L'Importanza della Miniatura nell'Arte Medievale
Non si parlerà mai abbastanza dell’importanza che ha rivestito la miniatura nel quadro della pittura medievale. È attraverso essa, diceva il grande storico della miniatura Carl Nordenfalk, che possiamo studiare la pittura «nel modo più ricco, forse anche più puro». I manoscritti miniati, manufatti estremamente costosi e frutto quasi sempre di commissioni auliche per sovrani e alti prelati, mettono in mostra attraverso la loro decorazione gli ideali figurativi di un’epoca, le iconografie e le scelte stilistiche più all’avanguardia.
In confronto ad altri oggetti artistici, come ad esempio le pitture murali, i libri si sottraggono più facilmente alla deperibilità del tempo in virtù della loro conservazione in spazi di accesso ristretto come sagrestie e biblioteche, dove sono meno soggetti agli agenti atmosferici o alle catastrofi naturali. I codici liturgici e il testo biblico in particolare non erano per l’uomo medievale semplici oggetti d’uso ma, in quanto depositari della parola di Dio, erano investiti da un alone sacro che portava a maneggiarli con estremo timore e massima cura: una delicatezza d’impiego che ha permesso ai volumi di varcare i secoli conservando una cromia e una fattura molto vicina a quella originaria.
La Bibbia Aprutina: Un Tesoro Abruzzese del Trecento
Il territorio abruzzese, fitto di insediamenti monastici e conventuali, produsse nei secoli XIV e XV molti manoscritti di notevole pregio. Per opulenza del corredo illustrativo spicca la Bibbia aprutina, che consta di 75 miniature tabellari collocate in corrispondenza dell’incipit di ciascun libro del Vecchio e del Nuovo Testamento e di 164 capilettere, alcuni fitofloreali, altri istoriati, con la raffigurazione dell’autore del libro o di un personaggio rilevante del testo. Completano la decorazione le iniziali eseguite a penna con inchiostri rosso e blu, compito di solito riservato al calligrafo, non al miniatore.
La Conservazione e la Storia della Bibbia Aprutina
La Bibbia aprutina è oggi custodita nella Biblioteca Apostolica Vaticana (segnatura Vatican latino 10220), dove è arrivata in epoca moderna per via di un dono. La sua provenienza e le circostanze del suo approdo in Vaticana sono note grazie a un biglietto cartaceo apposto nella parte interna del piatto anteriore della legatura lignea. Nel 1887 il volume venne offerto a papa Leone XIII in occasione del suo cinquantesimo anno di sacerdozio da Raffaele Iacobucci, dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali di San Valentino in Abruzzo Citeriore.

La Firma del Miniatore: Muzio di Francesco di Cambio
L’elemento più significativo del manoscritto è costituito dalla firma del miniatore, che si ricava dall’iscrizione in lettere dorate nella parte inferiore della carta di apertura (f. 1r). Immediatamente sotto la cornice della scena, che ritrae la partenza di frater Ambrosius per recapitare a s. Girolamo una lettera e doni da parte di Paolino, e sulla sinistra s. Girolamo seduto al suo scrittoio in atto di ricevere la lettera, è leggibile l’iscrizione Mutius francisci cambii de Teramo fecit. L’uso della crisografia (scrittura in oro) e la scelta di una posizione così rilevante (diversamente dalla prassi dei copisti, più soliti ad apporre un colophon alla fine del volume) indicano che l’iscrizione si riferisca all’autore delle miniature: Muzio di Francesco di Cambio.
Questa notizia non sorprende poiché nel contesto abruzzese si conoscono altri manoscritti firmati, tra cui l’antifonario di San Benedetto a Gabiano (oggi smembrato), sottoscritto da Berardo da Teramo, e i perduti antifonari di Santa Maria di Propezzano, firmati e datati 1390 da Agostino di Leonardo, noti grazie a due fonti imprescindibili della storiografia teramana: Muzio Muzii e Niccola Palma. Liber censualis del Capitolo Aprutino, datato 1348.
Lo Stile di Muzio di Cambio
Di Muzio di Cambio nulla è stato possibile recuperare dal punto di vista documentario oltre all’unico dato biografico desumibile dal codice, la sua origine teramana. Si presume abbia lavorato intorno alla metà del Trecento poiché lo stile della sua unica opera autografa si riscontra nel Liber censualis dell’Archivio Storico Diocesano di Teramo, che reca la data di esecuzione 1348.
Lo stile delle miniature di Muzio, che conferma la sua appartenenza a questo arco cronologico, fu messo in luce per la prima volta dalla storica dell’arte teramana Grazia Savorini, che lo definì un «compromesso tra la maniera oltramontana e l’altra prettamente italiana». La matrice oltramontana, che si potrebbe definire gotico francese, si evince nella scarsa corporeità delle figure dai calcati contorni neri, nell’uso degli sfondi quadrettati e nelle profuse decorazioni marginali, e potrebbe essere spiegabile attraverso contatti con la miniatura bolognese tardo duecentesca e di primo Trecento. La componente italiana è invece distinguibile in un giottismo stemperato in cui la resa spaziale e plastica viene declinata in forme semplificate. Tra queste due componenti si innesca poi una vena coloristica tutta abruzzese che si riscontra nella pittura su tavola e nella scultura lignea trecentesche e una vivacità nel racconto che si ritrova anche nella pittura ad affresco fino al Maestro di Beffi o Leonardo da Teramo, anch’egli miniatore.
Accesso e Studi sulla Bibbia Aprutina
L’accesso alla Biblioteca Apostolica Vaticana è riservato a ricercatori e studiosi qualificati, docenti e ricercatori universitari o di istituti superiori, laureandi e dottorandi. È comunque possibile sfogliare interamente la Bibbia aprutina (Vat. Lat. 10220) online.
Di seguito alcune pubblicazioni rilevanti:
- Liebaert P., 1912, Muzio di Cambio da Teramo, ignoto miniatore abruzzese del secolo XIV, «Rassegna d’arte degli Abruzzi e del Molise», I, 2, pp. 35-48.
- Salvoni Savorini G., 1935, Monumenti della Miniatura negli Abruzzi, in Convegno Storico Abruzzese-Molisano, 25-29 marzo 1931: atti e memorie, Casalbordino, N. De Arcangelis.
- Perriccioli Saggese A., 2004, «Muzio Francesco di Cambio da Teramo», in Dizionario biografico dei miniatori italiani, secoli IX-XVI, Milano, Edizioni Sylvestre Bonnard, pp. 813-814.
- Perriccioli Saggese A., 2006, Il Liber censualis. Archivio Diocesano. Teramo, in Documenti dell’Abruzzo teramano, VII, Teramo e la valle del Tordino, 1, Teramo, Fondazione Cassa di Risparmio di Teramo, pp. 547-549.
- Buonocore M., 2006, La Biblia aprutina, in Documenti dell’Abruzzo teramano, VII, Teramo e la valle del Tordino, 1, Teramo, Fondazione Cassa di Risparmio di Teramo, pp. 550-557.
Le Meraviglie della Biblioteca Vaticana Pagine di Luce Documentario by Film&Clips
La Bibbia di Borso d'Este: Magnificenza Rinascimentale
La Bibbia di Borso d’Este è considerata il più ricco manoscritto miniato giunto sino a noi, un capolavoro assoluto dell'arte rinascimentale, realizzato tra il 1455 e il 1461 e completato nel 1598.
Caratteristiche e Realizzazione
Si tratta di un manoscritto su pergamena, costituito da 606 fogli miniati sul recto e sul verso, raccolti in due volumi. Le oltre 1.000 miniature a volume, eseguite su finissima pergamena preparata a Bologna, sono opera di miniaturisti ferraresi guidati da Taddeo Crivelli (Ferrara, 1425 - Bologna, 1479) e Franco dei Russi (Mantua, attivo tra 1455 e 1482), tra i quali vi erano anche Girolamo da Cremona, Marco dell’Avogadro e Giorgio d’Alemagna, Marco dell’Avogara, Giorgio d’Alemagna, Giovanni da Lira, Giovanni tedesco da Mantova, Cristofolo Mainardo, Giovanni da Gaibana, Don Piero Maiante, Niccolò d’Achille, Malatesta pittore e Giovanni Maria di Guiscardin de’ Sparri. Il testo è scritto in una bella mano rinascimentale dallo scrivano milanese Pietro Paolo Marone.
Ogni pagina della Bibbia è decorata da un’elegante cornice di girali e altri ornamenti, con il testo disposto su due colonne. Nella cornice si trovano scene religiose, soprattutto nella parte inferiore, dove si notano spesso ambientazioni in prospettiva, aggiornate alle conquiste della pittura coeva. Vi sono scene anche tra le colonne di testo, accanto alle lettere maiuscole figurate o istoriate. Nelle volute agli angoli si trovano spesso animali, rappresentati con vivace spirito di osservazione che ricorda il gusto cortese, sovente legati a riferimenti araldici a Borso e alla sua casata, come il loro stemma costituito da un’aquila bianca in campo azzurro. Tutte le miniature riflettono le caratteristiche della corte ferrarese: un esempio su tutti, il re Salomone, raffigurato come un principe rinascimentale vestito come Borso.

Il Costo e la Committenza
La Bibbia di Borso d'Este fu uno degli impegni più straordinari e costosi del suo tempo. Fu il codice più costoso al mondo per l’epoca: costò a Borso 5610 lire marchesane, tra pergamena, scrittura, miniature, cucitura, doratura dei fascicoli, la cassa in legno per la sua conservazione, la sovracoperta di panno ricamato con fili d’oro e i fermagli in argento. La prima è il duca Borso d’Este, figlio illegittimo del marchese Niccolò II d’Este e di Stella dei Tolomei, fratello di Lionello e Ugo, abile diplomatico e “principe giusto”, che commissiona questo capolavoro assoluto.
Le Vicende Storiche del Manoscritto
Seguendo le sorti della casata, nel 1598 la Bibbia fu portata da Ferrara (ormai sotto il controllo pontificio) a Modena, dove rimase fino alla fine del ducato nel 1859. Nel 1796, per timore delle requisizioni napoleoniche, la Bibbia e altri codici preziosi vennero trasferiti prima a Treviso, e più tardi a Vienna, nella Biblioteca dell’arciduchessa Maria Beatrice, madre del duca d’Este Francesco IV. Questi riportò a Modena i codici nel 1831, e lì restarono sino al 1859, quando Francesco V, fuggendo dalla città, li portò con sé di nuovo a Vienna. Entrò poi nella collezione privata dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria-Este, ma dopo il suo assassinio avvenuto nel 1914, entrò a far parte della biblioteca imperiale di Vienna. Nel 1918 fu portata in Svizzera dal deposto imperatore Carlo I d’Austria.
In questo frangente entra in scena il secondo protagonista della storia del manoscritto: Giovanni Treccani, industriale e finanziere lombardo. Due anni dopo, Treccani avrebbe fondato a Roma un Istituto per redigere e pubblicare l’Enciclopedia nazionale.
La Bibbia di Borso d'Este Oggi
La Biblioteca Estense di Modena conserva con la collocazione Ms. Lat. 422-423 (alpha. W.5.12-13) la Bibbia di Borso d'Este. È una delle opere più studiate e conosciute tra quelle conservate presso la Biblioteca Estense Universitaria, la cui fama è probabilmente paragonabile solo a quella delle Très Riches Heures du Duc de Berry, o della Bibbia di Federico da Montefeltro. L'opera fa parte della collana “La Biblioteca Impossibile”, la più autorevole e preziosa collezione di facsimili dedicata al Rinascimento.
Bibliografia di Riferimento
- G. E. Milano, La Bibbia di Borso d’Este. L’avventura di un codice, in La Bibbia di Borso d’Este, Commentario al codice, v. 1, Modena 1997, pp. VII-XIV.
- F. Toniolo, La Bibbia di Borso d’Este. Cortesia e magnificenza a Ferrara tra Tardogotico e Rinascimento, in La Bibbia di Borso d’Este, Commentario al codice, v. 2, Modena 1997, pp. 3-100.
- F. Toniolo, La Bibbia di Borso d’Este in Bollettino d’Arte, Serie VI n. 101-102 (2006).
La Bibbia Istoriata Padovana
Originariamente composta da 131 fogli e arricchita da 873 miniature, l’opera si presenta oggi in due nuclei distinti: l’uno all’Accademia dei Concordi di Rovigo, con i libri della Genesi e di Ruth; l’altro alla British Library di Londra, che custodisce la sezione centrale del Pentateuco, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio e il Libro di Giosuè. Le pagine miniate di La Bibbia Istoriata Padovana, seppure con qualche eccezione, seguono uno schema ricorrente: quattro scene illustrate per foglio, accompagnate da una breve didascalia in volgare padovano che guida il fluire del racconto per immagini.