Fin dalla vocazione di Abram, Dio, pur rivolgendosi a una persona, in realtà, ne coinvolge sempre altre. Nel cammino, si riesce ad affrontare meglio i normali imprevisti quando si parte e si procede con dei “compagni di viaggio”.
Nei due racconti della creazione, Dio crea l’uomo e la donna. Come si legge in Genesi: «Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo” … E Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò» (Gen 1, 26-27). Inoltre: «E il Signore Dio disse: “Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda”» (Gen 2, 18). Qui troviamo un altro aspetto che può introdurci al nostro argomento: la dimensione relazionale dell’essere umano.
Gesù, annunciando l’avvicinarsi del Regno di Dio (cfr. Mc 1, 15), insegna a rivolgersi al Padre (cfr. Mt 6, 7-15; Lc 11, 2-4) e a chiedere il dono dello Spirito Santo (cfr. Lc 11, 13), facendo comprendere che Dio in Sé non è un singolo. Il peccato delle origini (cfr. Gen 3ss) ha frantumato l’armonia originaria che esisteva tra Dio, le creature e la natura; ha innestato nella storia dinamiche, non volute da Dio, che si sono diffuse e radicate in modo progressivo e pervasivo.
L’evento della redenzione, che porta a compimento l’Incarnazione del Verbo di Dio, compie il giudizio definitivo, quando «il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12, 31-32). La Pasqua di Gesù ha risanato definitivamente la storia, ma è anche un processo che deve compiersi in modo consapevole in ogni persona e nelle comunità, chiedendo fedeltà e umiltà di saper ricominciare a guardare Gesù e non sé stessi.

La chiamata e l'invio dei discepoli
Nel Vangelo di Marco troviamo scritto che Gesù chiamò a sé quelli che voleva e «Ne costituì Dodici - che chiamò apostoli - perché stessero con lui e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demoni» (Mc 3, 14-15). Luca aggiunge la missione dei settantadue discepoli, evidenziando come il Signore li inviasse «a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi» (Lc 10, 1). Il brano si conclude con le parole di Gesù: «Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me».
Il nostro Signore e Salvatore, fratelli carissimi, ci ammonisce ora con la parola, ora con i fatti. A dire il vero, anche le sue azioni hanno valore di comando, perché mentre silenziosamente compie qualcosa, ci fa conoscere quello che dobbiamo fare. Il Signore manda i discepoli a due a due a predicare per indicarci tacitamente che non deve assolutamente assumersi il compito di predicare chi non ha la carità verso gli altri.
Lo Spirito Santo, nella teologia latina, è l’Amore-Persona che distingue e unisce il Padre e il Figlio. Potremmo dire, è il Dono che il Padre e il Figlio consegnano a coloro che si amano “come loro”. Da qui emerge la grandezza e preziosità del Comandamento nuovo che Gesù ha rivelato agli Apostoli nell’Ultima Cena, dopo aver lavato loro i piedi e annunciato il tradimento di Giuda Iscariota:
«Quando fu uscito, Gesù disse: “Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. […] Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli se avete amore gli uni per gli altri”» (Gv 13, 31. 34-35; cfr. 15, 12).
Ciascuno di noi ha in dono lo Spirito Santo, ed Egli agisce con potenza quando ci sono persone che si impegnano a vivere da veri cristiani; si impegnano con tutte le forze a formare il Corpo di Cristo, compaginato e unito in tutte le sue parti. Persone che, secondo quanto scrive Papa Francesco nella Esortazione apostolica Evangelii gaudium, vivono la interiorità allargata e la fraternità mistica (cfr. nn. 87 e 272).
Questi sono nomi diversi per indicare la vita di comunione nella Chiesa, a mio avviso. E questo chiede che la formazione punti decisamente a non lasciarsi rubare la vita fraterna. Mi sembra che sia urgente non solo sapere chi è la persona dello Spirito Santo, ma sperimentarne la Potenza. Aver conosciuto in questo modo la terza Persona non è un elemento secondario, ma decisivo.

Egli dà la forza di cui abbiamo bisogno per diffondere e difendere la fede sino a confessare il nome di Cristo senza vergognarsi della croce del Signore (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1830-1832). È lo Spirito Santo infatti che ci rende capaci di amare come Lui, attraverso i sette doni che la Tradizione ha sempre evidenziato: Sapienza, Intelletto, Consiglio, Fortezza, Scienza, Pietà e Timore di Dio (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1830-1832).
Tutte e tre queste dimensioni (spirituale, intellettuale e esistenziale) sono essenziali perché incidono su ambiti specifici della persona umana: spirito, anima e corpo, secondo quanto san Paolo scrive in 1Ts 5, 23. Come è urgente testimoniare quanto sia bello che i fratelli vivano insieme (cfr. Sal 133 [132]) e la bellezza della vita trasfigurata dal Vangelo (cfr. 2Cor 3, 18).
Rimanere in Gesù significa scegliere uno stato di vita di conversione permanente, vuol dire prendere sul serio il rinnegarsi e portare la croce con Gesù (cfr. Mc 8, 34). Si tratta di entrare nell’evento della Pasqua, l’Ora di Gesù, con il cuore, la mente e le forze: «Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il principe del mondo; contro di me non può nulla, ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco» (Gv 14, 30-31).
La formazione dei battezzati-missionari
La formazione dei battezzati-missionari dovrebbe mirare a condurre le persone a un’adesione personale alla fede nel Cristo crocifisso e risorto e a risvegliare il senso dell’appartenenza al popolo di Dio. Se ne coglie l’efficacia quando non solo maturano concrete disponibilità al servizio, ma si vive perché si condivide l’anelito di raggiungere gli estremi confini della terra (cfr. At 1, 8).
Nella formazione sono indispensabili anche momenti di verifica personale e comunitaria. Lo possiamo cogliere attraverso le pagine della Sacra Scrittura e la vita di quanti hanno seguito Gesù nel corso dei secoli. Ci poniamo alcune domande per la riflessione:
- Sono attento/a alla presenza di Dio nella vita delle persone?
- Medito anche al di là della Messa domenicale la Sacra Scrittura?
- Mi sto educando a una sequela di Gesù con altri fratelli e sorelle?
- Siamo capaci di volerci bene sino alla correzione fraterna e alla edificazione vicendevole?
- Facciamo delle verifiche di come stiamo annunciando il Vangelo ai giovani?
- Sono inserito nel territorio; conosco chi vi abita?
- Quando viene qualche giovane o famiglia “nuova” cerco di conoscerla o rimango indifferente?
- Sono impegnato a vivere e annunciare il Vangelo di Gesù?
- Partecipo a ciò che accade nella società e nella Chiesa?
- Mi adeguo alla corrente o cerco di proporre uno stile di vita ispirato ai grandi ideali del Vangelo?
- Mi abbatto dinanzi alle difficoltà?
- Cerco di vincere lo scoraggiamento allenandomi a dare il meglio di me senza guardare ai risultati?
San Gregorio Magno, nelle sue Omelie sui vangeli, ci ricorda l'importanza della predicazione e della fede:
«Come potranno invocarlo senza aver prima creduto in Lui? E come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che annuncia?» (Rm 10,14).
Noi cristiani, ci rendiamo conto del mandato ricevuto da Cristo? «Andate e ammaestrate», «Andate e predicate».
Atti degli Apostoli Video + Audio Capitolo 13
Il mandato missionario: "Andate e predicate"
Il Vangelo di Marco, come già citato, riporta il comando di Gesù: «Andate in tutto il mondo e proclamate il vangelo ad ogni creatura». Gesù utilizza termini imperativi “andate, proclamate” per indicare agli apostoli, e a quelli che saranno i loro successori, il loro scopo fondamentale. Nessuno, laici compresi, può definirsi cristiano senza avere dentro di sé la consapevolezza che ogni giorno è chiamato a santificare Dio con la propria vita. In altri termini, vivere pienamente il Vangelo in ogni situazione quotidiana significa proclamare la Sua parola ovunque e con chiunque ci si trovi.
Il Vangelo di Cristo è universale sia geograficamente che culturalmente: deve essere trasmesso fino ai confini della terra e ad ogni “creatura”. Se si analizzano le parole stesse, si può comprendere perché Gesù non parli di proclamarlo ad ogni persona ma, invece, ad ogni creatura. Egli ci sta dicendo che siamo creature, cioè siamo creati, siamo voluti, siamo figli! Ognuno di noi è stato amato e voluto da Dio prima ancora che i nostri genitori ci concepissero.
Nel Vangelo di Marco è come se venisse detto: «Andate e proclamate il Vangelo a tutti i miei figli affinché attraverso me possano essere salvati». Cristo attende che i suoi figli, amati e voluti con tutti i limiti, i difetti ed imperfezioni, riconoscano Lui come il Figlio di Dio mandato dal Padre! A questo compito, soprattutto oggi così arduo e difficile, sono chiamati in prima linea a compierlo i consacrati che Lui ha scelto: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15,16).
Quanto è bello Dio! Ci conosce così bene che sceglie alcuni di noi per servirlo in prima linea. È difficile conoscere ed accettare questa volontà perché «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24). Significa rinunciare a sé per amore di Cristo, per salvare gli altri. Dio però non lascia mai soli i suoi adorati figli, infatti, come sta scritto: «Se dovrai attraversare le acque, sarò con te, i fiumi non ti sommergeranno; se dovrai passare in mezzo al fuoco, non ti scotterai, la fiamma non ti potrà bruciare, poiché io sono il Signore, tuo Dio» (Is 43,2-3).
Ogni creatura ha bisogno di Dio e, attraverso i suoi sacerdoti, Egli potrà ancora una volta sussurrare all’orecchio dei fedeli, dei disperati, dei bisognosi e di coloro che non credono queste sante parole: «Perché tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo» (Is 43,3).
La Chiesa nel mondo contemporaneo
La Chiesa, nel suo pellegrinaggio terreno e quindi nel compimento della sua missione, si trova oggi ad attraversare tempi di grande crisi. Ogni fondamento della nostra civiltà viene messo in discussione, le chiese si svuotano sempre di più, i battesimi ed i matrimoni si riducono sensibilmente ogni giorno che passa e le vocazioni sono ai minimi storici. I cristiani in Occidente sono tornati, dopo secoli, ad essere la minoranza. Tutto ciò non perché stia dilagando l’ateismo. Ciò che si sta diffondendo nelle pieghe della civiltà è il paganesimo. L’uomo ha abbandonato Dio per costruire propri idoli personali, facili da piegare ai propri interessi e sempre al suo servizio.
E ancora una volta la Sacra Scrittura si presenta a noi così attuale, infatti: «Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicata! Si son fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostrati dinnanzi, gli hanno offerto sacrifici» (Es 32,8). La triste verità è che soprattutto oggi, tanti, troppi si nascondono a Dio per adorare i propri “vitelli”.
Ma in quest’epoca in cui tutto sembra dirigersi verso gli abissi non dobbiamo aver paura. È Cristo ad aver vinto il mondo una volta per tutte. Non il contrario. È nel buio che ci si rende conto di aver perso la luce. È nelle false aspettative che ci si rende conto che si è persa la Vera gioia. E così, la Luce di cui è riflesso la Chiesa in realtà trafiggerà gli uomini che hanno creduto alle tenebre di morte, realizzando le profetiche parole: «Toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne» (Ez 36,26).
Ancora una volta, quegli idoli creduti invincibili ed eterni cadranno in frantumi e i loro resti si disperderanno come sabbia al vento. La missione della Chiesa, oggi, si rende ancora più ardua, ma in fondo, quando mai è stato semplice percorrerla? Annunciare il Vangelo non è un optional. Non è solo per qualcuno. Non è un privilegio riservato ai "missionari" o a particolari categorie di persone. È donare ciò che si è ricevuto sia attraverso il primo annuncio e poi la catechesi e successivamente attraverso la propria esperienza personale, il catecumenato, iniziale e permanente.
Il Kerygma, la Catechesi e il Catecumenato
L’uno illumina l’altro. Il Kerygma di Gesù veramente morto e veramente Risorto illumina e fonda la catechesi. A sua volta, il perenne Kerygma e la catechesi illuminano il catecumenato. Il catecumenato, come vissuto totalizzante, dispiega la catechesi e il Kerygma in tutta l’esperienza dell’uomo.
La catechesi kerygmatica, l’annuncio ricevuto dalla Chiesa, muove a conversione. La salvezza sperimentata illumina e rende viva sulla propria carne la catechesi ricevuta e la fa risuonare come le voci in una cattedrale gotica, affinché il suono del lieto annuncio tocchi ogni angolo nascosto, dentro e fuori.
Ecco che il tema della conversione, perno del Vangelo della presente festività della conversione del nostro fratello e padre Paolo, ritorna come fulcro portante dell’essere di questo apostolo. Paolo è un convertito che sempre si converte. Annuncia, sempre e comunque, attraversa nazioni e mari, corre anche se incatenato. È uno che ha veramente incontrato Gesù e la Chiesa e che, da zelante e finanche prepotente dottore della legge, diventa umile discepolo della scuola di Dio. Ma l’umiltà è un cesello che Dio opera attraverso le innumerevoli prove che quest’uomo ha dovuto vivere sulla propria pelle.
Ma anche un altro segno traspare dalla vita di Paolo che, tra l'altro, significa il suo "nome nuovo", dal nome regale di Saul al nome di "piccolo ed umile", Paolo. Paolo si convertiva annunciando; annunciando si convertiva. È l'annuncio, opportuno o inopportuno (cioè umanamente non conveniente, non buonista, che non arruffa consensi, privo di piaggeria, non piacione, non corretto politicamente, ecc.), che converte Paolo.
È annunciando che si rafforza la fede del credente perché lo trasforma e trasfigura dall'interno. Il Kerygma irrora la storia. Come si trova citato in tanti contesti: "In ciascuno dei tuoi istanti è contenuto, come in un nocciolo, il seme di tutta l’eternità", così il Kerygma, la catechesi e il catecumenato illuminano il presente e il peregrinare.
Se infatti la fede non viene donata e ri-donata ma rimane nella sfera del privato (quello che vogliono i "liberalisti" o i "mondani" di ogni tempo), pian piano si affievolisce e spegne o si trasforma in uno sberleffo che accarezza i sensi carnali dell’uomo ma non lo eleva. Non lo trasfigura.
Qui si struttura l’assurdità gnoseologica e accidiosa che afferma: "sia fatta la mia volontà con il beneplacito di Dio". Assurdità e bestemmia che uccide piano piano con la parvenza di spiritualità e, talvolta, con il manto, anch’esso di politicamente corretto, di contestazione. Infatti è noto, a chi ha un minimo di libertà interiore, che il clericalismo si riveste di tante forme, sia di narrazioni del "potere" sia di contro-narrazioni di "potere", di cuori feriti e scellerati che fanno tanto danno a sé e alle anime. Perché in entrambe le forme di clericalismo regnano l'ego, l'avarizia e il possesso.
Senza litigiosità e sedimentazioni rancorose, ma con fermezza, il cattolico annuncia tutto il bene che ha ricevuto perché sa che è in gioco la propria salvezza e la salvezza dei fratelli. Questo è il bene più grande e non certo la salute fisica, come San Paolo ci ha mostrato con la sua vita; Paolo, discepolo e servo del Cristo povero e crocifisso.
Se infatti c'è la salute del cuore, c'è la vita anche se si è prigionieri come San Paolo, o derisi, vilipesi, impotenti e in situazione di disabilità. Non c'è stato infatti periodo più fecondo per l’apostolo Paolo di quello in cui, prigioniero con catene, in arresti domiciliari - tanto che in ogni suo bisogno veniva seguito dal carceriere e dalle sue catene - poteva effondere l'amore per Cristo e per la Chiesa. E tante possono essere le catene nel nostro quotidiano che possono diventare, grazie a Dio, delle opportunità di annuncio, di donazione e di offerta. Anzi, proprio nell'impotenza e nella persecuzione (e nella prigionia delle catene imposte dall'esterno) risplende l'agire di Dio e quindi, se stiamo seguendo veramente Cristo, anche la nostra gioia profonda e la gioia autentica della Chiesa, dei fratelli e delle sorelle. Qui risiede quella Gioia che nessuno ci può togliere e che si fonda sull'amore di Dio in Cristo per noi e per i fratelli, da ora.
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