La figura di Marduk, divinità babilonese, riveste un ruolo centrale nella mitologia e nella religione mesopotamica, assumendo una preminenza che lo ha elevato a "re degli dèi" e protettore dell'antica città di Babilonia. La sua storia e il suo culto sono intrecciati con eventi storici, opere letterarie e profonde credenze religiose, come testimonia la cosiddetta "Profezia di Marduk", un documento assiro di notevole importanza.
La "Profezia di Marduk": Contesto e Funzione
La "Profezia di Marduk" è un documento assiro, la cui pubblicazione ufficiale è collocabile cronologicamente tra il 713 a.C. e il 612 a.C. circa. Questo testo è stato recuperato all'interno di un edificio noto come "La Casa dell'Esorcista", adiacente a un tempio situato presso la città di Aššur. Il documento narra gli spostamenti della statua del dio babilonese Marduk dalla sua città natale, Babilonia, verso i regni degli Ittiti, degli Assiri e degli Elamiti, profetizzandone il ritorno per mano di un grande sovrano di Babilonia.
Origini e Scopo
Il testo originale della Profezia fu scritto quasi sicuramente durante il regno del sovrano Nabucodonosor I (1125-1104 a.C. circa) come opera di propaganda politica. L'autore ne costruì la narrazione in modo da porre gli eventi in oggetto nel passato, al fine di consentire una "visione profetica" secondo la quale l'attuale sovrano avrebbe riportato la pace e l'ordine in città, riposizionando la statua del dio nella sua residenza sacra. Questa tipologia di narrazione era molto comune e si declinava nel genere oggi noto come narû literature ("letteratura narû") mesopotamica, in cui sia gli eventi storici sia gli stessi protagonisti e personaggi principali venivano trattati con licenza poetica al fine di esprimere un concetto.
Un esempio di questa licenza poetica si ritrova ne "La Maledizione di Akkad", dove il sovrano accadico Narām-Sîn (2261-2224 a.C. circa), realmente esistito e celebre per la sua pietà, viene ritratto come un re empio. Questo era un tentativo della narrazione medesima di illustrare il corretto rapporto tra un monarca e le divinità, suggerendo che se anche un sovrano così importante poteva venir meno alla sua pietà ed essere punito, cosa sarebbe accaduto a una persona di minor levatura sociale e politica?
Ne "La Profezia di Marduk", gli eventi sono collocati molto lontano nel tempo, affinché lo scrittore possa "arrivare a prevedere" il momento in cui un re babilonese restituisce il dio Marduk e la rispettiva statua alla sua legittima dimora. Leggendo il testo, è possibile riconoscere facilmente le qualità mitiche e leggendarie, assieme alle tematiche di natura politica, come la statua del dio Marduk che esprime soddisfazione per i regni di Ḫatti e degli Assiri (considerati alleati e geograficamente confinanti) ed avversione, invece, per l'Elam (nemico di Babilonia per antonomasia e di antica tradizione). Tuttavia, l'opera si rifà direttamente ad eventi storici realmente accaduti.

Il Valore della Statua Divina
La rimozione della statua di un dio da una città politicamente e militarmente conquistata e soggiogata era pratica comune nel Vicino Oriente antico ed era considerata una perdita devastante. Nell'antica mitologia mesopotamica, si credeva che il dio Marduk vivesse nel suo tempio al centro della città, proprio come le divinità delle altre città vivevano nei loro. Quando la statua di una divinità veniva rimossa, si perdeva anche la protezione che la stessa offriva. Le conseguenze erano così gravi che la perdita della statua doveva essere necessariamente registrata nei testi storiografici. L'assenza della divinità protettrice (polìade) dalla sua città causava grandi disagi nel culto di quella divinità e della città in generale.
L'assenza della divinità non era sempre metaforica, ma spesso era il risultato del furto della statua di culto da parte delle incursioni nemiche. Le statue divine venivano comunemente portate via durante le guerre dai vincitori per indebolire il potere delle stesse città sconfitte. Ad esempio, quando la statua del dio Marduk non era presente presso la città di Babilonia, la Festa del Nuovo Anno (Akītu), di fondamentale importanza e utilità per l'intero anno cultuale, non poteva essere celebrata, poiché si riteneva che questa simboleggiasse lo spostamento reale della divinità medesima.
Esempi Storici della Perdita della Statua
- Babilonia venne saccheggiata dal sovrano assiro Sennacherib (705-681 a.C. circa) nel 689 a.C. circa, dopo che egli stesso aveva precedentemente snobbato Marduk come divinità della città di Babilonia, assieme al relativo rituale di "prendere la mano", quando si era auto-proclamato sovrano della città. Il suo feroce assassinio da parte dei propri figli, nel 681 a.C. circa, venne considerata come una punizione del dio Marduk per l'insulto arrecato alla sua persona e alla sua città.
- Intorno al 1150 a.C., Šutruk-Nakhunte, re dell'Elam, acquisì la statua durante il suo saccheggio della città di Sippar. Nella propria iscrizione, Šutruk-Nakhunte si vanta di aver distrutto Sippar, una città vicina a Babilonia, e di aver portato via molti beni di valore religioso e culturale, tra cui la stele del grande sovrano accadico Narām-Sîn.
La "Profezia di Marduk" non fornisce un calendario ben preciso degli eventi, ma è ormai noto, da altre fonti, quando avvennero determinate invasioni e quando la statua del dio venne portata altrove. Inoltre, l'opera non segue il destino della statua dopo il suo ritorno presso la città di Babilonia dall'Elam. Un calendario degli spostamenti del dio Marduk andrebbe dalla prima volta che la rispettiva statua venne presa dagli Ittiti sino alla sua distruzione finale da parte dei Persiani con Serse I "il Grande", e questa versione successiva è fornita dagli scrittori greci.
Le fonti che tracciano il destino della statua dopo il suo ritorno presso la città di Babilonia sono di natura storica, ma i due scrittori principali, Erodoto e Diodoro Siculo, sono stati entrambi criticati per le imprecisioni e le vere e proprie favole contenute nelle loro rispettive opere. I resoconti di Erodoto inerenti la città di Babilonia sono sembrati sospetti ai lettori sin dalla sua epoca, mentre a Diodoro Siculo si deve l'elaborata descrizione dei Giardini Pensili di Babilonia, che oggi gli studiosi ritengono, se mai siano realmente esistiti, si trovassero presso la città di Ninive. Il destino finale della statua del dio Marduk, quindi, secondo gli scrittori greci, potrebbe essere sospetto, se non fosse che non si fa più menzione della statua medesima in nessuna delle fonti a seguito dell'assalto del sovrano Serse a Babilonia e che nessun scrittore antico contraddice il racconto di Erodoto. La città di Babilonia venne conquistata da Alessandro Magno quando egli sottomise l'impero persiano nel 331 a.C. circa, e della statua non si fa menzione alcuna, né viene mai nominata nei successivi resoconti.
Babilonia - La Caduta della Città Più Ricca di Tutti i Tempi!
La "Profezia di Marduk" non è tanto rilevante dal punto di vista storico e storiografico, bensì per comprendere il grande valore che gli abitanti di una città attribuivano alla loro divinità protettrice. Il dio Marduk non era solo un essere invisibile ed etereo al quale ci si rivolgeva mediante le preghiere nel momento del bisogno o che si lodava nei momenti di ricchezza, benessere e prosperità, ma un caro, intimo amico e vicino di casa che viveva proprio "in fondo alla via". Allo stesso modo in cui oggi noi siamo angosciati e profondamente addolorati nel scoprire di aver perso un caro, intimo amico, lo stesso accadde agli antichi Babilonesi quando venne sottratta la statua della loro amata divinità.
Marduk nel Pantheon Mesopotamico: Origini e Ascesa
Marduk (in lingua accadica, più diffusamente conosciuto nella letteratura religiosa babilonese con il nome di Bēl, "Signore") è, nella religione babilonese, il "re degli dèi" e divinità protettrice dell'antica città di Babilonia. Il dio babilonese Marduk è attestato già in antiche fonti sumeriche (ad esempio nella Lista degli dèi rinvenuta ad Abu Salabikh) nella forma di d amar.UD (o AMAR.UTU) nel possibile significato di "Giovane toro del dio Sole" o "Giovane discendente del dio Sole", il segno AMAR può indicare infatti ambedue i significati, mentre UD/UTU sta a significare il dio Sole. Successivamente, quando Babilonia divenne il centro politico della valle dell'Eufrate durante l'era di Hammurabi (II millennio a.C.), tale figura divina cominciò ad acquisire maggiore importanza all'interno del pantheon babilonese, posizione consolidata nella seconda metà del II millennio a.C.
Caratteristiche e Attributi
Marduk era il dio delle tempeste e un guerriero divino che governava sulla giustizia, la compassione e la guarigione. Figlio di Enki (o Ea), dio della saggezza, era anche associato all’acqua dolce ed era raffigurato come un uomo vestito in abiti regali, e talvolta con ali a ornargli la schiena. Era inoltre padre di Nabu e di Tammuz, dio della fertilità e protettore dei pastori. Adorato anche dai sovrani assiri e persiani, anche in queste culture era ritratto con caratteristiche regali e potenti, come ad esempio scettri e trono, e associati a simboli di giudizio e giustizia, a riflettere il suo ruolo di legislatore supremo.
Il suo animale sacro era il Mushussu (lett. "Serpente terribile"), il serpente-drago con corna, raffigurato sulla Porta di Ishtar a Babilonia. Un manufatto rinvenuto nei resti della casa di un artigiano di monili del periodo partico, datato tra l'854 e l'819 a.C., mostra Marduk accompagnato dal Mushussu. Con la mano sinistra regge il listello e la corda, strumenti della giustizia, e il suo corpo è adornato da simboli astrali. L'iscrizione che accompagna il manufatto suggerisce che esso doveva comporsi in oro ed essere appeso alla statua del dio posta nel tempio di Marduk, l'Esagila, a Babilonia.

Il Mito della Creazione: Enūma Eliš
Il mito più famoso che vede Marduk protagonista è raccontato nel poema epico Enūma Eliš, risalente al X secolo a.C., che descrive le origini del mondo secondo la mitologia babilonese. In questo poema, Marduk assurge a guida dell'intero Universo. L'Enūma Eliš narra che l'universo era in origine un caos d'acqua indefinita, fino a quando non si divise in acqua dolce (Apsû, il principio maschile) e in acqua salata (Tiāmat, il principio femminile). Con il trascorrere del tempo, le buffonate dei suoi figli cominciarono ad infastidire Apsû, il quale, su consiglio del proprio visir, decise di ucciderli. Tiāmat, venuta a conoscenza di ciò, rivelò il complotto al dio Enki, il quale si mosse per primo: fece cadere il padre Apsû in un sonno profondo e lo uccise.
Tiāmat, inorridita e profondamente addolorata per quanto accaduto, radunò un esercito per distruggere i suoi stessi figli. Guidate dal suo consorte Qingu, le forze di Tiāmat furono vittoriose in ogni scontro. Le divinità più giovani vennero sempre respinte fino a quando il dio Marduk si fece avanti durante una riunione del consiglio delle divinità ed annunciò che le avrebbe condotte alla vittoria se lo avessero nominato loro re. Dopo aver sconfitto le forze del caos primordiale, il dio Marduk si dedicò alla creazione del Mondo, all'ordinamento dei Cieli ed alla genesi di una nuova creatura chiamata... essere umano. Gli esseri umani avrebbero collaborato con le divinità per contrastare le forze del caos e mantenere l'ordine nel Mondo. In questo modo, tutti gli esseri umani erano figlie e figli del dio Marduk e agivano per compiere la sua volontà. La storia del dio Marduk divenne così popolare che egli venne riconosciuto come divinità suprema. Lo studioso Jeremy Black osserva che "il culto del dio Marduk, nella sua forma più estrema, è stato paragonato al monoteismo, anche se lo stesso non ha mai portato alla negazione assoluta dell'esistenza di altre divinità" (129).
Nell'Enūma Eliš si narra che, dopo aver sconfitto e ucciso Apsu, Ea si stabilì con la moglie Damkina nella dimora del dio ucciso; la coppia ebbe un figlio, Marduk, che nacque dal cuore del defunto Apsu. La narrazione continua con la guerra civile tra gli dei, scoppiata dopo che Ea aveva spodestato e ucciso Apsu; il conflitto stava crescendo fino ad assumere le dimensioni di una battaglia finale. Gli dei Anunnaki si riunirono al fine di trovare un dio in grado di sconfiggere i nuovi crescenti dei che minacciavano la loro esistenza. Marduk, divinità molto giovane, rispose alla chiamata e come ricompensa gli fu promessa la guida degli dei. Per prepararsi alla battaglia, egli fa un inchino, piega le frecce, afferra una mazza, lancia dei fulmini dinanzi a lui, riempie il suo coro con le fiamme, crea una rete per circondare Tiamat al suo interno, raccoglie a sé i quattro venti affinché nessuna parte di essa possa scappare, crea sette nuovi venti cattivi come il turbine ed il tornado, solleva la sua arma più potente, e diluvia. Poi si prepara per la battaglia, cavalcando il suo carro di tempesta trainato da quattro cavalli con il veleno nelle loro bocche. Nelle sue labbra trattiene un incantesimo ed in una mano afferra una pianta per contrastare il veleno. Per cominciare, sfida la signora degli dei Anunnaki, il primordiale drago marino Tiāmat in un singolo combattimento, sconfiggendola e imprigionandola nella sua rete, per poi soffiarle contro con i suoi venti, e penetrando il suo stomaco con una freccia. Infine egli si dirige contro Kingu, che Tiamat aveva messo a capo dell'esercito e che indossava le Tavolette dei Destini, strappandogliele dal petto ed assumendo infine la sua nuova posizione come Signore degli Dei. Sotto il suo regno furono creati gli uomini, con lo scopo di sopportare il peso della vita, affinché gli dei potessero trarne piacere.
L'Assimilazione dei Poteri Divini
In origine la figura di Marduk era considerata oscura e solo in seguito fu collegato all’acqua, vegetazione, il giudizio e la magia. È stato considerato come il figlio di Ea (Enki in sumero) e Damkina nonché erede di Anu, ma qualsiasi tratto caratteristico Marduk potesse possedere, fu offuscato dagli sviluppi politici attraverso cui la valle dell’Eufrate fu sottoposta infondendo in lui tratti caratteristici, in precedenza attribuiti solamente alle divinità maggiori del Pantheon babilonese.
Ci sono in particolare due divinità, Ea e Enlil, i cui poteri e tratti caratteristici passarono a Marduk. Nel caso di Ea, questa transizione avviene pacificamente e senza danneggiare la vecchia divinità. Marduk assume l’identità di Asarluhi, il figlio di Ea e dio della magia, in questo modo Marduk fu inserito all’interno del Pantheon di Eridu da cui provengono originariamente sia Ea che Asarluhi. Il padre Ea riconosce volontariamente la superiorità del figlio a cui passa volontariamente nelle sue mani il controllo dell’umanità. Questa associazione tra Marduk ed Ea, pur indicando il passaggio della supremazia una volta posseduta da Eridu come centro politico e religioso, può riflettere un’antica dipendenza di Babilonia da Eridu, non necessariamente di carattere politico, ma legata alla diffusione culturale nella valle dell’Eufrate dal sud al nord. Si tratterebbe cioè di un riconoscimento di Eridu come l’antico centro da parte di quello più giovane.
Mentre la relazione tra Ea e Marduk viene rimarcata con armonia e con una amichevole abdicazione da parte del padre in favore del figlio, l’assorbimento dei poteri di Enlil di Nippur da parte di Marduk ne causò un evidente calo di prestigio a spese di Enlil. Dopo i giorni di Hammurabi, il culto di Marduk eclissò quello di Enlil, sebbene Nippur ed il culto di Enlil vissero un periodo di rinascita durante i quattro secoli del controllo di Babilonia da parte dei Cassiti (c. 1570 a.C. - 1157 a.C.), il definitivo e permanente trionfo del culto di Marduk su Enlil diventa effettivo con l’impero Babilonese. L’unico serio rivale di Marduk dopo il 1000 a.C. fu Aššur in Assiria. Nel sud dell’impero Marduk regna sovrano. Egli è solitamente indicato come "Bēl" (Signore), anche come bēl rabim grande signore, bêl bêlim “Re dei Re”, ab-kal ilâni bêl terêti “Re degli dei”, aklu bêl terieti “il saggio, Signore degli oracoli”, muballit mîte “resuscitatore dei morti”, etc. Quando Babilonia divenne la capitale della Mesopotamia, la divinità protettrice di Babilonia fu elevata al livello di divinità suprema. Al fine di spiegare come Marduk prese il potere, nell’Enûma Elish, il quale racconta la storia della nascita di Marduk, furono scritte gesta eroiche trasformandolo nel sovrano degli dèi. Tali eventi possono essere visti come una forma di Apologetica Mesopotamica. In questo documento furono inclusi i cinquanta nomi di Marduk.
Il Culto di Marduk e i Nuraghi
Grazie ai bronzetti di Marduk (probabilmente quasi tutti i bronzetti sardi di epoca nuragica che rappresentano guerrieri) del primo ferro o del bronzo finale (se le datazioni lo confermeranno) abbiamo la rappresentazione di questo Dio creatore, che con le sue armi scaccia la vecchia Era (Il Toro, ovvero il matriarcato) soprattutto nei rituali di tipo esorcizzante, praticato presso i pozzi sacri dei santuari nuragici. Pur continuando a praticare gli antichi rituali animisti, ove le stesse forze spirituali di un tempo continuano e perseguono nel loro ruolo, ecco che la figura di un Dio sovrano e fecondatore entra finalmente in gioco ponendosi ed elevandosi sopra tutti e tutto.

Si tratta di un Dio solare e nello stesso tempo vegetale e sovrano, e la sua rappresentazione in Terra è affidata al suo delegato, il capo e guida, che ne diventa personificazione sia sul piano cosmico che sul piano sociale, politico e materiale. Siamo in un momento in cui la cultura nuragica assume il suo aspetto spirituale più materialista (ma anche maschilista). Non si tratta di una contraddizione, semplicemente si sta avviando, con molto ritardo, verso l’uscita dall’Era del Toro, dal suo “grande anno” come avrebbero detto gli antichi egizi. È tuttavia un’epoca considerata d’oro per il popolo nuragico, completamente immerso in traffici e scambi di varie merci, minerali e metalli da un capo all’altro del Mediterraneo, fino all’atlantica Huelva.
La Grande Solennità di Marduk/Elu
Una volta l’anno, in corrispondenza della stagione delle piogge, le ataviche genti nuragiche celebrano la grande solennità di Marduk. Egli è solitamente indicato come ‘’Elu’’ (Bel per i babilonesi, ovvero Signore, Il Grande, Il salvatore) e ancora oggi nel XXI secolo il suo nome è invocato in alcuni canti a tenores. Il rituale ha la durata di un’intera lunazione. È teso ad assicurare la pioggia (il seme fecondatore della terra), la fertilità e la ricchezza della comunità. Secondo le popolazioni dell’epoca, il Sole sarebbe sceso su un albero di fico per fecondare sua moglie (la Madre Terra).
Un maschio della comunità è stato incaricato direttamente dal Capo (Re) di assicurare al grande albero di fico una scala (come simbolo di una dimensione celeste sulla quale ascendere). Davanti all’albero di fico vengono sacrificati gli animali prescelti per il rituale, quelli più grassi e floridi, i capretti, gli agnelli e i maiali. Il loro sangue viene conservato dentro vasi di terracotta e distribuito a pioggia sulla terra, come psicometafora della fecondazione. Il banchetto, accompagnato dai forti vini della zona, ha luogo con l’arrosto delle carni presso il focolare di una delle torri del nuraghe: un luogo apposito per questi riti. Infine, in mezzo ai canti e alle danze rituali, si scatena un’orgia collettiva, carattere certo di una mistica agraria. Al termine della danza, quando i corpi esausti e madidi di sudore non sono più in grado di proseguire, i celebranti, caduti nella loro trance estatica, recitano le preghiere, portandosi nella torre delle tante porte e accedendovi dall’alto con la stessa scala a pioli che in precedenza era stata fissata all’albero di fico.
In questo stato di trance, gli offerenti recitano una preghiera significativa:
« O sole, Antenato Sole, Elu onnipotente, ora scendi tra noi, le nuove gemme del fico sono spuntate per te. Le carni del porco e del capro sono pronte, tagliate a pezzi per il tuo consumo. Le barche sono di ritorno dalla laguna, cariche di doni, pesci, stoffe, spezie e metalli. Elu, Signore nostro, sei invitato al nostro banchetto: taglia, mangia la carne e bevi il nostro vino, vieni da noi. Aspettiamo molto stagno e molte merci, accresci il numero dei nobili e moltiplica il nostro popolo. Sostituisci gli animali a te sacrificati con altri animali vivi e forti. Sostituisci l’orzo e i ceci, e riempi di grano i nostri cesti ormai vuoti. »
Questi culti agrari venivano sempre celebrati intorno ai grandi nuraghe complessi e nelle piazze dei villaggi attigui, evidenziando che i nuraghe, anche precedentemente al 1000 a.C., erano edifici sacri e a carattere fortemente rituale, oltre che con utilizzi pratici e quotidiani. Si tratta di un sincretismo continuo tra culti e cambiamenti sociali, che da matriarcali diventano sempre più patriarcali, e poi ierocratici. Anche Marduk/Elu non resterà immune da tutto questo trascinandosi, dietro il sipario del suo tardivo passaggio, alcune divinità minori vegetali, relitto dei neolitici culti animisti e sciamanici per cedere il passo, dopo qualche secolo, al più conosciuto, e ancora più vicino al monoteismo ebraico, culto di Baal.
La Preghiera Penitenziale a Marduk
La devozione a Marduk si manifestava anche attraverso preghiere di supplica e penitenza, che rivelano la profonda relazione tra il dio e i suoi fedeli:
« O Marduk guerriero, la cui ira è (come) il diluvio, ma il cui perdono è quello di un padre misericordioso. Parlare senz’essere ascoltato mi ha privato del sonno, gridare senz’avere risposta mi ha tormentato: mi ha fatto svanire le forze del cuore, mi ha incurvato come se fossi un vecchio. O Marduk, grande signore, dio misericordioso, gli uomini, per quanti essi sono, chi li può comprendere nella loro realtà? (Anche) tra i non negligenti, chi non si è (mai) reso colpevole? Chi è colui che comprende le vie di un dio? Che io possa badare a non commettere colpe! Che io possa incessantemente cercare le sedi della vita! L’umanità è destinata dagli dèi ad operare nella maledizione, a sostenere la mano divina (che pesa) sull’uomo. » (Preghiera penitenziale a Marduk, a mano alzata (šu-íl-lá), 1-16. Testo cuneiforme: King, BMS, n.41; Ebeling, LKA n.61. Trascrizione e traduzione Ebeling AGH 72-75 e SAHG 298-300. Traduzione in italiano di Luigi Cagni)
Questa preghiera, nota come šu-íl-lá (a mano alzata), evidenzia la percezione di Marduk come una divinità potente ma anche misericordiosa, in grado di perdonare e offrire conforto di fronte alla fallibilità umana. Riflette la consapevolezza che, nonostante gli sforzi per agire rettamente, gli uomini sono intrinsecamente imperfetti e soggetti al giudizio divino.