La Teologia di Benedetto XVI e l'Influenza dello Pseudo-Dionigi Areopagita

Il pensiero di Papa Benedetto XVI, in particolare nelle sue encicliche Deus Caritas est e Spe Salvi, offre una profonda riflessione sulla natura dell'amore di Dio e sul significato della sofferenza umana. Questo magistero si intreccia in modo significativo con la teologia dello Pseudo-Dionigi Areopagita, una figura misteriosa ma estremamente influente nella storia del pensiero cristiano.

L'Amore di Dio e la Sofferenza nel Magistero di Benedetto XVI

Un Dio che Ama Personalmente la Creatura

Nella sua enciclica Deus Caritas est, Benedetto XVI descrive un Dio che ama personalmente la creatura, contrapponendosi a una mentalità del mondo antico che concepiva una divinità non tanto impassibile, quanto estranea all'uomo. Il Papa sottolinea: «… Egli stesso, è l’autore dell’intera realtà; essa proviene dalla potenza della sua Parola creatrice. Ciò significa che questa sua creatura gli è cara, perché appunto da Lui stesso è stata voluta, da Lui fatta. E così appare ora il secondo elemento importante: questo Dio ama l’uomo.»

La potenza divina che Aristotele, al culmine della filosofia greca, cercò di cogliere mediante la riflessione, è sì per ogni essere oggetto del desiderio e dell’amore - come realtà amata questa divinità muove il mondo -, ma essa stessa non ha bisogno di niente e non ama, soltanto viene amata. L’unico Dio in cui Israele crede, invece, ama personalmente. Il suo amore, inoltre, è un amore elettivo: tra tutti i popoli Egli sceglie Israele e lo ama - con lo scopo però di guarire, proprio in tal modo, l’intera umanità.

La Sofferenza Umana e la Presenza Divina

Benedetto XVI affronta anche il tema della sofferenza, spesso vista come radice più profonda dell'assenza di Dio. Egli riconosce la legittimità del lamento di fronte a Dio per la sofferenza incomprensibile e apparentemente ingiustificabile, citando Giobbe: « Oh, potessi sapere dove trovarlo, potessi arrivare fino al suo trono! … Verrei a sapere le parole che mi risponde e capirei che cosa mi deve dire. Con sfoggio di potenza discuterebbe con me? … Per questo davanti a lui sono atterrito, ci penso ed ho paura di lui. Dio ha fiaccato il mio cuore, l’Onnipotente mi ha atterrito » (Gb 23, 3. 5-6. 15-16). Nonostante ciò, Dio non ci impedisce di gridare, come Gesù in croce: « Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? » (Mt 27, 46).

Di fronte a questa domanda, sant’Agostino offre una risposta di fede: « Si comprehendis, non est Deus » - Se tu lo comprendi, allora non è Dio. Per il credente, non è possibile pensare che Dio sia impotente o indifferente. Piuttosto, perfino il nostro grido è, come sulla bocca di Gesù in croce, il modo estremo e più profondo per affermare la nostra fede nella sua sovrana potestà. I cristiani continuano a credere, malgrado tutte le incomprensioni e confusioni del mondo circostante, nella « bontà di Dio » e nel « suo amore per gli uomini » (Tt 3, 4).

Rappresentazione di Giobbe che si lamenta di fronte a Dio

La Capacità di Accettare la Sofferenza

Nella sua enciclica Spe Salvi, Papa Benedetto XVI ricorda che, pur cercando di limitare la sofferenza, non possiamo eliminarla. «Possiamo cercare di limitare la sofferenza, di lottare contro di essa, ma non possiamo eliminarla. Proprio là dove gli uomini, nel tentativo di evitare ogni sofferenza, cercano di sottrarsi a tutto ciò che potrebbe significare patimento, là dove vogliono risparmiarsi la fatica e il dolore della verità, dell’amore, del bene, scivolano in una vita vuota, nella quale forse non esiste quasi più il dolore, ma si ha tanto maggiormente l’oscura sensazione della mancanza di senso e della solitudine. Non è lo scansare la sofferenza, la fuga davanti al dolore, che guarisce l’uomo, ma la capacità di accettare la tribolazione e in essa di maturare, di trovare senso mediante l’unione con Cristo, che ha sofferto con infinito amore.»

L'enciclica presenta la forza della speranza che proviene dalla fede, esemplificata da una "lettera dall'inferno" - una vivida descrizione della sofferenza in un campo di concentramento - dove l'autore, pur in mezzo a tormenti indicibili, proclama la gioia per la presenza di Cristo. Questo richiama il Salmo 139: « Se salgo in cielo, là tu sei, se scendo negli inferi, eccoti […]. Se dico: “Almeno l’oscurità mi copra” […] nemmeno le tenebre per te sono oscure, e la notte è chiara come il giorno; per te le tenebre sono come luce » (Sal 139 [138] 8-12). Cristo, discendendo nell’inferno, si fa vicino a chi vi è gettato, trasformando le tenebre in luce e facendo sorgere la stella della speranza.

Il Valore dell'Umanità nella Condivisione della Sofferenza

La misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente, sia per il singolo che per la società. Una società che non riesce ad accettare i sofferenti e a contribuire con la com-passione a far sì che la sofferenza venga condivisa, è una società crudele e disumana. Accettare l’altro che soffre significa assumere in qualche modo la sua sofferenza, la quale, divenuta condivisa, è penetrata dalla luce dell’amore. La parola latina con-solatio, consolazione, esprime questo "essere-con nella solitudine", che allora non è più solitudine.

Il "sì all’amore" è anche fonte di sofferenza, perché l’amore esige sempre espropriazioni dell’io, in cui ci si lascia "potare e ferire". Per il Papa Emerito, soffrire diventa la condizione per amare: «Soffrire con l’altro, per gli altri; soffrire per amore della verità e della giustizia; soffrire a causa dell’amore e per diventare una persona che ama veramente - questi sono elementi fondamentali di umanità, l’abbandono dei quali distruggerebbe l’uomo stesso.» La fede cristiana, nella storia dell’umanità, ha suscitato nell’uomo la capacità di tali modi di soffrire, decisivi per la sua umanità.

Dio Impassibile ma Compassionevole

Benedetto XVI, attingendo al Dottore San Bernardo di Chiaravalle, sottolinea la connessione tra il Dio impassibile - che per sua natura non può soffrire - e il Dio che sa compatire, rivolto verso la creatura. San Bernardo ha coniato la meravigliosa espressione: « Impassibilis est Deus, sed non incompassibilis » - Dio non può patire, ma può compatire. Non il Padre o lo Spirito in quanto tali, ma il Verbo in quanto incarnato, per l’identità della persona divina soggetto dell’uomo-Gesù, ha voluto soffrire per noi e con noi. Da qui, in ogni sofferenza umana è entrato uno che condivide la sofferenza e la sopportazione, e si diffonde la con-solatio, la consolazione dell’amore partecipe di Dio, facendo sorgere la stella della speranza.

Il Papa aggiunge che si possono "offrire le piccole fatiche del quotidiano", conferendo loro un senso. Questa convinzione permetteva di inserire le piccole difficoltà nel grande com-patire di Cristo, contribuendo così al tesoro di compassione di cui l'umanità ha bisogno. Il Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC 374-379) parla di una giustizia originale, intesa in senso meta-temporale, possibile solo nell'armonia con il Creatore. L'uomo, nell'attuale condizione di peccato, sperimenta la sofferenza, la fatica, la discordia e la morte, poiché è privo di tale armonia.

Vita e Pensieri di San Bernardo di Chiaravalle

Lo Pseudo-Dionigi Areopagita: Teologo del Mistero e della Liturgia

Identità e Scopo dello Pseudonimo

Lo Pseudo-Dionigi Areopagita è una figura assai misteriosa, un teologo del V-VI secolo, il cui nome è sconosciuto, che ha scritto sotto lo pseudonimo di Dionigi Areopagita. Il nome si riferisce alla vicenda raccontata in Atti degli Apostoli (17, 32-34), dove Paolo predicò in Atene sull'Areopago e alcuni si aprirono alla fede, tra cui Dionigi, membro dell'Areopago. Benedetto XVI, in un’udienza del 2008, ha dato un’interpretazione stimolante della scelta dello pseudonimo: «Se l’autore di questi libri ha scelto cinque secoli dopo lo pseudonimo di Dionigi Areopagita vuol dire che sua intenzione era di mettere la saggezza greca al servizio del Vangelo, aiutare l’incontro tra la cultura e l’intelligenza greca e l’annuncio di Cristo». Secondo Ratzinger, fu anche «un atto di umiltà. Non creare un monumento per se stesso con le sue opere, ma realmente servire il Vangelo, creare una teologia ecclesiale».

Questo "santo sconosciuto" fu indubbiamente «uno spirito superiore» (Santa Edith Stein) ed è considerato il Padre orientale che ha maggiormente influenzato l’Occidente, sia a livello della vita spirituale, sia del pensiero speculativo, e anche dell’arte.

La Teologia Liturgica e Cosmica

Il Santo Padre Benedetto XVI ha richiamato come la caratteristica essenziale del pensiero dello Pseudo-Dionigi sia la lode cosmica «che va dai serafini, agli angeli e arcangeli, all'uomo e a tutte le creature che insieme riflettono la bellezza di Dio e sono lode a Dio». Egli ha annotato inoltre che, «essendo la creatura una lode di Dio, la teologia dello Pseudo-Dionigi diventa una teologia liturgica: Dio si trova soprattutto lodandolo, non solo riflettendo; e la liturgia non è qualcosa di costruito da noi, qualcosa di inventato per fare una esperienza religiosa durante un certo periodo di tempo; essa è il cantare con il coro delle creature e l'entrare nella realtà cosmica stessa. E proprio così la liturgia apparentemente solo ecclesiastica, diventa larga e grande, diventa unione di noi con il linguaggio di tutte le creature.»

Questa visione della liturgia, radice anche delle liturgie latine, chiede di essere riscoperta. La liturgia, afferma Dionigi, è la manifestazione della realtà sacra di Dio, "il cielo sulla terra", divina. Di conseguenza, disobbedire alle norme che esprimono tale sacralità in nome dell'arbitrio, significa de-sacralizzare la liturgia, trasformandola da un ricevere dall'alto a un "costruire in basso il vitello d'oro". La sacra liturgia richiede umiltà e obbedienza, perché "la rivelazione è diventata liturgia", come scrive il Papa nel Gesù di Nazaret.

Icona bizantina che rappresenta la Divina Liturgia con i cori angelici

La Teologia Mistica e Apofatica

Dionigi creò la prima grande teologia mistica, in cui la parola "mistica" assume un significato più personale e intimo, esprimendo il cammino dell'anima verso Dio. Egli è un esponente della "teologia negativa" o apofatica, che insegna che «possiamo più facilmente dire che cosa Dio non è, che non esprimere che cosa Egli è veramente». Di Dio, infatti, non si può sapere tutto, ma solo ciò che Gesù Cristo ha rivelato e la Chiesa propone a credere. Perciò la liturgia è anche apofatica.

La sua teologia descrive un Dio come una «luce vividissima ed una oscurità fittissima», una «tenebra ineffabile» che «non è né anima né intelligenza; non possiede immaginazione o opinione o ragione o pensiero; non è né parola né pensiero, non si può esprimere né pensare; non è numero, né ordine né grandezza né piccolezza né uguaglianza né disuguaglitudine né similitudine né dissimilitudine; non sta fermo, né si muove né riposa; non ha potenza e non è potenza; non è luce, non vive, né è vita; non è sostanza, né eternità né tempo; non è oggetto di contatto intellettuale, non è scienza, né verità né regalità né sapienza; non è né uno, né unità né divinità né bontà; non è spirito come lo possiamo intendere noi, né filiazione né paternità; non è nulla di ciò che noi o qualcun altro degli esseri conosce, e non è nessuna delle cose che non sono e delle cose che sono; né gli esseri la conoscono secondo ciò che ella è; né essa conosce gli esseri nel modo in cui essi esistono; di lei non c’è parola o nome o conoscenza; non è tenebra e non è luce, né errore né verità, e nemmeno esiste di lei in senso assoluto affermazione o negazione, ma quando affermiamo o neghiamo le cose che vengono dopo di lei, non affermiamo né neghiamo lei; dal momento che supera ogni affermazione la causa perfetta e singolare di tutte le cose, e sta al di sopra di ogni negazione l’eccellenza di chi è sciolto assolutamente e da tutto, e sta al di sopra dell’universo».

Questo Dio è inafferrabile e inenarrabile nel suo mistero; all'uomo non rimane che il cammino che, sollevandosi in ascesi, può cogliere quella trascendenza assoluta. Predicare le sue qualità e i suoi attributi diventa inutile e vano, poiché le parole umane sono imperfette e incapaci di penetrare la profondità abissale di quella «oscura tenebra luminosissima». Solo il silenzio e la contemplazione possono lambire Dio, in un cammino di ascensione mistica che solo la fede può donare. Benedetto XVI ha evidenziato come il vero volto di Dio sia molto concreto: è Gesù Cristo, e mettersi in ginocchio diventa l'espressione più eloquente della creatura dinanzi al mistero presente.

Le Tre Polarità dell'Interpretazione Ecclesiale della Scrittura

Dionigi, con la stessa parola "teologia" che per lui significa essenzialmente la Sacra Scrittura come Parola di Dio, distingue chiaramente tre polarità dell’interpretazione ecclesiale della Scrittura: la Teologia Mistica, la Teologia Simbolica e la Teologia Noetica (cioè Intellettuale o Speculativa). Questa distinzione è preziosa per riaprire oggi il campo della teologia all’ineffabile esperienza mistica e alla sua espressione privilegiata nella simbolica biblica e sacramentale (cfr. S. Giovanni della Croce), in complementarità con la teologia accademica (cfr. S. Tommaso). È una chiave universale che permette di considerare i Mistici come autentici teologi.

L'Eros di Dio come Agapè

Per Dionigi, Dio si rivela in Cristo Gesù principalmente come Bontà, Bellezza, Amore. Partendo dall’agapè biblica, la sua teologia dell’Amore purifica, integra e trasfigura la grande tematica platonica dell’eros - l’amore innamorato che ha come oggetto proprio la Bellezza e che esprime l’unione con Dio attraverso la simbolica sponsale. Riassumendo il pensiero di Dionigi, che attribuisce l’eros a Dio stesso, Benedetto XVI scrive: «L’eros di Dio per l’uomo è totalmente agapè» (Deus Caritas est, n. 9 e 10).

Dionigi Areopagita ha influenzato profondamente la teologia medievale e la teologia mistica dell'Oriente e dell'Occidente, essendo riscoperto in particolare nel XIII secolo da San Bonaventura, che trovò in questa teologia mistica lo strumento concettuale per interpretare l'eredità di San Francesco. La sua "nuova attualità" risiede nel suo ruolo di mediatore nel dialogo moderno tra il cristianesimo e le teologie mistiche dell'Asia, caratterizzate dalla convinzione che di Dio si può parlare solo in forme negative, e che solo entrando nell'esperienza del "non" Lo si raggiunge. L'incontro con la luce della verità, infatti, apre lo spazio per il dialogo e la comprensione reciproca.

Vita e Pensieri di San Bernardo di Chiaravalle

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