L'escalation della violenza jihadista in Burkina Faso e gli attacchi alle comunità religiose

Il Burkina Faso sta vivendo una fase di profonda crisi, caratterizzata da un'ondata crescente di violenza jihadista che ha trasformato il paese, un tempo relativamente pacifico, in un focolaio di estremismo. Il conflitto, inizialmente concentrato nelle province settentrionali e orientali, si è ora diffuso a livello nazionale, rendendo nessun luogo sicuro.

Contesto della crisi e diffusione del terrore

Monsignor Théofile Nare, vescovo di Kaya, nel nord del Burkina Faso, ha espresso un profondo allarme, sottolineando come "il nemico è dentro casa". Questa affermazione evidenzia la natura interna e fratricida di molti attacchi, dove "i nostri figli uccidono i loro fratelli". Se in passato i terroristi giungevano principalmente da oltre confine, in particolare dal Mali, ora l'intero paese è considerato pericoloso. Questo senso di insicurezza è amplificato dalla constatazione che Kaya, sebbene colpita, è ancora relativamente sicura rispetto alle aree da cui fuggono centinaia di migliaia di persone, donne con figli e anziani che si trascinano esausti attraverso la savana, qui chiamata "bush". La città di Kaya è diventata il primo punto di approdo per chi fugge dal nord, con la gente che si ammassa allo stadio in attesa di una tenda in uno dei sei campi profughi. L'afflusso è costante e la città fatica a sostenere un numero così elevato di sfollati. La Chiesa cattolica, tramite la Ocades (Caritas locale) e il sostegno di congregazioni come i fratelli della Sacra Famiglia e di onlus italiane come Acqua nel Sahel e il Movimento Shalom, si impegna ad aiutare.

Origini della violenza e fattori scatenanti

La Chiesa in Burkina Faso ha identificato nell'abbandono da parte dei governi centrali delle terre del nord una delle cause principali di questa violenza. La mancanza di sviluppo, l'assenza di strade, scuole e dispensari, unita a una diffusa povertà, genera un senso di abbandono che spinge molti giovani a imbracciare le armi. I terroristi sfruttano questa vulnerabilità, offrendo denaro e opportunità in cambio di attività illegali, poiché "chi non ha lavoro, va dove c'è il denaro, anche se la proposta è per un'attività illegale. Bisogna vivere prima di filosofeggiare".

Attacchi contro le comunità religiose

Foto di una chiesa o di un luogo di culto danneggiato in Burkina Faso

Negli ultimi anni, gli attacchi hanno preso di mira indistintamente varie comunità religiose, smentendo l'idea di una guerra mirata esclusivamente contro la Chiesa cattolica. Monsignor Nare ha precisato che "sono stati uccisi anche tanti musulmani e tanti protestanti. Non è una guerra di religione, così come non è una guerra fra etnie". Tuttavia, il terrore si insinua, creando divisioni: i cattolici si chiedono perché i musulmani non prendano apertamente posizione contro i terroristi, mentre questi ultimi, comprensibilmente, temono per la propria incolumità. La situazione si è aggravata al punto che, da qualche mese, anche le chiese sono finite nel mirino. "È chiaro che si vuole eliminare la presenza cristiana", afferma monsignor Nare.

Casi specifici di violenza contro i cristiani

  • Nel 2019, padre Siméon Yampa, sacerdote cattolico a Dablo, è stato ucciso con altri cinque fedeli mentre celebrava la Messa. Ai funerali delle vittime di Dablo, monsignor Seraphin Francois Rouamba, arcivescovo di Koupela e presidente della Conferenza episcopale Burkina Faso-Niger, ha rivolto un appello alla pace e alla coesistenza pacifica, denunciando un chiaro movente religioso.
  • Il 21 gennaio 2021, padre Rodrigue Sanon, della parrocchia di Notre Dame de la Paix de Soubaganyedougou, è stato trovato morto nel territorio di Banfora, molto probabilmente assassinato.
  • Di padre Joël Yougbaré, parroco di Djibo, rapito in un villaggio della provincia di Soum il 17 marzo, non si hanno più notizie da tempo, sebbene monsignor Laurent Dabirè, vescovo di Dori, abbia smentito la notizia del ritrovamento del suo corpo.
  • Il 5 aprile, in un villaggio della diocesi di Dori, uomini armati sono entrati in una chiesa cattolica durante la celebrazione della Via Crucis, dividendo uomini da donne e bambini e uccidendo almeno cinque persone.
  • Lo scorso febbraio, alcuni individui armati hanno fermato l'auto di un anziano prete spagnolo salesiano, padre Antonio Cesar Fernández, per poi sparargli nella boscaglia vicino al confine con il Togo.
  • Una recente ondata di jihadismo ha visto un gruppo di militanti islamisti fare irruzione in una chiesa protestante a Silgadji, a circa 60 chilometri da Djibo, sparando ai fedeli durante la fine del servizio religioso. Il bilancio è di almeno sei morti, tra cui il pastore Pierre Ouedraogo e i suoi due figli. I miliziani hanno anche sparato al tabernacolo, un gesto simbolico di disprezzo per la fede cristiana.
  • Quattro fedeli cattolici che stavano riportando in chiesa la statua della Vergine dopo una processione mariana sono stati uccisi a Singa, nel comune di Zimtenga, nella regione del centro nord del Paese, la stessa provincia di Sanmatenga dove è avvenuto l'attacco a Dablo.
  • Il 6 ottobre, un attacco barbaro è stato perpetrato nella parrocchia di Manni, nel settore nord della diocesi di Fada N’Gourma, come testimoniato dalla lettera del vescovo di Fada alle comunità cristiane cattoliche.

Gli aggressori agiscono spesso a volto coperto, e "parlano sempre la lingua delle vittime", rendendo difficile l'identificazione della loro provenienza. L'unico elemento che si conosce con certezza è la religione professata dalle vittime, alle quali viene rinfacciato di non praticare la "vera religione", ovvero l'Islam.

Il ruolo della Chiesa e la risposta alla crisi

Di fronte a questa escalation, la Chiesa cattolica, guidata da figure come monsignor Nare, si impegna non solo nell'assistenza umanitaria ma anche nella ricerca delle cause profonde della violenza. Monsignor Nare ha visitato Dablo dopo l'attacco per confortare i fedeli terrorizzati, trasmettendo il messaggio di solidarietà di Papa Francesco, che rappresenta un grande incoraggiamento per la diocesi e il suo pastore. L'invito è a "non perdere la fiducia" e a "non scoraggiarsi, anche se vogliono impedirci di pregare, se vogliono distruggere la nostra Chiesa".

Appello del Papa per il Burkina Faso

Il vescovo di Fada, in una lettera alle comunità cristiane cattoliche, ha esortato a "non perdere la fiducia" e a mantenere "viva la vostra speranza in un domani migliore", invitando alla carità creativa verso tutti i bisognosi in questi tempi difficili. Padre Domenico De Martino, missionario della Comunità di Villaregia a Ouagadougou, testimonia l'importanza dell'educazione e dell'alfabetizzazione come strumenti di riscatto sociale, narrando la storia di Giosué e Fabrizio, esempi di speranza in un contesto difficile.

La situazione politica e sociale

Il Burkina Faso, ex colonia francese nota come Alto Volta fino al 1984, è uno dei paesi più poveri al mondo, classificato al 185° posto su 188 Stati nell'indice di sviluppo umano. Circa il 45% dei suoi quasi 20 milioni di abitanti vive sotto la soglia di povertà. L'economia dipende in gran parte dall'agricoltura e dalle miniere d'oro, sfruttate da diverse società straniere.

Dopo l'uccisione di Thomas Sankara nel 1987 e la lunga dittatura di Blaise Compaoré, nel 2015 è stato eletto Roch Marc Christian Kaboré. Tuttavia, Kaboré ha faticato a gestire l'ondata jihadista, complice una difficile relazione con l'esercito e l'allontanamento degli alleati di Compaoré. Gli esperti sottolineano che Kaboré ha cercato di cambiare strategia in vista delle elezioni, passando al contrattacco e dialogando con i terroristi, accusando anche l'ex presidente Compaoré di destabilizzare il paese. Il governo ha puntato il dito contro i due principali gruppi jihadisti della regione: Ansaroul Islam e il Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani (Gsim), alleato di al-Qaeda, ma esistono anche numerose altre fazioni minori.

La rappresentante di GVC-Italia in Burkina Faso, Silvia Pieretto, ha evidenziato come la situazione sia senza precedenti rispetto a paesi confinanti come Mali e Niger, con un numero crescente di scuole e centri di salute chiusi o parzialmente funzionanti, lasciando i civili senza accesso a servizi essenziali.

Record di violenza e l'escalation militare

Il terrorismo islamico nel Sahel ha raggiunto un sanguinoso record in Burkina Faso. Un attacco nel Nord, nella provincia di Yagha, ha causato almeno 160 morti, tra cui diverse donne, la cifra più alta mai registrata dall'inizio dell'insurrezione jihadista nel 2015. L'incursione, avvenuta a Solhan, ha preso di mira prima la postazione dei Volontari per la Difesa della Patria (VDP, ausiliari civili dell'esercito), poi case e il mercato, dati alle fiamme. Centinaia di terroristi sono arrivati su motociclette, aprendo il fuoco con armi automatiche. Testimonianze locali parlano di almeno 400 morti, quasi tutti civili, nonostante le autorità non siano state in grado di fornire un conteggio esatto a nove giorni dal massacro.

Il Groupement de soutien à l'islam et aux musulmans (GSIM), affiliato ad Al-Qaeda, e lo Stato islamico nel grande Sahara (EIGS) sono tra i principali responsabili di questi attacchi. Il terrorismo islamico ha colpito anche una scuola nel sud-est del Paese, uccidendo cinque insegnanti e un funzionario comunale.

Di recente, più di 100 persone, per lo più soldati, sono state uccise in attacchi a diverse località, tra cui una base militare e la città strategica di Djibo, a lungo assediata. Il gruppo jihadista affiliato ad Al-Qaeda, Jama'at Nasr al-Islam wal-Muslimin (JNIM), ha rivendicato la responsabilità, dimostrando il suo crescente potere e la libertà di movimento nel Paese. L'attacco è stato coordinato e simultaneo in otto località per limitare l'intervento dell'aeronautica militare. La giunta militare al potere, guidata dal "filorusso" Ibrahim Traoré dopo il golpe che ha spodestato Paul Damiba, non si sta rivelando in grado di fermare le aggressioni, anche a causa di una strategia di escalation che include il reclutamento forzato di civili in milizie scarsamente addestrate, aggravando le tensioni interetniche. Circa la metà del Burkina Faso è fuori dal controllo del governo a causa delle violenze che hanno portato a due colpi di Stato nel 2022.

Appelli alla pace e alla riflessione

Di fronte a questa tragedia, gli appelli alla riflessione e all'azione sono sempre più urgenti. "Dobbiamo parlare. Parlare con Dio in preghiera, parlare tra di noi e agire affinché non accada di nuovo", si legge in una riflessione. L'azione implica "smettere di tradirci a vicenda" e "rinunciare ai nostri interessi egoistici quando è in gioco l'interesse generale". Un'altra opzione è "cambiare i cuori e le menti", promuovendo la tolleranza e il rispetto reciproco, e considerando la possibilità di negoziare, "sederci e parlare". Monsignor Nare e altri leader religiosi continuano a pregare per la popolazione civile e per quanti soffrono, estendendo il loro pensiero anche a conflitti globali come quello in Ucraina, "un altro paese vittima della politica dei grandi".

tags: #burkina #faso #spari #al #tabernacolo