L'esperienza di volontariato e l'incontro con le realtà migratorie rappresentano un percorso di crescita personale e collettiva, capace di generare ponti e legami significativi tra persone e culture diverse. L'Associazione Scalabriniana al Servizio della Carità (ASCS) si pone come catalizzatore di queste esperienze, promuovendo progetti di servizio e integrazione.
L'Impegno Volontario e i Primi Incontri
L'avvicinamento ad ASCS nasce dal desiderio di incontrare le realtà di tante persone che, per un motivo o l'altro, migrano, lasciando i loro paesi d'origine per seguire i propri sogni, a volte sogni di un futuro migliore. Già dal 2018, attraverso un corso per volontari, si è manifestata la volontà di fare un'esperienza di servizio e incontro con i migranti. Il corso di preparazione ha offerto l'opportunità di conoscere molte persone pronte a mettersi in gioco.
Un'esperienza formativa è stata la scuola d'italiano alla "Pista", dove ragazzi provenienti principalmente dai campi vicini, spesso sfruttati e stanchi dai turni di lavoro, mostravano una grande voglia di imparare l'italiano. Questa lingua non era solo un mezzo di comunicazione, ma quasi una chiave d'accesso per la vita in Italia, percependo anche la loro gratitudine per la semplice presenza dei volontari. Si è compreso che l'amicizia e l'essere presenti nella vita dell'altro, aiutarsi e sostenersi, sono ciò che conta davvero.
Dopo quest'esperienza, la collaborazione con ASCS è proseguita come volontaria all'interno del progetto Il Mondo in Casa. Questo progetto permette di conoscere persone e culture diverse, creando momenti in cui i migranti possono raccontare aspetti della loro cultura. Questo non solo consente ai partecipanti di viaggiare virtualmente e ai migranti di riconnettersi con le proprie radici, ma soprattutto di conoscersi e superare le barriere di paura e diffidenza che spesso si creano per mancanza di incontro. Il sogno di creare ponti e legami si realizza anno dopo anno, aggiungendo nuovi amici e comunità che si raccontano e si incontrano, portando nel cuore i sorrisi e la generosità delle persone.

L'Esperienza alla Casa del Migrante Nazareth a Nuevo Laredo
A più di sei anni dal primo incontro con ASCS, un rovente giorno d'estate romana ha segnato l'inizio di un nuovo desiderio inespresso. Nel 2017, la destinazione è stata Nuevo Laredo, città messicana dello stato di Tamaulipas al confine con il Texas, dove c'era un urgente bisogno di aiuto. Questa è stata l'occasione per vivere un'esperienza unica di incontro con l'altro e realizzare il desiderio di fare volontariato all'estero, in particolare in un paese latino-americano.
L'arrivo a Nuevo Laredo è stato intenso e spaventoso, con strade deserte percorse di sera e la presenza di scagnozzi dei narcos a vigilare. Il servizio alla Casa del migrante Nazareth è un lavoro che si apprende giorno per giorno. Agli ospiti viene fornita assistenza primaria: un pasto caldo, un luogo dove dormire e un cambio di vestiti. Il lavoro svolto dai volontari è fatto di cose semplici, che chiunque è in grado di gestire, ma che nella loro semplicità devono funzionare con il ritmo giusto per far sì che il meccanismo non si inceppi e si possa far fronte a qualsiasi emergenza.
Tale semplicità ha un grande valore, e comprendendola e rispettandola, ognuno può dare il proprio contributo. La Casa funziona anche con il contributo degli stessi ospiti, che collaborano con gratitudine. È soprattutto in questi momenti che si intavolano conversazioni e si stabilisce quella fiducia che fa sì che condividano la loro storia. Ascoltare, in alcuni momenti, è la sola cosa che si possa fare. Lavorare con persone migranti va oltre il semplice sforzo fisico, è un impegno mentale e soprattutto emotivo; è acquisire responsabilità verso l'altro che è persona e non numero, con necessità, sogni e aspirazioni, oltre a quei diritti che spesso, a causa della situazione di vulnerabilità in cui si trova, vengono negati.

I tre mesi trascorsi sono stati intensi, fatti di incontri, racconti, esperienze, impegno e adattamento. Inizialmente, sembrava che tutto si muovesse molto lentamente e che l'impatto non fosse grande. Tuttavia, osservando come il direttore della Casa e i volontari della comunità lavoravano con le persone del progetto e restando in ascolto, si è compreso che era necessario concentrarsi sui piccoli cambiamenti, imparando a rallentare e ad apprezzare quei ritmi culturali spesso molto dilatati. La gratitudine per questa opportunità, che ha dato tanto e continua a dare a distanza di molti anni, è profonda. Un ringraziamento speciale va ad ASCS e ai missionari scalabriniani, a padre Giovanni Bizzotto, direttore della Casa, e a tutti coloro che hanno contribuito.
Progetti di Integrazione e Convivenza: Il Servizio Stranieri del Comune di Alba
Per comprendere l'evoluzione dei percorsi di integrazione, è fondamentale risalire ad alcune caratteristiche del Servizio Stranieri del Comune di Alba. Questo "servizio" istituzionale, nato nel 1993 in un periodo più tranquillo per l'immigrazione, è stato concepito fin dall'inizio come strettamente integrato con altri servizi esistenti, operando in sinergia su vari fronti dell'esperienza migratoria, dalla ricerca di lavoro al riconoscimento dei titoli di studio. Oggi, il Servizio è molto impegnato nel rilascio e/o rinnovo dei permessi di soggiorno e nelle domande di cittadinanza, con l'obiettivo di supportare l'integrazione.
I percorsi nelle scuole, inizialmente realizzati con altre realtà del privato sociale e culminanti in incontri pubblici in piazza, miravano a far conoscere e restituire alla città le esperienze. Con la cessazione delle risorse economiche dedicate, sono state intraprese nuove strade. Da quelle esperienze nelle scuole è nato un progetto con l'intento di lavorare per un'integrazione decisamente partecipativa. Sono state riunite associazioni che già operavano sul territorio con i migranti, molte delle quali con un approccio tendenzialmente assistenziale. Insieme, si è iniziato a ragionare sulle tematiche da discutere.
Queste associazioni (inizialmente una decina) sono state incaricate di coinvolgere ciascuna un gruppo misto di lavoro (migranti e italiani) e di creare occasioni di socialità e incontro. Con il sussidio di una traccia flessibile (contenente 5-6 domande stimolo), i partecipanti hanno potuto condividere idee, riflessioni ed esperienze attorno a un tema specifico. Questo percorso ha innescato un processo riflessivo non automatico, soprattutto per gli operatori, generalmente più orientati a interventi concreti. È stata valorizzata la loro capacità di riflettere ed elaborare un pensiero legato all'esperienza, mentre i migranti hanno mostrato grande interesse e disponibilità a raccontarsi.
Sviluppo dei Temi: "Radici" e "Distacchi"
Dopo aver nuovamente costruito una traccia per la narrazione, organizzato i gruppi, il percorso è ripartito l'anno successivo. I partecipanti hanno lavorato, raccolto per iscritto le loro narrazioni e prodotto materiali. Alla fine dell'anno sociale, a maggio, tutti insieme hanno ascoltato e riletto quanto vissuto ed emerso. Dopo il percorso dedicato alle "Radici", i ragazzi delle scuole superiori hanno presentato un pezzo teatrale da loro realizzato.
Il secondo anno, con il tema "Distacchi", è stata la volta dei migranti dei Centri di Permanenza Temporanea (CPT), i quali hanno espresso in forma teatrale le loro riflessioni e predisposto anche un video. Si è aggiunto spontaneamente un musicista straniero. Questi episodi di auto-protagonismo sono stati particolarmente apprezzati. La serata finale, alla quale hanno partecipato molte famiglie con bambini, è stata concepita come un seminario dove a prendere la parola non erano gli studiosi del fenomeno migratorio, ma i protagonisti sul campo - migranti e autoctoni - dei percorsi narrativi.
Oltre gli Stereotipi: Parlare "con" i Migranti, non "di" loro
Ciò che ha fatto la differenza rispetto ad altri percorsi è il fatto che non si è parlato solo di immigrazione, ma con i migranti. Nella narrazione interagita, i migranti hanno parlato delle loro radici, del loro significato e della loro importanza nella vita. Allo stesso modo, gli italiani hanno riflettuto su questo termine, scavando nel proprio vissuto e riscoprendo il significato delle proprie radici, del proprio passato e della propria storia.
L'obiettivo principale era che l'esperienza divenisse un momento significativo di gruppo, un guardarsi intorno, guardarsi negli occhi e scoprire insieme le radici per aprire la propria storia all'oggi, alla condivisione con altri con i quali costruire la convivenza, evitando sfoghi che non aiutano nessuno o forme di buonismo camuffato. Era cruciale che emergesse un clima comunicativo profondo in cui tutti fossero alla pari e ciascuno potesse essere valorizzato. Anche su temi delicati come i "distacchi", il dolore di lasciare gli affetti e le insicurezze, gli incontri dovevano essere inizi per interazioni che potessero poi continuare e rafforzarsi.
Nelle narrazioni e nell'ascolto reciproco, è emerso l'italiano che riconosceva le proprie "radici migranti" (ad esempio, un bisnonno emigrato in Argentina) e il migrante che esprimeva il piacere di ritrovare punti in comune con gli altri. Questo movimento è prezioso: non si tratta di guardare a persone in condizione di inferiorità che devono essere solo aiutate, ma di interagire con loro, scoprendo sguardi e vissuti comuni. Non si tratta di fare discorsi sui migranti e sulle migrazioni, ma di parlare con i migranti.
Si è cercato di superare l'approccio superficiale che, abbandonando l'assistenzialismo, inquadra il migrante in una chiave esotica, ignorando le complessità. È emersa l'importanza di uscire dagli stereotipi nel processo di integrazione. L'intensità dello scambio ha portato alla luce non solo aspetti profondi dei vissuti, ma anche molti problemi concreti della vita quotidiana, come la ricerca di un lavoro o il riconoscimento dei titoli di studio. L'obiettivo è stato quello di aprire una prospettiva di "proviamoci insieme!", considerando il migrante come un cittadino che può esprimere pareri, consigli e preoccupazioni, offrendo soluzioni e opportunità inattese, evitando la creazione di cittadini di serie A e di serie B. La partecipazione dei cittadini migranti, pur non essendo automatica, va sollecitata, accompagnata e alimentata, come per ogni forma di cittadinanza attiva.
La collaborazione tra diverse soggettività collettive, dalle istituzioni al privato sociale, può offrire un contributo a un lavoro di comunità che mira alla costruzione della convivenza attraverso la partecipazione e la valorizzazione delle risorse presenti.
Costruire un Tessuto Sociale Plurale e Aperto
Il lavoro svolto ha contribuito a creare un tessuto sociale plurale, denso e aperto, o a riconnettere un tessuto locale che si era infragilito, cominciando a guardare l'altro con occhi diversi, senza ingabbiarlo in una categoria sociale. Ciò innesca nuove relazioni, interazioni, scambi e forme di reciprocità impensate, molte delle quali non controllabili, ma preziose.
Esiste una bilateralità nel processo di costruzione del tessuto sociale: da un lato, un tessuto esistente è necessario per avviare forme di socialità e prossimità concrete; dall'altro, è fondamentale che qualcuno mantenga, alimenti e dinamizzi la rete relazionale, tenendo insieme continuità e novità, identità e alterità, tradizione e innovazione. Questo lavoro intende stimolare e alimentare tale processo, riconoscendo che un tessuto così composto e variegato non può auto-riprodursi senza un supporto continuo. Questo è particolarmente vero quando si parla di persone molto diverse, e ci sono questioni delicate che entrano nelle interazioni, come la questione della donna, l'educazione dei figli e la trasmissione di valori e priorità.
Prospettive Future e Sfide dell'Integrazione
L'interrogativo per il futuro è come continuare senza ripetere, ma avanzando nel processo di integrazione-interazione nella convivenza, magari replicando altrove esperimenti di questo tipo. Si sta pensando di ritornare nelle scuole e portare lì la metodologia e i contenuti sperimentati negli ultimi due anni con giovani e adulti nei percorsi "Radici" e "Distacchi", coinvolgendo bambini, ragazzi e i loro genitori. Ci sarebbe materiale sufficiente per continuare con percorsi simili dal punto di vista dei temi, dell'interesse e delle metodologie già sperimentate.
In futuro, si auspica che il seminario finale non si tenga in un luogo chiuso come un teatro, ma in una piazza, per coinvolgere fin da subito la gente e favorire chi, magari di passaggio, potrebbe affacciarsi e iniziare a conoscere. Sarebbe bello realizzare laboratori nelle vie di Alba, affinché le persone interagiscano più attivamente. L'obiettivo è che i temi trattati escano definitivamente dai circuiti di marginalità sociale, bisogno e problema, evitando inconsapevolmente processi di ghettizzazione dei migranti, come la formazione di gruppi basati sulla nazionalità che rischiano di anteporre un generico richiamo all'apertura mentre le idee rimangono sostanzialmente chiuse.
Il termine latino hostis, che indica contemporaneamente "straniero" e "nemico", ci spinge a riflettere: il migrante è un nemico o un ospite? È possibile costruire la convivenza solo sulla paura? La risposta è: né nemici né ospiti. Si tratta di superare stereotipi e pregiudizi, riconoscendo che dietro a ogni persona non si cela necessariamente uno stereotipo negativo. Il piccolo tentativo "artigianale" è considerare tutti come cittadini, con domande, esperienze, storie, ferite e attese che vanno ascoltate e fatte emergere. Esiste un dare e un ricevere reciproco. Questo movimento, se attuato, può consentire di affrontare diversamente i problemi. Un passo costante, anche se apparentemente piccolo, segnato dalla fiducia e dalla valorizzazione dell'altro, può dare un nuovo slancio all'integrazione.