Mauro Biglino e l'Interpretazione dei Miracoli di Gesù: Il Caso di Lazzaro

Nell'ambito dell'analisi dei testi sacri, lo scrittore Mauro Biglino ha suscitato ampio dibattito con le sue interpretazioni non convenzionali. Il suo approccio si basa sull'analisi dei codici più antichi, proponendo risposte sorprendenti che mettono in discussione credenze consolidate e fanno emergere numerosi dubbi. Questo articolo esplora la sua metodologia generale e, in particolare, la sua rilettura della "resurrezione" di Lazzaro, uno degli episodi più noti del Vangelo.

L'Approccio di Mauro Biglino ai Testi Sacri

Mauro Biglino tenta di denigrare la persona di Gesù Cristo e sua madre, Maria, secondo alcune confutazioni delle sue tesi. Biglino è noto per le sue reinterpretazioni dei testi biblici, che spesso portano a conclusioni diverse dalla teologia tradizionale. Ad esempio, a pagina 161 del suo libro "Antico e Nuovo Testamento libri senza Dio", Biglino prospetta la tesi che Gesù fosse un attivista anti-romano. Tuttavia, egli stesso dimostra di contraddirsi continuamente: a pagina 136 ha scritto che Gesù era un ribelle anti-romano; a pagina 146 ha sostenuto che Gesù fosse un potente figlio di un "Elohim", che per Biglino sarebbe un essere sovrumano, extraterrestre; per poi tornare a pagina 161 a sostenere la tesi del Gesù rivoluzionario anti-romano. Da ciò si evince una certa mancanza di un filo logico e una teoria non sempre chiara nelle sue esposizioni.

Tra le sue tesi più controverse, Biglino sostiene, come confutato da altri autori, che Maria abbia avuto un rapporto sessuale con un "Gavriel" (termine che in ebraico indicherebbe il potere di un El o uno che esercita il potere per conto di un El), e che da quel rapporto sia nato Gesù, suggerendo quindi una nascita non divina ma legata a un essere "alieno". Un'altra sua tesi, presentata a pagina 163 del suo libro, è che Gesù non sia morto in croce, ma abbia avuto una morte apparente, una visione che si allinea a quella islamica di Gesù ma che è ritenuta falsa da documenti storici.

Infografica con diagramma di flusso delle principali tesi di Mauro Biglino sui testi sacri e le loro critiche

La Resurrezione di Lazzaro: Narrazione Evangelica Tradizionale

Uno degli episodi che sfidano il confine tra fede e interpretazione è la resurrezione di Lazzaro, un miracolo emblematico narrato nel Vangelo di Giovanni, precisamente nel capitolo 11. Questa storia è uno dei miracoli più noti di Gesù e sottolinea il suo potere divino e la sua capacità di vincere la morte, avendo un forte impatto simbolico legato alla fede, alla speranza e alla vita eterna. È non solo una dimostrazione di potere divino, ma anche una dichiarazione teologica e simbolica.

Secondo il racconto, Lazzaro, fratello di Marta e Maria, si ammala gravemente. Le sorelle inviano un messaggio a Gesù: “Signore, colui che tu ami è malato”. Gesù, pur trovandosi fuori città, decide di aspettare due giorni prima di partire. Quando giunge a Betania, Lazzaro è già morto e si trova "da quattro giorni" nel sepolcro. Il Vangelo fa capire che Gesù conosceva bene Lazzaro e la sua famiglia, probabilmente considerandolo un simpatizzante, se non proprio un discepolo. Gesù si mostra molto colpito dal pianto e dalla disperazione delle sorelle, tanto da lasciarsi andare lui stesso al pianto. Si reca alla tomba, una grotta chiusa da una pietra, e chiede di rimuoverla. “Lazzaro, vieni fuori!” dice Gesù a gran voce, e Lazzaro esce dalla tomba vivo.

Questo miracolo, nel contesto del Vangelo di Giovanni, è il settimo e ultimo segno compiuto da Gesù, il culmine della sua missione prima della passione. Dimostra che Gesù è “la resurrezione e la vita” e prefigura la sua stessa resurrezione. Inoltre, ha una valenza escatologica: chi crede in Cristo non morirà mai davvero. Va notato che, dopo questo evento, Lazzaro non compare più nel prosieguo del Vangelo, né in alcun altro scritto del Nuovo Testamento.

È interessante notare come molti confondano le parole che Gesù, secondo i Vangeli, ha detto a una persona paralitica (“Alzati e cammina!”) con quelle dette a Lazzaro, a cui in realtà avrebbe detto “Forza, coraggio, vieni fuori!”.

L'Interpretazione di Mauro Biglino sulla Storia di Lazzaro

Per Mauro Biglino, il racconto della resurrezione di Lazzaro è un errore di interpretazione. Secondo l'autore, molti passaggi dei testi sacri sono fraintesi, e l'episodio evangelico di Lazzaro non farebbe eccezione. Biglino interpreta questo evento non come una resurrezione fisica da morte biologica, ma come un rito di reintegrazione di un adepto considerato "morto" in senso morale o spirituale, temporaneamente escluso dalla comunità degli iniziati e poi riammesso attraverso un processo di purificazione.

Prove e Riferimenti a Supporto della Tesi di Biglino

Biglino descrive un rituale in cui l’adepto veniva isolato in una cripta, immerso nel buio e nel silenzio, senza cibo né acqua, per un periodo di riflessione e purificazione interiore, solitamente tre giorni. Sottolinea l’importanza del contesto delle comunità iniziatiche, dove i membri si definivano “fratelli”.

Per dare elementi concreti, Biglino cita la Didaché, un testo cristiano primitivo che descrive gli insegnamenti morali dell’epoca, distinguendo chiaramente due vie: quella della vita, per chi segue gli insegnamenti, e quella della morte, per chi se ne allontana. Questa visione riflette un confine simbolico tra i membri della comunità e gli “esclusi”.

Ulteriori conferme vengono trovate in altri Vangeli, citando un passo di Luca:

“E disse a un altro: ‘Segui me’. Ed egli disse: ‘Permetti a me di andare prima a seppellire padre mio’. Allora gli disse: ‘Lascia i morti seppellire i loro morti’” (Lc 9, 59-60).

Qui, Gesù sembrerebbe distinguere i “vivi”, cioè i suoi seguaci, dai “morti”, coloro che hanno abbandonato la via della salvezza.

Nel racconto di Lazzaro, le sorelle Marta e Maria sembrano rimproverare Gesù: se fosse stato presente, Lazzaro non sarebbe “morto”. Biglino evidenzia come questa morte non sia fisica, ma rappresenti un allontanamento spirituale. Nel testo originale ebraico, l’espressione “Ki-az lo-met” indicherebbe una certezza: “non vi è dubbio che non sarebbe morto”. Biglino si chiede come la sola presenza fisica di Gesù avrebbe potuto in maniera certa prevenire la morte di Lazzaro, a meno che non si parli appunto di una morte simbolica, legata all’abbandono degli insegnamenti.

Manoscritto antico o pergamena con un'illustrazione stilizzata del racconto di Lazzaro

Biglino solleva anche una questione fondamentale: perché la resurrezione di Lazzaro è narrata solo nel Vangelo di Giovanni? Gli altri evangelisti ignorano un evento così straordinario perché lo ritengono poco importante? Come mai Lazzaro, presunta prova vivente del potere di Cristo, non appare più in momenti chiave, come l’ingresso a Gerusalemme, il processo o la crocifissione? E che fine hanno fatto i testimoni dell’evento, citati da Giovanni?

Biglino cerca una spiegazione richiamando lo storico Flavio Giuseppe e la sua opera Guerra giudaica. Durante l’assedio di Masada nel 73 d.C., Eleazar, comandante degli zeloti, pronunciò un appassionato discorso che spinse i suoi uomini al suicidio collettivo per evitare la cattura da parte dei romani. Flavio Giuseppe lo descrive come “un uomo potente, discendente da Giuda”, il quale si era opposto al censimento ordinato da Quirino.

Biglino suggerisce che questo Eleazar potrebbe essere il Lazzaro adulto, un uomo che da giovane aveva abbandonato la “via” e che Gesù aveva riportato nel movimento messianico. Questa ipotesi spiegherebbe perché i primi tre evangelisti, scrivendo prima della caduta di Masada, non ritennero rilevante raccontare la storia di un ragazzo reintegrato. Per Giovanni, invece, Lazzaro era più di un semplice adepto: era diventato un comandante noto e rispettato.

Inoltre, il Vangelo di Giovanni è stato scritto in un periodo in cui le comunità cristiane erano già diffuse. È plausibile che, oltre a molte conversioni, ci fossero anche molte persone che decidevano di lasciare questi insegnamenti. E quindi la scelta di Giovanni potrebbe riflettere la necessità di recuperare chi si poteva allontanare dalle prime comunità cristiane. Secondo Biglino, il racconto di Lazzaro servirebbe proprio a illustrare il reintegro di un membro “eccellente”.

Critica al pensiero di Mauro Biglino sulla Bibbia

Riflessioni sulla Rilettura e il Significato Simbolico

Mettere in discussione una certezza non è un atto di ribellione fine a se stesso, ma una forma di curiosità intellettuale, una tensione verso la comprensione più profonda. Significa accettare che anche le fondamenta più salde della nostra conoscenza possano essere riconsiderate, non per distruggerle, ma per esplorarle da nuove angolazioni e, forse, arricchirle.

Il racconto della resurrezione di Lazzaro, letto attraverso la lente di Mauro Biglino, ci invita a spostarci oltre la narrazione tradizionale e ad abbracciare l’idea che molte delle storie che conosciamo possano celare significati più complessi, radicati in pratiche culturali e rituali antiche. Questa rilettura non sminuisce l’impatto del racconto, ma ne amplia la portata. Se si accetta l’idea che la resurrezione di Lazzaro sia una metafora o un rito di reintegrazione, ci si trova davanti a una rappresentazione potente di redenzione, trasformazione e appartenenza. Riflettere sul concetto di resurrezione simbolica porta a confrontarsi con la natura dell’identità e della trasformazione.

La resurrezione, letta attraverso questa lente, diventa un processo interiore, una chiamata a ritrovare se stessi o a rientrare in contatto con un sistema di valori. L’isolamento nella cripta e il successivo ritorno rappresentano un ciclo che tutti possono riconoscere: momenti di crisi, di lontananza da chi si è o da ciò in cui si crede, seguiti da una rinascita che restituisce a sé stessi e agli altri. In un certo senso, Lazzaro diventa un simbolo dell'esperienza umana universale di smarrimento e ritrovamento. E forse, proprio qui, risiede la forza del racconto evangelico: non nella cronaca di un evento miracoloso, ma nella sua capacità di parlare a qualcosa di profondamente umano.

Biglino ci sfida a guardare oltre il livello superficiale della narrazione. Alla fine, il racconto di Lazzaro ci pone davanti a una domanda più ampia: cosa significa davvero vivere? Se la resurrezione è intesa non come un evento soprannaturale, ma come un processo simbolico, allora vivere significa trasformarsi continuamente, abbracciando ogni crisi come un’opportunità per rinascere. Significa accettare che, come Lazzaro, possiamo smarrirci, ma anche ritrovarci, con l’aiuto degli altri e con la forza delle nostre convinzioni. E forse, in ultima analisi, è questo il messaggio più potente: che non si è mai davvero soli nel buio della cripta. C’è sempre qualcuno che ci chiama, che ci invita a tornare alla luce. E quel qualcuno può essere la fede, un amico, una comunità, o persino una parte dimenticata di noi stessi. Ogni fine è un nuovo inizio, anche ogni morte simbolica è un passo verso una rinascita. E forse, nel momento in cui si risponde al richiamo “Lazzaro, vieni fuori!”, non si sta solo tornando alla vita: si sta riscoprendo chi si è davvero.

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