Riflessione Biblica su Se Stessi in Tempi Difficili

In un periodo complesso e incerto, dove una serie di elementi non erano neppure all’orizzonte, ci troviamo a dover ripensare le nostre categorie e parole. Già durante la pandemia, le parole a cui eravamo abituati per esprimere la fatica e il dolore non ci bastavano più, non riuscivano a dire fino in fondo le cose che stavamo provando. Oggi, in una situazione ancora più drammatica, anche le categorie più classiche dell’analisi sociale e politica sembrano non spiegare più niente.

Spesso, di fronte a crisi globali, si ricorre a categorie individuali, come l'idea che "il problema è che Putin è pazzo". Ma la questione non è se un singolo sia pazzo o meno; piuttosto, dobbiamo chiederci come mai interi sistemi sociali, mezzo mondo, abbiano consentito che una persona potesse avere un potere tale da mettere in scacco tutti e creare una sofferenza così grande. È troppo facile dire che fino a ieri molti facevano affari con figure problematiche, e il giudizio sulla loro "pazzia" non appariva così importante. Questo ci mostra la fragilità del nostro "noi" e l'incapacità di assumerci responsabilità collettive.

In questo tempo, sembra che siamo tutti tentati di interrogarci sull'esistenza di un male al di là delle nostre volontà, un male quasi metafisico che si concretizza: prima la pandemia, adesso la guerra. Non c'è più un telegiornale che dia i dati dei contagi, ma tutti ci mostrano immagini strazianti della guerra. Questa sensazione di un accanimento ci spinge a cercare parole che non siano astratte dal tempo che stiamo vivendo.

raffigurazione di persone che riflettono in un ambiente sereno ma con elementi di crisi sullo sfondo

Il Giovane Ricco: Uno Specchio per l'Anima

In questo contesto, il noto testo del Vangelo di Luca, conosciuto come "il giovane ricco" o "il notabile ricco", è particolarmente utile. Ci porta al cuore della questione del "noi" e ci dice che la sua radice, almeno secondo Gesù, sta nell'essere capaci di stare di fronte a se stessi. Questo non è affatto un esercizio di individualismo, ma la vera radice di ciò che io faccio di me in un "noi" sano. Senza una specifica consapevolezza di sé, non c'è un "noi" sano possibile, ma solo un "noi" manipolatorio o deresponsabilizzante. Essere un "io" capace di stare in piedi è condizione fondamentale per qualsiasi livello di "noi", e per conoscere di sé, di dove ci si mette e di come questo può accadere.

Il brano evangelico chiave (Luca 18:18-28) narra l'incontro tra Gesù e un notabile:

«18Un notabile lo interrogò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». 19Gesù gli rispose: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. 20Tu conosci i comandamenti: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non testimoniare il falso, onora tuo padre e tua madre». 21Costui disse: «Tutte queste cose le ho osservate fin dalla giovinezza». 22Udito ciò, Gesù gli disse: «Una cosa ancora ti manca: vendi tutto quello che hai, distribuiscilo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; e vieni! Seguimi!». 23Ma quello, udite queste parole, divenne assai triste perché era molto ricco. 24Quando Gesù lo vide così triste, disse: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio. 25È più facile infatti per un cammello passare per la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio!». 26Quelli che ascoltavano dissero: «E chi può essere salvato?». 27Egli rispose: «Ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio». 28Pietro allora disse: «Noi abbiamo lasciato i nostri beni e ti abbiamo seguito»».

L'Incontro e la Sfida

Gesù, fin dalla prima parola, cerca di provocare il notabile. Questo uomo è una figura riconosciuta socialmente, uno la cui consistenza come persona appare significativa e positiva. La sua domanda è sincera: "Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?". Gesù risponde con una domanda pungente: "Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo". Questo è un modo "duro" di entrare nel dialogo, ma riflette un aspetto della nostra esperienza attuale, dove Dio sembra voler mostrare la nostra fragilità e la nostra incapacità di assumerci responsabilità.

Gesù poi ripropone i comandamenti, la Legge che costituisce il popolo ebraico: "Tu conosci i comandamenti: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non testimoniare il falso, onora tuo padre e tua madre". Il notabile risponde con sicurezza: "Tutte queste cose le ho osservate fin dalla giovinezza". Egli è fermo nella sua auto-approvazione, si sente "buono", non solo notabile per la società, ma nella sua stessa essenza.

Il Coraggio di Spogliarsi del Sé

La risposta di Gesù è un invito radicale al cambiamento: "Una cosa ancora ti manca: vendi tutto quello che hai, distribuiscilo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; e vieni! Seguimi!". Sono quattro verbi concatenati che indicano un processo di confronto con se stessi. Si tratta di abbandonare "l'uomo vecchio", di vendere tutto ciò che abbiamo interiorizzato come sapere di noi stessi. Questo significa spezzare il legame, umanamente normale, che costruiamo tra ciò che recepiamo di noi negli occhi degli altri e ciò che diventa il nostro vero "noi".

Cristo e il Giovane Ricco

L'invito è a distanziarsi dall'immagine buona che ci è stata rimandata, a farla circolare, a non farla diventare un capitale. Il nostro essere "notabile" può essere venduto e distribuito se guardiamo veramente a noi stessi. Questo richiama il gesto di San Francesco che, spogliandosi dei propri abiti, rinuncia alla sua immagine precedente per seguire Cristo. Segue poi il duplice movimento: "vieni! Seguimi!", che significa mettersi in cammino per ri-interrogare se stessi, aprendosi alla propria vulnerabilità anziché partire da un punto di forza.

Ricchezza e Tristezza

Il versetto 23 è una lama che trancia il cuore: "Ma quello, udite queste parole, divenne assai triste perché era molto ricco". Il notabile capisce perfettamente cosa gli viene chiesto, e in una frazione di secondo decide di non accettare. Il legame tra tristezza e ricchezza (non solo materiale, ma soprattutto la ricchezza di una immagine di sé consolidata) è profondo. La tristezza, che prende mille forme come l'insoddisfazione, nasce dall'impossibilità di mettersi di fronte a se stessi. La condizione peggiore è quando si sta così bene nella propria "ricchezza" che non si è più vulnerabili, non si è più raggiungibili da una ferita o da un cambiamento. "Non avere paura" è una delle frasi più ripetute nella Bibbia, proprio perché la paura e la perdita di fiducia in se stessi sono reazioni comuni. Tuttavia, l'insegnamento biblico ci incoraggia alla determinazione e alla fiducia.

Gesù afferma: "Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio. È più facile, infatti, per un cammello passare per la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio!". Al di là dell'iperbole, la questione è la difficoltà per chi è "ricco". La prima ricchezza che ciascuno di noi possiede è l'immagine di sé, ciò che ciascuno presume di sapere in modo definitivo su se stesso, che circoscrive il confine della sua responsabilità: "Che c'entro io con questa guerra? Non dipende mica da me!". Questa ricchezza è l'autosufficienza che ci impedisce di avere uno sguardo politico sul mondo, nel senso di ciò che è comune e impegna tutti.

illustrazione di una cruna d'ago con un cammello stilizzato

Le Tentazioni di Gesù: Modello di Conoscenza di Sé

Anche Gesù, all'inizio del suo ministero, affronta le tentazioni nel deserto. Con esse, egli ha a che fare con possibilità che può vincere solo conoscendole. C'è un'ignoranza di sé, che può essere superficialità, rimozione o rifiuto, che ci impedisce la profondità nel rapporto con gli altri. Se Gesù scaccerà i demoni da altre persone, liberandole dalle ossessioni, è perché ha saputo fare questo anzitutto in sé e su di sé. Egli non rimuove la possibilità del male, non idealizza se stesso, ma accetta che la potenza della tentazione si dispieghi nel suo intimo, nel suo cuore. Da questa consapevolezza nascerà la sua responsabilità nei confronti degli altri.

Le Tre Tentazioni

  1. La prima tentazione verte sul cibo, sul "pane". Gesù non rifiuta il cibo, ma l'autosufficienza. Egli afferma di vivere della parola di Dio, che egli crede al Dio che gli parla e lo ascolta. La parola è fonte di vita; il cibo lo riceve e lo condivide, la vita la accoglie in una relazione. Dietro il problema del cibo c'è il problema della relazione e dell'amore.
  2. La seconda tentazione, quella di gettarsi dal tempio, mostra un Gesù che crede alla presenza di Dio e si fida di Lui. Egli non sfida Dio, ma accetta la limitatezza e mortalità del suo corpo, rivelando che il corpo è il vero tempio e luogo di santificazione di Dio dove si vive l'amore.
  3. La terza tentazione riguarda il potere e la ricchezza, le caricature umane del divino. Gesù non sostituisce Dio con un idolo. Egli crede al volto non raffigurabile di Dio e rispetta la distanza che lo separa da Lui, incarnandone la presenza in sé stesso, nel suo corpo, nella sua vita e nel suo amore fino alla croce.

Rafforzare la Fiducia in Sé Stessi attraverso la Parola di Dio

A volte la fiducia in noi stessi si sgretola a causa di fallimenti, critiche o confronti. Ma Dio non ci vede attraverso i nostri difetti o limiti; ci guarda con amore e fede. Conosce le nostre capacità, anche quelle che non ci rendiamo conto di avere. Crescere nella fiducia non significa diventare perfetti, ma accettare di essere ciò che siamo e camminare ogni giorno con fiducia, contando su di Lui.

Ecco alcuni versetti biblici che possono aiutarci a rafforzare questa fiducia, non basata sull'orgoglio, ma sull'amore di Dio per noi:

  • Sei prezioso e meraviglioso: «Non temere, perché io sono con te; dall'oriente farò venire la tua stirpe, dall'occidente io ti radunerò. Dirò al settentrione: Restituisci, e al mezzogiorno: Non trattenere; fa' tornare i miei figli da lontano e le mie figlie dall'estremità della terra.» (Isaia 43:5-6) e «Ti lodo perché sono una creatura meravigliosa. Le tue opere sono meravigliose e l'anima mia lo sa bene». (Salmo 139:14).
  • Dio ti ha scelto: «Prima di formarti nel grembo di tua madre, io ti conoscevo; e prima che tu uscissi dal suo grembo, io ti avevo consacrato». (Geremia 1:5). La nostra vita non è un caso; Dio ha un piano unico e prezioso per noi. Egli non chiama mai senza equipaggiare.
  • Sei forte con Dio: «Tutto posso in colui che mi dà la forza.» (Filippesi 4:13). Questa è una dichiarazione potente; non si tratta di fare tutto da soli, ma di sapere che Dio ci dà la forza di cui abbiamo bisogno.
  • Sei la sua creazione e hai uno spirito di forza: «Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone che Dio ha predisposto perché noi le praticassimo.» (Efesini 2:10) e «Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza». (2 Timoteo 1:7). Abbiamo una forza interiore, una capacità di amare e un'intelligenza del cuore.
  • Sei capace di portare frutto: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto». (Giovanni 15:16). Dio ci ha scelti per portare frutto, ognuno a modo suo, non con le nostre sole forze, ma perché siamo radicati in Lui.

Un Concetto di Sé basato su Cristo

La nostra società spesso dà troppo risalto all'autostima e all'opinione positiva di sé stessi, talvolta a scapito del "pensare bene" e del "fare bene". Gesù ha fornito la giusta prospettiva sul concetto di sé. Le Sue azioni erano guidate dalla missione ricevuta dal Padre (Giovanni 5:23), e la Sua opera era un'espressione visibile del Padre che agiva attraverso di Lui (Giovanni 14:10). Il Suo concetto di Sé era basato sulla prospettiva del "Prima il Padre", non sulla filosofia del "Prima io". Egli cercò la volontà del Padre e la mise in pratica senza deviare. Questa scoperta del "sé" è molto meglio che cercare di diventare qualcuno per il Signore.

Gesù non pretendeva l'adorazione dai Suoi discepoli e non si preoccupava di non essere riconosciuto. La Sua umiltà era attiva, una sottomissione energica. Anche davanti a Pilato, si mostrò sottomesso e al tempo stesso autorevole (Giovanni 19:11). Non si sminuì mai, se non per glorificare il Padre (Luca 18:19). Accettava i complimenti con grazia, senza attribuirgli un'importanza eccessiva, e dimostrava una calma inequivocabile quando Lo attaccavano, come nel caso degli uomini posseduti (Luca 8:37).

Gesù dimostrava pazienza con le debolezze dei Suoi discepoli, esortandoli a non avere paura e ad avere fede (Marco 4:40). Non si arrese mai con loro, perché erano parte della Sua missione (Giovanni 17:9). La preghiera era fondamentale per Lui, una comunione continua con il Padre (Marco 1:35, Luca 6:12). Per noi cristiani, conoscere a Chi apparteniamo è fondamentale per comprendere chi siamo. Conoscere il Signore ci dà la fiducia necessaria per insegnare agli altri.

Siamo chiamati ad avere gli stessi sentimenti di Cristo Gesù (Filippesi 2:5) e ad esaminare noi stessi per vedere se siamo nella fede. Dobbiamo fare attenzione a noi stessi, non per paura, ma per conservare ciò che abbiamo conseguito. Dobbiamo offrire noi stessi a Dio come vivi tornati dai morti, e le nostre membra come strumenti di giustizia, perché il nostro corpo è tempio dello Spirito Santo (1 Corinzi 6:19-20). L'amore di Cristo ci spinge a non vivere più per noi stessi, ma per Colui che è morto e risuscitato per noi (2 Corinzi 5:14-15).

L'attaccamento al denaro è la radice di tutti i mali (1 Timoteo 6:10). Invece, siamo invitati a stare lieti, a tendere alla perfezione, a farci coraggio a vicenda, ad avere gli stessi sentimenti, a vivere in pace, affinché il Dio dell'amore e della pace sia con noi (2 Corinzi 13:11). Dobbiamo costruire il nostro edificio spirituale sopra la nostra santissima fede, pregare mediante lo Spirito Santo e conservarci nell'amore di Dio (Giuda 1:20-21). La nostra teologia deve indirizzarci verso la vita e la felicità, confortarci e darci speranza.

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