Nel Nuovo Testamento, il concetto di "sacerdote" assume una valenza profondamente rinnovata rispetto alle tradizioni ebraiche e pagane. I ministri cristiani, infatti, non ricevono questo titolo nel Nuovo Testamento stesso. La scelta dei titoli per i dirigenti della Chiesa primitiva avvenne in un periodo in cui la dottrina del sacerdozio di Cristo non era ancora stata pienamente elaborata. Le loro funzioni, essendo molto diverse da quelle dei sacerdoti dell'epoca, ebrei o pagani, rendevano l'idea di chiamarli sacerdoti poco pertinente.
Tuttavia, con l'elaborazione della cristologia sacerdotale del ministero cristiano, divenne possibile, e anzi necessaria, l'adozione di questo termine. Questo processo si sviluppò in modo naturale nel tempo posteriore al Nuovo Testamento, mentre nel Nuovo Testamento stesso è soltanto suggerito.
Il Sacerdozio di Cristo: Modello e Culmine
Il sacerdozio cristiano, realizzato dal Redentore Dio-uomo, rappresenta la meta e il coronamento delle aspirazioni e manifestazioni sacerdotali presenti in quasi tutte le religioni. Esso si pone come punto d'arrivo e superamento dell'organizzazione sacerdotale unitaria dell'Antico Testamento. Il Figlio di Dio, incarnandosi, divenne il mediatore unico, il sacerdote supremo e definitivo tra Dio e l'umanità.
Tutto il culto e tutto il sacerdozio dell'Antico Testamento si sublimano in Lui, così come il tabernacolo o Tempio d'Israele si sublima nel Cielo. Gesù, dopo la sua vittoria sul peccato e sulla morte, risiede in questo santuario celeste, perpetuando il culto mistico del suo sacrificio redentore, unico per la sua completezza, perfezione, valore ed efficacia infinite ed eterne (Ebrei 5-10).
Le lettere agli Ebrei e all'Apocalisse descrivono come Gesù, crocifisso e risorto, sia il supremo sacerdote, unico perché divino ed eterno. La sua morte è il sacrificio per eccellenza, e il cielo, in cui Egli siede glorioso, è il tempio che poggia sulla terra. Tuttavia, questo spirituale santuario non esclude, ma anzi esige, il culto esterno e sociale.

La Trasmissione della Missione Apostolica
Gesù Cristo ("Sacerdos sua e victimae, victima sui sacerdotii", S. Paolino da Nola) trasmise la sua soprannaturale missione di salvezza, che, accanto al potere di governo e di magistero, comprendeva l'ufficio sacerdotale di mediazione e propiziazione, ai suoi "dodici" Apostoli (Giovanni 20, 21).
In particolare, Egli affidò a loro e ai loro successori, "sino alla consumazione dei secoli" (Matteo 28, 20), il potere di rinnovare il sacrificio eucaristico (Luca 22, 19; 1 Corinzi 11, 24 s.), di battezzare (Matteo 28, 19 s.), di rimettere i peccati (Giovanni 20, 22 s.; Matteo 18, 18). Queste funzioni rappresentano l'esercizio del sacerdozio di Gesù, il quale, sacrificando se stesso, "toglie il peccato del mondo" (Giovanni 1, 29) e, mediante i sacramenti, perpetua tale sacrificio e lo applica.
Tra i cristiani si perpetua "il mistero della riconciliazione", identico a quello di Cristo (2 Corinzi 5, 17-21). Il ministero degli apostoli e dei loro successori è, insieme al sacrificio di Cristo sacerdote, uno dei due aspetti della redenzione del mondo.
Gli Apostoli, "ministri di Cristo e dispensatori dei misteri di Dio" (1 Corinzi 4, 1), trasmisero la loro missione sacerdotale, prolungamento nel tempo e nello spazio di quella di Gesù, a fedeli prescelti, mediante l'imposizione delle mani (Atti 13, 3; 14, 22; 1 Timoteo 4, 14; 5, 22; 2 Timoteo 1, 6).
Il Titolo di "Sacerdote" nel Nuovo Testamento
Il titolo esplicito di sacerdote nel Nuovo Testamento è riservato a Cristo, l'unico sacerdote. Fino alla seconda metà del II secolo, ai successori degli Apostoli, partecipi del sacerdozio di Cristo, non venne mai dato il titolo di sacerdote, anche per evitare confusione con il sacerdozio giudaico o pagano. Essi erano detti episcopi e presbyteri.
Il termine presbyteros ("anziano", dal latino presbyter, da cui deriva "prete") equivaleva spesso a episkopos ("sorvegliante"). I presbiteri venivano "segregati" (Atti 13, 2), come gli Apostoli (Romani 1, 1; Galati 1, 15), e come i sacerdoti d'Israele.
Intorno all'anno 100 d.C., un solo episcopo (vescovo) era preposto "in ogni città" (Tito 1, 5) a tutte le chiese locali (Apocalisse 2-3; epistolario ignaziano). A essi fu trasmessa pienamente l'autorità apostolica (Clemente Romano, Ad Cor. 40-42), e al collegio dei "presbiteri" (nel Nuovo Testamento e presso i Padri apostolici compaiono al plurale) che li circondava e coadiuvava.
Il vescovo, con i presbiteri, formava, in ogni chiesa locale, il gruppo (Atti 20, 13-23 = presbiteri-episcopi di Efeso) dei "preposti" (1 Tessalonicesi 5, 12; Romani 12, 3; cf. 1 Timoteo 5, 17) o "superiori" (Ebrei 13, 7. 17. 24).
Successivamente, si sarebbe inculcata la distinzione precisa tra il sacerdozio pieno del vescovo e quello dei semplici presbiteri (Concilio di Trento, Sessione 23: Denzinger-Umberg, nn. 957-963).
Il Sacramento dell'Ordine e il Carattere Sacerdotale
Il potere sacerdotale viene conferito mediante il sacramento dell'Ordine (imposizione delle mani), che imprime indelebilmente nell'anima il carattere o "sigillo" del sacerdozio di Gesù.
Gesù è infatti l'unico sacerdote del Nuovo Testamento; gli apostoli, i vescovi, i presbiteri, non sono sacerdoti a titolo proprio, ma solo in quanto sono i continuatori e ambasciatori di Gesù Cristo (2 Corinzi 5, 17-21; cf. 1 Corinzi 4, 1).

Il Sacerdozio Comune dei Fedeli
Come già l'intero Israele era investito di una missione sacerdotale tra i popoli (Esodo 19, 6), così tutti i cristiani realizzano il "sacerdozio regale" (1 Pietro 2, 5; Apocalisse 1, 6; 5, 10) mediante la loro partecipazione a Cristo, suggellata nel carattere battesimale e cresimale.
Essi, come mediatori tra Dio e l'umanità infedele, indirizzano a Dio tutta la loro vita e azione, e offrono il sacrificio eucaristico, con e mediante il sacerdote consacrato. Tuttavia, questo sacerdozio è tale in senso largo e indiretto, poiché i semplici fedeli non sono "dispensatori dei sacramenti di Dio".
Il Sacerdozio nell'Antico Testamento: Origini e Sviluppo
Il termine "sacerdote" traduce nella Bibbia l'ebraico kôhên e il greco hiereus. Secondo la Bibbia, "sacerdote" è l'uomo autorizzato da Dio a offrirgli sacrifici per sé, per il popolo e per gli altri. Il sacerdote è un uomo che, in virtù del suo ufficio e nell'ambito di una data tradizione religiosa, è "santo", cioè particolarmente dedicato alla divinità. Egli possiede la "conoscenza" di Dio, della cui volontà è interprete, e ha spesso, ma non necessariamente, una parte importante nel culto.
Anche in Israele il sacerdozio costituì un'istituzione permanente di uomini dedicati al servizio di Yahweh. Le sue origini risalgono alle origini stesse del popolo e sono collegate alla tribù di Levi, cui appartenevano Mosè e Aronne. Nei tempi più antichi, i Leviti formarono una sorta di corporazione religiosa particolarmente fedele a Yahweh, al suo culto e alle sue leggi.
Nell'epoca patriarcale, i sacerdoti non avevano l'esclusiva del sacerdozio, soprattutto per quanto riguarda i sacrifici (cfr. Genesi 12:7; 13:18). Nell'epoca più antica, i sacerdoti erano stimati e ricercati per la loro conoscenza delle cose divine e perché sapevano interrogare Yahweh mediante le sorti (Urim e Tummim ed Efod), come dimostra la storia di Mica in Giudici 17:4-13.
Con l'avvento della monarchia, il sacerdozio di Gerusalemme fu riorganizzato e sviluppato, fino a diventare uno dei cardini della religione di Israele. Al nucleo dei sacerdoti levitici si aggiunse la dinastia sacerdotale di Tsadok. Il sacerdozio era ereditario e strettamente legato alla monarchia.
Le sue attribuzioni non erano limitate al culto: ai sacerdoti apparteneva l'insegnamento della Legge, intesa come volontà di Dio. La riforma di Giosia segnò la naturale conclusione di questo sviluppo del sacerdozio di Gerusalemme. I sacerdoti degli altri santuari, che non avevano cessato di avere una certa importanza, furono posti in una posizione subordinata (2 Re 23:9), e coloro che si trasferirono a Gerusalemme furono assimilati agli inservienti del tempio, ai quali da allora fu riservato il nome di Leviti.
Questa distinzione si precisò con l'esilio, nel progetto di Ezechiele (Ez 44:10-14) e nella legislazione sacerdotale. Quest'ultima descrive le funzioni dei sacerdoti e dei Leviti come erano nel secondo Tempio, pur attribuendo idealmente ogni cosa al tempo del deserto.
La legislazione sacerdotale (Esodo 28:1; Numeri 3:2-4, 10; Esodo 29; Levitico 8) definisce il sacerdozio limitato alla casa di Aronne, la consacrazione sacerdotale, i paramenti, la purità rituale dei sacerdoti (Levitico 21), i proventi dei sacrifici e delle decime (Numeri 18:8-32), la divisione in ventiquattro mute (1 Cronache 24:1-19), le famiglie levitiche (Numeri 4) e le loro funzioni (Numeri 3:5-9; 1 Cronache 23:28-32), la loro consacrazione (Numeri 8:5-26). A essi appartenevano (più tardi) i cantori (1 Cronache) e i portinai (1 Cronache 26:1-19).
L'organizzazione del sacerdozio era strettamente gerarchica ed ereditaria: appartenendo alla tribù di Levi, i sacerdoti erano tali in quanto discendenti di Aronne. Tra questi, il sommo sacerdote rappresentava la linea primogenita. Egli aveva funzioni religiose e insieme civili e politiche ed era, dopo l'esilio, il vero capo della comunità di Israele.
Al tempo dei Maccabei, sacerdote e sovrano si identificarono. Solo il sommo sacerdote poteva entrare nel luogo santissimo nel giorno delle espiazioni. In questo periodo, tuttavia, le funzioni sacerdotali rimasero praticamente limitate al culto sacrificale; l'insegnamento, o meglio l'interpretazione della legge ormai fissata, passò a una nuova categoria: gli Scribi.
Tale era la situazione del sacerdozio anche al tempo di Gesù: i sacerdoti erano l'antica nobiltà religiosa (i Sadducei), ancora influente a Gerusalemme, ma la cui funzione era limitata alla celebrazione dei sacrifici. La funzione importante di maestri e guide del popolo era passata ai Farisei.

Il Sacerdozio nelle Altre Religioni
Nel Confucianesimo, non esistono né clero né monachesimo. I templi confuciani sono essenzialmente centri di studio e insegnamento del pensiero di Confucio, dove vengono celebrati anche riti.
Il Buddhismo primitivo era caratterizzato dall'assenza di sacerdozio, dato che non prevedeva l'offerta di sacrifici a un Dio personale. Tale situazione perdura nel Buddhismo Hīnayāna, in cui il monaco è semplicemente una persona che aspira alla perfezione spirituale. Nelle regioni dove si sviluppò il Buddhismo Mahāyāna, questa religione si trovò a competere con le religioni preesistenti e i monaci iniziarono a celebrare rituali.
Una delle peculiarità più significative della Fede bahá'í è l'assenza della figura del sacerdote o di un clero organizzato. Non esistono intermediari tra il fedele e Dio. Questa scelta riflette uno dei principi fondamentali del messaggio di Bahá'u'lláh: la responsabilità individuale nella ricerca della verità spirituale. La comunità bahá'í è guidata da istituzioni elettive che non hanno potere sacerdotale, ma amministrano e facilitano la vita della comunità.

La Riforma Protestante e la Negazione del Sacerdozio Ministeriale
I protestanti, ammettendo un'uguaglianza democratica tra tutti i cristiani, negano le prerogative sacerdotali dell'apostolato e ogni sacerdozio propriamente detto nel cristianesimo. Lutero, in particolare, rivendicò il potere e l'autorità religiosa alla base, alla massa, escludendo ogni mediatore e ogni superiore di diritto divino.
Ogni personalità di battezzato e di credente è considerata soggetto e fonte esclusiva del sacerdozio, dato che la religione è un "affare privato" che si esplica e si esaurisce nella vita religiosa-morale del singolo. Tra i protestanti, il parroco o ministro del culto, ridotto alla predicazione e al simbolo battesimale, diventa tale per incarico o elezione della collettività.
L'Evoluzione del Rito di Ordinazione Sacerdotale
La consacrazione sacerdotale nel tempo apostolico veniva conferita dal collegio dei presbiteri al nuovo presbitero, durante una solenne assemblea liturgica, mediante l'imposizione delle mani e la preghiera (Atti 13, 3; cf. 6, 6; Timoteo 4, 14; 5, 22; 2 Timoteo 1, 6).
Già nel II secolo il rito si sviluppò, specialmente nella liturgia romana. Il più antico formulario conosciuto si trova nella Traditio Apostolica (circa 200 d.C.) di San Ippolito di Roma, con l'imposizione delle mani del vescovo consacrante e dei compresbiteri presenti sul capo dell'eletto, accompagnata da una preghiera consacratoria del vescovo a Dio Padre.
Questo rito si propagò ampiamente. Nel 350 d.C., il Sacramentario di Serapione (n. 27) presenta una breve preghiera analoga pronunciata sugli ordinati durante l'imposizione delle mani. Analoghi sono i riti nelle Costituzioni Apostoliche (VIII, 16) e nel Testamentum Domini.
Lo Pseudo-Dionigi (circa 500 d.C.), interpretando misticamente il rito, menziona la lettura dei nomi e il finale "bacio di pace". Il rito romano antico è descritto dal Sacramentarium Leonianum (VI secolo) e dal Sacramentarium Gregorianum (VII secolo), poi dagli Ordines Romani (VIII e IX secolo).
Dal rito gallicano proviene l'unzione delle mani. Nel IX secolo, gli elementi romani e gallicani appaiono fusi nel rito ambrosiano, che introduce il rivestimento con la casula, portato a Roma nel X secolo, insieme alla consegna degli strumenti (calice e patena).
Ordinazione Sacerdotale Don Valerio Volpi Parrocchia San Gaspare 28.09.2019
Doveri e Caratteristiche del Sacerdote del Nuovo Testamento
Costituito per vocazione divina (2 Timoteo 1, 9-10; Ebrei 5, 4), il sacerdote del Nuovo Testamento è partecipe e realizzatore tra i fedeli del sacerdozio di Cristo, unico ed eterno (Ebrei 7, 24 s.; 8, 1 ss.), che irradia nella gloria celeste (Apocalisse 5) e che solo offre un sacrificio perfetto e salvifico (Ebrei 9-10).
Immensamente superiore a quello mosaico (2 Corinzi 3, 7 ss.), il sacerdote del Nuovo Testamento continua e applica la redenzione di Cristo (2 Corinzi 5, 17-21), irradiandone la verità e la vita (Giovanni 1, 6 ss.; 17, 7; Filippesi 2, 17) e l'amore (Giovanni 21, 15 ss.).
La missione sacerdotale è esaltata nel Nuovo Testamento come luce, preservazione della vita, legazione e funzione divina, continuazione necessaria dell'opera salvifica di Gesù (Matteo 5, 13 ss.; 9, 38; 1 Pietro 5, 2; 1 Timoteo 5, 12· 17; 2 Timoteo 2, 3 s.; ecc.).
Da tale suprema dignità derivano doveri di santità e di abnegazione, specialmente inculcati nelle epistole pastorali: mantenere la grazia della vocazione e corrisponderle (2 Corinzi 4, 6; 2 Timoteo 1, 6-14), condurre vita irreprensibile (Timoteo 4, 12 ss.; 6, 11 ss.; 2 Corinzi 6, 3 s.), prudenza (2 Timoteo 2, 1 ss.), umiltà e rinunzia (1 Corinzi 3, 7; Galati 1, 10), amore di Cristo e fiducia in Dio (2 Corinzi 4, 7 ss.); pazienza e amore del prossimo (2 Timoteo 2, 22 ss.).