Questo articolo si propone di ricostruire frammenti di vita quotidiana a Bengasi, con particolare attenzione agli interni e al contesto della Cattedrale di San Francesco d'Assisi, spesso indicata come Via Torino. Le memorie qui raccolte si basano su vecchie fotografie e ricordi personali, che riemergono con stupore ed emozione, riportando alla luce fatti e avvenimenti che si erano persi nella memoria.
La Cattedrale di San Francesco d'Assisi (Via Torino)
La Cattedrale di San Francesco d'Assisi, meglio nota ai residenti come Via Torino, era un punto di riferimento fondamentale per la comunità cristiana di Bengasi. Nelle immediate vicinanze, al civico 43-45-49 e 51 di Viale Regina, Via Zarrugh Raed e Via Luahi, sorgevano diverse abitazioni e attività commerciali che animavano la vita della città.

Ricordo con gioia di essermi rivisto bambino in una vecchia foto, pubblicata in un numero che ora mi sfugge, con un perenne ciuffetto ribelle sugli occhi, mentre guardavo la macchina da presa. Questa immagine è un prezioso testimone della presenza e della vitalità della comunità cristiana, la cui scuola si trovava anch'essa in Via Torino a Bengasi.
Vita sociale e commerciale nei dintorni della Cattedrale
Negozi e servizi
- Il negozio del sig. Porromuto, con la sua esposizione di articoli che attirava la mia attenzione.
- L'appaltatore d’opere edili, il sig. Curotti, la cui attività contribuiva allo sviluppo urbano.
- I fratelli Cusumano, con la loro officina per la produzione e riparazione di carri.
- La farmacia Farmaceutica Coloniale del Dott. Santa Raimondi, suocera del Dott., situata nel nostro palazzo di Viale Regina.
- La modista sig.ra Fugardi.
- L'emporio preferito del sig. Pappalardo, un grande negozio di carne macellata del sig. Viciani, vicino al negozio di generi alimentari del sig. Guido Vitale.
- Un fornitissimo bar di proprietà del sig. Giovanni Parlato.
- La tabaccheria più antica di Bengasi, la n. 1, all'angolo della Via S.
- In Viale Regina, il panificio del sig. Russo e signora e il sig. Nicosia, figli di mio zio Diego, commercianti affermati.
- Il negozio di articoli sportivi del sig. Russo.
Punti di ritrovo
Rare erano le occasioni per andare al ristorante, preferendo le pizzerie o i fast-food, anche perché "loro", pensavano al risparmio. Spesso ci si ritrovava avvolti dal fumo delle sigarette, oppure al bar, seduti al tavolo a rispondere a tono.

Eventi e personalità
Ricordo la visita del Duce e poi del Re a Bengasi, eventi che segnarono profondamente la vita della città. Tra le figure che hanno abitato la zona, c'era il Dott. Calvi di Bergolo, oriundo di Gela (e poi Deputato del P.C.I. Siracusa), che abitava in Viale Regina, vicino casa mia. Anche "Ciccia" e "Peppino" Bellavia, miei compaesani di Agira, Lucia con i suoi figli Salvatore e Giuseppe, che ora vive a Catania, e Rosario Coletta, purtroppo scomparso un anno fa, facevano parte della nostra comunità.
Momenti di vita familiare e giochi d'infanzia
Le nostre abitazioni erano spesso il fulcro della vita familiare. Il palazzo del sig. Giardinella, sul lato di una piazza trapezoidale, e la proprietà del Dott. Salvino, prospiciente la spiaggia, erano luoghi di riferimento. Ricordo una spiaggia splendida, sul mare, poco lontano da casa nostra, dove praticavo la pesca con una canna preparata con le mie mani.
Tripoli Caratteristiche di vita indigena
Nonostante i giochi e la spensieratezza, c'erano anche momenti di paura e incertezza. A volte mi nascondevo sotto il letto per non essere visto, aduso a queste improvvise sparizioni che mi occultavano interamente. Le griglie di legno, le "musciarabieh", che proteggevano le finestre, ricordavano le restrizioni imposte alle donne quando uscivano per strada.
La guerra e la partenza da Bengasi
L'eco della guerra d'Etiopia sconvolse la nostra vita familiare, così come la guerra lampo che avremmo dovuto vincere. L'oscuramento diventava la norma, con grandi piramidi di fasci di luce che si stagliavano verso terra. Tutti facevano la loro parte, illuminando l'aria con vivide fiammate azzurrine che dolcemente salivano in cielo.

Impressionato da tali visioni, scappai nel sottoscala a raccontare l'accaduto. Mi fu detto che si trattava di un "bengala", un tipo di razzo che creava scintille, rendendo il cielo un vero e proprio scenario notturno d’osservazione. Tuttavia, le bombe non tardarono ad arrivare. I "trispiti", strutture temporanee, divennero rifugi dove ero aduso a queste improvvise sparizioni, che mi occultavano interamente. Ho avuto modo di osservare da vicino gli effetti devastanti della guerra, con case squarciate, infissi divelti e vetri sparsi tutt'intorno. Quella visione fu terribile e mi fece subito indietreggiare.
Con il proseguire del conflitto, fu scelto il palmeto dei Sabri come luogo di rifugio, uno spettacolo di guerra da non perdere. Ogni mese ci chiedevamo cosa ci sarebbe capitato. Fu così che, a gruppi, me compreso, partimmo alla volta di Tripoli, per poi rientrare in Patria via aereo, riuscendo a portare con noi solo le poche cose che avevamo appresso. Furono attimi di sgomento e di terrore per tutti noi, ma purtroppo il proposito di restare non era facile da realizzare. Le navi ci scortavano e gli aerei volteggiavano sulle nostre teste, fino al nostro arrivo a Vittoria, nel '41.
Questi ambienti ed episodi di vita familiare, scrivendo queste note, tornano vividi alla mia mente, così come il ricordo della "Battaglia di El Alamein".
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