitto Nazionale “Paolo Diacono” mette a disposizione dei giovani laboratori all’avanguardia, offre l’insegnamento della lingua russa, propone scambi linguistici e culturali e soggiorni scolastici non solo nei paesi dell’Unione Europea, ma anche nel resto del mondo. Ci sono poi molti progetti internazionali che si realizzano grazie all’attivazione di collaborazioni e sinergie con Dipartimenti dell’Educazione stranieri e con realtà estere preposte alla formazione dei giovani. Vengono anche sviluppate attività internazionali di scambio in periodi non scolastici con l’Australia, grazie agli ottimi rapporti intrapresi con il Ministero dell’Educazione dello stato del Queensland sulla base di un accordo decennale. Ci sono poi progetti di scambio Italia/Russia, che prevedono la presenza di studenti del Liceo Linguistico di San Pietro al Natisone, annesso al Convitto Nazionale “Paolo Diacono”, in Russia per realizzare stage in lingua russa presso l’Università di Mosca, con rilascio di certificazione di conoscenza linguistica.

Il CNPD è una scuola associata UNESCO. Questo inserimento offre diverse opportunità di scambi culturali e didattici, per quanto concerne in special modo l’educazione alla cittadinanza, nel rispetto delle leggi costituzionali e a difesa del patrimonio materiale e immateriale e dello sviluppo sostenibile. La realizzazione dei progetti educativi legati all’UNESCO ha lo scopo di rafforzare l’impegno delle nuove generazioni nella promozione della comprensione delle prospettive di sviluppo internazionale e della pace.

Oldino Cernoia e il "Premio Paolo Diacono": Riconoscimento all'Impegno Educativo

La Carriera di un Rettore Appassionato

Oldino Cernoia ha terminato, dopo ben 45 anni, il suo mandato come rettore, andando in pensione. L’istituto, oggi, è riconosciuto come scuola all’avanguardia in fatto di innovazione tecnologica e di relazioni internazionali. Ai microfoni de ‘La Tecnica della Scuola’, Cernoia ha ripercorso la sua carriera e quanto svolto all’interno della scuola. Nonostante numerosi anni di carriera dirigenziale, si è sempre dichiarato appassionato del suo lavoro per tutte le opportunità che offre: lavorare con personale motivato e progettuale, offrire agli studenti percorsi innovativi dalle elementari alle superiori, confrontarsi con realtà educative nel mondo, sentirsi protagonista nel proprio Istituto con la condivisione di molti, avere un dialogo con il proprio territorio e con le Istituzioni, essere un punto di riferimento per il Ministero della Pubblica Istruzione in tante attività di livello nazionale e internazionale.

I suoi collaboratori sanno che utilizza un motto: «quando avete un problema pensate anche almeno ad una soluzione». Cernoia afferma di non amare perdere tempo in inutili discussioni e soprattutto in quelle che non portano a una decisione, preferendo «decidere che rinviare». Non gli piace la definizione odierna del dirigente «sceriffo» perché non è realistica, anche perché non si tratta di esercitare un potere assoluto ma di affidare a un dirigente la possibilità di decidere in base a criteri trasparenti e condivisi, il che rappresenta un’assunzione di maggiori responsabilità e impegno.

Il "Premio Paolo Diacono" e i Suoi Beneficiari

Il Convitto Nazionale Paolo Diacono di Cividale del Friuli prepara l’ottava edizione del prestigioso Premio Paolo Diacono, che si tiene al Centro San Francesco. I premiati del 2016, accuratamente individuati dal consiglio di amministrazione del Convitto, sono Gianpietro Benedetti, Oldino Cernoia e Jan Slangen. Gianpietro Benedetti, presidente e amministratore delegato della Danieli Spa, ha avviato da tempo un’azione sinergica con gli istituti scolastici nell’ambito dell’alternanza scuola-lavoro per favorire nei giovani l’acquisizione di nuove competenze, anche in dimensione internazionale, per una qualificazione dell’offerta formativa adeguata alle esigenze del mondo del lavoro. Oldino Cernoia, già rettore del Convitto dal 1985 al 2015, è l’artefice dello sviluppo della prestigiosa Istituzione cividalese in ambito internazionale e ha saputo valorizzare il Convitto Paolo Diacono in tutti i settori scolastici ampliando le relazioni esterne per un’offerta formativa diversificata e di elevata qualità. Attualmente ricopre la carica di vicepresidente della Fondazione Crup. Il tenente colonnello Jan Slangen, comandante delle Frecce Tricolori, ha avviato una significativa collaborazione con gli istituti scolastici per testimoniare i valori fondamentali per l’educazione e per lo sviluppo delle competenze sociali e civiche.

Per gli studenti delle scuole annesse, il Premio acquista un elevato valore formativo, diventando un valido momento di confronto con personalità che, seppure vantando esperienze professionali non propriamente connesse alla formazione, si sono dedicati con passione ed impegno all’ideazione, costruzione e realizzazione di progetti per i giovani, volti ad innalzare i loro livelli di conoscenza e formazione. Ad aprire l’evento è stata la prolusione della dottoressa Paola Ferraretto, ex studentessa del Liceo Scientifico CNPD nonché ricercatrice dell’Università di Udine, che è stata premiata all’Expo 2015 per l’innovativo progetto di utilizzo degli ultrasuoni nel percorso di vinificazione. La cerimonia è inoltre allietata da intermezzi musicali selezionati ed eseguiti da studenti dei licei annessi al Convitto. La rettore Patrizia Pavatti ha così ricordato il significato del premio: «Rinnoviamo la nostra riconoscenza nei confronti di soggetti che, nonostante operino in un ambito non prettamente formativo, si adoperano con costanza per sostenere l’educazione e la formazione dei giovani. Danieli ha attivato progetti con le istituzioni scolastiche nell’ottica di favorire l’acquisizione di nuove competenze da parte dei nostri ragazzi; i piloti della PAN trasmettono valori universali, come il rispetto, il senso del dovere, la lealtà, l’impegno, lo spirito di sacrificio e di squadra, fondamentali per lo sviluppo della persona in qualsiasi ambito, scolastico, lavorativo e personale».

Foto di gruppo dei premiati e degli organizzatori del

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