Il Vangelo di Giovanni, spesso definito il Vangelo della rivelazione della gloria del Figlio di Dio, presenta Cristo come persona divina, rivelando le persone della Trinità e introducendo un Uomo completamente nuovo secondo un ordine nuovo. Le parole di Gesù nei discorsi dell'ultima cena, trascritti da san Giovanni apostolo, raccolgono i vertici dell'annuncio del Figlio di Dio agli uomini. Queste "parole che sanno di testamento spirituale, di sintesi profetica di quanto vissuto insieme e riletto in quel momento, alla luce dell'imminente arresto, prigionia e morte" sono fondamentali per comprendere il messaggio di Gesù ai suoi discepoli, in particolare nei capitoli 15 e 16, focalizzati sulla loro relazione con Lui e con il mondo.
Capitolo 15: La Vera Vite, l'Amore e il Comandamento
Gesù, la Vera Vite, e il Padre, l'Agricoltore
Leggendo i discorsi di Gesù tramandati da Giovanni, balza subito all’occhio la semplicità del testo e, allo stesso tempo, la sublimità di pensiero quando è compreso anche solo vagamente. Gesù afferma: «Io sono la vera vite e il Padre mio è l’agricoltore». Questo simbolo era ben noto a quei tempi; Dio aveva usato ripetutamente la vite per il Suo popolo nelle Scritture ebraiche (per esempio nel Salmo 80:8-9). Eppure, spesso “la vite” veniva usata con un’accezione negativa (come in Isaia 5:1-2,7 e Geremia 2:21).
Gesù rivolse queste parole ai discepoli probabilmente mentre si preparavano a lasciare la sala di sopra. Egli ricorse all’immagine della vite data la vasta presenza di vigneti nell’antico Israele. Inoltre, la decorazione principale della facciata del tempio era proprio una grande vite d’oro, come promemoria a Israele di essere la vite di Dio. Non solo, ma “la vite era anche riconosciuta come simbolo del Messia”.

Nonostante tutti questi simboli, Gesù è la vera vite, indicando che "dobbiamo essere radicati in Lui (non in Israele), se vogliamo portare frutto per Dio". L'immagine della vite e del tralcio enfatizza una dipendenza totale e un bisogno di connessione costante, un incoraggiamento importante data l'imminente dipartita di Gesù. Nel contesto dell'Antico Testamento, insieme al simbolo della vite per Israele, Dio Padre viene rappresentato come colui che coltiva e si prende cura della vigna.
Ogni tralcio che in Lui non porta frutto, lo toglie via; ma ogni tralcio che porta frutto, lo pota affinché ne porti ancora di più. C’è un altro modo di intendere il verbo greco airo, tradotto con “toglie via”, che sarebbe meglio reso con “solleva”, indicando che il Padre solleva i tralci non fruttiferi dal suolo, una pratica comune nella viticoltura del tempo.
La Potatura e la Purificazione
Gesù prosegue: «Ogni tralcio che porta frutto, lo pota». La parola usata per “pota” è la stessa tradotta altrove con “purifica”. Nel greco antico questo termine poteva essere associato sia alla “potatura” che alla “purificazione”. "Lasciata a sé stessa, una vite produrrà una grande quantità di tralci che non portano frutto." "E se è doloroso sanguinare, lo è ancora di più appassire." L'opera di potatura e purificazione era già cominciata negli undici discepoli, ai quali erano rivolte le parole di Gesù: «Voi siete già mondi a motivo della parola che vi ho annunziata».
La parola di Dio è infatti un agente purificatore che condanna il peccato, ispira santità, favorisce la crescita e rivela la potenza per ottenere la vittoria. "La potatura o la purificazione avvengono per mezzo della Parola di Dio, la quale condanna il peccato, ispira santità e favorisce la crescita."
Il "Dimorare" in Cristo e il Frutto
Gesù enfatizza la reciprocità della relazione: «Dimorate in me e io dimorerò in voi; come il tralcio non può da sé portare frutto se non dimora nella vite, così neanche voi, se non dimorate in me». Non si tratta solo del discepolo che dimora nel Maestro; anche il Maestro dimora nel discepolo. Gesù usò quest’immagine per assicurare ai Suoi discepoli la continua connessione e relazione con Lui, nonostante la Sua partenza. Eppure, dalle Sue parole cogliamo un elemento di scelta. "Quando il nostro Signore dice: ‘Dimorate in me’, sta parlando della volontà, delle scelte e delle decisioni che prendiamo. Dobbiamo decidere di fare ciò che ci espone a Lui e ci mantiene in contatto con Lui." Il "rimanere in" nel Vangelo di Giovanni indica la reciproca appartenenza di Gesù e dei suoi discepoli, che costituisce un’unica sfera di vita retta dall’amore, a imitazione della reciproca immanenza del Padre e del Figlio.
«Io sono la vite, voi siete i tralci». Gesù dovette parlare in questa maniera, probabilmente perché i discepoli erano tanto abituati ad associare Israele alla vite, da pensare quasi esclusivamente in termini della loro connessione ad esso. È impossibile che il tralcio produca dell’uva se non è connesso alla vite, e "la nostra linfa e la nostra salvezza provengono da Cristo".
«Chi dimora in me e io in lui, porta molto frutto». Quando si dimora in Gesù, portare frutto è inevitabile. Lo scopo del tralcio è di portare frutto. Il frutto rappresenta il carattere del cristiano (come il frutto dello Spirito in Galati 5) e dà anche l’idea di riproduzione intrinseca. Il concetto non si limita al nostro dimorare in Gesù, ma include anche il Suo dimorare in noi. «Senza di me non potete far nulla» non significa che i discepoli non fossero in grado di intraprendere alcuna attività senza Gesù, ma che senza di Lui non possono fare nulla di significativo per il regno di Dio. L' "IO SONO" si manifesta nella parola "me", e la dichiarazione di piena potenza rivela l'Onnipotente. "Se ciò vale per gli apostoli, figuriamoci per gli oppositori!"
Gesù avverte che non dimorare in Lui significa che la vita viene a mancare: «Se uno non dimora in me, è gettato via come il tralcio e si secca; poi questi tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e sono bruciati». Questi verbi descrivono una successione di eventi. Le parole usate da Gesù sono importanti: non disse "se qualcuno non porta frutto, è gettato via", ma "se uno non dimora in me, è gettato via". L’enfasi è chiara: non esistono veri discepoli che non dimorano in Gesù, e i tralci senza vita non portano frutto, essendo buoni solo come combustibile.
Il paragone di chi non "rimane in Gesù" con i "tralci gettati nel fuoco e bruciati" non deve essere visto come una descrizione letterale dell'inferno e dei suoi castighi. Anche se la prospettiva è minacciosa, bisogna inquadrare questi versetti nelle correnti spesso dualistiche di certe comunità cristiane primitive che dovettero fronteggiare delle crisi interne. Portare frutto significa dunque, per Giovanni, essere discepolo, ossia aderire a Gesù nella fede e nell'amore, in un atteggiamento di conversione permanente.
Il Comandamento dell'Amore e la Gioia Piena
Gesù connette il dimorare al concetto di preghiera esaudita: «Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, domandate quel che volete e vi sarà fatto». Dimorare in Gesù significa dimorare nelle Sue parole e permettere alle Sue parole di vivere nel discepolo. "Non dovremmo sottovalutare l’importanza del riferimento alle ‘mie parole’." "La connessione sussiste attraverso l’obbedienza e la preghiera." Il discepolo fedele e dimorante dovrebbe aspettarsi la risposta alle proprie preghiere come parte integrante della sua relazione con Gesù. Se non si riesce a vedere l’esaudimento delle proprie preghiere, significa che c’è qualcosa che non funziona nella relazione da parte del discepolo. Forse c’è qualcosa di sbagliato nel dimorare, rendendo le preghiere inefficaci e senza risposta. "Dio può affermare con certezza all’anima santificata: ‘Chiedi quello che vuoi e ti sarà fatto’." Lo scopo di portare frutto è portare gloria a Dio, non al discepolo: «In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto».

Gesù prosegue: «Come il Padre ha amato me, così io ho amato voi; dimorate nel mio amore. Se osservate i miei comandamenti, dimorerete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e dimoro nel suo amore». L’amore di Gesù per il Suo popolo è tanto grande da essere questa l’analogia migliore da adottare. "Cristo non poteva esprimere il proprio amore per i Suoi in maniera più sublime." La gioia di Gesù non è il piacere di una vita piena di agi, ma l’euforia di essere a posto con Dio e di camminare consapevolmente nel Suo amore e nella Sua cura. «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi, e la vostra gioia sia piena». "La metafora si riferisce a un recipiente nel quale viene versata dell’acqua o dell’altro liquido fino all’orlo. La religione di Cristo caccia qualsiasi miseria dai cuori di coloro che la ricevono nella sua pienezza."
Il comandamento dell'amore fonda la vita cristiana e si ispira alla relazione d'amore che già esiste tra il Padre e il Figlio. "In effetti, se vogliamo rimanere nell’amore di Gesù come Egli stesso comanda ai suoi discepoli, dobbiamo tenere conto della via maestra che sono i comandamenti." «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi». «Nessuno ha amore più grande di questo: dare la propria vita per i suoi amici». Questo amore all'immagine di Gesù diventa la regola dell'amore quotidiano. Amare non significa solo dare qualcosa, ma essere disposti a dare se stessi a tutti. Il nostro modello è quello che Gesù stesso visse nella sua relazione con il Padre.
L'Amicizia con Gesù e la Scelta Divina
Gesù descrisse la misura e la qualità del Suo amore per loro come un amore che tratta i servi come amici: «Voi siete miei amici, se fate le cose che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l'ho fatto conoscere a voi». Nella cultura del tempo, uno schiavo non poteva essere considerato un compagno. Erano amici perché obbedienti, anche se non in modo perfetto. "Bisogna che sia obbedienza attiva, rammentalo."
«Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi; e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto, e il vostro frutto sia duraturo, affinché qualunque cosa chiediate al Padre nel mio nome, egli ve la dia». I discepoli non presero l’iniziativa, come facevano gli studenti con i rabbini del tempo; piuttosto, Gesù li scelse, presentandosi come "erede della tradizione deuteronomica sulla elezione di Israele" (Cfr. Dt 7,7-8). Le loro richieste verranno esaudite proprio perché, in quanto suoi rappresentanti, chiederanno ciò che serve per “portare frutto” al Piano divino, nel senso di una somiglianza a Lui nel modo di comportarsi, mediante la pratica del "comandamento dell'amore". "La frase di Gesù 'e il vostro frutto rimanga', va poi compresa come un invito a rimanere uniti a Lui, perché senza di Lui i discepoli non possono 'far nulla' (Gv 15,5)."
Capitoli 15 (continuazione) e 16: L'Odio del Mondo e la Promessa dello Spirito Paraclito
La Realtà dell'Odio del Mondo
Gesù avverte i discepoli: «Se il mondo vi odia, sappiate che ha odiato me prima di voi. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo. Ma poiché non siete del mondo e io vi ho eletti dal mondo, per questo il mondo vi odia». Il termine "mondo" in Giovanni assume diverse accezioni: come luogo di vita, come umanità amata da Dio (3,16) e per la quale Gesù offre la propria vita (6,51), e come insieme di forze ostili al Suo disegno. In questo contesto, "mondo" rappresenta le forze ostili che cercano di impedire lo svolgimento del disegno di Dio.

Gesù spiega e giudica questo odio, smascherandone le radici nascoste, affinché il discepolo “sappia” e non si scandalizzi quando tutto ciò accadrà: «Vi cacceranno dalle sinagoghe. Anzi viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà penserà di dare gloria a Dio». La persecuzione descritta nel secondo quadro del discorso (16,1-4) assume la precisa modalità storica del tempo di Giovanni. L'odio del mondo, accompagnato da persecuzione e rifiuto, può suscitare interrogativi e dubbi nel discepolo, come "perché la parola della verità è continuamente rifiutata?" e "la forza della vittoria del Cristo risorto è presente o no nella storia?"
Tuttavia, il discepolo è invitato a rammentare la "via" di Gesù e a leggere in quella luce la propria storia: non fallimento, ma vittoria; non assenza del Padre, ma presenza. La persecuzione fa parte della storia della salvezza, è la via della croce che continua. Il mondo ha odiato Gesù e continua ad odiarlo nei suoi discepoli. Le ragioni profonde dell'odio risiedono nella diversità d'origine: i discepoli non sono del mondo e non appartengono al mondo, il che costituisce un giudizio che inquieta il mondo. "Il mondo odia i discepoli perché non sono suoi, ma appartengono a colui che senza tanti riguardi è venuto a fare irruzione nella sua tranquillità. Il mondo non ama se non ciò che è suo, ciò che non turba la sua pace, non smaschera la sua alterigia e non lo pone sotto accusa per il suo conformismo." Inteso in questo modo, l’odio del mondo non è più una ragione di scandalo, ma anzi un segno dell’appartenenza a Gesù.
Il rifiuto del mondo è un rifiuto senza scuse: «Se io non fossi venuto e non avessi parlato loro, non avrebbero alcun peccato; ma ora non hanno scusa per il loro peccato. Chi odia me, odia anche il Padre mio». E ancora: «Se non avessi compiuto in mezzo a loro opere che nessun altro ha mai compiuto, non avrebbero alcun peccato; ora invece hanno visto e hanno odiato me e il Padre mio. Ma questo, perché si compisse la parola che sta scritta nella loro Legge: Mi hanno odiato senza ragione». Gesù ha parlato chiaro e ha fatto opere convincenti. Purtroppo il mondo "non conosce Dio" (15,21) e preferisce la propria malvagità alla luce (3,20), rendendolo incapace di capire. Ci sarà persino chi perseguiterà i discepoli pensando di servire la verità e di dare gloria a Dio, come Caifa. In realtà, la persecuzione dei discepoli dimostra sempre un insanabile allontanamento da Dio e dalla verità (16,3), una profonda indisponibilità all’autentica esperienza di Dio.
La Promessa dello Spirito di Verità
Al centro del discorso, in risalto, vi è la promessa dello Spirito Consolatore (Paraclito): «Quando verrà il Paraclito che io manderò a voi da parte del Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli testimonierà in mio favore. Anche voi testimonierete, perché siete con me dall’inizio». Compito dello Spirito è difendere Gesù nei confronti del mondo, testimoniando a suo favore (vedi 14,16). La sua presenza renderà il discepolo capace di fare altrettanto. È in questa certezza della presenza dello Spirito che il discepolo, in balia dell’odio del mondo, trova consolazione e forza per una coraggiosa testimonianza. Lo Spirito difende Gesù nel cuore dei discepoli, spiegando loro la fortuna di essere suoi seguaci.
Il dono del Paraclito: perché?
Capitoli 17, 18 e 19: Approfondimenti
Mentre i capitoli 15 e 16 offrono un'analisi dettagliata della relazione tra Gesù, i discepoli e il mondo, e della promessa dello Spirito, l'analisi approfondita fornita dal materiale si concentra primariamente su questi due capitoli. I discorsi dell'ultima cena di Gesù si estendono tuttavia anche ai capitoli successivi.
Il Capitolo 17 culmina con la cosiddetta "preghiera sacerdotale" di Gesù, una profonda intercessione per i suoi discepoli e per tutti coloro che avrebbero creduto in Lui attraverso la loro parola. Questa preghiera è un testamento della Sua unità con il Padre e del Suo desiderio che anche i credenti siano uniti e santificati nella verità, protetti dal maligno.
I Capitoli 18 e 19 descrivono invece la cattura, il processo davanti a Pilato e la crocifissione di Gesù. Questi eventi drammatici rappresentano il compimento del sacrificio d'amore supremo di cui si parla nel capitolo 15 ("Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la propria vita per i suoi amici") e la base per la missione dei discepoli nel mondo, nonostante l'odio e la persecuzione predetti nel capitolo 16. La Passione e Morte di Cristo sono il culmine della Sua opera di salvezza, essenziali per la fede cristiana e per la comprensione della nuova alleanza.