Il messaggio "Non abbiate paura!" risuona potentemente, poiché la paura è una condizione esistenziale che ci accompagna dall’infanzia alla tomba. Fin da bambino, l’uomo sperimenta la paura di essere abbandonato, del buio, delle voci alte e di figure immaginarie. L’adolescente si confronta con il timore dell’altro sesso, sviluppando complessi di timidezza e inferiorità. L’adulto, invece, vive l’angoscia del mondo, del futuro, avvertendo la propria vulnerabilità in un contesto violento e imprevedibile.

La Natura della Paura e le Sue Manifestazioni
La paura è una manifestazione del nostro istinto fondamentale di conservazione, una reazione a una minaccia alla nostra vita, sia essa reale o presunta. A seconda della natura dei pericoli, si distinguono paure giustificate da quelle ingiustificate e patologiche, che possono manifestarsi come fobie.
Paure Acute e Croniche
È possibile distinguere le paure anche in base alla loro durata e origine:
- Le paure acute sono stati determinati da una situazione di pericolo straordinario, come l'essere sul punto di essere investiti da un'auto o sentire la terra tremare per un terremoto. Questi spaventi, così come sorgono improvvisamente, scompaiono con il cessare del pericolo, lasciando al massimo un brutto ricordo. Esse sono naturali e non dipendono da noi.
- La paura cronica, invece, pur non essendo un male in sé e potendo rivelare un coraggio insospettato, diventa distruttiva quando, anziché stimolo a reagire, si trasforma in scusa per l'inazione, paralizzando l'individuo.
Solo chi conosce la paura, sa cos’è il coraggio. Diventa veramente un male che consuma e non fa vivere, quando si trasforma in ansia. Gesù ha dato un nome alle ansie più comuni dell’uomo: “Che mangeremo? Che berremo?”. L’ansia è diventata la malattia del secolo ed è una delle cause principali del moltiplicarsi degli infarti. Viviamo nell’ansia, ed è così che non viviamo!
L'Ansia: La Malattia del Secolo
L’ansietà è la paura irrazionale di un oggetto sconosciuto, un timore costante di tutto, un attendersi sistematicamente il peggio e vivere sempre con il batticuore. Se il pericolo non esiste, l’ansia lo inventa; se esiste, lo ingigantisce. La persona ansiosa soffre sempre i mali due volte: prima nella previsione e poi nella realtà. Quello che Gesù, nel Vangelo, condanna non è tanto la semplice paura o la giusta sollecitudine per il domani, quanto proprio questa ansia e questo affanno. “Non affannatevi, dice, per il domani.”
Parliamo della differenza tra paura e ansia
Il Rimedio del Vangelo per Vincere le Paure
Lasciando da parte la descrizione delle nostre paure, cerchiamo il rimedio che il Vangelo ci offre per vincerle. La vera radice di tutte le paure è il ritrovarsi soli. Questa è una continuazione della paura del bambino di essere abbandonato. E Gesù ci assicura proprio questo: che non saremo abbandonati. “Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto”, dice un salmo (Salmo 27,10). Anche se tutti ci abbandonassero, Lui no.
Il Metodo di San Paolo: L'Amore che Vince
San Paolo ci insegna un metodo pratico per vincere le paure. Nella lettera ai Romani (Romani 8, 35 ss), egli passa in rassegna tutte le situazioni di pericolo che lo avevano minacciato: “la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada”. Con ognuna di queste parole allude a un fatto realmente accadutogli. Eppure, egli afferma: “In tutte queste cose noi stravinciamo grazie a colui che ci ha amati”.
Siamo invitati a fare lo stesso: guardare la nostra vita, presente e passata, portare a galla le paure che vi si annidano - tristezze, minacce, complessi, difetti fisici o morali che ingigantiamo a forza di pensarci - e quindi esporre tutto ciò alla luce del pensiero che Dio ci ama, così come siamo. Le paure sono come i fantasmi: hanno bisogno del buio per agire e ci sopraffanno se le manteniamo a livello inconscio.
San Paolo, inoltre, allarga lo sguardo dalla sua vita personale al mondo circostante, con le incognite che a quel tempo terrorizzavano gli uomini: le potenze astrali, la morte, e ciò che egli chiama “l’altezza e la profondità”, e che noi oggi chiameremmo l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo, l’universo e l’atomo. Allora come ora, tutto è pronto a schiacciarci, e l’uomo si sente un granello di polvere in un universo tanto più grande di lui, reso oggi più minaccioso dalle scoperte che egli stesso ha fatto. Anche in questo, l’amore di Dio è la nostra forza.

L'Esperienza di Gesù e la Redenzione della Paura
Non possiamo lasciare il discorso sulla paura a questo punto, poiché risulterebbe poco aderente alla realtà. Gesù vuole liberarci dalle paure e ci libera sempre. Egli stesso ha voluto farne l’esperienza. Nel giardino degli ulivi, è scritto che “cominciò a provare tristezza e angoscia”. Il testo originale suggerisce addirittura l’idea di un terrore solitario, come di chi si sente tagliato fuori dal consorzio umano, in una solitudine immensa. Gesù ha voluto sperimentare la paura proprio per redimere anche questo aspetto della condizione umana.
La Testimonianza di Suor Bianca: Il Coraggio nella Paura
A questo proposito, esiste un’opera di Bernanos intitolata I dialoghi delle carmelitane. Narra la storia di 16 carmelitane ghigliottinate al tempo della rivoluzione francese, il 4 Agosto 1790. Tra loro c’è una suora giovanissima, di famiglia nobile, che è cresciuta letteralmente impastata di paura. Quando le minacce dei rivoluzionari si fanno più gravi, terrorizzata, ella fugge e si nasconde.
Le consorelle vengono processate, condannate e condotte alla ghigliottina, cantando in coro il Veni Creator. Man mano che ognuna sale sul patibolo, il coro si fa più flebile. Ed ecco, nel silenzio generale, levarsi in mezzo alla folla una voce nitida, risoluta, quasi infantile. È suor Bianca che ha scoperto in sé un nuovo coraggio, si fa avanti, sale sul palco cantando l’ultima strofa e presenta anche lei il capo alla ghigliottina.
Questo è un incoraggiamento per quelli che, nonostante tutti gli sforzi, non riescono a vincere la paura. Se san Francesco chiamava sorella la morte, possiamo chiamare sorella anche questa paura redenta, e dire: “Laudato sii, mi Signore, per sorella paura”.

Il Cammino di Gesù verso Gerusalemme e la Professione di Fede
In queste domeniche stiamo seguendo Gesù che sta andando a Gerusalemme per il compimento pieno della sua missione attraverso il mistero della Sua passione, morte e risurrezione. Il cammino di Gesù va ormai verso il suo compimento e, dopo aver compiuto molti segni e aver fatto molti discorsi, il Signore sente l’esigenza di compiere insieme ai suoi un momento di verifica. Il Vangelo odierno (cf. Matteo 16,13-20) riferisce la celebre domanda rivolta da Gesù ai discepoli a Cesarea di Filippo:
“La gente, chi dice che sia il figlio dell’uomo?”
L'Interrogativo sull'Identità di Gesù
Le risposte che i discepoli danno a Gesù riferiscono un’idea che la gente si era fatta di Lui, un’idea non chiara e basata su un grande equivoco: “chi dice che sei Giovanni Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti”. Le folle avevano equivocato sulla sua identità; esse cercavano un liberatore, un uomo potente che risolvesse i loro problemi, anche politici e sociali.
La Professione di Fede di Pietro: La Roccia
Pietro, interpretando il pensiero di tutti quel giorno, ha risposto con chiarezza e decisione: “Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente”. Questa professione di fede ha già prodotto alcune scelte di vita forti che Simon Pietro aveva fatto e lo coinvolgerà ancora per tutto il resto della sua esistenza. Ma è una fede che, come vedremo nel prosieguo degli eventi, soprattutto nei momenti terribili della passione del suo maestro, avrà bisogno ancora di purificarsi e trovare la sua essenza vera.

La Fede come Dono Divino
Con queste parole Gesù dice a Pietro e a ciascuno di noi oggi che la fede non è mai una nostra conquista o il frutto di un nostro ragionamento, ma è e resta sempre innanzitutto un dono di Dio Padre. Un dono che ci è dato senza alcun nostro merito. Un dono perciò di cui certo mai vantarsi, ma da accogliere ogni giorno di più con grande senso di gratitudine e di responsabilità.
Beato è Pietro, beato è ciascuno di noi se riusciamo sempre ad avvertire accanto a noi la presenza esigente, mai scontata di Gesù che ci incontra a “tu per tu”, ci guarda negli occhi e ci chiede: “Chi sono io per te?”. Che equivale a dire: “Quanto conto io nella tua vita?”. E così, come per Pietro, anche per tutti noi questa fede diventa “roccia”, perché accogliamo Dio così come si rivela. Questo ci dà tanta gioia e sicurezza e possiamo così essere anche noi “pietre vive” con le quali e sulle quali il Signore edifica la Chiesa come la comunità dei seguaci di Cristo, che testimoniano con il loro vivere quotidiano che davvero Gesù benedetto è l’unico centro che da senso, valore ed efficacia al nostro impegno quotidiano per il bene.
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