L'Incredulità di San Tommaso e le Sfide dell'Interpretazione del Messaggio Evangelico nell'Era di Papa Francesco

L'Incredulità di San Tommaso: Dalla Richiesta di Prova alla Fede Profonda

La storia dell'apostolo Tommaso, uno dei Dodici, è narrata nel Vangelo di San Giovanni (20,19-31). La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo».

Tommaso, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro la sua celebre frase: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Questo atteggiamento di Tommaso è stato immortalato da artisti come Caravaggio nel suo dipinto "L'Incredulità di san Tommaso", realizzato tra il 1600 e il 1601, oggi conservato nella Bildergalerie di Potsdam, che raffigura l'apostolo mentre infila il dito nella ferita del costato di Gesù.

Dipinto

Otto giorni dopo, i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso con la più grande professione di fede che troviamo in tutti e quattro i vangeli: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro, concludendo: "Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!"

Il Vero Senso dell'Incredulità di Tommaso

Tradizionalmente, Tommaso è stato etichettato come "l'incredulo", quello del "se non vedo non credo". Tuttavia, una lettura più profonda dei Vangeli rivela che l'incredulità iniziale di Tommaso non è la risata beffarda di chi non ha intenzione di credere, ma un cammino di chi esce dall’incredulità per accedere alla fede piena. Tommaso non dice di dubitare di ciò che i discepoli gli dicono circa la risurrezione di Gesù, ma pone semplicemente una condizione senza la quale si rifiuta di credere. Questa incredulità è interamente orientata verso la fede e dice qualcosa di assolutamente essenziale: nessuno può credere per noi, al nostro posto.

Credere in Gesù Cristo non può significare fidarsi della testimonianza di un altro, di un individuo o della Chiesa. Contro l’argomento dell’autorità, contro la catena della testimonianza, Tommaso protesta ed esige un’esperienza personale, chiede l’incontro personale con il Risorto. La sua incredulità ci pone sull'orlo dell'abisso e ci conduce lì da soli, immergendoci in una solitudine interiore. Questo è il paradosso della fede, la cui soglia è l'incredulità, un'incredulità assunta in un “io non credo”.

L'uomo ha il diritto di rifiutarsi di credere in assenza di esperienza personale e di sottoporsi a una testimonianza unanime. Questa è la grande lezione dell’incredulità di Tommaso: ciascuno di noi ha il diritto di invocare il Risorto per sé, respingendo anche coloro che affermano di parlare a suo nome. Questa è fede contro il clericalismo, fede distinta dalla semplice trasmissione culturale, fede come esperienza interiore, personale e quindi irriducibile a qualsiasi istituzione.

Quando Tommaso esclama «Mio Signore e mio Dio!» dopo aver toccato un corpo di carne segnato dalle ferite, compie un salto di qualità, una frattura tra ciò che osserva e ciò che confessa, tra ciò che vede e ciò che crede. Dire «mio Dio» davanti a un corpo trafitto, che è l'opposto della divinità, non è scontato, ma è il salto della fede. Tommaso non ritrova semplicemente il suo maestro, ma scopre l’identità profonda di Gesù, scopre Dio in Gesù Risorto.

Tommaso: Non Incredulo, ma il Grande Credente

Ripensando alla Quaresima, quando Gesù decise di tornare a Betania sapendo Lazzaro malato, furono i discepoli a esprimere paura. Tommaso rispose con coraggio: «Andiamo a morire con lui, non lasciamolo solo!». Questo non è il comportamento di un incredulo. Tommaso si è trovato travolto da un evento che non era riuscito a elaborare, catapultato in un incubo dalla crocifissione e morte di Gesù. La sera dopo due giorni dalla morte di Gesù, la prima cosa che fece fu cercare i suoi compagni nel loro rifugio.

Quando i suoi compagni euforici gli dissero di aver visto il Signore, Tommaso non credeva alla *loro* testimonianza, alla loro fragilità, al fatto che proprio loro, che erano scappati tutti e non c'erano sotto la croce, gli dicessero che Gesù era risorto. È come se Tommaso dicesse: «No, io non voglio credere in voi!». Tommaso resta con quei compagni fragili, non si costruisce un’altra chiesa o un altro partito, non si sente né migliore né superiore. E fa bene a restare, perché otto giorni dopo, Gesù Risorto viene proprio per lui, per accoglierlo, non per rimproverarlo.

Gesù gli sorride, gli mostra le ferite. Quelle mani del Risorto ci fanno vedere come ogni ferita può diventare una feritoia, un passaggio di luce. La misericordia è guardare alle proprie ferite con amore, e l'amore trasforma una ferita in feritoia, pur rimanendo il segno delle cicatrici. Da quelle cicatrici si impara. Davanti a quella condivisione del dolore e al superamento della sofferenza, Tommaso si scioglie e depone le armi, pronunciando la sua grande professione di fede.

La Figura di San Tommaso nella Storia e nella Tradizione

Chi era San Tommaso?

Nei Vangeli sinottici, Tommaso viene nominato insieme a Matteo, mentre negli Atti degli Apostoli, a Filippo. Il Vangelo di Giovanni è quello che meglio descrive la sua persona: lo definisce Didimo, cioè gemello. Secondo Origene e la tradizione, Tommaso evangelizzò, intorno al 42-49 d.C., i Parti, i Medi, i Persiani e gli Ircani, popoli confinanti e in relazione con l’India. Oggi i cristiani di san Tommaso dell’India si ritengono evangelizzati da lui.

Gli “Acta Tomae”, scritti originariamente in siriaco ad Edessa, sono giunti fino a noi con diverse interpolazioni e rifacimenti latini. Questi Atti, divisi in tredici capitoli, raccontano la sua storia fino al martirio. Nel primo Atto, l’apostolo riceve per sorteggio l’evangelizzazione dell’India. Inizialmente si rifiuta, ma il Cristo gli appare e lo incoraggia. In India, Tommaso incontra il mercante Habban, inviato dal re Gundaphor alla ricerca di un architetto, e prosegue con lui.

Nel secondo Atto, San Tommaso giunge alla corte di Gundaphor e riceve l’incarico di costruire un palazzo. Una volta eseguito il lavoro, riceve il relativo compenso per poi distribuirlo interamente ai poveri. Il re si indigna e ordina di gettare in prigione Tommaso e il mercante per farli morire, bruciati vivi. Durante la notte, muore il fratello del re, ma gli angeli lo riportano in vita e fanno comprendere al re che Tommaso ha costruito un palazzo non di mattoni, bensì uno ancora più importante: celeste. Negli altri capitoli seguono i racconti dei miracoli e i tentativi di persecuzione operati dal re Mazdai verso l’apostolo. Nell’ottavo e ultimo capitolo, Tommaso, trasportato su un alto monte, finisce ucciso a colpi di lancia dai bramini e il suo corpo viene trasportato ad Edessa. Gli antichi martirologi siriaci hanno identificato la data del martirio nel 3 luglio del 68 d.C.

Papa Francesco e i Fraintendimenti del Messaggio Evangelico

L'insistenza sulla fede come esperienza personale, come quella di Tommaso, trova risonanza nelle sfide contemporanee di comprensione del messaggio evangelico, in particolare riguardo al magistero di Papa Francesco. Non è la prima volta che si verificano fraintendimenti sulle posizioni del Pontefice.

Papa Francesco durante un'udienza generale in Vaticano

Un esempio emblematico è stato il resoconto del marzo 2018 di una presunta «intervista» in cui Scalfari attribuiva al Papa l’affermazione secondo cui «non esiste un inferno, esiste la scomparsa delle anime peccatrici», le quali «non vengono punite», ma «scompaiono» se non si pentono. Ancora prima, all’inizio del suo pontificato, il giornalista sosteneva che Francesco è un pontefice «rivoluzionario» perché «ha abolito il peccato», identificando il Dio cristiano con l’amore, la misericordia e il perdono.

Le Radici dei Fraintendimenti

Questi fraintendimenti, paradossalmente, non sono dovuti a un tradimento del messaggio evangelico, ma precisamente allo sforzo fatto da Francesco per essergli sempre più fedele. Una delle ragioni risiede nella sottovalutazione dell’umanità di Cristo, spesso ridotta in passato a una pura apparenza del suo essere divino. È lo stesso tipo di equivoco per cui, recentemente, in una comunità ecclesiale qualcuno ha pregato «perché i pastori parlino di Cristo, e non di immigrati» senza rendersi conto che, in termini rigorosamente evangelici, l'attenzione ai più vulnerabili è essenziale.

Un altro schema contraddetto da Papa Francesco, che ha attirato entusiastiche approvazioni (di non credenti) e indignate disapprovazioni (di credenti) egualmente infondate, è quello che sottovalutava il ruolo della coscienza e definiva il peccato in base all’osservanza o meno di regole rigorosamente oggettive. In questa stessa prospettiva, l’insistenza di Francesco sulla misericordia è stata fraintesa. Non ci si è resi conto che essa ha senso solo se si ammette l’esistenza di peccati e di peccatori da perdonare. La misericordia di Dio non lascia senza umani sostegni chi è disposto a valutare onestamente, senza pregiudizi, le ragioni della fede: quanti segni, quanti indizi intorno a noi ne manifestano la bontà, la bellezza, la ragionevolezza!

Evidentemente, in questi ultimi decenni - malgrado il Concilio Vaticano II - l’immagine del cristianesimo e della Chiesa ampiamente dominante, sia tra i credenti che tra i non credenti, era tale da far apparire “eresie” ai primi e “rivoluzioni” ai secondi alcune prese di posizione di Papa Francesco, che miravano soltanto a riscoprire nella sua genuina portata l’essenziale del Vangelo. Probabilmente Papa Francesco, nelle sue scelte, ha sottovalutato il peso che questo contesto ecclesiale e culturale poteva avere nella corretta lettura del suo sforzo di rinnovamento della Chiesa e del messaggio evangelico. Il capo della Chiesa deve fare attenzione a quello che viene presentato alla sua gente come “detto dal Papa”, perché ha il compito di evitare lo scandalo dei piccoli a lui affidati, anche se infondato.

Allo stesso modo, bisogna evitare che le aperture pienamente condivisibili al ruolo della coscienza nelle scelte etiche vengano scambiate per concessioni al relativismo, come molti - dentro e fuori la Chiesa - hanno creduto. Ma per questo sarebbe forse necessario tradurre il principio generale in indicazioni più concrete, soprattutto relativamente a quell’accompagnamento ecclesiale che giustamente nell’Amoris Laetitia viene indicato come un antidoto al soggettivismo. La Chiesa paga per il necessario sforzo di tradurre il suo messaggio e la sua stessa identità dai linguaggi del passato a quelli del presente, e Papa Francesco sta pagando sulla sua pelle questa difficilissima transizione. Molti lo accusano di una crisi della Chiesa che in realtà era inevitabile e già in corso sotto i suoi predecessori, e che sarebbe stata ben più disastrosa senza le prospettive da lui aperte. Francesco, certamente, ha i suoi difetti e fa i suoi errori, come tutti gli esseri umani. Ma ha avuto il coraggio di entrare nelle acque tumultuose e infide del cambiamento, con la consapevolezza che questo era ciò che Dio gli chiedeva.

Lo Stile Cristiano Secondo Papa Francesco

Papa Francesco ha spesso chiarito cosa non sia lo stile cristiano, contrastando la tentazione di essere «accusatori», «promotori di giustizia mancati», «egoisti» insensibili alle sofferenze altrui, o «mondani», attaccati a superbia e denaro. Lo «stile accusatorio», afferma il Papa, è proprio di quei credenti che sempre cercano di accusare gli altri, vivono accusando e squalificando. «Vivere accusando gli altri e cercando difetti non è cristiano», rimarca il Pontefice, ricordando la «parola chiave» che chiude il Vangelo di Marco: «Vino nuovo in otri nuovi».

«La mondanità, la mondanità che è quello che rovina tanta gente, tanta gente!», esclama il Vescovo di Roma, definendola uno spirito di vanità, superbia e desiderio di apparire, che contrasta con l'umiltà, parte essenziale dello stile cristiano. Bisogna imparare a superare anche quello «spirito egoistico» e «dell’indifferenza» che spesso «si vede nelle nostre comunità». Crede di essere un buon cattolico chi fa le cose ma non si preoccupa dei problemi altrui, delle guerre, delle malattie, della gente che soffre.

È sempre Gesù a inquadrare lo «stile del cristiano» in quell'elenco di Beatitudini riportate dal Vangelo di Matteo che, in più di un’occasione, Papa Francesco ha definito «la carta d’identità» di ogni credente. «Se tu vuoi sapere come è lo stile cristiano, per non cadere in questo stile accusatorio, lo stile mondano e lo stile egoistico, leggi le Beatitudini. E questo è il nostro stile, le Beatitudini sono gli otri nuovi, sono la strada per arrivare».

2020 02 12 Udienza generale Papa Francesco su Beatitudini

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