Il rapporto tra Papa Emerito Benedetto XVI e la figura di San Bonaventura è profondo e duraturo, risalendo al settembre del 1955, quando Benedetto XVI lavorò alla sua tesi di abilitazione. In diverse occasioni, il Pontefice ha offerto preziose riflessioni sulla dottrina di San Bonaventura, spesso mettendola a confronto con quella di San Tommaso d'Aquino, altro gigante della teologia medievale.

Il Primato dell'Amore in Bonaventura secondo Benedetto XVI
Marianne Schlosser, ricordando le parole di Benedetto XVI, ha sottolineato come per Bonaventura, San Francesco d'Assisi fosse la prova che "la ricchezza della parola di Cristo è inesauribile".
Papa Benedetto XVI, confrontando Tommaso d'Aquino e Bonaventura sulla concezione del fine ultimo dell'uomo, ha assegnato a Bonaventura il primato dell'amore. Questo primato, tuttavia, non implica un anti-intellettualismo né una rigorosa opposizione al primato della verità di Tommaso. Al contrario, entrambe le concezioni sono considerate in un rapporto di complementarietà reciproca.
Il 17 marzo 2010, Benedetto XVI ha dedicato la terza catechesi a San Bonaventura, approfondendo aspetti della sua dottrina e ponendolo accanto al suo contemporaneo, San Tommaso d'Aquino.
Concezioni della Teologia: Bonaventura e Tommaso a Confronto
Una differenza fondamentale tra i due Dottori della Chiesa riguarda il concetto stesso di teologia. Entrambi si interrogavano se la teologia fosse una scienza pratica o teorica (speculativa).
La Teologia in San Tommaso d'Aquino

San Tommaso d'Aquino rifletteva su due possibili risposte contrastanti:
- La prima sostiene che la teologia è riflessione sulla fede con lo scopo di rendere l'uomo buono, facendolo vivere secondo la volontà di Dio. In quest'ottica, la teologia sarebbe una scienza pratica, guidando l'uomo sulla via giusta.
- La seconda posizione afferma che la teologia cerca di conoscere Dio. Poiché noi siamo opera di Dio e Dio opera in noi l'agire giusto, si tratta sostanzialmente di conoscere Dio, non del nostro operare.
La conclusione di San Tommaso è che la teologia implica entrambi gli aspetti: è teorica, in quanto cerca di conoscere Dio sempre di più, ed è pratica, poiché mira a orientare la nostra vita al bene. Tuttavia, per Tommaso, c'è un primato della conoscenza: dobbiamo soprattutto conoscere Dio, e solo in seguito agire secondo Dio (Summa Theologiae Ia, q. 1, art. 4).
La Teologia in San Bonaventura da Bagnoregio

La risposta di San Bonaventura è simile ma con accenti diversi. Conoscendo gli stessi argomenti di Tommaso, egli introduce una triplice distinzione per rispondere alla domanda se la teologia sia una scienza pratica o teorica. Bonaventura allarga l'alternativa tra teorico (primato della conoscenza) e pratico (primato della prassi), aggiungendo un terzo atteggiamento che definisce "sapienziale". Egli afferma che la sapienza abbraccia entrambi gli aspetti, cercando la contemplazione (come la più alta forma di conoscenza) e avendo come intenzione "ut boni fiamus" - che diventiamo buoni, soprattutto questo: divenire buoni (cfr Breviloquium, Prologus, 5).
Bonaventura aggiunge: "La fede è nell'intelletto, in modo tale che provoca l'affetto. Ad esempio: conoscere che Cristo è morto 'per noi' non rimane conoscenza, ma diventa necessariamente affetto, amore" (Proemium in I Sent., q. 2).
La Difesa della Teologia e il Pericolo della Superbia della Ragione
Nella stessa linea si muove la sua difesa della teologia, ovvero della riflessione razionale e metodica della fede. San Bonaventura elenca alcuni argomenti contro il fare teologia, forse diffusi anche in una parte dei frati francescani del suo tempo e presenti anche nel nostro: la ragione svuoterebbe la fede, sarebbe un atteggiamento violento nei confronti della parola di Dio, suggerendo che dovremmo ascoltare e non analizzare la parola di Dio (cfr Lettera di San Francesco d'Assisi a Sant'Antonio di Padova).
A questi argomenti, che dimostrano i pericoli insiti nella teologia stessa, il Santo risponde: è vero che esiste un modo arrogante di fare teologia, una superbia della ragione che si pone al di sopra della parola di Dio. Ma la vera teologia, il lavoro razionale della vera e buona teologia, ha un'altra origine, non la superbia della ragione. "Chi ama vuol conoscere sempre meglio e sempre più l'amato", pertanto la vera teologia non impegna la ragione e la sua ricerca motivata dalla superbia, ma "sed propter amorem eius cui assentit" - "motivata dall'amore di Colui al quale ha dato il suo consenso" (Proemium in I Sent., q. 2), desiderando meglio conoscere l'amato: questa è l'intenzione fondamentale della teologia.
Storia dell'argomento ontologico: Medioevo - Bonaventura da Bagnoregio
Il Fine Ultimo dell'Uomo: Vedere Dio o Amare Dio?
Di conseguenza, San Tommaso e San Bonaventura definiscono in modo diverso la destinazione ultima dell'uomo, la sua piena felicità:
- Per San Tommaso, il fine supremo cui si dirige il nostro desiderio è: vedere Dio.
- Per San Bonaventura, il destino ultimo dell'uomo è invece: amare Dio, l'incontrarsi e unirsi del suo e del nostro amore.
In tale linea, si potrebbe anche dire che la categoria più alta per San Tommaso è il vero, mentre per San Bonaventura è il bene. Tuttavia, sarebbe errato vedere in queste due risposte una contraddizione. Per entrambi, il vero è anche il bene, e il bene è anche il vero; vedere Dio è amare e amare è vedere. Si tratta, quindi, di accenti diversi di una visione fondamentalmente comune. "Nella notte dell'intelletto l'amore vede ancora - vede quanto rimane inaccessibile per la ragione."
Il Carisma Francescano e il Primato dell'Amore
L'accento specifico della teologia di San Bonaventura si spiega a partire dal carisma francescano. Il Poverello di Assisi, al di là dei dibattiti intellettuali del suo tempo, aveva mostrato con tutta la sua vita il primato dell'amore; era un'icona vivente e innamorata di Cristo e così ha reso presente, nel suo tempo, la figura del Signore - ha convinto i suoi contemporanei non con le parole, ma con la sua vita. Per San Bonaventura, tutta la nostra vita è un pellegrinaggio, una salita verso Dio. "Dio stesso deve aiutarci, deve 'tirarci' in alto."
Maestri di Pensiero per la Chiesa e la Cultura
San Bonaventura da Bagnoregio e San Tommaso d'Aquino "continuano ancora oggi a rappresentare delle fonti di luce e di ispirazione per la Chiesa e per la cultura", in quanto "luminari" per un approccio alla teologia "in cui si compenetrino e si nutrano reciprocamente la profondità intellettuale e la vita spirituale, la scienza e la sapienza, l'umiltà e la carità". Sono santi maestri che non hanno trattenuto i frutti dei loro studi, ma li hanno condivisi "con generoso slancio pastorale e missionario".
Entrambi servirono la Chiesa con diligenza, passione e amore, tanto da essere invitati a partecipare al Concilio Ecumenico di Lione nel 1274, lo stesso anno in cui morirono: Tommaso mentre si recava a Lione, Bonaventura durante lo svolgimento del medesimo Concilio.

L'eredità di Tommaso d'Aquino: Il Doctor Communis
Tommaso d'Aquino, chiamato dalla Chiesa il Doctor communis, è stato "sempre proposto dalla Chiesa come maestro di pensiero e modello del retto modo di fare teologia", come ricordato da Papa Giovanni Paolo II nell'Enciclica Fides et ratio (n. 43).
Vita e Formazione
Storia dell'argomento ontologico: Medioevo - Bonaventura da Bagnoregio
Nato tra il 1224 e il 1225 nel castello di Roccasecca, vicino ad Aquino, Tommaso ricevette la sua prima istruzione presso l'abbazia di Montecassino. Successivamente, si trasferì a Napoli, dove studiò presso l'Università fondata da Federico II. Qui, entrò in contatto con il pensiero di Aristotele, intuendone subito il grande valore, e maturò la sua vocazione domenicana. Nel 1245, fu inviato a Parigi per studiare teologia sotto la guida di Sant'Alberto Magno, con cui strinse una profonda amicizia e stima reciproca, tanto da seguirlo a Colonia per la fondazione di uno studio teologico.
L'Incontro con Aristotele e l'Armonia tra Fede e Ragione
In quel periodo, la cultura latina fu profondamente stimolata dall'incontro con le opere di Aristotele, rimaste ignote per lungo tempo. Si trattava di scritti sulla natura della conoscenza, sulle scienze naturali, sulla metafisica, sull'anima e sull'etica, ricchi di informazioni e intuizioni che apparivano valide e convincenti. Questa visione del mondo, sviluppata prima di Cristo con la pura ragione, esercitava un incredibile fascino sui giovani.
Molti accolsero con entusiasmo, a volte acritico, questo enorme bagaglio del sapere antico, mentre altri temevano che il pensiero pagano di Aristotele fosse in opposizione alla fede cristiana e si rifiutavano di studiarlo. Si incontrarono due culture: quella pre-cristiana di Aristotele, con la sua radicale razionalità, e la classica cultura cristiana.
Certi ambienti furono condotti al rifiuto di Aristotele anche dalla presentazione che ne era stata fatta dai commentatori arabi Avicenna e Averroè. Essi avevano trasmesso al mondo latino la filosofia aristotelica, ma avevano anche introdotto interpretazioni discutibili, come l'idea di un unico intelletto universale comune a tutti gli uomini (depersonalizzando l'uomo) e la concezione di un mondo eterno come Dio. Queste idee scatenarono comprensibilmente dispute incessanti nel mondo universitario ed ecclesiastico.
Tommaso d'Aquino, alla scuola di Alberto Magno, svolse un'operazione di fondamentale importanza per la storia della filosofia, della teologia e della cultura: studiò a fondo Aristotele e i suoi interpreti, procurandosi nuove traduzioni latine dei testi originali in greco. Così, non si appoggiò più solo ai commentatori arabi, ma poté leggere personalmente i testi originali, e commentò gran parte delle opere aristoteliche, distinguendo ciò che era valido da ciò che era dubbio o da rifiutare del tutto, mostrando la consonanza con i dati della Rivelazione cristiana e utilizzando largamente e acutamente il pensiero aristotelico nell'esposizione degli scritti teologici che compose. In definitiva, Tommaso d'Aquino mostrò che tra fede cristiana e ragione sussiste una naturale armonia.
La Produzione Letteraria e l'Impegno Pastorale
Per le sue eccellenti doti intellettuali, Tommaso fu richiamato a Parigi come professore di teologia sulla cattedra domenicana. Qui iniziò la sua produzione letteraria, che proseguì fino alla morte e che ha del prodigioso: commenti alla Sacra Scrittura, commenti agli scritti di Aristotele, opere sistematiche poderose, tra cui eccelle la Summa Theologiae, trattati e discorsi su vari argomenti. Per la composizione dei suoi scritti, era coadiuvato da alcuni segretari, tra i quali il confratello Reginaldo di Piperno, che lo seguì fedelmente e al quale fu legato da fraterna e sincera amicizia, caratterizzata da grande confidenza e fiducia. Questa è una caratteristica dei santi: coltivano l'amicizia, perché essa è una delle manifestazioni più nobili del cuore umano e ha in sé qualcosa di divino, come Tommaso stesso ha spiegato in alcune quaestiones della Summa Theologiae, dove scrive: "La carità è l'amicizia dell'uomo con Dio principalmente, e con gli esseri che a Lui appartengono" (II, q. 23, a. 1).
Nel 1259 partecipò al Capitolo Generale dei Domenicani a Valenciennes, dove fu membro di una commissione che stabilì il programma di studi nell'Ordine. Dal 1261 al 1265, Tommaso fu ad Orvieto. Papa Urbano IV, che nutriva per lui grande stima, gli commissionò la composizione dei testi liturgici per la festa del Corpus Domini, istituita in seguito al miracolo eucaristico di Bolsena. Tommaso ebbe un'anima squisitamente eucaristica. I bellissimi inni che la liturgia della Chiesa canta per celebrare il mistero della presenza reale del Corpo e del Sangue del Signore nell'Eucaristia sono attribuiti alla sua fede e alla sua sapienza teologica.
Dal 1265 al 1268, Tommaso risiedette a Roma, dove, probabilmente, dirigeva uno Studium, e dove iniziò a scrivere la sua Summa Theologiae. Nel 1269 fu richiamato a Parigi per un secondo ciclo di insegnamento, dove le sue lezioni erano seguite con entusiasmo da una moltitudine di studenti. L'interpretazione di Aristotele data da Tommaso non era accettata da tutti, ma persino i suoi avversari in campo accademico ammettevano che la dottrina di frate Tommaso era superiore ad altre per utilità e valore e serviva da correttivo a quelle di tutti gli altri dottori. Oltre che allo studio e all'insegnamento, Tommaso si dedicò anche alla predicazione al popolo, che volentieri andava ad ascoltarlo. È una grande grazia quando i teologi sanno parlare con semplicità e fervore ai fedeli.
Gli Ultimi Mesi e la Rivelazione
Gli ultimi mesi della vita terrena di Tommaso sono circondati da un'atmosfera particolare e misteriosa. Nel dicembre del 1273 chiamò il suo amico e segretario Reginaldo per comunicargli la decisione di interrompere ogni lavoro, perché, durante la celebrazione della Messa, aveva compreso, in seguito a una rivelazione soprannaturale, che quanto aveva scritto fino ad allora era solo "un mucchio di paglia". Questo episodio, misterioso, ci aiuta a comprendere non solo l'umiltà personale di Tommaso, ma anche il fatto che tutto ciò che riusciamo a pensare e a dire sulla fede, per quanto elevato e puro, è infinitamente superato dalla grandezza e dalla bellezza di Dio, che ci sarà rivelata in pienezza nel Paradiso.
Qualche mese dopo, sempre più assorto in una pensosa meditazione, Tommaso morì mentre era in viaggio verso Lione, dove si stava recando per prendere parte al Concilio Ecumenico indetto da Papa Gregorio X.
La vita e l'insegnamento di San Tommaso d'Aquino si potrebbero riassumere in un episodio tramandato dagli antichi biografi. Mentre il Santo era in preghiera davanti al Crocifisso nella Cappella di San Nicola, a Napoli, il sacrestano della chiesa, Domenico da Caserta, sentì svolgersi un dialogo. Tommaso chiedeva, preoccupato, se quanto aveva scritto sui misteri della fede cristiana era giusto. E il Crocifisso rispose: "Tu hai parlato bene di me, Tommaso. Quale sarà la tua ricompensa?". E la risposta che Tommaso diede è quella che anche noi, amici e discepoli di Gesù, vorremmo sempre dirgli: "Nient'altro che Te, Signore!"
La Mostra "Il libro e lo spirito"
Papa Francesco ha ricordato il "Doctor Seraphicus" (San Bonaventura) e il "Doctor Communis" (San Tommaso d'Aquino) in un messaggio inviato a Monsignor Vincenzo Zani, Bibliotecario e Archivista di Santa Romana Chiesa, in occasione dell'inaugurazione della mostra "Il libro e lo spirito", dedicata ai due Dottori della Chiesa, allestita dalla Biblioteca Apostolica Vaticana dal 25 ottobre al 14 dicembre 2024. L'esposizione, nella Sala Kirk Kerkorian, celebra il 750° anniversario della morte di San Bonaventura da Bagnoregio e di San Tommaso d'Aquino, con l'esposizione di codici e testimonianze documentarie.
La Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV) conserva tra i suoi tesori, come ricorda il Papa nel suo messaggio, "autografi, codici delle opere e documenti relativi alla vita e all'attività" del Serafico e dell'Angelico. Il legame tra la Biblioteca del Papa e i due santi, sottolinea Francesco, risale a Sisto IV, che nel 1475, "inaugurò i primi locali della Biblioteca Vaticana proprio in concomitanza con il secondo centenario della morte", e i due sono, non a caso, raffigurati insieme dal Ghirlandaio, nella decorazione della Bibliotheca Latina, tra i grandi autori antichi e cristiani.
Poco più di un secolo dopo, Papa Sisto V, che ha dotato la Biblioteca della sua attuale sede, in un documento poi ripreso da Papa Leone XIII, li associava all'immagine biblica dei «due olivi e i due candelabri che stanno davanti al Signore della terra». Per questo Papa Francesco li definisce "luminari" per un approccio al sapere, "nella disposizione a non trattenere per sé i frutti della speculazione, bensì a condividerli con generoso slancio pastorale e missionario".
Il Pontefice ne parla come di "una preziosa 'compagnia' per ciascun pellegrino in cammino verso Cristo": il percorso che tracciano è descritto da San Tommaso come "via" dell'intelligenza illuminata dalla fede, e da San Bonaventura come "itinerario" della mente, che dalla contemplazione del creato sale verso Dio. Il riferimento è allo sguardo "trinitario" che il Serafico propone sulle creature e sulle loro relazioni, di cui il Papa parla nell'Enciclica Laudato si', e all'integrazione tra "santità dell'intelligenza" e "intelligenza della santità", "che si evince prima di tutto dall'esempio della loro vita".
Francesco ricorda che questo è "l'elemento unificante che emerge dalla mostra", che prevede anche una giornata di studio sui due Dottori, alla quale sono invitate tutte le Università e Facoltà Pontificie Romane. Ha lodato la collaborazione internazionale sviluppatasi attorno al progetto, con il coinvolgimento dell'Ambasciata di Francia presso la Santa Sede, del Centro San Luigi di Roma, della Commissione Leonina, delle Pontificie Università Angelicum, Antonianum e Gregoriana, e dell'Università di Parigi I Sorbona, dove sia San Tommaso sia San Bonaventura si sono formati come Maestri di Teologia.
Il Pontefice ha citato quindi i predecessori San Paolo VI, che in occasione dell'analoga esposizione realizzata nel 1974, per il settimo centenario della morte dei due grandi Santi, definiva l'Angelico come «Luminare della Chiesa e del mondo intero»; e Papa Benedetto XVI, studioso del pensiero e dell'opera del Serafico, che in una catechesi del 2010, ne richiamava l'elogio, composto da un anonimo notaio pontificio, come "Uomo buono, affabile, pio e misericordioso, colmo di virtù, amato da Dio e dagli uomini". La presente mostra, ponendosi in questa scia, vuole contribuire a trovare oggi linguaggi e strumenti adeguati, affinché il pensiero dei due "giganti" della dottrina cattolica possa continuare a diffondersi, raggiungendo tutti.
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