La Bibbia Martini e il Terzo Volume delle Sue Annotazioni

Il III° volume della Bibbia Martini-Sales, una delle edizioni più significative e studiate della traduzione della Vulgata, venne pubblicato dalla Tipografia Pontificia nel 1924. Questa edizione si distingue per le sue ampie e profonde annotazioni, curate con magnifica erudizione e ortodossia dal padre Marco Sales, che continuano a arricchire il testo in questo terzo volume.

Il contenuto di questo specifico volume riveste un'importanza cruciale. Comprende i Libri dei Re e dei Paralipomeni, testi di grande rilevanza non solo dal lato storico, ma soprattutto dal lato religioso. Attraverso questi libri, viene narrata la storia degli Ebrei che, spezzata la nazione in due, si ripartisce in quella del Regno d'Israele e quella del Regno di Giuda.

Copertina del Volume III della Bibbia Martini o illustrazione di testi biblici antichi

Analisi Approfondita: Il Libro di Osea e il Suo Messaggio Profetico

Un esempio eloquente della profondità esegetica presente nelle annotazioni del volume si trova nel commento al profeta Osea, che offre una ricca interpretazione simbolica delle vicende di Israele e del rapporto tra Dio e il Suo popolo.

Il Comando Divino e il Simbolismo dell'Adultera (Osea 3:1)

Al Profeta viene comandato di amare una donna adultera, la quale però lo aspetti per molti giorni. Questo comando simboleggia il fatto che i figliuoli d'Israele per molti giorni si sarebbero trovati senza re e senza sacrificio, per poi tornare finalmente al Signore.

Il Signore, infatti, disse al profeta: "Va' ancora, ed ama una donna amata dall'amico, e adultera: appunto come il Signore ama i figliuoli d'Israele, ed eglino volgon gli sguardi agli dei stranieri, ed amano le vinacce."

Questa donna, diversa da quella che per ordine di Dio fu sposata dal Profeta, secondo alcuni rappresenta le due tribù di Giuda e di Beniamino. Tuttavia, un'interpretazione forse più appropriata suggerisce che ella sia figura delle dodici tribù, come sembra evidente da quanto detto nei versetti 4 e 5. Dio, dunque, comanda al Profeta di amare, cioè di prendersi cura, di una donna amata dal suo amico (marito) ma infedele e adultera, nella stessa guisa in cui i figliuoli d'Israele sono amati da Dio, e ciò nonostante gli volgono empiamente le spalle, rivolgendosi verso i falsi dei.

L'espressione "Ed amano le vinacce" si riferisce al vino fatto pigiando le vinacce con l'aggiunta di acqua, da cui si otteneva quello che oggi chiamiamo acquerello o acquetta (come testimoniato da Plinio XIV.10).

Il Riscatto e l'Attesa di Penitenza (Osea 3:2-3)

Il Profeta adempie al comando divino: "Ed io me la comperai per quindici monete d'argento, e un coro di orzo, e mezzo coro di erano." Per ritrarla dalla sua cattiva vita, il Profeta le dà quindici sicli d'argento e il resto.

Il Profeta le disse: "Tu mi aspetterai molti giorni, non commetterai adulterio, e starai senza uomo: ma io pure ti aspetterò." Ciò significa che la donna sarebbe rimasta sotto la sua custodia per molto tempo, senza vagare dietro ai suoi amatori e stando lontana da ogni uomo. Allo stesso modo, il Profeta avrebbe aspettato la sua conversione e che ella prendesse sentimenti di vera penitenza, per riconciliarsi e riunirsi con il suo marito (Vedi Cald. Hieron.).

Illustrazione del profeta Osea con la donna adultera

La Lunga Dispersione di Israele (Osea 3:4)

Il testo prosegue con una profezia sulla condizione futura di Israele: "Perocché molti giorni staranno i figliuoli d'Israele senza re, e senza principe, e senza sagrifizio, e senza altare, e senza ephod, e senza Theraphim."

Qui il Profeta predice la dispersione degli Ebrei e la rovina del regno con parole quasi identiche a quelle usate dal Profeta Azaria in II. Paral. XV. 3. Questo descrive l'orribile stato in cui la Sinagoga si trovava. Ella non avrebbe avuto re né principe della sua nazione, non avrebbe avuto sacrificio né altare dalla distruzione del tempio fino a quel giorno, né ephod, né theraphim.

L'ephod, ornamento proprio del pontefice, con cui, rivestito con l'Urim e Tummim, rispondeva a coloro che lo consultavano, in questo contesto viene a significare non tanto il Pontificato, quanto la profezia, di cui gli Ebrei non avrebbero avuto più esempio (S. Cirillo, Teodoreto ecc.).

La voce theraphim, secondo San Girolamo, in questo luogo è posta a significare i Cherubini e gli altri ornamenti del tabernacolo; in tal senso, è predetto che gli Ebrei sarebbero stati privati per lungo tempo di tutti i privilegi e di tutti i segni della religione. Tuttavia, "theraphim" significa anche statue, simulacri, e questa parola è usata nelle Scritture per indicare i simulacri dei falsi numi, come quelli rubati a Labano da Rachele (Gen. XXXI. 19.) e quelli di Micha (Jud. XVII. 5.).

Per tale ragione, molti altri, supponendo che i theraphim qui siano gli idoli, vogliono che si accenni come la lunga separazione degli Ebrei dal loro Dio non sarebbe stata, come in passato, l'effetto della loro idolatria, dalla quale si mantennero costantemente lontani dopo il ritorno dalla cattività. Di conseguenza, se fossero stati dispersi e rigettati da Dio, e senza consolazione, questo rigettamento avrebbe avuto tutt'altra causa che l'idolatria; né altra causa essi stessi avrebbero potuto trovare se non il rifiuto e l'uccisione del Cristo, come notò s.

Schema che illustra l'Ephod e i Theraphim nel contesto biblico

La Promessa del Ritorno e il Regno del Messia (Osea 3:5)

Nonostante la dispersione, vi è una promessa di redenzione: "E dipoi torneranno i figliuoli di Israele a cercare il Signore Dio loro, e Davidde loro re, e si accosteranno con temenza al Signore, ed a' suoi beni alla fine de' giorni."

Che Davidde sia il Cristo è una verità che neppure gli Ebrei possono negare, e questo nome è a Lui dato in tanti luoghi delle Scritture che non è necessario dilungarsi a dimostrarlo, e il Caldeo conferma questa verità. Coloro, dunque, i quali, ribellatisi contro il padre di famiglia, uccisero il figlio mandato ad essi per la loro salvezza e furono perciò condannati alla dispersione e allo sterminio, ritornando a Dio e al Suo Cristo alla fine dei giorni, e adorando con religioso timore e tremore il loro Messia, di cui furono già omicidi e traditori, otterranno salvezza e parteciperanno ai beni di Lui (Vedi Apocal. XI. Rom. XII. 25. 26.).

tags: #bibbia #martini #vol #3