Il canto liturgico "Signore, da chi andremo?" trova le sue radici profonde in un momento cruciale della vita di Gesù, narrato nel Vangelo di Giovanni, capitolo 6. Questo passaggio evangelico rappresenta la conclusione del "discorso sul pane di vita" tenuto da Gesù nella sinagoga di Cafarnao, un discorso che ha provocato reazioni estreme tra la folla e i suoi stessi discepoli.

Il Contesto Evangelico: Il Discorso sul Pane di Vita
Il brano evangelico che precede le parole di Pietro chiude il "discorso sul pane" tenuto da Gesù nella sinagoga di Cafarnao. Erano in molti ad ascoltarlo, oltre ai discepoli. L'evangelista Giovanni aveva già mostrato la reazione incredula della folla. Le parole di Gesù, tese a sostenere che Lui "era" il pane e non che "aveva" il pane, non furono accolte dalla folla, che quasi subito abbandonò la sinagoga. Questo dialogo tra Gesù e gli Apostoli fa seguito a un momento drammatico nella relazione tra il Signore e i Suoi discepoli, dove la parola proclamata da Gesù suona difficile.
La Reazione della Folla e dei Discepoli
«Questa parola è dura! Chi lo può ascoltare?» Questo fu il mormorio di molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato le parole di Gesù. Stando al testo greco, questa reazione sottolinea l'aspetto dell'incomprensibilità delle cose dette, quasi un'offesa all'intelligenza. Eppure, anch'essi si unirono all'incredulità della folla e non si vergognarono di affermare la durezza di quel discorso.
In verità, la critica dei discepoli non si riferiva tanto alle dichiarazioni relative al mangiare la carne e al bere il sangue di Gesù - la cosiddetta interpretazione cafarnaitica nell'antica teologia. Il loro mormorio riguardava piuttosto la sostanza del "discorso" di Cafarnao: il fatto che l'intimità con Dio si sarebbe potuta raggiungere solo attraverso quel pane che era la vera carne di Gesù. Non si trattava di parole ardue da accettare o frammenti di verità difficili da credere, ma il nodo problematico era ed è la scelta di una intimità esclusiva con Dio attraverso il rapporto personale con Gesù. Lo scandalo era sempre lo stesso: com'è possibile che quella carne doni la vita eterna? O, in termini ancora più chiari, com'è possibile che per entrare in contatto diretto con Dio si debba passare attraverso Gesù, uomo certamente buono, ma sempre uomo che, peraltro, essi conoscevano fin da ragazzo? Ed è mai possibile, come lui andava dicendo, che l'amicizia con lui sia direttamente amicizia con Dio? Questo linguaggio era duro, una pretesa insopportabile per alcuni discepoli.
Il Momento Cruciale per Gesù e i Dodici
Senza dubbio, il discorso di Gesù spingeva gli ascoltatori verso una scelta da compiere: decidere da che parte stare, se con Gesù o no. Ed era un momento cruciale anche per la missione stessa di Gesù. Nella sinagoga di Cafarnao si ripeteva, in un modo nuovo ma con la stessa radicalità, quel che accadde al popolo d'Israele quando giunse a Sichem, cuore della terra promessa, dove Giosuè radunò tutte le tribù e chiese loro: «Scegliete oggi chi volete servire», se gli idoli pagani o il Dio liberatore dalla schiavitù dell'Egitto. Il popolo rispose: «Lungi da noi l'abbandonare il Signore per servire altri dèi! Anche noi vogliamo servire il Signore, perché egli è il nostro Dio!». Quella fu una scelta decisiva per Israele, ma non fu così per molti discepoli di Gesù a Cafarnao.
Essi non avevano compreso che quella "carne" era "spirito", che quell'uomo parlava il linguaggio del cielo, che veniva da Dio e a Dio conduceva. L'intimità con lui era davvero l'intimità con Dio. Ma proprio questa proposta, cuore del Vangelo, essi consideravano inaccettabile. Avrebbero assentito a un Dio potente, ma lontano; mai avrebbero accettato un Dio così vicino al punto da farsi cibo per gli uomini. Per Gesù, l'annuncio di quella intimità e di quello stile radicale di vita era il Vangelo, la buona notizia da divulgare a tutti, sino ai confini della terra. E, ovviamente, non poteva rinunciarvi. Era venuto esattamente per questo, per liberare gli uomini dalla schiavitù del Male e del peccato, della solitudine e della morte. Se avesse taciuto questo annuncio, avrebbe tradito la missione stessa datagli dal Padre.
Possiamo immaginare quali pensieri attraversassero la mente di Gesù in quei momenti. Forse avrà pensato anche al fallimento della sua opera. Si voltò quindi verso i Dodici - è la prima volta che compare questo termine nel quarto Vangelo - con uno sguardo tenero e deciso e chiese loro: «Volete andarvene anche voi?». Questo momento è tra i più gravi della vita di Gesù. Egli sarebbe potuto rimanere solo, nonostante l'estenuante lavoro fatto per radunare attorno a sé il primo nucleo del nuovo popolo. Sarebbe stata una cocente sconfitta che avrebbe messo a dura prova l'intera sua missione. Tuttavia, Gesù non poteva rinnegare il cuore del suo Vangelo, né addomesticarlo. Non c'è alternativa all'esclusività di un rapporto d'amore con Dio, come dice Gesù in altra parte del Vangelo: «Non si possono servire due padroni». Nella sinagoga, forse andarono tutti via, eccetto i Dodici.
Giovanni 6: Gesù è il pane della vita - Mila Palozzi
Le Parole di Simon Pietro: Una Professione di Fede
Non sappiamo quali fossero i sentimenti, le paure o i dubbi dei Dodici in quel momento; certo furono commossi dall'appassionato discorso di quel maestro che avevano imparato a seguire e a capire. Fu Simon Pietro a rompere il silenzio, prendendo la parola a nome di tutti.
"Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna"
«Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna». Questa la risposta di Simon Pietro a Gesù. È significativo che Pietro non disse "dove", ma "da chi" andremo. Con queste sue parole, Pietro sottolineava quel rapporto di intimità con Gesù che specifica la fede del discepolo, anzi, l'intera sua vita. A nome dei presenti, ed anche di quelli che verranno, Pietro rispose a Gesù che era il loro salvatore. Per questo resteranno con lui, e lo seguiranno.
Pietro e gli altri undici non avevano compreso tutto, ma avevano intuito l'unicità e la preziosità del rapporto con Gesù. Nessuno aveva mai parlato come lui, nessuno li aveva amati con tanto coinvolgimento, nessuno li aveva toccati così profondamente nel cuore, nessuno aveva dato loro il compito e l'energia che Gesù aveva donato. Come potevano abbandonarlo? A differenza dei discepoli che "non andavano più con lui", Pietro e gli altri undici continuarono a seguirlo, ad ascoltarlo, a volergli bene, come ne erano capaci. Non scomparvero le loro meschinità. La salvezza per quei Dodici, come per i discepoli di ogni tempo, non era nell'essere senza difetti e senza colpe, ma unicamente nel seguire Gesù. Dove, del resto, potevano trovare un altro maestro come lui?
Il Significato Profondo della Risposta di Pietro
La risposta di Pietro manifesta tutta la forza attrattiva di Gesù e l'adesione affettuosa dell'apostolo. Le parole di Pietro conservano ancora oggi tutta la loro forza. Divenire discepoli veri di Gesù significa anzitutto riconoscerlo come l'inviato di Dio: «Noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio». Il contenuto della fede ha contorni ben precisi, e Gesù non cede neppure quando la gente dice: «Questa parola è dura, chi può ascoltarla?», e lo abbandona. Proprio ai più vicini Gesù non fa complimenti: o è così, o si va via. Pietro, con la sua straordinaria e misteriosa capacità di fidarsi e di affidarsi, rompe il silenzio e l’imbarazzo. Quel "da chi" invece di "dove" rimarca il carattere personale e relazionale della fede.

La Dottrina della Presenza Reale e la Fede Oggi
Non è facile credere nel nostro mondo d'oggi. La verità che ci è rivelata da Dio in Gesù Cristo, agli uomini e alle donne del nostro tempo appare spesso un "discorso insostenibile", a cui non si può chiedere a nessuno dei nostri sapienti contemporanei di credere. Così è, per esempio, per la dottrina della presenza reale del corpo e del sangue del Signore nella santa Eucaristia. Essa sembra essere una sfida al buon senso, alla ragione, alla scienza. Noi diciamo: "Vedere per credere", esattamente quello che disse san Tommaso: "Se non vedo... e non metto la mia mano, non crederò".
La "Parola Dura" e lo Scandalo della Fede
Gesù ci ricorda che il corpo di cui parla è il suo corpo risorto e salito al cielo, liberatosi, nella risurrezione, dai limiti dello spazio e del tempo, riempito e trasformato dallo Spirito Santo. Questo corpo non è meno reale del suo corpo in carne ed ossa, anzi lo è di più. In Gesù Cristo e tramite Gesù Cristo, credere significa vedere e toccare: un modo di vedere più profondo, più vero e più sicuro di quello degli occhi; un modo di toccare più in profondità e un modo di afferrare con una stretta più salda di quanto si possa fare con le mani. Credere significa vedere la realtà al di là del visibile; significa toccare la verità eterna. In questa fede e grazie ad essa, possiamo dire con Pietro: "Signore, da chi andremo?".
Lo scandalo eucaristico, allora come oggi, rappresenta un arduo cammino. L'uomo vive di Pane e di Parola, e solo ciò gli dà la Vita. Perché ciò accada occorre riconoscere l'origine dall'alto, dal cielo, dal Padre, sia del Pane che della Parola. Per riconoscerlo in modo autentico è necessario sperimentare che il Pane di cui ci saziamo ha bisogno della Parola che gli dà senso e sapore, perché solo così diventa compimento del desiderio di vita dell'uomo. Questo propriamente è lo «scandalo», l'insopportabile pretesa di Gesù, di cui il momento eucaristico è, allora come oggi, l'arduo cammino.
Credere al di là del Visibile: Spirito e Vita
Gesù stesso rispose ai mormorii dei discepoli: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita». Gesù non nasconde le asperità del cammino che propone, anzi raddoppia lo skandalon, rimandando a un'altra risalita in alto, a un salto mortale dell'esistenza, possibile solo perché Gesù vi passerà per primo nella sua Pasqua. La sua risalita al Padre, tuttavia, non è una ripetizione della discesa, ma essa è arricchita dall’attraversamento del mondo, dal passaggio nella carne dell’uomo, dalla guarigione delle ferite ch’essa porta con sé.
Gesù non ci lascia soli: ci dona il suo Spirito, che c'introduce alla pienezza della verità, che fa della sua carne, della sua vicenda storica, parole che «sono spirito e sono vita». L'ardito cammino è solo una possibilità dello "spirito", Quello che egli ci dona e che rianima il nostro spirito debole e fiacco. È un cammino "spirituale", fatto di parola che accende la carne, che fa storia, che cambia i rapporti, che risana le relazioni, che suscita sogni. Lo Spirito di Dio sfida la carne, che da sola non giova a nulla, ma che diventa vita se è attraversata dal soffio dello Spirito. La vicenda di Gesù è la carne animata dallo Spirito, una vita che diventa spirito e uno spirito che sprigiona la vita.

Implicazioni per la Vita Cristiana e la Chiesa
Il rifiuto dei Giudei, il dubbio dei discepoli, la fede di Pietro: la conclusione del lungo dialogo di Gesù invita a entrare in esso come protagonisti, dall'entusiasmo per la moltiplicazione del pane e dei pesci, al «Volete andarvene anche voi?». Spesso, siamo come i Giudei, che manifestavano apertamente l'incredulità nelle parole di Gesù, contestandolo vivacemente, mentre noi rischiamo di darle per scontate, relegandole nel limbo di una fede incerta nella presenza reale, e superficiale nella sua celebrazione. Come evitare questo rischio? L'unica via è rafforzare e ravvivare la fede nelle parole di Gesù: «la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda», sono parole di vita eterna.
È necessario scegliere tra il dubbio e l'incredulità dei discepoli - «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?» - e l'affidamento di Pietro: «Da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna». Con quella dei discepoli si finisce fatalmente per abbandonare la Messa, come sta accadendo. L'indifferenza soddisfatta genera un assottigliamento spirituale e rende la città dell'uomo una landa di ululati solitari. I nuovi templi che svettano nella città secolare sono la città mercato e lo sportello di credito: terribilmente uguali da Bolzano a Catania, ci omologano tutti facendo perdere il senso della festa e lo spazio dell'incontro.
L'Eucaristia come Scelta Radicale e Stile di Vita
Partecipare al suo corpo e al suo sangue significa assumere consapevolmente un certo stile di vita che fa del dono incondizionato di sé la nota distintiva, un dono che si manifesta in una continua "discesa" verso i fratelli - lui è il "pane disceso" - una discesa continua che è sia obbedienza al pane mangiato (così come il Pane vivente è obbediente al Padre), sia obbedienza alla relazione con i fratelli. La fede è però oggi occasione di scandalo, non ha uno spazio pubblico, è risospinta nel privato, è ammirata come emozione personale, ma è inutile nella costruzione della città. Perciò Gesù ci dice che si può accedere a Lui, solo se il Padre lo concede.
«Forse, volete andarvene anche voi?» Gesù si rivolge ai suoi, ai Dodici, al nucleo incandescente della Chiesa e, quasi con uno scatto fulmineo, dice anche a noi: Forse, volete andarvene anche voi? Dobbiamo sentir penetrare questa domanda dentro la nostra anima come una lama affilata. Gesù ci sfida a leggere il nostro tempo, a non tirarci indietro di fronte ai mutamenti sociali e culturali, a non avere una fede timida e impaurita. Pietro, a nome dei Dodici, ci conduce per mano e, rivolto a Cristo, invoca: «Signore, da chi andremo?». È la decisione di "andare da Lui" e di fare la Chiesa come luogo della comunione e della missione.
Giovanni 6: Gesù è il pane della vita - Mila Palozzi
La Chiesa come Luogo di Comunione, Carità e Giustizia
La Chiesa è sospesa continuamente alla risposta di Pietro, forma e modello della nostra («Tu hai parole di vita eterna»). La Chiesa, anzi, realizza se stessa in questa risposta. Il suo Sì è frutto dell’elezione di Gesù e può capovolgersi nella tragica possibilità del rifiuto. Ancora oggi siamo chiamati a dire in verità: Tu, solo Tu, hai parole di vita eterna!
La Chiesa come Spazio di Comunione
Anzitutto, occorre dire con chiarezza che la Chiesa è insieme il luogo e il frutto della Parola di vita eterna, solo se diventa spazio della comunione. Non facesse nulla per la città dell'uomo, essa diventa forza propulsiva quando è segno reale della comunione tra e per gli uomini. Accogliere Gesù come cibo, significa diventare il suo corpo. La necessità della Chiesa sta tutta qui: la carne di Gesù donata come pane vivo ci introduce nel mistero del Padre e disegna il volto dei credenti e li fa dimorare in Lui. La Chiesa è il pane vivo spezzato che ci nutre, è la parola/cibo assimilata che ci innesta in Lui. Le parole di vita eterna che troviamo in Lui sono la pienezza della comunione, l'incorporazione a Lui. La chiesa ne è il segno reale per il mondo: è segno perché rinvia a Lui come ciò che la fa essere, come realtà che comunica la vita stessa di Dio, come ciò che può accogliere solo nella gratitudine della fede, prima che come frutto del proprio impegno. È reale perché il rimando a Lui realizza effettivamente qui ed ora la comunione, ne è la presenza efficace nel mondo. Non è solo un vago segno che rinvia ad altro, ma è la realtà stessa dell'evangelo offerto e accolto. La Chiesa è il pane mangiato e accolto, è l'«Amen» all'eucarestia, è la testimonianza stessa di Cristo. Mi chiedo se le chiese in Italia hanno questa forte preoccupazione di tenere alto il profilo della comunione, delle relazioni buone, della fraternità evangelica. Domando se le nostre parrocchie sono un luogo dove ciascuno ascolta e sperimenta parole di vita e spezza un pane che nutre e fa crescere, dove si fa spazio alle famiglie, ai ragazzi e ai giovani, agli adulti e agli anziani. Non solo fornendo servizi e aiuti, ma semplicemente facendoli respirare al soffio vitale della comunione fraterna.
La Chiesa come Luogo di Carità
In secondo luogo, la chiesa e il cristiano sono segni di vita eterna quando diventano luoghi della carità. Gesù nell’eucaristia domenicale è colui che sta in mezzo a noi come uno che serve. La domenica è allora il "giorno della carità". La carità per il cristiano è ad un tempo facile e insidiosa. Facile perché è un segno in cui riconosce e può esprimere la sua propensione alla solidarietà. Carità e solidarietà sembrano equivalersi. Ma non è semplicemente così. I cristiani debbono vigilare perché il loro compito non si esaurisca rispondendo al bisogno, ma incontrando il bisognoso, o meglio facendo scoprire il desiderio di un bisogno più grande. Una cura del bisogno inteso in modo solo materiale, senza mettere in luce che esso è un segno di una domanda più radicale, del desiderio di un bene più profondo, non apre né il singolo né la società alla ricerca di quel bene che solo riempie il cuore dell'uomo. Gesù guarisce molti malati e quasi sempre, una volta guariti li spedisce a casa, perché nessuno sospetti che li ha guariti per farli diventare dei suoi.
La Chiesa e la Costruzione della Città nella Giustizia
Infine, la chiesa e il cristiano sono testimoni di vita eterna se costruiscono la città nella giustizia e nella speranza. La cura per i buoni rapporti di prossimità è l’atmosfera di cui vive la giustizia. Forse bisogna chiarire la relazione tra carità e giustizia, correggendo il luogo comune. Esso dice così: la giustizia trova il suo criterio nel favorire buoni rapporti sociali nella città, definiti in modo laico, al di là delle convinzioni religiose, e riguarda le prestazioni a prescindere dalle convinzioni; mentre la carità si riferisce alla forma dei rapporti umani, lasciata alle convinzioni personali e religiose e deriva dalla buona volontà del singolo, ma non presiede al rapporto sociale. Questo modo di vedere le cose è molto rassicurante, ma produce una visione distorta. L’impegno del cristiano nel mondo viene sospinto nel volontariato, nell’assistenza sociale, nel servizio al povero, o nelle forme utopiche del pacifismo e della salvaguardia del creato. Occorre, invece, riconoscere un rilievo politico all’amore del prossimo. Il rapporto sociale, mediato dalle leggi e dal diritto, deve necessariamente riferirsi sempre alla prossimità con l’altro. Solo così la carità non sarà ai margini.