La Bibbia nel Cinquecento: Traduzioni, Restrizioni e Diffusione in Italia

Introduzione: Il Contesto della Riforma e la Bibbia in Volgare

La Riforma protestante innescò un ampio movimento di traduzioni della Bibbia. Per quanto riguarda il contesto italiano, dopo le edizioni dell’umanista e poligrafo Antonio Brucioli, il centro principale e praticamente esclusivo della produzione biblica in volgare era la città di Ginevra, roccaforte calvinista con un ricco mercato tipografico. In questo articolo ci si propone di passare in rassegna gli aspetti linguistici più peculiari delle traduzioni della Sacra Scrittura in lingua italiana pubblicate durante il Cinquecento e gli inizi del Seicento.

Mappa delle città europee coinvolte nella produzione e diffusione di Bibbie nel Cinquecento (Ginevra, Venezia, Lione)

La Diffusione della Bibbia prima del Cinquecento

Il Ruolo della Scrittura nell'Antichità Cristiana e nel Medioevo

Non era sempre stato così. Per tutta l'antichità cristiana, cioè per il periodo dei Padri e ancora per buona parte del Medio Evo, la Scrittura era stata il libro base della formazione dei fedeli. Non esisteva catechismo e neppure esistevano veri e propri trattati di teologia. La formazione dei catecumeni, l'istruzione ordinaria dei fedeli e la preparazione degli studiosi di teologia si facevano a partire dalla Sacra Scrittura. Questo stato di cose durò fino a quasi tutto il Medioevo, né si ha notizia, per molti secoli, di provvedimenti intesi a limitare la lettura della Bibbia.

Le Prime Avvisaglie di Restrizioni e l'Impatto della Stampa

In una lettera a Papa Innocenzo III del 1199, il vescovo di Metz si mostra preoccupato per alcuni dei suoi fedeli laici, uomini e donne («laicorum et mulierum multitudo non modica»), che, tratti da desiderio di conoscere le Scritture, si erano tradotti in francese i Vangeli, le epistole di Paolo e il Salterio. Il Papa rispose a questa lettera senza prendere alcuna decisione drastica, ma semplicemente invitando a indagare sulla natura di queste traduzioni e a tener d’occhio il movimento. Infatti, purtroppo, in questi movimenti la lettura della Bibbia e la resistenza all'autorità andavano non di rado di pari passo. Parve così a quei tempi che non fosse possibile trovare un rimedio al secondo atteggiamento se non stroncando anche il primo. È difficile oggi giudicare del bene o del male di questi provvedimenti, presi in circostanze così diverse e complesse. Forse è più saggio non pretendere di dare un giudizio definitivo e contentarsi di registrare i fatti. Si assiste infatti nei secoli seguenti al ricomparire qua e là in Europa di simili proibizioni, dovute al diffondersi di analoghi movimenti. Si trova così il Concilio provinciale di Oxford del 1408, che proibiva ogni traduzione della Bibbia che non avesse avuto un'approvazione ufficiale. Più oltre andavano le norme stabilite in Catalogna a partire dal secolo XIII dall'autorità civile, poi riconfermate nel XV secolo e divenute leggi di Stato agli inizi del XVI secolo, sotto il regno di Ferdinando e Isabella, che stabilirono che nessuno potesse tenere presso di sé alcuna versione biblica. Si trattava di disposizioni estreme, prese sotto la spinta di gravissime circostanze.

Queste disposizioni, tuttavia, non impedirono che al tempo dell'invenzione della stampa, a partire dal 1450, la Bibbia, non solo in latino, ma anche nelle lingue volgari, fosse uno dei libri più stampati e venduti, specialmente in Germania e in Italia. In Germania, tra il 1450 e il 1500 furono stampate oltre 25 edizioni della Bibbia latina e 15 in lingua volgare. In Svizzera, nella sola Basilea, si produssero 18 edizioni della Bibbia tra il 1450 e il 1500. In Italia nello stesso periodo erano uscite 27 edizioni, di cui 22 nella sola Venezia e una rispettivamente a Roma, Napoli, Brescia, Piacenza e Vicenza. Non si può dunque sottoscrivere la frase di Lutero, pronunciata in uno dei suoi discorsi conviviali (Tischreden) il 22 febbraio 1538, secondo cui prima della sua riforma la Bibbia era «a tutti sconosciuta». L'espressione, secondo alcuni, è forse un po' esagerata e certamente non indicativa della reale situazione di allora, se si pensa che del solo periodo 1459-1500 sono state conservate 5400 Bibbie stampate, che non sono se non una piccola parte delle decine di migliaia allora in circolazione. La Bibbia dunque, malgrado le restrizioni precedenti, era ancora abbondantemente diffusa anche tra il popolo.

Antica xilografia raffigurante una tipografia del XV secolo o una copisteria

La Controriforma e le Nuove Proibizioni nel Cinquecento

L'Indice dei Libri Proibiti e la Limitazione del Volgare

Con la Riforma protestante, tuttavia, verso la metà del secolo XVI, il regime di cautela che fino a quel momento si era espresso soltanto in restrizioni parziali, divenne universale. La Congregazione dell'Indice, prima nel 1559 sotto Paolo IV, poi nel 1564 sotto Pio IV, promulgando l'indice dei libri proibiti, vietò di stampare e di tenere Bibbie in volgare senza uno speciale permesso. È sintomatico il motivo portato per questa proibizione: «Essendo chiaro dalla esperienza che, se si permette la sacra Bibbia in volgare senza discriminazione, a causa della temerità degli uomini ne segue più danno che vantaggio». Anche se non si trattava di una proibizione assoluta di accedere personalmente alla Bibbia intera per chi non sapesse il latino, era questo tuttavia un provvedimento destinato a limitare assai l'uso della Sacra Scrittura.

Una prova concreta di questo fatto si può vedere recensendo le edizioni delle Bibbie apparse in Italia in quel periodo. A partire da queste date, cessano le Bibbie tradotte e pubblicate da cattolici. Tutte le Bibbie italiane pubblicate dopo quegli anni sono di origine protestante o ebraica, e per lo più pubblicate fuori d'Italia: a Lione, a Ginevra, a Norimberga. Esiste una eccezione, cioè una Bibbia cattolica pubblicata nel 1567, tre anni dopo il decreto dell'Indice di Pio IV. Si tratta di una ristampa della Bibbia del Malermi pubblicata a Venezia «con licentia della S. Inquisitione». Ciò mostra che era ancora possibile pubblicare Bibbie italiane per i cattolici. È infatti soltanto nel 1757 che si permisero di nuovo in maniera generale le edizioni in volgare, purché approvate dalle competenti autorità e munite di note.

La Parola di Dio tra Predicazione e Contatto Diretto

Non bisogna tuttavia concludere che, mancando per due secoli ogni edizione della Bibbia italiana, mancasse anche del tutto un contatto del popolo con la Scrittura. Essa veniva infatti esposta e spiegata al popolo nelle prediche, specialmente nelle «lezioni sacre», che il Concilio di Trento, con il decreto «Super lectione» del 17 giugno 1546, aveva prescritto che si tenessero con frequenza. Tuttavia è certo che un contatto diretto dei laici con il libro sacro non era frequente. Mancando questo contatto personale dei laici, e quindi un interesse diretto da parte loro, anche il clero non era sempre stimolato ad una conoscenza profonda della Scrittura. Essa rimaneva in teoria la regola e il nutrimento della predicazione e della religione, ma lo era sempre anche in pratica? Lo era per tutti i fedeli? Bisogna ad ogni modo riconoscere che, fino ad un tempo abbastanza recente, non si esortavano volentieri i singoli fedeli ad una lettura e conoscenza profonda delle Scritture.

Le Traduzioni Italiane e l'Umanesimo Biblico

Le Prime Edizioni a Stampa in Italia e il Lavoro Filologico

Com’è noto, la cosiddetta Bibbia delle 42 linee è (o è convenzionalmente) il primo libro pubblicato a stampa a caratteri mobili da Johann Gutenberg. È un’edizione in caratteri gotici, in grande formato, edita a Magonza intorno al 1455; il testo presenta la traduzione latina di san Girolamo (Vulgata) definita nel XIII secolo dai teologi dell’Università di Parigi. L’Umanesimo biblico favorì importanti studi critici sul testo di san Girolamo confrontato con i codici manoscritti allora conosciuti. Un lavoro filologico basilare fu svolto da Erasmo da Rotterdam, che pubblicò l’edizione in greco e latino del Nuovo Testamento.

Nel 1471 uscì a Venezia la prima edizione della Bibbia in italiano, la Bibbia Malermi, curata dal camaldolese veneziano Niccolò Malermi (1422-1481), revisione di traduzioni trecentesche della Vulgata, la quale fu riproposta in circa 30 edizioni successive fino al 1567. Tra le più significative, un’edizione del Fondo Palatino del Malerbi del 1490 è la prima Bibbia dotata di frontespizio e per la prima volta illustrata, realizzata nella tipografia di Lucantonio Giunti, che contiene 208 silografie nel primo volume e 176 nel secondo, rendendo l'opera uno dei capolavori editoriali del Quattrocento.

Nel Cinquecento vennero pubblicate nuove versioni latine in alternativa alla Vulgata, basate sulle lingue originali, come, per esempio, la versione letterale realizzata dal domenicano lucchese Sante Pagnini (1470-1541) nel 1528, che divenne un volume essenziale per la comprensione del testo ebraico, o quella del savoiardo Sebastiano Castellio (o Castellione, 1515-1563) che nel 1551 pubblicò a Basilea una traduzione in un’elegante latino.

Copertina o pagina interna della Bibbia Malermi del 1471

I Valdesi: Una Tradizione Biblica Secolare

Dalle Origini Medievali all'Adesione alla Riforma

I “poveri di Lione”, i pauperes spiritu (Matteo, 5, 3), furono un movimento coevo al francescanesimo e ad altre esperienze pauperistiche. Essi furono condannati come eretici a causa della loro pretesa (fra costoro anche alcune donne) di leggere e commentare la Bibbia. Il mercante di tessuti di Lione Valdo (Valdesius in latino, Valdés nell’idioma locale, 1140-1206), giunse alla convinzione di professare spontaneamente la povertà, lasciando i suoi beni immobili alla moglie e donando il suo denaro in parte ai poveri e alle vittime della sua usura e in parte alle due figlie destinate a vita conventuale. Poco dopo il 1170 chiese ad alcuni chierici di tradurre il Nuovo Testamento nel volgare “romance” (franco-provenzale). Egli non fece tradurre l’intero testo (come farà Lutero), ma solo parti dei due testamenti. All’antologia di ampi brani biblici aggiunse alcune verba patrum, estratti delle opere dei Padri della Chiesa, raccolti sotto il titolo di Sentenze. La composizione della Bibbia di Valdo è importante in quanto era più simile alle pratiche testuali della sua epoca che all’idea della Bibbia-libro, una realtà post-gutenberghiana (e luterana). Con questo volume Valdo di Lione (che oltre due secoli più tardi fu denominato Pietro Valdo) fornì all’Europa la prima traduzione della Bibbia in una “lingua moderna” al di fuori del latino.

Gli aderenti al movimento dei pauperes spiritu si diffusero con maggior consistenza nelle Alpi Cozie, in Provenza, in Calabria e in Germania meridionale. I loro predicatori itineranti erano detti barba (in dialetto piemontese “zio”, nel senso di persona di riguardo) da cui barbetti, appellativo popolare con cui, sino a tempi recenti, sono stati designati in Piemonte. Gli aderenti, rimasti coerenti attraverso i secoli dal XII al XVI, centravano la loro testimonianza su due aspetti del messaggio cristiano: la fedeltà al Vangelo e la povertà della Chiesa. I successori dei “poveri di Lione” verranno chiamati valdesi solo oltre due secoli dopo. Ciò è rilevante perché, come osserva Roberto Alciati, permette anche ai non specialisti di comprendere come i valdesi non nascano “protestanti”, ma lo diventino dopo secoli di resistenza alla persecuzione cattolica. Nel 1532, infatti, il movimento aderì in gran parte alla Riforma, nella corrente calvinista, incoraggiati dai rappresentanti delle chiese riformate dei territori svizzeri di lingua romance. Questa distinzione necessaria ha ripercussioni rilevanti sull’autocomprensione della comunità.

Illustrazione storica di Valdo di Lione o di un predicatore valdese medievale

La Bibbia come Fondamento della Fede Valdese

In ogni tempio evangelico una copia della Bibbia è collocata, aperta, su un tavolo, in un punto centrale dell’edificio immediatamente visibile a chi vi entra. Solo la Parola è la fonte d’ispirazione per i credenti. Ancor più, la Parola ha una posizione centrale nel culto, a testimoniare il suo ruolo determinante nell’esperienza di fede e nella tradizione ecclesiale. La Bibbia è un messaggio attuale che Dio rivolge a tutti; viene letta sia da soli sia in gruppo, commentata in studi biblici; ne viene proclamato il messaggio al centro dell’assemblea cultuale e in altre occasioni pubbliche. Tramite la Scrittura, Dio parla alle donne e agli uomini; la Scrittura è uno strumento vivo perché, mentre viene meditata, lo Spirito opera e sotto la sua guida il cristiano partecipa all’evento testimoniato dal testo, e, sempre sotto la guida dello Spirito, questo evento rischiara la vita vissuta nel presente. Ecco perché, per i credenti valdesi, la Bibbia è il riferimento esclusivo ed è solo su di essa che fondano la loro fede, la loro pietà e la loro morale. Ciò si riscontra nella Confessione di fede del 1655 che, dopo aver affermato nell’Articolo 1 l’unicità di Dio e l’essenza trinitaria, riguardo alla Bibbia nell’Articolo 2 recita: “Che quello Iddio s’è manifestato agli huomini nelle sue opere della Creazione e della Providenza, di più nella sua Parola rivelata dal principio con oracoli in diverse maniere, poi messa in iscritto ne’ libri chiamati la Scrittura Santa”. L’Articolo 3 inizia con le seguenti parole: “Che conviene ricevere, come riceviamo, questa Santa Scrittura per divina e canonica, ciò è per regola della nostra fede e vita; e ch’ella è pienamente contenuta ne’ libri del Vecchio e Nuovo Testamento”.

La fedeltà alla Bibbia è il filo rosso che segna le persecuzioni e gli stermini dei valdesi fino alla fine del Seicento, come le Pasque piemontesi e la strage di Guardia Piemontese in Calabria. Essa viene proposta e insegnata ai credenti con una formazione scrupolosa. L’esigenza di quella che oggi si chiama “formazione” venne avvertita nel movimento valdese fin dal suo sorgere nel Medioevo: i predicatori itineranti che percorrevano l’Europa per annunciare il Vangelo venivano istruiti dai colleghi più anziani, e uno dei primi centri di questo addestramento teologico era situato in una casa contadina nelle valli valdesi.

Il Patrimonio Bibliografico Valdese e la sua Valorizzazione

Nella formazione della raccolta di bibbie di “ambito valdese”, fondamentale è stato il ruolo del collezionista pisano Tito Chiesi (1805-1886), notaio e procuratore, convertito all’evangelismo e fondatore della Chiesa valdese di Pisa, che maturò l’idea di raccogliere le edizioni della Bibbia nelle diverse lingue, dai primordi della stampa a caratteri mobili fino ai suoi giorni. Egli, dalla metà dell’Ottocento, sostenne le comunità evangeliche toscane; in particolare favorì il transito dal porto di Livorno a Pisa di bibbie in volgare nella versione del ginevrino di famiglia lucchese Giovanni Diodati (1576-1649), pubblicate dalle società bibliche di varie nazioni d’Europa. La creazione della collezione personale di Chiesi richiese circa 25 anni di pazienti ricerche, arrivando a collezionare oltre 900 edizioni diverse di bibbie. Dopo la sua morte, le bibbie furono vendute dagli eredi con l'accordo che sarebbero state cedute alla Scuola valdese di teologia di Firenze, e nel 1922 la Biblioteca biblica di Tito Chiesi seguì la Scuola nella nuova sede di Roma.

Oltre a Chiesi, la collezione della biblioteca del Collegio di Torre Pellice è stata incrementata da numerosi lasciti, tra cui quelli dell’inglese William Stephen Gilly, dell'americano James Lenox, e di sostenitori evangelici scozzesi, svizzeri, francesi, tedeschi e valdesi delle Valli. Dall’inizio del Novecento, la Biblioteca del Centro è il luogo per eccellenza per la conservazione del patrimonio librario dei valdesi italiani, con una raccolta considerevole e pressoché completa di edizioni della Bibbia, alcune delle quali rare.

Un ampio e articolato progetto triennale, iniziato nel 2018, ha previsto la catalogazione nell’OPAC di SBN delle bibbie (principalmente con testo in francese e in italiano) possedute dalle due principali biblioteche dei valdesi in Italia: la Fondazione di Torre Pellice (circa 3.500) e la Biblioteca della Facoltà valdese di Teologia di Roma (circa 1.500). Le scoperte e le sorprese durante il lavoro sono state numerose: alcune edizioni della Bibbia, infatti, sono state inserite per la prima volta in SBN poiché in Italia sono possedute solo dalle biblioteche dei valdesi. I risultati convalidano il rapporto fra i valdesi e la Bibbia come testo di riferimento per la loro fede e come oggetto fisico, confermando il suo uso e la sua trasmissione in ambito familiare e comunitario, e ricostruendo una traccia considerevole della presenza evangelica nella cultura italiana ed europea, evidenziando il contributo dei valdesi alla circolazione della Bibbia in Italia e in Europa dal Cinquecento in poi.

La mostra "Le bibbie dei valdesi. Edizioni dal XV al XIX secolo", tenutasi presso il Museo Valdese di Torre Pellice nel 2022, ha esaltato l’uso della Bibbia nella vita quotidiana: la Bibbia ricevuta in dono in occasione di confermazioni e matrimoni; la Bibbia di famiglia tramandata di generazione in generazione, che contiene annotata la registrazione di nascite, matrimoni e morti; la Bibbia che ha accompagnato un valdese nella prigionia; la Bibbia che da un missionario all’altro viaggia dalla Polinesia, al Lesotho fino a Torre Pellice. Nelle comunità valdesi, la Bibbia ha mantenuto traccia di un rapporto personale con il possessore: il ritrovamento di sé stessi, il ruolo nella conversione propria o di altri. La stratificazione familiare e sociale ha trasformato nel tempo la Bibbia in una sorta di monumento. La mostra ha inoltre evidenziato la relazione fra l’uso delle bibbie - uno specchio del “patrimonio librario” delle famiglie valdesi - e la loro donazione alla biblioteca. Il catalogo della mostra è arricchito da un ampio apparato iconografico e da descrizioni bibliografiche scrupolose, redatte da specialisti.

Foto di diverse Bibbie antiche, magari con annotazioni o dediche, esposte in una mostra

L'Evoluzione Tipografica e l'Uso Quotidiano della Bibbia

Molto importante è la sezione della mostra dedicata all’evoluzione tipografica, a partire dai primi esemplari a stampa a caratteri mobili che proseguono l’impaginazione del testo, tipica della mise en page dei manoscritti precedenti, con lo spazio per le note e i commenti. Nelle bibbie esposte non sono poche le cancellature di versetti, le annotazioni e le dediche che rendono unico ciascun esemplare. Marco Fratini, in un'intervista, specifica che il testo della Bibbia non è unico, immutabile e intoccabile, ma un cantiere sempre aperto, in evoluzione continua, con un contenuto tradotto e vissuto diacronicamente in modi diversi.

L'Evoluzione della Lettura Biblica tra Cattolicesimo e Protestantesimo

La Sola Scrittura nella Riforma e il Ruolo del Catechismo

D’altro canto, proprio nella Riforma maturò la convinzione della necessità di un’esposizione sintetica della fede della chiesa riformata espressa dai diversi catechismi. Il passaggio in area protestante a un più accorto e addirittura sospettoso utilizzo della Scrittura nella formazione dei laici è stato oggetto di studi approfonditi. Inizialmente, Lutero, nella Prefazione ai Loci communes del 1521, presentava il proprio libro come una modesta introduzione destinata a scomparire di fronte alla lettura della Bibbia e auspicava ardentemente che “tutti i Cristiani si applicassero in assoluta libertà alla sola lettura delle Scritture Sante”. Tuttavia, dopo la Guerra dei Contadini e sotto l'effetto del proliferare di interpretazioni eterodosse della Scrittura, il suo discorso si evolse. Egli insistette sul controllo della Chiesa sull'accesso alla Bibbia, affermando che la Parola racchiusa nella Bibbia resta lettera morta se non è trasmessa dalla predicazione. “Il Regno di Cristo - afferma in una predica del 1534 - è fondato sulla Parola, che non si può afferrare né comprendere senza i due organi, le orecchie e la lingua”. Nel 1529, dopo aver composto i suoi due catechismi, egli insistette perché questo manuale fosse messo nelle mani di tutti, definendolo “la Bibbia del laico”, in quanto conteneva “tutto ciò che un cristiano deve conoscere della dottrina cristiana”. Quando nel 1524 Lutero invitò i magistrati a costituire buone biblioteche, assegnò loro due funzioni: conservare i libri e consentire ai dirigenti temporali e spirituali di studiare, ma “niente a che vedere con la lettura popolare”. Nella Prefazione del 1543, insistette sulla necessità di ministri del Vangelo, che Dio desidera far preparare nelle scuole, considerandoli guardiani dei Libri dei Profeti e degli Apostoli e dei dogmi autentici della Chiesa. L'evoluzione dei principi esegetici di Zwingli tra il 1522 e il 1525 è parallela a quella constatata in Lutero e Melantone; in un primo momento, egli tentò di destabilizzare la Chiesa tradizionale mediante un ampio appello all'opinione pubblica, fondandosi sulla dottrina del sacerdozio universale.

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Verso una Maggiore Apertura: Le Istanze del Novecento e il Vaticano II

Nel Novecento, lentamente la situazione stava mutando. Nel 1893 Leone XIII con l'Enciclica Providentissimus Deus diede un nuovo impulso agli studi biblici. San Pio X, all'inizio del secolo, si adoperò per la diffusione dei Vangeli nelle famiglie. Il Codice di Diritto Canonico, nel 1914, facilitò l'approvazione delle versioni in lingue moderne, e Benedetto XV, nella Enciclica Spiritus Paraclitus, riportò i moniti di San Girolamo per una lettura assidua delle Scritture, specialmente del Nuovo Testamento. Il 22 agosto 1943 una risposta della Pontificia Commissione Biblica dichiarò che le versioni della Sacra Scrittura, fatte secondo le debite norme, possono essere lecitamente usate dai fedeli per la cultura spirituale di ciascuno («pro privata ipsorum pietate»). Le affermazioni del Concilio Vaticano II nel capitolo VI della Dei Verbum non costituiscono dunque di per sé una assoluta novità. Rimane tuttavia vero che tra le cautele e le restrizioni dei secoli passati e il libero accesso di tutti alla Scrittura promosso dal Vaticano II c'è una differenza, un cambiamento.

I motivi per cui è stato possibile, e anzi si è reso necessario, un certo mutamento nel modo pratico di agire dell'Autorità ecclesiastica rispetto all'uso della Sacra Scrittura possono essere compresi. Una continuità tra le restrizioni passate e la libertà presente può essere scorta. Il primo motivo è l’accresciuto senso liturgico dell'epoca moderna: la liturgia è sentita molto più profondamente dai fedeli e la partecipazione attiva alle celebrazioni va migliorando di qualità ogni giorno sotto la spinta delle riforme promosse dal Concilio. È naturale che in questo contesto di liturgia vissuta la lettura della Bibbia trovi il suo luogo privilegiato di attuazione. È così possibile oggi raccomandare la lettura della Bibbia ai fedeli con la fiducia che essi daranno il primo posto a quella lettura orientativa e normativa fatta in unione con la Chiesa, che ha il suo luogo privilegiato nella celebrazione liturgica. Qualche secolo fa non sarebbe stato così, poiché incoraggiare indistintamente la lettura della Bibbia avrebbe significato in pratica incoraggiare soltanto la lettura privata.

Il secondo motivo per cui la Chiesa ha fiducia che oggi la lettura della Bibbia fatta da tutti i fedeli possa portare, più che nel passato, i suoi frutti, è l'accresciuto senso della Chiesa come Corpo di Cristo e come comunità dei credenti. Una comunità in cui tutti ricevono del medesimo Spirito e, pur nella diversità di uffici, partecipano della stessa fede. È dunque un compito assai alto quello che la Chiesa assegna, raccomandando caldamente a tutti la lettura della Bibbia: quello di fare ogni sforzo, perché questa accresciuta cultura biblica sia fruttuosa, affinché «con la lettura e lo studio dei Sacri Libri la parola di Dio compia la sua corsa e sia glorificata, e il tesoro della rivelazione, affidato alla Chiesa, riempia sempre più il cuore degli uomini». Infatti «come dall’assidua frequenza del mistero eucaristico si accresce la vita della Chiesa, così è lecito sperare nuovo impulso alla vita spirituale dall’accresciuta venerazione della parola di Dio, che permane in eterno» (Dei Verbum, n. 26).

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