I canti liturgici e la comprensione del sacro rivestono un ruolo fondamentale nella vita e nella fede del popolo di Israele. Dalle istituzioni millenarie come lo Shabbat ai testi biblici più profondi quali il Libro dei Salmi e il Cantico dei Cantici, la dimensione musicale e la riflessione teologica sulla presenza divina si intrecciano costantemente, definendo un rapporto unico tra l'uomo e Dio. Questo articolo esplora alcuni aspetti centrali di questa ricca tradizione, partendo dai rituali settimanali fino alla simbologia del Tempio e alla professione di fede fondamentale.
Lo Shabbat e i Suoi Canti Liturgici
L'Istituzione dello Shabbat
Lo Shabbat, giorno di riposo, è un’istituzione centrale della vita ebraica. Secondo la Bibbia ebraica, Dio creò il cielo e la terra in sei giorni e si riposò il settimo. Questo giorno fu benedetto, proclamato santo e istituito come giorno di riposo (Esodo 20:8-11). La radice della parola “Shabbat” (in ebraico: שבת) deriva dall’ebraico shev (שב), o lashevet (לשבת), che significa “sedersi”.
Canti e Benedizioni del Venerdì Sera
I canti costituiscono una parte importante dei rituali dello Shabbat, come l’accensione delle candele, il Kiddush (benedizione del vino) il venerdì sera, il Birkat hamazon (ringraziamento alla fine del pasto) e l’Havdala (l’ultimo Kiddush alla fine dello Shabbat). L’accoglienza dello Shabbat (Kabbalat Shabbat) inizia il venerdì prima di sera con inni come Ana Bekoa’h (una preghiera attribuita dal Talmud a Rabbi Nechunia ben Hakanah), Lekha dodi (attribuita al cabalista Rabbi Solomon Halevi Alkabetz) ed il Cantico dei Cantici (Shir hashirim). I piyyutim Shalom Alekhem e Eshet Hayil (Proverbi 31:10-31) sono cantati a casa prima del Kiddush del venerdì sera.
Servizi Liturgici del Sabato
I Salmi 92 e 93 sono cantati come introduzione alla preghiera della sera. Il servizio del sabato mattina (Sha’harit) è particolarmente lungo in quanto comprende, oltre alle solite preghiere, l’aggiunta di piyyutim (El Adon, La-El barouch), la lettura della Torah e della Haftarah, seguita dal servizio supplementare di Musaf. Il servizio Min’ha è cantato nel tardo pomeriggio prima del terzo pasto.
Gli Zemirot: Canti ai Pasti
Durante i pasti dello Shabbat, caratterizzati da un’abbondanza di portate, si usa cantare poesie religiose chiamate Zemirot (o Tish nigunim tra gli Hasidim), come Deror Yikra, Ki eshmera shabbat (testo di Abraham Ibn Ezra, uno degli autori e poeti più prolifici e brillanti dell’età d’oro spagnola del XII secolo) oppure Yedid nefesh, tradizionalmente cantato alla fine del pomeriggio durante il terzo pasto (Seouda Shelishit).
Variazioni Melodiche e Testuali
È importante notare che le melodie, e a volte anche i testi della poesia religiosa, variano secondo l’origine dei fedeli. Così il piyyut Lekha dodi, che segna l’inizio dello Shabbat, è cantato in tutte le comunità ebraiche con centinaia di melodie diverse.

Il Libro dei Salmi (Tehillim): Canti di Lode e Supplica
Origine e Significato
La parola greca psalmōs significa il canto accompagnato da uno strumento a corda. Il libro dei Salmi ne contiene 150. I giudei li designano come Tehillim (תְּהִלִּים), cioè canti di lode, oppure Tefillot (תְּפִלּוֹת), cioè preghiere di supplica. Ogni salmo forma un’unità compiuta in se stessa, con un suo specifico messaggio. Ma visti insieme, ciascuno aiuta l’altro per una migliore comprensione, e ne risulta una sinfonia corale di valore inestimabile.
La Struttura e il Messaggio dei Salmi
I Salmi rappresentano un dialogo ininterrotto di lode e di supplica tra Israele e il suo Dio, lungo tutto il corso della sua storia. Inni gloriosi, urla desolate, odi di guerra, salmi liturgici, carmi del lavoro, acclamazioni regali, voti e ringraziamenti appaiono come altrettante gemme nel meraviglioso tessuto dell’intera rivelazione biblica. Questo viaggio all’interno del libro dei Salmi si snoda secondo una mappa precisa, con soste obbligate nei centri lirici principali. Punto di partenza obbligato è Gerusalemme, col tempio, dimora terrena del Dio vivente. Segue una tappa prevalentemente letteraria, dove i canti del popolo orante sono visti come preghiere di supplica o come inni di lode. Successivamente viene esaminato il «primo salterio» e poi distintamente il «secondo salterio». Infine, vengono esaminati i canti dei patriarchi, dove prevalgono i temi dell’esodo, della terra promessa, dell’esilio e del giudaismo.

L'Interpretazione dei Salmi nella Tradizione
Un famoso mistico ebreo dell'XI secolo, Bahya Ibn Paquda, nella sua opera "I doveri del cuore", indirizza al lettore un avvertimento significativo: «È folle, fratello, estrarre dai salmi e dalle preghiere (bibliche) i loro sensi, lasciando l'uno o l'altro in libertà. Si tratta di una collana di perle infilate: se ne liberiamo una sola, il legame è spezzato ed esse fuggono tutte. Ordinali tutti e ciascuno aiuterà l'altro nella comprensione».
Il Contributo di Gianfranco Ravasi
La ricerca del noto biblista Gianfranco Ravasi intende rispondere a questo desiderio: trovare il filo conduttore di questo dialogo continuo. Nessuno meglio di lui, avendo già pubblicato un ampio commentario in tre volumi sul libro dei Salmi, era preparato a descrivere, con competenza ma anche con stile limpido ed essenziale, la bellezza letteraria di questi testi, l'attualità del loro messaggio e tutta la ricchezza di valori, umani e spirituali, che essi tuttora rappresentano per l'intera umanità. GIANFRANCO RAVASI, nato nel 1942 e ordinato sacerdote della diocesi di Milano nel 1966, ha compiuto gli studi all'Università Gregoriana, al Pontificio Istituto Biblico di Roma e all'Università Ebraica di Gerusalemme. È membro della Pontificia Commissione Biblica e insegna esegesi dell'Antico Testamento.
Il Cantico dei Cantici (Shir haShirim): L'Amore Sacro
Autore e Contenuto
Il superlativo “Cantico dei Cantici” (ebraico: Shir haShirim), spesso utilizzato per indicare musica in onore del Signore, è un libro biblico singolare. Il nome di Salomone, per quarant’anni (971-931 a.C.) sovrano del regno d’Israele, compare sette volte in questo libro (1:1, 5; 3:7, 9, 11; 8:11-12). Secondo 1:1, egli ne è l’autore. Si notano i frequenti commenti delle “figlie di Gerusalemme” (1:5, 8, 11; 3:6-11; 5:9; 7:1-6; 8:5a), forse alcune donne della servitù di Salomone.
Simbolismo e Interpretazione
L’antico canto d’amore di Salomone esalta la purezza del rapporto e dell’amore coniugale, in contrasto con estremi distorti che vedono astinenza ascetica o perversione lasciva. Tra i riferimenti simbolici, si trovano la mandragora (pianta erbacea dal profumo penetrante, ritenuta afrodisiaca) e la "danza delle due compagnie/dei due eserciti" associata alla località di Maanaim.

Il Tempio di Gerusalemme: Cuore della Sacralità e del Culto
Storia e Architettura
Il punto di partenza naturale per comprendere la sacralità è Gerusalemme, la città JHWH sammah, «Lahweh è là», secondo il suggestivo anagramma di Ez 48,35. Nel cuore del tempio e della teologia di Israele si possono identificare le strutture fondamentali della preghiera e del culto biblico. La storia del tempio ebbe una tappa amara nel 586 a.C., allorché il nono giorno del mese di Av l’esercito dell’imperatore babilonese Nabucodonosor penetrò nel tempio saccheggiandolo e demolendolo. Ancor oggi gli ebrei con la giornata penitenziale del 9 Av commemorano quella data tragica.
Il tempio non era morto per sempre. Ciro, con l’editto del 538 a.C., concedeva ad Israele esule a Babilonia di ritornare per iniziare la ricostruzione di quello che sarà chiamato «il secondo tempio», consacrato nel 515 a.C. Questo tempio modesto, violato da Pompeo nell’autunno del 63 a.C., sarà sostituito da Erode il Grande nel 19 a.C. con un nuovo, immenso tempio. Eretto in 24 anni da centomila operai e mille sacerdoti muratori (secondo lo storico giudeo Giuseppe Flavio), esso si componeva di tre cortili rigidamente distribuiti per gli stranieri, per le donne e per gli israeliti, di grandiose strutture edilizie, di mastodontiche muraglie (ultima reliquia è l’attuale «muro del pianto» o «muro occidentale»). Nel 70 d.C. Vespasiano prima e Tito poi assediavano, incendiavano e demolivano questa superba costruzione, che solo sei anni prima era stata completamente rifinita e che aveva visto tra i suoi frequentatori Gesù di Nazaret.

Il Tempio come Luogo d'Incontro tra Dio e Uomo
È naturale che il tempio sia per eccellenza il segno del sacro, soprattutto coi suoi filtri purificatori; è la «santa dimora dell’Altissimo» (Sal 46,5; cf. Sal 87,2; Sir 24,7-8. 10-11); è lì che si sperimenta che «il Signore degli eserciti è con noi» (Sal 46,12; cf. Ez 48,35). Ad esso ci si rivolge nella preghiera (Dn 6,11 e 1Re 8,38), come i musulmani poi si orienteranno verso la Mecca.
La riflessione più significativa sul tempio come luogo dell’incontro non magico ma libero tra Dio e il suo popolo è sviluppata dalla splendida preghiera deuteronomistica che Salomone pronuncia in 1 Re 8 per la consacrazione del tempio. È necessario che nel santuario di Sion avvenga un duplice movimento: là deve giungere Dio e là si deve dirigere l’uomo per iniziare un incontro, un «convegno» (mo ’ed). Attraverso questo duplice movimento si risolve il dilemma teologico del tempio: Dio, che è trascendente e infinito, come può essere «presente» nel tempio di Sion? I due poli del dilemma sono così formulati da Salomone: «Ti ho costruito una casa per tua dimora, un luogo per tua perpetua abitazione!» (v. 13); ma «Dio potrà veramente abitare con gli uomini sulla terra? Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non ti possono contenere, quanto meno questa casa che ti ho costruito!» (v. 27). La soluzione è trovata proprio sulla base dell’idea dell’incontro per cui Dio e uomo non si confondono sacralmente: «Se il tuo popolo Israele ti prega e ti supplica in questa casa, tu ascoltalo venendo dal cielo» (vv. 33-34). Nel tempio Israele porta l’intera sua esistenza per presentarla a Dio, illuminarla e giudicarla alla luce della sua parola. Per questo l’orazione di 1 Re 8 introduce un settenario di casi in cui l’incontro tra Dio e l’uomo è fondamentale: il giudizio di Dio in caso di giuramento, la sconfitta militare, la siccità, la calamità nazionale, la supplica dello straniero giusto, il tempo di guerra, l’incubo dell’esilio. Questi casi testimoniano l’incontro tra esistenza e liturgia, tra fragilità dell’uomo e grandezza di Dio e rivelano la forza «Onnisantificante e onnifecondante» della vera «santità» spaziale.
1Re (C3) - La Shekinà riempie il Tempio
La Santità del Tempio e la Critica al Ritualismo
Il rischio di certe normative cultiche è quello di canonizzare, rendendole intangibili, realtà materiali come vesti, oggetti, prassi, atti purificatori, fenomeni fisici. C'è, però, già nella legislazione biblica una certa attenzione a non spegnere l'anima del culto nel bieco ritualismo. Esemplare può essere la norma sui «fiocchi dei vestiti» di Numeri 15,37-41: «Avrete tali fiocchi e, guardandoli, vi ricorderete di tutti i miei comandi, li metterete in pratica e così sarete santi per il vostro Dio» (vv. 39-40). La santità sacrale viene corretta con l'impegno della santità etica nell'adesione ai comandamenti. L'idea di separazione non è esclusa ma viene corretta facendo sì che essa permei l'esistenza. Israele, allora, sarà «un regno di sacerdoti e di leviti» ma destinato ad annunziare nel mondo le meraviglie di Dio e a santificare tutti i popoli della terra (Gn 12,3).
Al contrario, la fiducia magica nella sacralità del tempio non può salvare. È questo l’atteggiamento dei contemporanei di Geremia, i quali sono certi dell’inviolabilità di Sion a causa della presenza di Dio nel tempio (Ger 7,1-15; 26,1-15). Il profeta, richiamandosi al santuario di Silo, ridotto ad un cumulo di rovine nonostante fosse stato la sede dell’arca (Sal 78,60), ricorda che la presenza di Dio è personale e può cessare per sua libera decisione qualora sia assente la risposta umana nella fede e nella vita (7,5-6). Ma ormai, a causa dell’ingiustizia di Giuda, il tempio si è ridotto ad essere «una spelonca di ladri», un rifugio per i peccatori (7,10; Mc 11,17), ed allora Dio è assente e il tempio in sé diventa privo di qualsiasi efficacia salvifica nonostante i suoi riti e la sua sacralità esteriore. La denuncia di Geremia, anticipatrice della polemica di Gesù (Mt 23,17.19), è un appello continuo alla fede e alla giustizia contro il sacralismo magico.
L'Evoluzione della Concezione del Tempio
Inoltre, mentre i culti cananei e mesopotamici, attraverso una teologia mitica e il rito della prostituzione sacra, delle ierogamie e del Nuovo Anno (akitû babilonese), trasferivano Dio nella sessualità umana, Israele rifiuta la «baalizzazione» di Yahweh, cioè la sua cattura all'interno dei meccanismi biologici e stagionali, ma ne esalta la «santità» pur affermando una relazione d’amore tra Lui e l’umanità (Os 1-3; Ez 16; Is 54; Ct). Il terzo attore è il cosmo. L’isolamento architettonico disegnato soprattutto da Ezechiele nel suo progetto ideale del tempio futuro (cc. 40-48) diverrà, col protezionismo di Esdra e Neemia e della teologia sacerdotale post-esilica (Lv; Cronache), un’espressione fortissima di esclusivismo sacrale. Anche il movimento deuteronomico, spiritualmente libero ai suoi esordi (in questo senso era da intendere la centralizzazione del culto a Gerusalemme), si era fossilizzato in un certo conservatorismo cultico e in un materialismo sacrale. Ma subito nella Bibbia si vede lo sforzo di riportare la sacralità, segno della trascendenza di Dio, alla sua vera anima, quella della santità. Questa esaltazione della vera santità non è dissacrazione dello spazio: Geremia replica ai recabiti, movimento integralista e puritano, non accettando il loro rifiuto aprioristico del tempio. E in questa visione della nuova sacralità del tempio, non legata alla purità estrinseca, si inoltreranno i profeti post-esilici col rifiuto degli esclusivismi autarchico-sacrali (Ag 2,6-9; Is 56,6-7; 60; 66,18-21; cf. Tb 13,10-13), le «liturgie d’ingresso» al tempio (Sal 15, ad es.) e naturalmente il cristianesimo (ad esempio Giovanni 1,14, che vede nel Cristo incarnato la nuova tenda della shekinah).
Lo Shema Yisrael: Il Cuore della Fede di Israele
Il Comando Divino e la Sua Rilevanza
«Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore.» Questa è la traduzione del celebre Shema Yisrael, una delle preghiere più importanti e recitate nell'ebraismo. È un comando divino: «Ascolta Israele il Signore è nostro Dio. E amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze. E metterai queste parole che Io (cioè Dio) ti comando oggi, nel tuo cuore.»
L'Importanza della Recitazione e dell'Insegnamento
La sua importanza è sottolineata dall'ingiunzione: «le insegnerai ai tuoi figli, pronunciandole quando riposi in casa, quando cammini per la strada, quando ti addormenti e quando ti alzi.» L'avvertimento è chiaro: «Ma guardatevi dall’aprire i vostri cuori a rivolgersi al culto di altri dei, e di adorarli, perché (allora) l’ira di Dio sarà contro di voi, e chiuderà il cielo, e non ci sarà rugiada, e la terra non darà il suo prodotto, e passerete (sarete estinti) rapidamente dalla buona terra che Dio vi ha dato.»
I Tzitzit e il Ricordo dei Precetti
Per rafforzare questo legame con i precetti, Dio disse a Mosè: «dì ai figli di Israele di fare d’ora in poi delle frange agli angoli dei loro vestiti, e vi sia un filo azzurro in ognuna di queste frange. Questi saranno i vostri Tzitzit, e guardandoli ricorderete i precetti divini, e li osserverete, e non seguirete (i vezzi del) vostro cuore e (le immagini dei) vostri occhi, che vi fanno deviare seguendoli. Così ricorderete e osserverete tutti i precetti, e sarete santi per il vostro Dio.»
