La relazione tra la parola e l'immagine è un tema affascinante che attraversa la storia della cultura umana, influenzando la nostra percezione del mondo. I confini tra questi due linguaggi, quello visivo/figurativo e quello verbale/scritto, sono fluidi e permeabili, dando vita a un dialogo costante e fecondo. Questo rapporto si manifesta in svariati ambiti, dalla creatività artistica alla riflessione filosofica, fino agli approcci metodologici ed epistemologici.
Numerosi sono gli esempi storici che illustrano questa interconnessione. Il celebre motto oraziano "ut pictura poesis" (come la pittura, così la poesia) e l'affermazione di Leonardo da Vinci secondo cui "la pittura è una poesia muta e la poesia una pittura cieca" sono solo alcuni dei capisaldi di questo legame. La storia dell'arte libraria, dalle miniature alle incisioni, il genere letterario dell'emblematica, nato con la pubblicazione degli Emblemata di Alciato nel 1531, l'arte delle imprese, la mnemotecnica (l'arte della memoria) con i suoi complessi sistemi, fino ai moderni manifesti pubblicitari e ai fumetti, dimostrano la capacità dell'immagine e della parola di interagire e potenziarsi reciprocamente.
Il concetto di "parola all'immagine", evocato da Aby Warburg, si lega strettamente alla letteratura sull'ekphrasis, ovvero la descrizione artistica delle opere d'arte. Come sottolineato da Gillo Dorfles, l'ekphrasis è una tecnica che mescola linguaggi estetici, risalendo alla letteratura greca, come la celebre descrizione dello scudo di Achille nell'Iliade di Omero. Questa pratica si è poi sviluppata nel Romanticismo tedesco con Goethe e Lessing, giungendo alle interpretazioni critiche del Novecento, che spaziano dall'iconografia e iconologia alla semiotica.
L'interazione di un osservatore con un'opera d'arte può generare descrizioni di natura diversa: alcune più soggettive, intrise di emozioni e sensazioni personali, altre più "oggettive", dove l'occhio analizza i dettagli con precisione quasi scientifica. In entrambi i casi, si assiste a un profondo dialogo tra percezione visiva e elaborazione verbale.
L'Arte Cristiana: Parola e Immagine al Servizio della Fede
Il legame tra parola e immagine assume un'importanza particolare nell'ambito dell'arte cristiana, profondamente radicata in una lunga tradizione orale e scritta, rappresentata dalla Bibbia. Committenti e pubblico, uniti da una fede cristiana condivisa, attingevano alle Sacre Scritture e alle vite dei santi, supportati dai commenti esegetici dei padri della Chiesa e dei teologi. Attraverso le mani di pittori e scultori, queste narrazioni venivano visualizzate in scene destinate ai luoghi di culto o alle abitazioni private.
Le immagini sacre svolgevano una duplice funzione: da un lato, rispondevano a esigenze devozionali individuali e comunitarie; dall'altro, specialmente nelle chiese, fungevano da strumento didascalico, illustrando e spiegando i contenuti della fede e dei testi sacri in un linguaggio accessibile a tutti gli strati sociali. A differenza del Giudaismo e dell'Islam, che presentano un atteggiamento negativo verso l'immagine, il Cristianesimo, pur attraversando periodi iconoclasti, ha affermato la liceità di raffigurare la divinità. La religione cristiana è intrinsecamente legata al logos, il Verbo divino, come espresso nell'incipit del Vangelo di Giovanni ("In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio"), e al kerigma, la predicazione della salvezza.
"E il Verbo si fece carne", continua l'evangelista, sottolineando l'incarnazione del divino nell'umano, nella storia. L'eikon, l'immagine sacra nella cultura religiosa orientale/bizantina, che influenzò per secoli quella occidentale/latina, divenne un tramite tra il visibile e l'invisibile, una manifestazione di una realtà trasfigurata per indicare il trascendente. L'icona, attraverso forme e colori, traduceva una spiritualità e una devozione condivisa, diventando oggetto di venerazione più che un manufatto apprezzabile sul piano estetico.
San Gregorio Magno, nella sua epistola IX, affermava che "per questo motivo infatti si fa uso della pittura nelle chiese, affinché coloro che sono analfabeti 'leggano', perlomeno vedendole sulle pareti, ciò che non sono in grado di leggere nelle Scritture". Il valore comunicativo dell'arte sacra era ben noto ai predicatori, che nei loro discorsi panegirici, catechesi e omelie cercavano di persuadere il pubblico. L'artista era invitato a "dipingere a parole" le gesta dei santi, affinché la pittura potesse illustrare e superare la descrizione verbale, mostrando la forza e la vittoria del martire, e la sconfitta dei demoni.
Nel corso del Medioevo, i predicatori in volgare, in particolare quelli degli ordini francescano e domenicano, utilizzavano immagini per tradurre le parole e viceversa, dando vita a prediche quasi "multimediali", ricche di legami e rimandi tra parole e immagini.
Dalla Parola all'Immagine: Interpretazione e Esecuzione Artistica
L'analisi della traduzione di una fonte scritta in un'immagine artistica è un nodo cruciale nel dibattito storico-artistico. Questo processo segue meccanismi e percorsi variabili, influenzati dalla cultura, dalle intenzioni del committente, dal bagaglio culturale dell'artista e dai contesti sociali. Meyer Schapiro, nel suo saggio "Parole e immagini", esplora la corrispondenza tra testo e sua raffigurazione pittorica.
Gran parte dell'arte visiva europea, dalla tarda antichità al XVIII secolo, rappresenta soggetti tratti da testi scritti. Pittori e scultori avevano il compito di tradurre la parola - religiosa, storica o poetica - in un'immagine visiva. Spesso, gli artisti non si rifacevano direttamente al testo, ma copiavano illustrazioni preesistenti. L'intelligibilità di queste opere, per noi oggi, risiede nella loro corrispondenza con un testo noto, riconoscibile attraverso le forme delle azioni e degli oggetti dipinti.
La corrispondenza tra parola e immagine può essere problematica e indeterminata. Antiche edizioni della Bibbia, ad esempio, utilizzavano la stessa incisione per illustrare soggetti diversi, il cui significato specifico veniva chiarito solo dalla collocazione nel testo. Il significato di tali immagini di repertorio poteva arricchirsi di connotazioni simboliche, stabilite per l'osservatore cristiano attraverso commenti religiosi, sermoni e preghiere.
Il passaggio dalla parola all'immagine non è una semplice traduzione, ma un'elaborata "interpretazione". Ciò che interessa al committente sono i significati di una storia, frutto di un'esegesi visuale condivisa tra lui e l'artista. L'artista, armato di una formidabile strumentazione retorica, è in grado di orientarsi tra letture sempre rinnovate e comunicare la complessità dei significati prescelti.
La riflessione storico-artistica su queste dinamiche, sulla genesi e l'esecuzione di un'opera, permette di confrontare le iconografie di uno stesso episodio e registrare variazioni che documentano le intenzioni della committenza. L'interpretazione del testo sacro portava a riflessioni teologiche, con l'inserimento di dettagli carichi di significato. Il dipinto devozionale diventava così una "catechesi visiva", un "visibile parlare" (Dante), supporto alla meditazione, dispositivo allegorico aperto, pregno di simboli, parabole e allusioni.
Esempi Evangelici: L'Annunciazione e la Passione di Cristo
Per illustrare il doppio binario della riflessione teologica e della quotidianità, prendiamo in esame l'episodio dell'Annunciazione, descritto da Luca (1:26-38). Il passo evidenzia il dialogo tra Maria e l'arcangelo Gabriele. In molte raffigurazioni del Gotico e del primo Rinascimento, dalle labbra dell'angelo fuoriescono le parole "Ave gratia plena, Dominus tecum", come nella tavola di Simone Martini, dove sono rese in rilievo con pastiglia dorata.
Nel Beato Angelico, frate domenicano, continua la tradizione di riportare l'iscrizione del dialogo. In un suo dipinto, le parole "fiat mihi secundum" sono inglobate nella colonna, che rappresenta il mistero dell'incarnazione, diventando figura di Cristo secondo il commento di Rabano Mauro: "la colonna è la divinità e l'umanità di Cristo". Altri elementi, non presenti nel racconto evangelico ma giustificati dall'esegesi cristiana, arricchiscono l'opera: sullo sfondo a sinistra si intravedono Adamo ed Eva cacciati dal paradiso, legati a Gesù e Maria come nuovi Adamo ed Eva redentori dell'umanità. Il recinto è l'hortus conclusus del Cantico dei Cantici, allusione alla verginità di Maria.
L'ambientazione dell'Annunciazione nei dipinti dell'Angelico è spesso risolta in porticati o chiostri di conventi, vicina alla sua dimensione di vita religiosa. Altri artisti trasformano questo tema evangelico in una scena domestica, ambientata in interni che documentano la vita quotidiana e la cultura materiale del tempo. Questa attualizzazione dell'episodio sacro crea un maggiore legame emotivo e spirituale con lo spettatore, avvicinandolo alla sua esperienza concreta, secondo la pratica della devotio moderna. Ciò si osserva in particolare nei quadri dei pittori fiamminghi, come nello scomparto dell'Annunciazione nel trittico di Rogier Van der Weyden.
Il genere letterario della parabola, un breve racconto edificante privilegiato nella predicazione di Gesù, assume grande importanza nei testi evangelici. Attraverso analogie, metafore e immagini tratte dal contesto sociale del tempo (pecore, talenti, vite, fichi), Gesù comunicava insegnamenti morali in modo semplice e concreto.
Molti episodi della vita di Gesù sono stati illustrati nelle chiese. I pittori e i loro committenti selezionavano gli aspetti più incisivi e rappresentativi del racconto, basandosi sulla lettura di uno o più vangeli. Un esempio è l'episodio dell'Orto degli ulivi, narrato nei tre vangeli sinottici. Il mosaicista della Basilica di San Marco a Venezia, fedele a Matteo e Marco, rappresenta le tre volte in cui Gesù si recò dai discepoli trovandoli addormentati. Tintoretto, invece, si avvicina al racconto di Luca, concentrando l'azione in un unico momento di ritiro in preghiera, in una suggestiva ambientazione notturna che crea un contrasto luce-tenebre. La visita di un angelo "per confortarlo" (Lc 22, 43), che regge il calice e pone con attenzione un giaciglio sotto la testa addormentata di Gesù, esprime la missione consolatoria angelica.

La Lettera come Forma Teologica: dal Nuovo Testamento a Papa Francesco
Nel dibattito su una teologia del futuro, che integri il Vangelo, le esperienze concrete del nostro tempo e le esigenze delle generazioni future, è stato organizzato un seminario di studio sul tema "In forma di lettera". Brevi relazioni hanno offerto spunti per una discussione sulle forme teologiche adeguate a un'epoca di trasformazione e sulla loro destinazione al cristiano che vive nella storia.
Ripensare i contenuti della teologia richiede anche una riflessione sulla forma in cui essa si esprime. La situazione comunicativa legata alla lettera racchiude due momenti importanti: l'attendere e l'esporsi all'altro. Il fatto che il divenire del cristianesimo sia collegato inseparabilmente con lo scrivere delle lettere è riflesso da Paolo nella seconda lettera ai Corinzi, dove la comunità è definita "lettera". Gran parte del Nuovo Testamento è in forma di lettera, testi redatti da esseri umani che inviavano questi scritti a comunità o persone specifiche, dando forma al legame tra comunità disperse.
Una religione basata su una sacra Scrittura che abbraccia una raccolta di lettere pone interrogativi sul rapporto tra le lettere neotestamentarie e i testi profetici dell'Antico Testamento. Il passaggio dal profeta allo scrittore di lettere, da Giovanni Battista a Paolo, è una possibile chiave di lettura. La teologia cristiana ha preso in considerazione la specificità del genere epistolare?
I primi cristiani consideravano sacra Scrittura la Torah, i profeti e i salmi. Fu Paolo il primo a sentire la necessità di rivolgersi per iscritto alle comunità, a seguito della sua necessità di allontanarsi da Tessalonica. La sua prima lettera ai Tessalonicesi è il primo documento scritto cristiano, conseguenza di una presenza differita. Seguirono altre lettere, che dovevano essere lette e inoltrate ad altre comunità.
La prima forma dello scrivere cristiano è dunque la lettera. Non solo i testi più antichi e recenti del Nuovo Testamento sono lettere, ma anche l'ordinamento canonico dei testi mostra un passaggio alla forma epistolare. Il Vangelo di Luca e gli Atti degli apostoli presentano uno stile di discorso indirizzato. La forma della lettera, iniziata con Paolo e mai più abbandonata, culmina nell'Apocalisse di Giovanni, che contiene sette lettere e ha la forma di una lettera stilizzata.
All'inizio della teologia cristiana scritta sta il medium della lettera, che ha mantenuto un significato centrale per secoli. Da Clemente di Roma a Girolamo e Agostino, fino ad Anselmo d'Aosta, la lettera è stata una forma espressiva fondamentale. Papa Francesco, con il suo documento Evangelii gaudium, ha ripreso questa forma, rivolgendosi ai lontani da Dio e dalla Chiesa con un linguaggio amichevole e condizionale, desiderando raggiungerli come destinatari di una "lettera amica".
La teologia potrebbe orientarsi seguendo il gesto del papa, cercando di ritrovare destinatari reali. La lettera implica una situazione comunicativa precisa, caratterizzata dall'attendere una risposta e dall'esporsi all'altro. È un discorso indirizzato, che attende risposta, non un testo autosufficiente. Scrivere una lettera espone lo scrittore ai destinatari e alla loro risposta.
Heidegger, nelle sue lezioni sulle lettere ai Tessalonicesi, ha elaborato concetti centrali della sua filosofia, mostrando come Paolo dipendesse dalla comunità, non avendo un "io" isolato, ma essendo esposto e aperto ai Tessalonicesi. Il legame delle comunità cristiane è lo Spirito.
L'inizio e la fine delle lettere sono luoghi di particolare densità e precarietà. Come per una colonna, è necessario dare forma precisa allo zoccolo e al capitello affinché il passaggio all'architrave non sembri casuale. Senza saluto e congedo, una lettera non è una forma compiuta. L'inizio e la fine sono luoghi di saluto che esprimono incertezza, se si tratti di incontrare un amico o un nemico.
La lettera ai Romani di Paolo presenta un inizio teologico di grande valore, come dimostrato dagli studi di Jacob Taubes e Giorgio Agamben. I capitoli finali sono tentativi di Paolo di concludere la lettera, rivolgendosi ai destinatari senza trovare un punto di approdo finale, ma con versetti estremamente ricchi di significato. Le lettere, più di altri generi, rivelano l'incertezza della fine di un testo, rappresentando una situazione di incontro.
Paolo e gli altri apostoli si trovarono davanti alla necessità di rivolgersi alle comunità attraverso lettere. Non intendevano scrivere testi sacri, ma si accorsero che si stava sviluppando un nuovo modo di scrivere. Paolo rifletté su questo sviluppo nella seconda lettera ai Corinzi, paragonando la comunità a una lettera: "La nostra lettera siete voi, lettera scritta nei nostri cuori, conosciuta e letta da tutti gli uomini".
Paolo prende distanza da uno scrivere basato sull'auto-identità del mittente. La sua identità è collegata ai Corinzi a cui scrive. Distingue le lettere di raccomandazione da un altro tipo di lettera: "scritta nei nostri cuori, conosciuta e letta da tutti gli uomini". Questa lettera impersonata dalla comunità rappresenta la più grande interiorità e il massimo ampliamento, un evento di comprensione che va oltre ogni confine linguistico. Si passa dalle lettere di raccomandazione alla comunità come lettera, fino alla lettera di Cristo scritta sui cuori, immagine della comunità come lettera di Cristo.
Se la Legge data a Mosè era scritta su tavole di pietra, la lettera di Cristo è scritta nei cuori, segno della nuova Alleanza. Lo Spirito dà vita e trasforma la comunità, che è lettera di Cristo. L'immagine di Cristo rappresenta la nuova umanità. Paolo riflette sulla nuova forma dello scrivere che si sviluppa nel cristianesimo incipiente, connettendo strettamente teologia e comunità: "La nostra lettera siete voi". Le comunità e la forma letteraria della lettera si costituiscono reciprocamente.
La teologia, se prendesse sul serio il suo inizio nelle lettere del Nuovo Testamento, non dovrebbe più essere un sistema autoreferenziale. Dovrebbe comprendersi come una lettera destinata alla cultura del proprio tempo e luogo.
La Bibbia Aperta Stilizzata: un Simbolo di Interpretazione
La "Bibbia aperta stilizzata" è un'immagine simbolica che evoca la natura dinamica e interpretativa del testo sacro. L'apertura della Bibbia rappresenta l'invito alla lettura e allo studio, mentre la stilizzazione suggerisce la necessità di un approccio critico e consapevole.
Per rendere piacevole la lettura della Bibbia, si suggerisce di immedesimarsi in ciò che si legge. Scegliere un brano, leggerlo da soli o in compagnia, disegnare la situazione descritta, realizzare schizzi degli eventi, creare uno schema o trasformare il racconto in un servizio giornalistico sono tutte strategie per approfondire la comprensione.
Immaginare finali alternativi per decisioni errate, come nel caso del rinnegamento di Pietro, o scrivere copioni basati su episodi biblici, permette di esplorare nuove prospettive. L'esame dei dettagli può rivelare "gemme nascoste", spunti di riflessione che arricchiscono la comprensione del testo.
La moderna critica testuale ha evidenziato la complessità di alcuni passaggi biblici, come il "Comma Johanneum" (1 Giovanni 5:7-8), la cui autenticità è stata messa in discussione a causa di elementi interni ed esterni al testo. La presenza del Comma nei manoscritti latini e la sua assenza in quelli greci, copto, armeno, etiopico, arabo, slavo, gotico e siriaco, solleva interrogativi sulla sua origine e trasmissione.
La grammaticalità irregolare del verso, con l'uso del maschile "oi martyrountes" (coloro che rendono testimonianza) in riferimento a sostantivi neutri come "pneuma" (Spirito), "hydor" (acqua) e "haima" (sangue), ha alimentato il dibattito. Molti studiosi ritengono che il Comma non sia autografo di Giovanni, ma si sia sviluppato tra Spagna e Nord Africa nel III-IV secolo.
La Vulgata di Girolamo, nelle sue edizioni più antiche e considerate migliori, non presenta il Comma. La sua origine è ipotizzata come una corruzione della vetus latina o itala, diffusa da autori come Rufino il Siro o Pelagio, che avrebbero sfruttato la fama di Girolamo o Agostino per la sua accettazione. L'uso ufficiale del Comma si ha solo a partire dal Concilio Lateranense IV nel 1215.
Fino al XIV secolo, non esistono versioni del Comma in altre lingue antiche oltre al latino. Nel Medioevo e in età moderna, si assiste a un'interpolazione di opere patristiche, soprattutto latine, per aumentare il numero di scrittori che citano o fanno riferimento al Comma. Nelle edizioni stampate di autori greci, il Comma appare spesso, mentre i manoscritti greci ne sono privi.
Studi più sistematici e scientifici a partire dal XVI-XVII secolo hanno cercato di stabilire l'autentico testo biblico. Le prime apparizioni moderne di apparati critici che eliminano il Comma dal testo principale risalgono alla fine del XIX e inizio del XX secolo.
In greco, nel Codex Vaticanus (IV secolo), è presente un segno diacritico che potrebbe indicare il Comma. Nel copto fayumico Papyrus Michigan 3520 (IV secolo), si rileva la mancanza della causale e un segno sospetto. Testi con origine egizia e indipendenti dal latino mostrano, in alcuni casi, segni che potrebbero rimandare al Comma.
I padri latini citavano frequentemente il Comma, anche se alcuni parlavano di interpretazione del verso corto. La tesi di una minoranza pro-Comma suggerisce che la scomparsa del Comma dai manoscritti greci sia dovuta a errori dei copisti, revisioni delle scritture, eliminazione di copie a seguito di persecuzioni imperiali o riscrittura da parte di ariani o gnostici.
I Valdesi avrebbero difeso bibbie latine e/o tradotte con il Comma dal 157 al 1600 circa. Presunte prove dell'antichità del Comma in latino e greco includono segni diacritici in antichi manoscritti egiziani, denunce di alterazione del testo della prima lettera di Giovanni e presunte allusioni al Comma da parte di padri della chiesa d'Oriente.
Pochi studiosi oggi considerano le opere di Erasmo, Ximenes e Stephanus importanti per lo studio delle origini del Comma. Tentativi di ri-conteggio dei manoscritti con il Comma negli anni '90 del XX secolo si sono dimostrati erronei.
Considerata la natura frammentaria di alcune citazioni e la loro localizzazione prevalentemente latina nel periodo più antico della Chiesa, la quasi unanimità degli studiosi propende per un'origine interpretativa del Comma. Le forme più arcaiche riconducibili a tale verso, volte a spiegare il Dio Trino e Uno, sarebbero le interpretazioni dei sunti 1 Gv 5, 8 (verso corto) di Origene e di Cipriano.

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