Le Case di Accoglienza per Bambini a Betlemme: L'Hogar Niño Dios e l'Orfanotrofio della Sacra Famiglia

A Betlemme, a pochissimi metri dalla Grotta della Natività, esistono luoghi che rappresentano una vera e propria Casa per chiunque vi metta piede, offrendo accoglienza e speranza in un contesto di fragilità. Tra queste, spiccano l'Hogar Niño Dios e l'Orfanotrofio della Sacra Famiglia, due realtà fondamentali gestite da congregazioni religiose.

Foto panoramica di Betlemme con la Basilica della Natività

L'Hogar Niño Dios: La Casa dei "Gesù Bambini"

Origini e Missione dell'Hogar Niño Dios

L’Hogar Niño Dios è una casa di accoglienza per bambini con disabilità, abbandonati o in grave necessità, gestita dalle religiose della Famiglia del Verbo Incarnato, una congregazione cattolica argentina fondata nel 1984. Le suore vivono e fanno da mamme ai bambini, alle bambine, ai ragazzi e ragazze disabili fisici e mentali che altrimenti non avrebbero dove andare. Molti a Betlemme la conoscono come la casa dei “Gesù bambini”. L’Hogar viene definita “succursale” della Grotta della Natività, non perché sia meno importante, ma perché lo è tanto quanto quel luogo che ricorda la nascita di Gesù.

La sua storia inizia nel 2005, quando l’allora patriarca latino Michel Sabbah offrì per tempo illimitato l’uso di una casa, che era poco più di una stanza, vicino alla Natività. Agli angoli vi erano una tenda con dei materassi rotti, che era il ricovero delle prime due religiose, suor Gesù e suor Cristo, i lettini dei primi bambini, e il tabernacolo. All’inizio del 2006, l'Hogar accolse la sua prima ospite. Successivamente, il patriarca Twal esortò a proseguire nell'opera, aiutando ad ampliarla. L'attuale struttura, grande abbastanza da contenere quella piccola stanza iniziale, è sorta intorno a essa, diventando la "Porziuncola" della comunità. L'ANCoS, grazie al contributo 5×1000, ha finanziato questa realtà, che è stata inaugurata nel 2011. Da allora, con grande entusiasmo e tante difficoltà, si occupa di bambini disabili abbandonati e in stato di grave necessità.

A pochi metri dalla Basilica della Natività, l’Hogar accoglie 24 piccoli ospiti. Di loro si occupano a tempo pieno cinque suore della famiglia religiosa del Verbo Incarnato. L’Opera accoglie bimbi cristiani e musulmani, provenienti dalle zone limitrofe di Betlemme, da Ramallah, Jenin e Hebron, ed è totalmente gratuita per chi vi abita.

Il Contesto Palestinese e le Sfide

In un contesto già povero e caratterizzato da una situazione di muri innalzati, violenza e tensione come quello palestinese, i bambini disabili e affetti da malformazioni spesso vengono abbandonati dalle famiglie, che vedono nell’handicap un disonore. Le madri non sanno come far fronte alle disabilità dei figli a causa della mancanza di una cultura dell’assistenza verso i più deboli e sfavoriti. La disabilità in queste zone viene considerata quasi una punizione di Dio, “min Allah”, ovvero “viene da Allah”. Per cui, in alcuni casi, i bambini vengono tenuti in casa, segregati, se non addirittura rifiutati. È qui che la carità cristiana si fa segno concreto, e l’Hogar è uno di questi esempi.

L'iniziativa cresce di anno in anno grazie all’aiuto dei singoli e delle associazioni, molte delle quali italiane, anche perché spesso la cultura locale e le cattive condizioni economiche portano a considerare la nascita di figli con handicap o con problemi fisici e psicologici come un grave disonore. Questi bambini, al di là della disabilità, spesso hanno storie familiari difficili alle spalle e i genitori non sanno come prendersi cura di loro. Molti provengono da Ramallah, da Hebron, da Jenin, zone palestinesi dove è alto il tasso di nascite di bambini diversamente abili. La causa di ciò è da ricercarsi, come spiega suor Maria Pia Carbajal, «nella cultura che favorisce i matrimoni tra consanguinei».

Bambini disabili che giocano all'Hogar Niño Dios a Betlemme

Una Finestra sulla Vita Quotidiana: La Storia di Sim

Tra le stanze pulite e luminose della casa si aggira il piccolo Abbas, 4 anni e mezzo, raccolti in poco meno di 90 centimetri. Tutti lo chiamano Simsim, il diminutivo scelto per lui dalla mamma appena nato. Sim, in arabo, indica il seme di sesamo, piccolino, minuscolo come Abbas appena uscito dal grembo materno. Sim è un bambino con sindrome di Down e, da poco meno di un anno, è uno degli ospiti dell’Hogar Niño Dios. La madre di Sim, di Hebron, è stata ripudiata dal marito e per questo non può prendersi cura di lui, poiché «la mentalità corrente qui vuole che i bambini appartengano al padre. Ma il padre di Sim non può prendersi cura di lui perché lavora».

Per questo motivo Sim è stato accolto all’Hogar, dove di tanto in tanto viene a trovarlo la mamma che, piangendo, vorrebbe prenderlo con sé. Le sue lacrime raccontano la sofferenza di tante famiglie che hanno figli disabili. Sim è una calamita di baci e di abbracci che non sempre ricambia, anche perché ha da combinare sempre qualche piccolo guaio, tant’è che le suore e i volontari di turno lo guardano a vista. Sim ama tanto ballare; così, quando squilla il telefono dell’Hogar, lo si vede muoversi a tempo sulle note della suoneria. Non disdegna nemmeno mangiare, «è molto goloso di dolci», e scattare foto con il telefonino del malcapitato di turno che si trova a passare nella Casa. È un bambino che regala gioia e che, insieme agli altri piccoli ospiti, riempie con la sua presenza i grandi spazi di questo luogo.

Mentre suor Maria Pia parla, si sente tirare l’abito: è Sim che chiede attenzione. Poco distante, infatti, ha visto una scatola di dolci e vuole mangiarli. Impossibile dirgli di no. I dolcetti vengono distribuiti ai bambini, adesso tutti con la bocca sporca di cioccolato. Sim è soddisfatto, alza il pollice per dire “tutto bene” e si allontana mentre la suora sorride. Non si può dire di “no” a Sim. Non si può dire di “no” ai Gesù bambini dell’Hogar, dove è sempre Natale.

La Provvidenza e il Sostegno dell'Hogar

La casa vive solo di Provvidenza, di aiuto non solo economico. Ci sono mani, occhi, gambe, corpi, cuori, piedi che dicono tanto, che dicono che la Vita è meravigliosa, nonostante gli abbandoni, le fragilità e i limiti. «Quello che si vede oggi è un miracolo della provvidenza», aggiunge abuna Mario, che non fa mistero che «il 99% di questa provvidenza è italiana». Sebbene grande, non è mai abbastanza per rispondere alle tante richieste. Abuna Mario afferma: «Viviamo alla periferia della periferia dove non si può annunciare il Vangelo se non attraverso la vita e le opere».

Suor Maria Pia racconta la storia di una donna musulmana, fuggita dal marito violento e accolta per poco tempo con i figli all’Hogar. «"Voi cristiani conoscete la misericordia, noi musulmani non sappiamo cosa sia", mi disse questa donna che oggi si è rifatta una vita ma continua a chiamarci e a sostenerci. Molte madri ci chiedono cosa ci spinge a occuparci dei loro figli, dei più piccoli e dei più poveri. A tutte rispondiamo che lo facciamo per Gesù, quel Bambino nato a pochi metri da qui».

L’ANCoS e altre associazioni, soprattutto italiane, contribuiscono alla crescita di questa iniziativa di anno in anno, un segno tangibile di solidarietà.

L'Orfanotrofio della Sacra Famiglia (Crèche): Un Rifugio di Amore

La Missione delle Figlie della Carità

A Betlemme, le Figlie della Carità di San Vincenzo De’ Paoli gestiscono l’Orfanotrofio della Sacra Famiglia, conosciuto anche come la Crèche. Qui vengono accolti i bambini fino ai sei anni rimasti orfani o abbandonati. «Qui Gesù vivo lo celebriamo ogni giorno. Un terremoto attraversa le stanze della Crèche, e a provocarlo è l’energia lieve e potente dei bambini. Come Yousef, che ride mentre una suora lo solleva dalla culla, come Mariam, che corre non abbandonando mai la sua pallina gialla, e come il piccolo Omar, immobile, aspetta di ricevere carezze», racconta suor Laudy Fares, che da vent’anni si prende cura dei bimbi dell’orfanotrofio.

La richiesta di amore pervade le stanze dell’Orfanotrofio della Sacra Famiglia. Qui si vive tra pennarelli colorati e giocattoli, circondati dalla protezione delle religiose che accudiscono questi bimbi fino ai sei anni, garantendo loro cibo, educazione e cure. «Questi bambini sono orfani, abbandonati o trovati per strada. È una realtà drammatica sotto ogni punto di vista: molti di loro nascono da situazioni familiari estreme, spesso da ragazze madri costrette a separarsi dai propri figli per la paura di essere uccise dalle famiglie. Le suore accolgono i neonati, li crescono, li amano», spiega ai media vaticani il superiore provinciale dei Vincenziani, padre Karim Maroun. Egli aggiunge che «questi bambini sono un po’ come Gesù: nati nella fragilità, nell’abbandono, in una società ferita. Hanno bisogno di tanto amore e di tanta tenerezza. E c’è un mistero grande: hanno una casa, cibo, cure, affetto, ma resta sempre la nostalgia della mamma e del papà».

Organizzazione e Accoglienza della Crèche

L’orfanotrofio di Betlemme ospita 45 bambini residenti e offre anche un servizio di Day Care per altri 35 piccoli, figli di famiglie povere che lavorano durante il giorno. In totale sono circa 80 i bambini accolti fino a sei anni di età. La struttura è organizzata con cura e comprende una cucina, una mensa, la chiesa con la cappella, i dormitori, le aule e gli spazi per il gioco.

I dormitori sono suddivisi in base all’età: la nursery per i neonati fino a nove mesi; la sala delle culle, fino a un anno e mezzo; quella dei lettini, fino a tre anni; per arrivare alla stanza dei letti per i più grandi. Anche l’educazione è basata sulle fasce d’età, con aule specifiche: la sala nido, le aule intermedie e quelle per i più grandi. A rendere possibile tutto questo è un’équipe di circa 70 persone, tra suore, educatori, medici e volontari. «A Betlemme il Natale arriva una volta l’anno, ma qui Gesù vivo lo celebriamo ogni giorno», afferma suor Laudy Fares. «Noi non facciamo catechesi a parole, la nostra identità si manifesta attraverso ciò che siamo e ciò che facciamo. Accogliamo Cristo tra le nostre braccia, perché questi bambini sono stati rifiutati dalla società. Qui trovano affetto, braccia aperte e amore».

Interno dell'Orfanotrofio della Sacra Famiglia con bambini che giocano

Sfide e la Catena di Solidarietà

Il sostegno offerto dalla Crèche ha una durata limitata. «Possiamo accompagnarli solo fino ai sei anni - prosegue la suora - e quando devono andare via è sempre doloroso. Dopo, non sappiamo quale sarà il loro cammino, quale futuro li attende. Per questo la nostra presenza qui, a Betlemme, è così importante: per prenderci cura di loro, ogni giorno, finché possiamo», fino a quando non verranno consegnati al sistema statale palestinese.

Padre Maroun descrive questa realtà da una parte come una “ferita aperta” e dall’altra come un “miracolo quotidiano”. Il lato drammatico è che «ci sono madri completamente sole che, senza sostegno familiare, attraverso il passaparola e tramite internet, chiedono assistenza in ospedale. Dopo il parto rinunciano a qualsiasi diritto sul bambino, per poi tornare nelle loro famiglie, mentre il bambino resta alle Figlie della Carità».

Il lato positivo è che «dal punto di vista economico la Crèche è sostenuta quasi esclusivamente da donazioni private: pellegrini cristiani che alloggiano nella guest house, israeliani e famiglie palestinesi che raccolgono denaro per aiutare le suore». Tutto ciò è reso possibile «solo grazie alla Provvidenza e alle donazioni, grazie a quelle che noi chiamiamo le nostre mani bianche», aggiunge Fares. «Ogni persona che entra porta quello che può, anche una sola moneta per noi è una fortuna. Il Signore non ci abbandona mai».

L’obiettivo è dare dignità, amore e futuro a questi bambini. I pellegrini che visitano la Crèche si affezionano molto e l’affetto è reciproco. Una storia che a suor Fares è rimasta particolarmente nel cuore è quella di una donna francese, abbandonata da bambina ma accolta in una famiglia. Vedendo i bambini, si commosse profondamente dicendo: «Io ho avuto una famiglia e mi sono sposata, ma questi bambini non hanno un futuro, perché l’adozione qui è proibita. Io potevo essere una di loro, invece ho avuto una possibilità». Queste parole hanno colpito profondamente la suora: «Noi ci prendiamo cura di loro, li amiamo, ma c’è sempre qualcosa che manca: una famiglia. Questo è il dolore più grande».

Attorno a questi piccoli si è creata una catena di solidarietà, costituita da volontari, medici, donatori, pellegrini e cittadini del quartiere che portano cibo, latte, vestiti, giocattoli, pannolini e coperte. È così che ai bimbi della Crèche arrivano affetto, vita e, soprattutto, amore.

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