Carlo Emilio Gadda e la demolizione critica di Ugo Foscolo: tra ellenismo e realtà

Il furore che Carlo Emilio Gadda rivolge contro Ugo Foscolo non è destinato soltanto a Niccolò Ugo, ma a un intero modo di intendere la parola, la poesia, la storia e la vita stessa. Un modo che a Gadda appare insopportabilmente artificioso, ipocrita e meschino. Nelle opere di Foscolo, Gadda rintraccia il vuoto di chi a volte nulla ha da dire ma parla lo stesso, di chi usa la parola per conquistare donne e denaro, e di chi crede che «una ricerca onomastica ellenizzante o comunque classica», inventrice di un «macchinoso e inutile vocabolario», possa definirsi ed essere poesia. Questo risentimento è un odio meditato e ben radicato, una vera e propria dichiarazione di guerra intellettuale.

Carlo Emilio Gadda, ritratto

Le origini della stroncatura: il programma radiofonico "Umor nero"

La memorabile stroncatura di Gadda nei confronti di Foscolo ebbe origine in un contesto insolito e originale. Nel novembre del 1958, Maria Luisa Spaziani ideò una rubrica radiofonica sul terzo canale della Rai, intitolata "Umor nero". A diverse personalità letterarie dell'epoca fu chiesto di "confessare" le loro antipatie verso i "grandi" del passato letterario italiano. Tra i partecipanti, spiccano nomi come Anna Banti, Mario Praz, Emilio Cecchi e, naturalmente, Carlo Emilio Gadda.

L'intervento di Gadda fu di gran lunga il più lungo e incisivo, raggiungendo i 70 minuti, un vero record rispetto ai 5-15 minuti degli altri autori. La vittima designata fu proprio Niccolò Ugo Foscolo, descritto come il poeta esule, il guerriero, l’amatore. Il testo radiofonico fu pensato per la radio e venne trasmesso, preceduto da un'intervista/presentazione dello stesso Gadda sul numero 48, anno XXXV, del «Radiocorriere T.V.» del 30 novembre 1958.

La scena si svolge nel salotto di Donna Quirina Frinelli (o Clorinda Frinelli), una signora la cui passione per la poesia non è eguagliata dalla sua preparazione letteraria. Insieme a lei, si confrontano l'avvocato Carlo De’ Linguagi (o Damaso de’ Linguagi), il "doppio" dell'autore e portavoce delle idee antifoscoliane di Gadda, e il professore Manfredo Bodoni Tacchi, difensore dell'Accademia e della figura di Foscolo.

Dopo la sua esecuzione radiofonica, il pezzo fu rimaneggiato da Gadda e pubblicato nel 1959 sulla rivista «Paragone», con il roboante titolo "Il Guerriero, l’Amazzone, lo Spirito della poesia nel verso immortale del Foscolo". Già alla settima battuta, De’ Linguagi paragona Foscolo a una bertuccia, anticipando la sprezzante ironia che permea l'intero dialogo.

Microfono radiofonico antico in uno studio di registrazione

Gli attacchi di Gadda: un'analisi a tutto tondo

Gli attacchi di Gadda a Foscolo non si limitano a un solo aspetto, ma investono la figura del poeta su più fronti: quello fisico, quello poetico, quello politico e persino quello sentimentale. Il linguaggio ricco ed espressivo di Gadda si abbatte con furia iconoclasta sul povero Ugo, con il chiaro intento di demolirlo completamente e definitivamente.

L'antipatia personale: il "Basetta" e il narcisismo

Carlo Emilio Gadda di certo non amava Foscolo. Ne rispettava «il dolore e l’opera, nelle parti in cui merita d’essere rispettata», tuttavia lo definiva «uomo furbo e scaltro e innegabilmente commediante», giudicandolo «uno dei personaggi meno accattivanti della letteratura italiana». Gadda chiama Foscolo il «Basetta», bollandolo come roditore, scimpanzé, scoiattolo e piteco. L'antipatia verso Foscolo appare artistica, poetica ma anche, semplicemente umana. Gadda non odia il poeta, ma «l’istrione, il basettone». In particolare, si scaglia contro chi «si finge tale per tirare il colpo alla figlia diciottenne dell’ospite babbeo». Il poeta viene criticato per un narcisismo eccessivo: «Vantarsi del pelo! È un’opinione da parrucchiere!... Una volta nudo, era sicuro di riuscire irresistibile». L'Ingegnere deride la vanità di Foscolo per il suo «largo petto», «nudo petto», «irsuto petto», come se fosse un merito l'avere un irsuto petto, e come se «molto pelo vuol dire molta musica! È un narcisismo da torero!». Gadda evidenzia l'errore di tale narcisismo, poiché il Narciso classico è attraente per la sua levigatezza: «il Narciso classico è appetibile a se stesso perché è glabro».

Caricatura satirica di Ugo Foscolo

La critica alla "ricerca onomastica ellenizzante" e l'ossessione per le "vergini"

Il cuore della critica letteraria di Gadda riguarda la concezione della poesia di Foscolo. Secondo Gadda, «nella cosiddetta “poesia del Foscolo” tutto si riduce a una ricerca onomastica ellenizzante o comunque classica, a un macchinoso ed inutile vocabolario: a una sequenza d’imagini ritenute greche o marmorine, a un vagheggiamento di donne di marmo in camicia, o preferibilmente senza, da lui dette “vergini”».

Gadda ironizza sulla proliferazione di queste figure, affermando sarcastico: «Ci sono più vergini nei millenovecento versi del Foscolo che in tutta la storia di Roma antica. Nelle ‘Grazie’, poi, sono vergini anche i quadrupedi». La sua ironia si fa ancora più tagliente elencando le innumerevoli manifestazioni di questa presunta purezza: «Vergini gli uomini, vergini le donne, vergini che si salvano a nuoto, vergini i cavalli, vergini le cavalle, vergine la cerva di Diana. E Diana stessa. E le Muse. E Minerva. Nessuno si salva dalla verginità».

Inoltre, Gadda rileva un abuso di vocaboli come «sacerdotessa», «vergine» e «diva», che rivelerebbe una «fissazione probabilmente edipica per la femminilità della madre». L'abuso della virtù sempre riferita alla donna senza camicia pone il poeta, talora moralista, in contraddizione con se stesso, poiché le sue fantasie di vergini in camicia non si conciliano con la realtà sociale. Foscolo, inoltre, «ha sempre tentato di adire donne maritate, e soprattutto malmaritate, di condizione agiata, per conquidere il cuore delle quali non occorreva pagare scotto né di buona entrata né d buona uscita».

Statua marmorea di una figura femminile classica, con accento sull'elemento

La mistificazione politica: Napoleone e l'ode "A Bonaparte liberatore"

Vi è in Gadda anche una critica dell’atteggiamento ambiguo che Foscolo avrebbe tenuto verso l’esercito francese e il suo condottiero, Napoleone. L'attenzione si concentra in particolare sull'ode "A Bonaparte liberatore". Ciò che infastidisce Gadda è la «totale mistificazione della realtà operata da Foscolo nei suoi versi, volta a una glorificazione fine a sé stessa».

A esempio, i versi «Ma tu dell’Alpe dall’eccelse cime, / al ritornar di trombe e di timballi, Ausonia guati…» sono così commentati da De’ Linguagi: «Eccelse cime, a parte la cacofonia, va bene per il Gran Bernardone: andava meno bene per la bocchetta di Altare, o collo di Cadibona che sia, metri 435 sul livello».

Ancora più emblematica è la critica all’iconica immagine di Napoleone nella battaglia di Arcole, immortalata anche nell'ode foscoliana: «E la ricolorata alta bandiera / in man del Duce, che in feral conflitto / rampogna, incalza, invita, e in mille modi / passa e vola, qual dio, di schiera in schiera. / Pur dubbio è marte. Ei dove / più dei cavalli l’ugna / nel sangue pesta, e sangue innalza e piove…».

Gadda, attraverso De’ Linguagi, smonta questa rappresentazione come «una bella balla». Spiega: «Primo: perché il Nano [Napoleone], quel giorno, non aveva cessato di essere un nano, e non era diventato affatto un granatiere. Secondo: perché trotterellò verso il ponte d’Ercole, come lo chiama Lei, a cavallo, e non a piedi. Terzo: perché i granatieri della divisione Augereau, per quanto eroi, non ce la fecero: il ponticello preso d’infilata dal fuoco austriaco era largo tre metri: i superstiti rifluirono in disordine».

La critica testuale: "espressioni ridicole" e incoerenze

Gadda non risparmia Foscolo neppure sul piano della pura tecnica letteraria, evidenziando espressioni poetiche che ritiene «ridicole» per mancanza di controllo. L'inizio delle "Grazie" è definito una «sciarada… ‘Entra ed adora’… Ma che verso è? Chi entra ed adora si troverà col naso all’altezza dei tre cocò...».

Altre critiche riguardano l'inattendibilità fisiologica o l'incoerenza logica: «Il Foscolo è capace di scrivere in una lettera ‘Ho passato un’intera notte a piangere’. È fisiologicamente impossibile!». O ancora: «‘Vorrei coprire di rose la tua tomba e sedermi sopra in perpetuo pianto’. In questo caso, la prima cosa che gli sarebbe capitata sarebbe stata di pungersi…».

Il "doppio" e la rimozione del "comico"

La stroncatura di Gadda va oltre la semplice insofferenza scolastica o una critica superficiale. È un odio meditato e ben radicato. Molti critici hanno rintracciato analogie con il suo atteggiamento verso Gabriele D’Annunzio, autore parimenti inviso a Gadda. Si ipotizza che Gadda vedesse in Foscolo una sorta di «doppio» o «antenato» del Vate, come confermato dai punti su cui si concentra l'iconoclastia gaddiana, ovvero il lato erotico e quello guerriero. Per Gadda, l'antipatia verso Foscolo è basata in gran parte su una «abbastanza miserabile Vita di Ugo Foscolo» scritta dal conte milanese Giuseppe Pecchio nel 1830.

L'elemento cruciale che muove l'odio di Gadda non è tanto la mancata aderenza alla realtà in sé, quanto la rimozione sistematica del «comico» (inteso in senso dantesco) che Foscolo opera in tutta la sua produzione. Per Gadda, l'opera foscoliana è sospesa tra una solennità inventata (l’episodio di Napoleone) e una bellezza irreale (il falso mondo ellenico delle «vergini»). Entrambi questi aspetti sono considerati da Gadda «strumenti inadeguati per una corretta e vasta rappresentazione del mondo».

Di conseguenza, anche i principi morali che dovrebbero animare la scrittura di Foscolo non possono che rivelarsi falsi e velleitari, poiché sorretti in buona sostanza dal nulla. Questa profonda e dettagliata critica mette in discussione la stessa collocazione di Ugo Foscolo tra i grandi della letteratura italiana, rivelando l'approccio intransigente e la profonda visione estetica di Carlo Emilio Gadda.

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