Il Calendario Liturgico e la Messa nel Vetus Ordo: Evoluzione e Valore

La storia della liturgia cattolica è segnata da un'evoluzione continua, culminata nel XX secolo con significative riforme che hanno interessato il Messale Romano. Tali cambiamenti hanno portato a una distinzione tra il Vetus Ordo Missae (Messa secondo il rito antico) e il Novus Ordo Missae (Messa secondo il rito nuovo), senza tuttavia abrogare la validità e la sacralità di entrambi.

Le Riforme di Papa Pio XII e Giovanni XXIII

Le prime importanti riforme liturgiche furono attuate da Papa Pio XII e riguardarono sostanzialmente i riti della Settimana Santa. Queste riforme furono poi incorporate da Papa Giovanni XXIII che, il 25 luglio 1960, promulgò la lettera apostolica Rubricarum instructum.

Il Nuovo Codice delle Rubriche del 1961

Il documento di Giovanni XXIII introdusse il nuovo codice delle rubriche per il Messale Romano, entrato in vigore il 1 gennaio 1961. Questo codice apportò diverse modifiche:

  • Per quanto concerne il Breviario, vennero abrogate le numerose letture patristiche del Mattutino.
  • Per la Messa, fu eliminato l’obbligo per il celebrante di leggere l’Epistola e il Vangelo all’altare durante la Messa solenne.
  • Si abolì il Confiteor da recitare prima della comunione dei fedeli.
  • La recita dell’ultimo Vangelo della festa non prevalente fu sostituita con il Prologo del Vangelo secondo Giovanni in tutte le Messe.

Modifiche ai Riti della Settimana Santa

Le riforme dei riti della Settimana Santa approvate da Papa Pio XII nel 1955 furono incorporate e ulteriormente dettagliate:

  • Nella Domenica delle Palme venne abolita l’usanza dei tre colpi alla porta della Chiesa chiusa, in attesa di essere poi aperta, per l’ingresso dei fedeli dopo la distribuzione e benedizione delle palme.
  • Il Giovedì Santo la celebrazione In Coena Domini venne celebrata la sera e non la mattina, ripristinando la tradizione della Chiesa antica, e si effettuò il rito della lavanda dei piedi a dodici uomini.
  • Il Venerdì Santo venne mutata la locuzione "perfidi ebrei" che, a livello linguistico (latino), significava "colui che manca di lealtà, di fede" e non aveva accezione ingiuriosa. Da un punto di vista teologico liturgico, era un richiamo all’accettazione di Cristo da parte del popolo eletto, che ancora oggi attende il Messia.
  • La Veglia Pasquale fu posticipata dalla mattina del Sabato Santo alla sera. Fu abolito l’utilizzo del tricerio (candelabro a tre braccia) e vennero apportate differenti modifiche, tra cui l’introduzione del rinnovo delle promesse battesimali da parte dei fedeli.
immagini storiche delle celebrazioni della Settimana Santa

Il Concilio Vaticano II e la Riforma della Liturgia

Tra i differenti aggiornamenti conciliari, vi fu anche la proposta di riformare la liturgia, tale da consentire all’assemblea una partecipazione più attenta e maggiore, senza però abrogare la celebrazione eucaristica in rito antico. Il Messale promulgato nel 1962 da Papa Giovanni XXIII prevedeva gli aggiornamenti sopra citati, permanendo sempre nel rito di San Pio V.

La Costituzione Sacrosanctum Concilium e le Sue Implicazioni

Il 4 dicembre 1963 venne promulgata la Costituzione Sacrosanctum Concilium. In seguito, fu istituito il Consiglio per l’attuazione della Costituzione sulla sacra liturgia, presieduto dall'allora Cardinale Giacomo Lercaro, che, avvalendosi di distinti collaboratori, procedette alla revisione del Messale Romano, approvato poi nel novembre del 1969 da San Paolo VI papa.

Cambiamenti nel Calendario Liturgico e nella Lingua

Per il rinnovamento della liturgia ci si avvalse della collaborazione delle Conferenze Episcopali. Il gruppo di lavoro, tra i molti cambiamenti, volle sostituire la lingua latina con la lingua locale comunemente parlata all’interno della comunità. Si revisionò il calendario liturgico, abolendo, ad esempio, il tempo di settuagesima (un'estensione della Quaresima) e revocando l’ottava di Pentecoste, conservando esclusivamente l’ottava di Natale e di Pasqua. Per quest’ultima, il tempo pasquale fu riportato a cinquanta giorni, come lo era al tempo di Papa Leone Magno.

Vetus Ordo e Novus Ordo: Continuità e Differenze

Una questione fondamentale che sorge è se la riforma liturgica segni una scissione con il precedente rito. Si ribadisce anzitempo che il Messale è il medesimo sia per il Vetus Ordo Missae, che per il Novus Ordo Missae.

Semplificazione e Accento sulla Parola

Certo, nel Novus Ordo si ha una netta semplificazione dei riti, si accentra la Parola, i riti di consacrazione vengono notevolmente ridotti e la celebrazione dei Divini Misteri assume sembianze di una cena, più che di sacrificio. Viene inoltre eliminato l’introito, elemento invece fondante nel Vetus Ordo, che veniva proferito ai gradini dell’altare dal celebrante, affinché il Signore gli concedesse misericordia e forza nell’amministrare il sacrificio eucaristico.

Il Messale è il medesimo sia per il Vetus Ordo Missae, che per il Novus Ordo Missae. La Chiesa può dire di essere fedele a quanto Cristo le ha comandato di fare quando ha detto: "Fate questo in memoria di me" (Lc 22,19). Cristo non permetterebbe alla Chiesa di andare fuori strada proprio nel momento in cui essa vive il suo momento più alto: la celebrazione dell’Eucaristia. Egli ha infatti detto: "Ed ecco io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo" (Mt 28,20). E ha promesso a Pietro e ai suoi successori che "le porte degli inferi" non avrebbero prevalso sulla Chiesa (cfr. Mt 16,18).

Il Ruolo del Celebrante e l'Orientamento

Una delle variazioni più significative tra il Vetus e il Novus Ordo fu il ruolo del celebrante. La Sacrosanctum Concilium non dichiarò l’abolizione del sacerdote versum orientem. La scelta di porlo versum populum fu per esclusiva convenienza, per rendere più agevole la comunicazione tra celebrante e assemblea. La Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ribadì che l’atteggiamento del celebrante deve essere sempre concentrato sulla persona di Cristo e mai sull’ego. Le inventive e la mancanza di compostezza sono esclusività egocentriche, che non hanno alcuna relazione con gli aggiornamenti liturgici.

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Il Vetus Ordo nel Magistero Post-Conciliare

La riforma liturgica ha destato non poche perplessità nella Madre Chiesa. Numerosi i fedeli legati al Vetus Ordo Missae che, mediante i propri rappresentanti (i vescovi), più volte hanno chiesto la facoltà di poter celebrare secondo il rito antico. Si precisa che Papa Paolo VI non abrogò mai la celebrazione eucaristica in Vetus Ordo. Egli stesso nella cappella papale si avvalse sino alla conclusione del Ministero Petrino della celebrazione eucaristica antica.

L'Indulto Quattuor abhinc annos di Giovanni Paolo II

Il 3 ottobre 1984, Giovanni Paolo II, mediante l’indulto Quattuor abhinc annos, concesse ai Vescovi che ne facessero esplicita richiesta la possibilità di celebrare secondo il Messale revisionato nel 1962 da San Giovanni XXIII papa, acciocché nella forma tridentina. Queste celebrazioni devono essere fatte secondo il Messale del 1962 ed in lingua latina.

Il Motu Proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI

Papa Benedetto XVI, già da Cardinale, più volte si pose l’istanza del motivo per cui così facilmente si fosse accantonato il Vetus Ordo Missae. Egli il 7 luglio 2007, dopo circa due anni di pontificato, promulgò la Lettera Apostolica Motu Proprio Summorum Pontificum. Il rito Romano si distingue nella Chiesa cristiana da altri riti, quali quello ambrosiano, alessandrino, antiocheno, armeno, bizantino e caldeo. Il rito Romano nel tempo è stato adottato dall’intera Chiesa latina. Tale uniformità venne promossa in successione al Concilio di Trento con la promulgazione della bolla pontificia Quo Primum Tempore da Papa Pio V.

ritratto di Papa Benedetto XVI

Papa Benedetto XVI elargì la facoltà piena ai sacerdoti di rito latino di avvalersi del Messale revisionato nel 1962. Se a richiedere la celebrazione in rito tridentino sono un gruppo di parrocchiani, basta rivolgersi al parroco, senza dover chiedere al Vescovo diocesano l’autorizzazione. Il Motu Proprio Summorum Pontificum stabilisce che:

  • Il Messale Romano promulgato da Paolo VI è l'espressione ordinaria della "lex orandi" ("legge della preghiera") della Chiesa cattolica di rito latino.
  • Il Messale Romano promulgato da S. Pio V e nuovamente edito dal Beato Giovanni XXIII deve venir considerato come espressione straordinaria della stessa "lex orandi" e deve essere tenuto nel debito onore per il suo uso venerabile e antico.
  • Nelle Messe celebrate senza il popolo, ogni sacerdote cattolico di rito latino, sia secolare sia religioso, può usare o il Messale Romano edito dal beato Papa Giovanni XXIII nel 1962, oppure il Messale Romano promulgato dal Papa Paolo VI nel 1970, e ciò in qualsiasi giorno, eccettuato il Triduo Sacro.
  • Le comunità degli Istituti di vita consacrata e delle Società di vita apostolica, di diritto sia pontificio sia diocesano, che nella celebrazione conventuale o "comunitaria" nei propri oratori desiderano celebrare la Santa Messa secondo l’edizione del Messale Romano promulgato nel 1962, possono farlo.
  • Alle celebrazioni della Santa Messa di cui sopra all’art. 2, possono essere ammessi - osservate le norme del diritto - anche i fedeli che lo chiedessero di loro spontanea volontà.
  • Nelle parrocchie, in cui esiste stabilmente un gruppo di fedeli aderenti alla precedente tradizione liturgica, il parroco accolga volentieri le loro richieste per la celebrazione della Santa Messa secondo il rito del Messale Romano edito nel 1962.
  • Se un gruppo di fedeli laici fra quelli di cui all’art. 5 § 1 non abbia ottenuto soddisfazione alle sue richieste da parte del parroco, ne informi il Vescovo diocesano. Il Vescovo è vivamente pregato di esaudire il loro desiderio.
  • Ai chierici costituiti "in sacris" è lecito usare il Breviario Romano promulgato dal Beato Giovanni XXIII.
  • L’Ordinario del luogo, se lo riterrà opportuno, potrà erigere una parrocchia personale a norma del can. 518.

Si comprende che la volontà pastorale del Pontefice Benedetto XVI fu mossa dall’azione pneumatologica, affinché nulla della fede cristiana venga smarrito, bensì riproposto per accrescere il cammino di ognuno. Il Motu Proprio Summorum Pontificum non ha nulla in relazione con la revoca della scomunica da parte dello stesso alla Fraternità Sacerdotale San Pio X, ma la valorizzazione di una forma celebrativa che ha forgiato la vita di molti e ancora oggi può essere un monito per risvegliare le coscienze di chi è alla ricerca della verità. Non bisogna certamente cedere ad esaltazioni e nemmeno porsi con pregiudizio dinnanzi a questa forma di celebrazione Eucaristica. Chi ancora oggi afferma una retrocessione da parte di coloro che si avvalgono del Vetus Ordo Missae è pervaso dallo spirito relativista, che di continuo cerca inventive perché non aperto realmente al trascendente. Non si sono infatti in diciotto anni mai verificati casi di incompatibilità giuridica, che hanno richiesto l’intervento del Vescovo diocesano.

La Milizia del Tempio e il Rito Romano Antico

La Milizia del Tempio ha adottato, fin dal 1993, il Rito Romano Antico quale rito proprio dell’Ordine per tutte le celebrazioni liturgiche e per l’Ufficio Divino, una scelta che ha portato grandi benefici spirituali. Il Capitolo considera questa scelta quale perfetta attuazione dei fini statutari della Milizia (cfr Costituzioni, art. 3).

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