Le prime due domeniche di Quaresima, con la memoria di Adamo ed Eva (cioè dell'umanità nei suoi inizi) e la memoria di Abramo (il primo credente nel Dio vivente), hanno permesso di considerare l'inizio della storia di salvezza. In questa terza domenica e nelle prossime, le tre letture tornano a essere parallele e convergenti su temi battesimali e pasquali, come l'acqua, la luce e la vita. In particolare, la Chiesa propone, attraverso brani del quarto Vangelo (ciclo liturgico A), un percorso che aiuta ad approfondire le valenze del battesimo. Il tempo quaresimale è un itinerario di rinnovamento e conversione che culmina nella vittoria pasquale, e in questo contesto, l'ascolto e la prossimità rivestono un ruolo fondamentale, richiamando la missione dei centri di ascolto.
Dio Ascolta il Grido del Suo Popolo: La Vocazione di Mosè

Nel contesto dell'Esodo, mentre Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l'Oreb. Qui, l'angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto che non si consumava. Il Signore vide che si era avvicinato per guardare e Dio gli gridò dal roveto: «Mosè, Mosè!». Mosè rispose: «Eccomi!». Dio riprese: «Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!». E disse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe». Mosè allora si coprì il volto, perché aveva paura di guardare verso Dio, un gesto di umiltà e timore reverenziale che comunque non gli impedì di entrare in dialogo con Dio e di chiedere spiegazioni circa la missione affidatagli.
Il Signore disse: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele». Mosè, che si era rivestito di autorità e aveva preteso di fare giustizia a modo suo, ora riceve autorevolezza dalla parola di Dio. Mosè non ottiene strumenti bellici o ricchezze per convincere il faraone a lasciar andare Israele, ma andrà solamente forte del comando di Dio. Quanto più Mosè custodirà la Parola, tanto più Dio sarà con lui, manifestandone la potente efficacia. Il soggetto principale della liberazione è Dio e il suo fine è l’incontro del Popolo con Lui, delineando l’itinerario spirituale dell’esodo e la vocazione dell’intero popolo d’Israele: passare dalla schiavitù al servizio.
La Rivelazione del Nome Divino: "Io Sono Colui Che Sono"
Mosè si preparò alla missione presso i suoi fratelli, anticipando quelle che potevano essere le loro domande. Si sarebbe presentato come profeta, ma di quale Dio? Dio comunicò a Mosè un nome misterioso, traducibile in diversi modi, tra cui «Io sono colui che voglio essere». L’identità di Dio è definita dalla sua volontà, che negli eventi si manifesta come volontà amorevole, sicché il nome di Dio è Amore. L'intraducibilità in parole del nome di Dio significa che egli non tollera nessuna forma di riduzione o definizione, peggio ancora, di “confinamento”. Sulla bocca di Mosè basterà la forma più breve e incisiva di «Io sono», quasi a dire che è un Dio di poche parole. Nell’«Io-sono» c’è l’essenziale. Rivelando il suo nome, Dio si fa piccolo come quella piccola parola che l’uomo può porre sulle sue labbra per invocarlo, perché Egli gli è vicino, sulla bocca e sul cuore. Il tratto caratteristico di Dio è la prossimità che non annulla la diversità ma la lontananza. Mosè è inviato come profeta per annunciare la visita di Dio, che viene per liberare il suo popolo e guidarlo verso la terra promessa. Dio assicura la sua presenza e la sua assistenza, e i prodigi saranno segni rivelatori nel nome di Dio.
La Storia Insegna e Ammonisce: L'Esempio di Israele
L'apostolo Paolo, affrontando la questione degli «idolotiti», tratta il tema della libertà del cristiano che si esercita insieme con la carità fraterna per non essere «squalificato». Gli idolotiti erano le carni degli animali sacrificati agli idoli. I cristiani di Corinto erano divisi: i «forti», consapevoli dell’inconsistenza degli idoli, erano favorevoli alla consumazione di quelle carni, mentre i «deboli» erano più scrupolosi e si scandalizzavano. L'apostolo corresse le loro affermazioni, ricordando che per il cristiano la libertà si coniuga sempre con la carità, la quale si declina nel rispettare le opinioni dei «deboli» verso cui bisogna avere attenzione e pazienza. Infatti, la carità deve superare la libertà del proprio giudizio. Il rimanere fissi su questioni di principio può generare contrapposizioni nella comunità e causare una frattura nella Chiesa, il vero pericolo è quello di essere «squalificato», cioè di uscire dalla comunione che è il vero senso della fede.
Paolo esorta a fare tesoro della storia dell’esodo e a non perpetuare il peccato d’Israele che, nonostante le molteplici prove della fedeltà di Dio, continuamente lo provocava mettendo in dubbio il suo amore. La mormorazione è la lamentela che ha origine da un cuore irriconoscente e, perciò stesso, infedele. La libertà è un’occasione data a tutti da Cristo, roccia dalla quale è scaturita l’acqua dello Spirito Santo. Non dobbiamo ignorare, fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nube, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nube e nel mare, tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale e bevvero la stessa bevanda spirituale da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo. Ma la maggior parte di loro non fu gradita a Dio e perciò furono sterminati nel deserto. Questo avvenne come esempio per noi, perché non desiderassimo cose cattive, come essi le desiderarono, e non mormorassimo, come mormorarono alcuni di loro, cadendo vittime dello sterminatore. Tutte queste cose accaddero a loro come esempio, e sono state scritte per nostro ammonimento, di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi.
L'Appello alla Conversione: L'Urgenza del Presente

Nel Vangelo, Gesù invita a non interpretare gli eventi drammatici della storia come segno della colpevolezza di coloro che ne sono vittime. Quando alcuni si presentarono a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici, e di quelle diciotto persone sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, Gesù rigettò l’idea che fossero più peccatori o più colpevoli di altri. La sua posizione è netta: «No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». Gesù stigmatizza l’interpretazione soggiacente che si concentra sull’ingiustizia e sulla ricerca della causa e del colpevole fuori di sé stessi. L’indignazione si trasforma in atto di accusa verso Pilato, ma serpeggia la mormorazione anche contro Dio. Gesù invita a non fermarsi alle analisi esterne, ma a cogliere nel dramma un’occasione per verificare sé stessi, riconoscere la propria colpa e chiedere perdono a Dio. La ripetizione dell’insegnamento sottolinea con forza l’urgenza di convertirsi, ovvero di cambiare modo di pensare. Il verbo convertire non allude al cambiamento di religione ma al radicale mutamento di vivere la fede, perché essa non è un dettaglio trascurabile della vita ma ciò da cui dipende il suo successo o il suo fallimento, la sua fecondità o la sua sterilità. La conversione implica un nuovo orientamento con un cambiamento di mentalità a proposito di Dio e della vita dell’uomo, permettendo di passare dal credere in un Dio giustiziere e castigatore a sperare nella sua giustizia misericordiosa.
A questo appello si aggiunge la parabola del fico. Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Disse al vignaiolo: «Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?». Ma quello rispose: «Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime». Questa parabola richiama la tradizione profetica, voce della lamentazione di Dio verso il suo popolo. L’uomo va verso il fico piantato nella sua terra per cercare i frutti, riflettendo la scelta di Dio di andare verso il suo popolo e di cercarlo per offrirsi come liberatore e guida. La sterilità del fico è il risultato della chiusura mentale e della durezza di cuore dell’uomo che, invece di obbedire a Dio, gli oppone resistenza. L’infruttuosità è la morte, come l’incredulità è ciò che la causa. Tuttavia, l’intervento del vignaiolo mette in luce la pazienza con la quale Dio si prende cura di noi, dandoci tempo per convertirci e portare frutto.
Gesù ci invita a cambiare, a cercare e a desiderare ardentemente di cambiare. Le sue parole ci indicano due cose importanti: la prima è che dobbiamo smettere di rimandare ciò che è importante, prendendo sul serio il presente, ciò che c’è ora. La seconda riguarda la nostra conversione, che non significa solo comportarsi bene, ma innanzitutto cambiare il modo di ragionare. Solo chi ragiona bene può fare scelte diverse. Un cristiano si converte quando ragiona secondo il Vangelo, credendo letteralmente a ciò che la parola Vangelo significa: «buona notizia». Chi guarda la propria vita credendo di più al bicchiere mezzo vuoto non ha capito che si è cristiani quando si crede di più al bicchiere mezzo pieno, cioè quando si ha fiducia che il bene è il nostro metro di giudizio vero. Se crediamo che Dio ci ama, allora affrontiamo tutto sapendo che Egli ha il potere di ricondurre tutto al Bene, anche la cosa più terribile che può accaderci. È un appello alla conversione che la misericordia di Dio rivolge a tutti noi, come persone e come comunità.
L'Acqua Viva e la Vera Adorazione: L'Incontro con la Samaritana (Anno A)
The Chosen - Gesù e la Samaritana
Nel percorso quaresimale dell'Anno A, la Chiesa ci fa compiere un itinerario battesimale attraverso il racconto dell'incontro di Gesù con la donna samaritana. Gesù deve ritornare in Galilea e, diversamente dal solito, "doveva" (édei) passare per la Samaria, un "dovere" che esprime una necessità divina. Giunse pertanto ad una città della Samaria chiamata Sicàr, vicino al pozzo di Giacobbe. Gesù, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno. Arrivò una donna di Samaria ad attingere acqua. Le disse Gesù: «Dammi da bere». In questo atto, Gesù infrange le barriere sociali, perché ciò che gli interessa è l'incontro umano, l'incontro con l'altro così com'è. Gesù non la disprezza, ma si fa mendicante presso di lei, un nemico, un giudeo da cui ci si poteva aspettare solo disprezzo, chiede qualcosa proprio a lei. Gesù non si presenta come colui che dona o comanda, ma come colui che chiede, pone domande, si sottomette alla volontà della donna, desiderando conoscere ed entrare in dialogo.
Il "dammi da bere" esprime la passione di Dio per l’uomo e vuole suscitare il desiderio del dono di quell’acqua che è eterna. «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva». La donna è richiamata alla sua non conoscenza, ma è aperta anche ad una promessa di acqua che è per sempre. Gesù la invita e la guida pian piano a cercare e comprendere il dono di Dio, il solo che la può dissetare. Egli vuole far aderire alla sua realtà questa donna e riconosce, anche dietro al peccato, la sete profonda che la abita e che l’ha portata forse fino ad ora ad attingere a pozzi sbagliati. Gesù annuncia il dono di un’acqua che nel cuore dell’uomo diventa fonte zampillante, la pienezza dello Spirito Santo: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna». Questa è l'acqua che gli ebrei già identificavano con la Scrittura, ma che in Gesù diventa qualcosa di più, cioè lo Spirito. Una volta in noi, diventa qualcosa di vivo, stimola in noi la Parola e la fa essere sorgente in noi per sempre. La Parola non è solo quella che accogliamo, ma meditata e amata, diventa Parola di Dio viva in noi attraverso lo Spirito Santo, Dio non parla soltanto a noi, ma parla in noi.
La Rivelazione di Gesù e la Vera Adorazione
Nel dialogo, Gesù fa un passaggio brusco: «Và a chiamare tuo marito e poi ritorna qui». Gesù conosce ciò che c’è in ogni uomo e ciò che è nel cuore di questa donna. Non vede il peccato come prima cosa, ma la sofferenza e il dolore di chi cerca disperatamente l’amore. Vuole tirare fuori la verità da questa donna che senza timore la pone innanzi a lui. Per arrivare ad accogliere ciò che Gesù dona, c’è bisogno di un incontro più profondo, di un incontro che fa verità. La samaritana coglie che dietro quell’uomo c’è qualcosa di più, vi scorge un profeta che vede là dove molti non vedono. Quando la donna gli chiede dove adorare Dio, Gesù le dice: «Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai giudei. Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità». La vera adorazione a Dio non è legata a un luogo fisico, ma è ora nello Spirito Santo e nella Verità che è Gesù Cristo. Il luogo della vera liturgia cristiana non è un santuario, ma la persona che è corpo di Cristo e tempio dello Spirito Santo. Siamo noi il tempio e nella vita quotidiana va adorato il Padre.
Alla fine dell'incontro, Gesù le disse: «Sono io, che ti parlo». Gesù si rivela pienamente a lei che non poteva accedere alle Scritture, una donna con cui un rabbino non avrebbe dovuto parlare delle cose di Dio. La donna, non più la stessa giunta solitaria al pozzo, «lasciò la sua brocca, andò in città e disse alla gente: “Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia forse il Messia?”». Questo lasciare l'anfora, ciò che si cercava prima, perché si è incontrato Cristo e lui ha cambiato il senso della vita, risuona con altri gesti simili scaturiti dall’incontro con il Signore, come quando i discepoli lasciarono le reti per seguirlo. La donna, in questo incontro con il Signore, è fatta discepola e ora, abbandonata l’anfora, corre e diventa apostola. Per lei al pozzo c’era una chiamata.
Il Tempio del Corpo e la Purificazione

In un altro episodio evangelico, in prossimità della Pasqua, Gesù salì a Gerusalemme e trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che era scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà». Al centro della pagina evangelica c'è un appello accorato alla conversione verso Dio paziente e misericordioso. L'evangelista Marco ci ha condotti dallo Spirito nel deserto, luogo di riscoperta della nostra autenticità; per poi giungere al Tabor nel momento della trasfigurazione, evento luminoso in questo tempo di rinnovamento e conversione. In questa III Domenica di Quaresima con l’evangelista Giovanni si sale a Gerusalemme, al grande Tempio. La prima parte del brano fa focalizzare il nostro sguardo sulla «purificazione del Tempio». È avvincente notare come da una parte i Giudei arrivano al Tempio per purificarsi, mentre Gesù arriva al Tempio e lo purifica. Il Tempio era diventato il centro della vita economica del potere religioso di Gerusalemme: è utile sottolineare quanto anche noi siamo esposti al rischio di “convertire” il culto in mercato, in profitto, uno scambio. In una logica di questo tipo svanisce la bellezza della gratuità che Dio da sempre ci ha testimoniato.
Questo sentimento d'ira di Gesù rivela l’amore, la passione per la casa del Padre, per il Padre. Significa scegliere liberamente questo amore, aderirvi, lasciarsi divorare da esso. San Tommaso afferma: “Lo zelo indica un amore intenso per cui chi ama intensamente non tollera nulla che contrasti con il suo amore”. Sebbene si tenda a pensare a Gesù come un uomo mite, forte e vincitore, l’evangelista implicitamente sembra farci cogliere la debolezza di Gesù, una debolezza che verrà manifestata a tutti nell’evento del Golgota: «noi annunciamo Cristo Crocifisso (...) ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini» (1Cor 1, 23.25). Gesù, ἀ-σθενὲς (senza forza), diventa il Tempio di Dio: quella debolezza è il luogo in cui Dio si rende presente. Quel Tempio di Dio reso vano dalle logiche umane di guadagno, verrà ricostruito nella persona del Figlio: «Distruggete questo Tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. Non è la prima volta che si sente questo Vangelo, ma colpiscono in modo particolare queste parole di Gesù: “non fate della casa del Padre mio un mercato!”. Tante volte ci siamo sentiti dire che siamo noi la casa di Dio, che Dio abita in noi, nel nostro cuore. Questo ci richiama l’idea del disordine. Gesù vuole dirci di stare attenti alla nostra vita, a quello che viviamo e a come lo viviamo. Spesso c’è disordine nella vita, non è chiaro cosa si vuole fare, ci si lascia trascinare dalle cose che la società offre, senza valutare cosa è importante. La conversione è la nostra condizione umana, perché camminiamo verso Dio e siamo sempre bisognosi di orientarci di più a Lui e di camminare verso di Lui senza deviare per altre strade.
I Centri di Ascolto nella Terza Domenica di Quaresima: Vivere la Parola

In questo tempo di grazia quaresimale, le letture della terza domenica ci richiamano con forza al significato profondo dell'ascolto, della conversione e della prossimità, principi cardine della missione dei centri di ascolto. Come Dio ha ascoltato il grido di sofferenza del suo popolo in Egitto e ha inviato Mosè, così i centri di ascolto si pongono come luoghi dove il grido dell'umanità contemporanea può trovare accoglienza e risposta.
L'Urgenza della Conversione e l'Abitare il Presente
Gesù ci educa ad abitare l’istante presente, a prenderlo sul serio. La conversione, intesa come cambiamento del modo di ragionare secondo il Vangelo, è fondamentale. Significa credere che il bene è il nostro metro di giudizio vero, avere fiducia che Dio ha il potere di ricondurre tutto al Bene, anche la cosa più terribile che può accaderci. I centri di ascolto offrono uno spazio per questa riflessione, aiutando le persone a non rimandare ciò che è importante, a confrontarsi con la propria vita e a cercare un nuovo orientamento, passando da una visione di Dio giustiziere a una di Dio misericordioso. Non impegnarsi continuamente nella conversione è come conoscere la strada giusta, ma fermarsi al primo passo. Vivere è invece convertirsi continuamente da sé a Dio, superando l'orgoglio e l'egoismo.
La parabola del fico sterile, che non viene tagliato perché abbia ancora il tempo di dare frutto dopo che il vignaiolo si è prodigato verso di esso, zappandovi attorno e mettendovi concime, ci invita a guardare al Signore che si prende sempre cura di noi. Ogni giorno viene a zapparci attorno, a darci concime e acqua, ci nutre con la sua Parola, con i sacramenti, con tanti doni di grazia. Nei centri di ascolto, questo si traduce nel prendersi cura dell'altro, nel fornire il "concime" della speranza e dell'accompagnamento, permettendo a ciascuno di fiorire e portare i frutti di giustizia e misericordia attesi da Dio.
Il Ruolo della Prossimità e della Speranza
Il tratto caratteristico di Dio è la prossimità, un concetto magnificamente espresso nell'incontro di Gesù con la Samaritana al pozzo. Gesù si fa mendicante, abbattendo barriere sociali e religiose, desideroso di incontrare l'altro così com'è. Questa "sete di Gesù" è in realtà il suo desiderio della salvezza dell’umanità, la sete di chi vuole attirare a sé le anime e donare loro la pienezza della vita. I centri di ascolto incarnano questa prossimità, diventando luoghi dove Gesù si rende presente nell'ascolto compassionevole, senza giudizio, riconoscendo la sete profonda che abita ogni cuore e offrendo l'acqua viva dello Spirito. Gesù stesso è il "dono di Dio", e la conoscenza profonda del suo mistero è ciò che può dissetare la nostra sete spirituale.
I cristiani sono chiamati a fare strada insieme, mai come viaggiatori solitari. Camminare insieme significa essere tessitori di unità, procedere fianco a fianco, senza calpestare o sopraffare l’altro, senza covare invidia o ipocrisia, senza lasciare che qualcuno rimanga indietro o si senta escluso. I centri di ascolto sono un esempio concreto di questa chiamata, luoghi dove si è capaci di camminare con gli altri, di ascoltare, di vincere la tentazione di arroccarsi nella propria autoreferenzialità e di badare soltanto ai propri bisogni. La speranza, che non delude, deve essere l’orizzonte del cammino quaresimale verso la vittoria pasquale, vivendo concretamente la speranza che ci aiuta a leggere gli eventi della storia e ci spinge all’impegno per la giustizia, alla fraternità, alla cura della casa comune. La speranza è “l’ancora dell’anima”, sicura e salda. In essa la Chiesa prega affinché «tutti gli uomini siano salvati».
Un esempio concreto di questa missione è il
CENTRO DI ASCOLTO parrocchiale di Croce Bianca, aperto il primo e il terzo giovedì del mese, dalle ore 9:00 alle 11:30. Questo centro, come molti altri, testimonia l'importanza di creare spazi di ascolto e aiuto, che spesso si traducono anche nel supporto materiale. È possibile contribuire rifornendo gli scaffali dell’Emporio con generi come zucchero, caffè, latte, olio, biscotti, tonno, riso, prodotti per l’igiene personale e per la pulizia della casa. Questi gesti concreti di carità sono la manifestazione della fede che si traduce in opere, un modo per "convertire" il nostro cuore al servizio e alla prossimità, e per "camminare insieme" verso la Pasqua.