Bibbia, Corano e Violenza: Un Confronto Approfondito

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Il dibattito sulla violenza intrinseca nelle religioni, in particolare nell'Islam, è un tema ricorrente e complesso. Un'analisi comparativa dei testi sacri, quali la Bibbia e il Corano, offre prospettive cruciali per comprendere la percezione e la manifestazione della violenza nelle rispettive dottrine.

La Violenza nel Corano: Comandamenti e Contesti

Nel Corano, si riscontrano quattro passaggi che contengono un'esplicita ingiunzione divina ad uccidere. Questi precetti specificano che, in circostanze ben definite, le persone che impediscono violentemente ai musulmani di praticare il loro culto o che minacciano la religione islamica adorando altri dei (i politeisti), devono essere uccise, a meno che non si discostino dal loro comportamento ostile. Il Corano considera avversarie soltanto le religioni che mettono in pericolo l'idea di un Dio unico, come nel caso di un culto che impedisce con la violenza la pratica dell'islam. Tuttavia, il Corano esige il rispetto per ogni altro culto praticato altrove.

I cristiani, che venerano un Dio trinitario, e gli ebrei non rappresentano una minaccia per l'Islam, poiché il Corano afferma l'esistenza di un solo Dio che giudicherà la fedeltà degli uomini. Pertanto, da un punto di vista coranico, ebrei e cristiani possono essere fedeli a Dio e sono considerati avversari solo quando impediscono ai musulmani di praticare il loro culto.

Oltre ai comandamenti espliciti, altri passaggi coranici menzionano situazioni di combattimento, descrivendo per lo più circostanze legate alla lotta violenta in cui i musulmani di Medina furono coinvolti. Questo è particolarmente evidente nelle sure di Medina più tarde, quando la comunità musulmana stava prendendo forma. Nelle prime sure di Medina, i riferimenti sono prevalentemente alla storia biblica, con profeti minacciati di morte o racconti di scontri tra individui.

Luoghi e Tempi di Rivelazione e la "Jihad"

Il Corano presenta due luoghi e tempi di rivelazione distinti: la Mecca (610-622) e Medina (622-632), dopo l'esilio del Profeta. Per la comunità di Medina, la conquista della sovranità sulla Kaaba, la casa santa di Dio alla Mecca, era di importanza decisiva. Gli sforzi per il recupero della Kaaba furono descritti come una "jihad", ovvero una lotta. Con l'occupazione pacifica della Mecca nel 630, l'obiettivo della "lotta" fu raggiunto, ma la nozione retorica della lotta per Dio è rimasta e costituisce una parte della memoria storica dell'islam.

Successivamente, giuristi musulmani si sono basati su questo concetto di combattimento sulla via di Dio per stabilire norme legali che consentono di decidere quando tale combattimento è accettabile. Tuttavia, solo molto tempo dopo, alcuni movimenti islamici hanno utilizzato il concetto di jihad per giustificare le loro lotte dal punto di vista islamico.

Confronto Statistico sulla Violenza nei Testi Sacri

Uno studio condotto dall'informatico e data scientist Tom Anderson, utilizzando un algoritmo chiamato "Odin Text", ha analizzato il contenuto della Bibbia (Antico e Nuovo Testamento) e della versione inglese del Corano (edizione del 1957). L'algoritmo ha classificato i contenuti in otto emozioni (gioia, attesa, rabbia, disgusto, tristezza, sorpresa, paura/ansia, fiducia), rivelando che la Bibbia tende alla rabbia molto più del Corano.

L'analisi ha mostrato che:

  • L'Antico Testamento è decisamente più violento del Nuovo Testamento e molto più violento del Corano.
  • Il 2,8% delle parole totali del Nuovo Testamento si riferisce a omicidi e distruzione, contro il 2,1% del Corano.
  • L'Antico Testamento presenta il 5,3% di riferimenti a omicidi e distruzione, superando nettamente gli altri testi.

Bill Warner, direttore del Centro per lo Studio dell'Islam Politico, ha calcolato che le istigazioni alla violenza nei Vangeli sono zero, nell'insieme dei testi biblici sono 34, mentre nella totalità dei testi islamici (Corano, Sira e Hadith) sono ben 328.

Un'infografica che mostra un confronto percentuale dei riferimenti alla violenza (omicidi, guerre, distruzione) nell'Antico Testamento, nel Nuovo Testamento e nel Corano.

La Trilogia Islamica e la Violenza Politica

Warner sottolinea che l'Islam si basa su tre testi sacri: il Corano, la Sira (biografia di Maometto) e gli Hadith (le sue tradizioni). Insieme, Sira e Hadith costituiscono la Sunna, il modello perfetto del comportamento islamico, e rappresentano l'84% del testo totale della Trilogia, mentre il Corano ne costituisce solo il 16%.

La Sira dedica il 67% del suo testo alla jihad. Maometto, negli ultimi nove anni della sua vita, ha conosciuto un episodio di violenza in media ogni sei settimane. La jihad è stata fondamentale per il successo di Maometto: mentre la predicazione religiosa portava a una crescita lenta dell'Islam, l'inizio della jihad accelerò rapidamente il numero degli adepti. Il Corano offre una visione della jihad come conquista del mondo attraverso un processo politico; la Sira funge da manuale di strategia e gli Hadith da guida tattica.

Confrontando la violenza politica:

  • La Bibbia Ebraica dedica il 5,6% del suo testo alla violenza politica.
  • Il Nuovo Testamento non contiene esortazioni alla violenza politica.
  • La Trilogia Islamica contiene 327.547 parole dedicate alla violenza politica, rispetto alle 34.039 della Bibbia Ebraica, risultando 9,6 volte superiore.

La differenza qualitativa è altresì significativa: la violenza politica nel Corano è presentata come eterna e universale, mentre nella Bibbia è legata a un luogo e un momento storico specifici. Gli ordini biblici di uccidere gli Assiri, bruciare le loro case e prendere le loro donne non minacciano più nessuno da millenni, poiché gli Assiri non esistono più. Al contrario, il Corano ordina di uccidere gli infedeli ovunque si trovino, un comando che, secondo alcuni, riguarda tuttora un vasto numero di persone.

Questa differenza si manifesta anche nell'uso della paura della violenza contro artisti, critici e intellettuali. Mentre condannare qualcosa di cristiano o ebraico non suscita timore, le minacce e gli assassinii contro figure come Salman Rushdie, Theo van Gogh, Pim Fortuyn e Kurt Westergaard evidenziano una realtà politica e sociale molto diversa in relazione all'Islam.

La Questione dell'Abrogazione nel Corano

Il Corano. Stile e struttura del libro sacro dell’Islam - Raoul Villano

La violenza jihadista odierna è alimentata da una lettura letteralista del Corano, al cuore della quale si trova la teoria dell'abrogazione. Secondo questa teoria, versetti più concilianti, che ingiungono al Profeta pazienza, tolleranza e perdono verso gli infedeli (politeisti o genti del Libro, cioè ebrei e cristiani), sarebbero abrogati da altri versetti, successivi, che ordinano di combatterli o di ucciderli. Tra questi vi è il famoso “versetto della spada”: «Combattete coloro che non credono in Dio e nel Giorno Estremo, e che non ritengono illecito quel che Dio e il Suo Messaggero han dichiarato illecito, e coloro, fra quelli cui fu data la Scrittura, che non s’attengono alla Religione della Verità» (Corano 9,29).

Questa teoria ha una lunga storia nella tradizione islamica ed è stata elaborata dal diritto musulmano (fiqh) nei primi secoli dell'Egira per risolvere apparenti contraddizioni tra i versetti legislativi coranici. Per legittimarla, commentatori e giuristi (fuqahā’) hanno fatto leva su alcuni versetti, il più esplicito dei quali è il versetto 106 della Sura 2: «Non abrogheremo, né ti faremo dimenticare, alcun versetto senza dartene uno migliore od uguale». Tuttavia, non è mai stato raggiunto un accordo sul numero e sull'identità dei versetti abrogati; per alcuni sarebbero centinaia, per altri solo pochi, mentre i mu‘taziliti razionalisti rifiutano del tutto la teoria, considerandola contraddittoria con l'eternità del Corano.

Un'analisi letteraria critica denuncia l'inesattezza delle interpretazioni tradizionali del versetto 2,106. Esso non riguarda l'abrogazione interna al Corano o l'abrogazione dell'insieme delle rivelazioni precedenti, ma solo alcuni passaggi di queste ultime. Collocando il versetto nel suo contesto letterario più ampio (Sura 2, versetti 40-123), emerge che la questione attiene a una polemica con gli ebrei o le genti del Libro, a cui viene rimproverato di non credere al Corano a causa della loro convinzione di essere gli unici a godere di un'elezione divina. Il Corano, invece, respinge l'idea di un'elezione esclusiva e afferma vigorosamente la presenza e l'azione universale di Dio.

Inoltre, la sezione analizzata afferma chiaramente che la Bibbia è stata data da Dio: «In verità noi demmo a Mosè il Libro e gli facemmo successivamente seguire gli altri Messaggeri, e demmo a Gesù figlio di Maria prove evidenti e lo confermammo con lo Spirito di Santità» (Corano 2,87). Il Corano "conferma" o "rende vera" la Bibbia, intendendo talvolta confermare e talaltra far emergere la verità dalle Scritture precedenti. L'abuso di un'esegesi tradizionale errata del versetto 2,106 ha permesso di abrogare versetti tolleranti e aperti del Corano a favore di quelli più militanti ed esclusivisti, mentre il versetto mirava all'abrogazione di versetti biblici percepiti come esclusivisti, per sostituirli con altri più universali.

La Condizione della Donna nell'Islam e la Violenza di Genere

La condizione della donna nell'Islam è un aspetto che richiede un'analisi attenta. Il Corano, nel passaggio II:228, pur parlando di "mu'minat" e "muslimat" (donne devote e credenti) come pari agli uomini in diritti e doveri religiosi, contiene anche elementi che, secondo alcune interpretazioni, riflettono una visione patriarcale. Lale Akgün, esperta di Islam, sottolinea che l'immagine che gli uomini musulmani hanno delle donne nasce dal Corano, dove si distinguono donne "buone" (credenti) e "cattive" (non credenti). Akgün evidenzia che il Corano afferma che la donna ha la metà del valore dell'uomo, rafforzando un modello patriarcale.

Nell'Arabia pre-islamica, la condizione della donna era simile a quella degli schiavi, senza diritti di proprietà, eredità o voce negli affari domestici. Poteva essere venduta o abbandonata, senza possibilità di divorzio anche in caso di violenza. Sebbene l'Islam abbia introdotto alcuni diritti, la percezione e il trattamento delle donne rimangono una questione complessa. L'uso del velo, ad esempio, è visto da Akgün non come un segno di ricchezza multiculturale, ma come un simbolo di oppressione, che può portare a stigmatizzare le donne senza velo.

L'Islam e la Modernità: Una Prospettiva Critica

Adonis (Alī Aḥmad Saʿīd Eṣbar), uno dei più importanti poeti e intellettuali del mondo arabo, sostiene che la violenza è intrinsecamente legata alla nascita dell'islam, sorto come potere. Il Corano contiene molti versetti violenti, e questa violenza è stata istituzionalizzata, diventando parte della forma statuale. I musulmani hanno agito fin dall'inizio come conquistatori, e la guerra arabo-araba non è mai finita. Adonis critica la negligenza della natura umana: potere, denaro e violenza, che a suo dire sono alla base di molti fenomeni attuali.

Houria Abdelouahed aggiunge la dimensione psicologica, affermando che il testo fondatore e i primi testi dei commentatori hanno permesso al maschio di soddisfare pienamente le proprie pulsioni, in particolare quella di possesso e quella sessuale. L'idea del paradiso come luogo di soddisfazione assoluta, privo della nozione di mancanza, è indice di una fantasia o di un rifiuto della castrazione.

I movimenti intellettuali come i mistici e i filosofi non appartengono all'islam come stato o istituzione, ma hanno usato l'islam come un velo per sfuggire a processi e condanne. Mistici come Ibn ‘Arabī e al-Ḥallāj, pur citando il Testo, erano distanti dalla dottrina e dal dogma ortodosso. Essi cercavano un "islam vero e grande" per proteggersi dalla violenza, liberando la lingua dall'islam e aggirando l'ordine di uccidere chi abbandonava la propria religione.

Oggi, secondo Adonis, i musulmani non rispettano nemmeno il loro Testo, e il dialogo non è più ammesso, poiché il credente crede di detenere la verità assoluta. Questa forma di religiosità ha trasformato la politica islamica in una "techne" il cui fine è il potere e la sua conservazione, una "cultura di potere" confermata dalla storia degli arabi.

La Fine dell'Islam e il Wahabismo

Adonis vede nell'ISIS la fine dell'islam, un prolungamento che ne annuncia la fine. Egli afferma che l'islam attuale non ha niente da dire intellettualmente: nessun slancio, nessuna idea su come cambiare il mondo, né pensiero, né arte, né scienza. L'ISIS non rappresenta una nuova lettura dell'islam o la costruzione di una nuova cultura, ma incarna solo chiusura, ignoranza, odio del sapere, dell'umano e della libertà, una fine umiliante per una religione che non è riuscita a dialogare con l'avanzata delle civiltà moderne.

Il wahabismo, secondo Adonis, sta cancellando ogni traccia dell'umano. Poiché Dio è l'unico Creatore, ogni creazione umana è considerata "wathan" (idolo) e segno di idolatria, spiegando la devastazione di musei e siti archeologici. L'uomo deve essere solo un esecutore di precetti, guidato o telecomandato da Dio. Questo rende difficile per l'umano innalzarsi verso la creatività, dovendo emanciparsi dal divieto religioso e dalla concezione che vede in ogni spirito di iniziativa un attacco al divino. Questa cancellazione dell'umano e delle sue tracce è riflessa nel versetto coranico che afferma che è Dio a lanciare, a uccidere, a fare ogni cosa.

Il Godimento Eterno e la Visione Islamica del Paradiso

La visione islamica del paradiso, come "godimento eterno", è un fenomeno senza precedenti nella storia delle civiltà. Il cosiddetto jihadista, credendo di soggiornare in paradiso, pratica la barbarie senza paura né sensi di colpa. Il paradiso, descritto come popolato di fanciulle, trasforma il sesso in uno strumento di seduzione a favore della fede. L'uomo ha inventato l'immagine di un fallo in paradiso, eretto come l'alef, per rafforzare l'idea che la donna sia solo un oggetto di possesso e conquista, anche nell'aldilà.

Imam wahabiti su YouTube predicano il godimento eterno, con un imam che usa la teoria della relatività per spiegare che un musulmano avrà ogni giorno settanta donne, ciascuna con settanta schiave, in un paradiso dove il giorno ultraterreno è più lungo di quello terrestre. Il godimento dell'uomo è senza fine, e il concetto di "senza limiti" implica l'assenza di castrazione. Questo merita uno studio psicoanalitico, poiché l'uomo e la donna del jihad sono ritratti come uniti nel godimento, in un rito che li eleva, un modo per assaporare l'incesto.

La Necessità di una Nuova Interpretazione

La regressione è generale, e coloro che cercano un altro islam all'interno dell'islam non lo troveranno mai, poiché l'islam dominante non riconosce ciò che lo contraddice. La guerra dichiarata a filosofi, mistici e poeti, e il rifiuto dell'altro come diverso, dimostrano la sua estrema intolleranza. Non riconosce l'uguaglianza tra gli individui né tra gli esseri umani.

È necessario lavorare in modo laico sul testo religioso ed elaborare una nuova lettura che distingua profondamente la pratica religiosa individuale dalla dimensione collettiva e sociale. Senza questa interpretazione innovativa e moderna, l'islam rimarrà prigioniero della violenza e del potere politico. C'è bisogno di una nuova esegesi che separi ciò che è politico, culturale, sociale da ciò che attiene al credo religioso individuale, poiché la religione dovrebbe essere una questione privata.

Non esiste un "islam moderato" accanto a un "islam estremista", né un "islam vero" accanto a un "islam falso": c'è un solo islam. Alcuni teologi alimentano il wahabismo e la shari'a, mentre altri, influenzati dalla filosofia greca e occidentale, non possono accettare questo islam delle origini. C'è chi propone la soppressione dei versetti imbarazzanti, ma ciò non serve. O si accetta il Corano come testo divino (difficile nel XXI secolo), o ci si reinventa la propria modernità.

È cruciale elaborare una nuova interpretazione, libera e ponderata, e uscire dalla confusione tra islam e identità. La religione non è un'identità. All'epoca delle conquiste islamiche, il mondo era quasi vuoto, e la nuova religione prevalse perché non aveva di fronte una grande civiltà. Oggi, invece, ha di fronte una civiltà che ha compiuto una rottura radicale con il passato, ma l'islam non ha saputo dialogare con l'avanzata delle civiltà moderne, rimanendo così parte del passato.

Quando si osserva l'islam nel mondo attuale, si è assaliti dall'amarezza, dalla rabbia e dall'indignazione: ignoranza, crudeltà, oscurantismo, sgozzare, sbudellare le donne, violentare, saccheggiare. Questi fatti segnano la morte dell'umano, e i musulmani, per giunta, non dicono nulla su questa realtà. L'agonia sarà lunga. La mancanza di progresso scientifico nella concezione islamica e l'assenza delle scienze umane nella scena intellettuale araba mostrano una cultura dominata dal pensiero magico, dalla leggenda e dalla superstizione, dove credenze come l'esistenza dei jinn (demoni o folletti) sono protette dall'insegnamento religioso, impedendo una visione critica e razionale.

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