La riflessione sul bene e sul male è una delle questioni più antiche e profonde dell'esistenza umana, toccando il cuore della morale e della coscienza che coinvolge volontà, sentimento e azione. Essa rappresenta una scelta radicale e decisiva di vita. Quando gli uomini compiono una scelta drammatica, spesso cercano di determinare ciò che è buono o perverso a proprio piacimento, aspirando a "diventare come Dio". Questa ambizione è la radice del "peccato originale" e l’essenza ultima di ogni peccato, il grido ribelle che l'uomo lancia contro la divinità.
Il fatto di credere in qualcosa dovrebbe influenzare il nostro modo di vivere, poiché esprimere ciò in cui crediamo equivale, di norma, a esprimere come viviamo. Ad esempio, a cosa serve credere che lo sport giova alla salute se non si pratica alcuno sport? O affermare che Dio ama l’umanità se poi non si aiuta il prossimo quando ha bisogno? Quando facciamo il bene solitamente proviamo un senso di soddisfazione; quando ci rendiamo conto di fare il male proviamo un senso di colpa e di vergogna.
Origine dei Termini: Morale ed Etica
Il termine "morale" deriva dal sostantivo plurale latino mores (“usi, costumi, stile di vita, abitudini”); "etica", invece, deriva dall’aggettivo greco ethikos, il quale deriva a sua volta dal sostantivo ethos (“usanza”, “costume”). "Etica" è diventato un termine filosofico con cui si indica la scienza della morale (come ne L’Etica Nicomachea di Aristotele o ne L’Etica di Spinoza). Se l’etica è ormai apprezzata quale esercizio di riflessione, la morale è spesso svilita e sottovalutata, ridotta a un mero elenco di regole.
La teologa France Quéré (1936-1995), in linea col sentire della maggioranza, sostiene: “L’etica descrive, la morale prescrive”. E aggiunge: “L’etica avrebbe pertanto il privilegio della riflessione teorica, quello di interrogarsi sulle fonti, sulla libertà, sui valori, sugli scopi delle azioni, sulla dignità, i rapporti con gli altri e i concetti relativi a tali questioni complesse. Alla morale spetterebbe inserire le risposte generate dalla riflessione in uno stile di vita e applicarle all’economia, al diritto, alla politica, alla scienza”. Tuttavia, cosa sarebbe un’etica degli affari senza obblighi? O una morale sessuale priva di riflessione?
Il vescovo Claude Dagens fa notare che siamo passati da una “società del precetto a una società del dispetto”. Egli interroga: "L’immoralità non è distruttiva? Quando con piena cognizione di causa un bancario vende un cattivo prodotto finanziario ai suoi clienti commette un atto immorale che ha delle conseguenze sociali." Su questo punto sono tutti d'accordo, ma le società occidentali sono molto riluttanti a pronunciarsi sulla morale sessuale, ritenuta una questione puramente privata. Certo, anche il moralismo costituisce un pericolo, poiché il moralista giudica senza amore e cade nell’ipocrisia. Gesù condannava quei religiosi che predicavano bene e non razzolavano affatto. Ai suoi discepoli il Maestro chiedeva di non ergersi a giudici degli altri bensì di giudicare se stessi per primi (cfr. Matteo 7:1-5).
Infatti, Chiesa, famiglia, scuola e politica non sono più riconosciute come valide fonti morali da tutti. Affinché un’azione si possa definire etica deve essere specificamente umana, cioè consapevole e responsabile. È l’amore che porta a donare e a donarsi.
L'Albero della Conoscenza del Bene e del Male nella Genesi
Nelle tradizioni di discendenza biblica, l'albero della conoscenza del bene e del male (in ebraico עֵץ הַדַּעַת טוֹב וָרָע, etz ha-daʿat tov va-raʿ), o semplicemente albero della conoscenza, è un albero menzionato nella Genesi e posto al centro dell'Eden insieme all'albero della vita eterna. Secondo il libro della Genesi, Dio impose all'uomo il comando: “Di ogni albero del giardino puoi mangiare a sazietà. Ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne devi mangiare, perché nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai” (Gen 2,16-17).
Il divieto di consumo riguardava solo quest’albero. Il serpente, più astuto di tutti gli animali dei campi, tentò la donna: “È vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?”. La donna rispose che potevano mangiare dei frutti degli alberi del giardino, ma che del frutto dell’albero in mezzo al giardino Dio aveva detto di non mangiarlo e di non toccarlo, altrimenti sarebbero morti. Il serpente ribatté: “Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male” (Gen 3,1-5). Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Subito dopo, i loro occhi si aprirono e si accorsero di essere nudi (Genesi 3:7).

Interpretazioni Tradizionali e Testi Antichi
La Scrittura non indica chiaramente il nome botanico dell'albero. I maestri della tradizione ebraica insegnano che la trasgressione di Adamo ed Eva consistette nel tentativo di trarre la conoscenza, un elemento spirituale, dal frutto, un elemento materiale. Un midrash insegna che originariamente l’Albero della conoscenza del bene e del male era legato a quello della Vita, posti entrambi nel Giardino dell’Eden: con il peccato Adamo ne ruppe il legame. I testi ebraici che commentano la Torah spiegano che l’Albero della Conoscenza possedeva anche il tronco saporito dello stesso gusto del frutto. Dio proibì al padre e alla madre dell’umanità di mangiare il frutto, ma Adamo aggiunse una proibizione dicendo ad Eva di non toccarlo. Il serpente approfittò dell’indecisione di Eva spingendola contro l’albero che quindi toccò; quando lei non ne vide le conseguenze prospettate, decise di mangiarne il frutto. Il libro della Genesi (Capitolo 3, 7) riporta che le foglie utilizzate per coprire la vergogna di Adamo ed Eva erano di fico.
Nel Cattolicesimo, Agostino d’Ippona insegnò che l’albero doveva essere inteso sia simbolicamente sia come un vero albero. Agostino ha sottolineato che i frutti di quell’albero non erano essi stessi malvagi, dato che tutto ciò che Dio ha creato era cosa buona (Gen 1, 2). Nella cultura dell’Europa occidentale, soprattutto a partire dal Medioevo, l’Albero della Conoscenza del bene e del male viene considerato un melo. È possibile che l’iconografia di due giovani che si scambiano una mela, attributo di Venere, la dea dell'amore erotico in alcune culture precristiane, sia poi passata in ambito cristiano, dando origine a questa identificazione.
Il Corano non si riferisce mai all’albero come “Albero della Conoscenza del bene e del male”, ma in generale, si riferisce ad esso semplicemente come “l’albero” o (nelle parole di Iblis, ovvero il Diavolo) come “Albero dell’immortalità”. Quando mangiarono da questo albero, rese nota la loro nudità e cominciarono a intrecciare insieme le foglie del Giardino per coprirsi. Il Corano menziona il peccato come una “scivolata”, e dopo questo “scivolone” furono cacciati dal Giardino e destinati a vivere sulla Terra. Di conseguenza, si pentirono a Dio e chiesero il Suo perdono ed Egli li perdonò.
Significati Profondi della Conoscenza
La frase in ebraico: טוֹב וָרָע (tov wa-ra’), si traduce letteralmente come "bene e male". Potrebbe però essere un esempio di tipo retorico conosciuto come merismo, una forma letteraria che accoppia termini opposti per creare un significato generale, in modo che la frase “bene e male” implichi semplicemente il “tutto” o "la totalità della conoscenza". Questo è visto nell’espressione Egizia “male-bene”, che normalmente viene usata per significare “tutto”.
Per gli antichi, possedere la conoscenza del bene e del male significava quindi l’accesso a una consapevolezza integrale, alla capacità di discernere e decidere ogni cosa. Per esempio, in Deuteronomio 30,15-19, Dio mette di fronte a Israele “la vita e il bene, la morte e il male” e invita il popolo a scegliere la vita aderendo alla sua legge.
Papa Giovanni Paolo II afferma nella *Veritatis Splendor* che con l'immagine dell'Albero della Conoscenza del Bene e del Male la Rivelazione insegna che il potere di decidere del bene e del male non appartiene all'uomo, ma a Dio solo. La libera obbedienza dell'uomo alla legge di Dio implica effettivamente la partecipazione della ragione e della volontà umane alla Sapienza e alla Provvidenza di Dio.
Per comprendere il termine "conoscenza" bisogna osservare che nel linguaggio biblico il “conoscere” non è semplicemente un’attività dell’intelligenza, ma è un conoscere esperienziale che coinvolge tutta l’esistenza dell’uomo. L’intera formula "conoscere il bene e il male" ricorre spesso nella Bibbia a indicare la totalità positiva o negativa attraverso la menzione dei due poli antitetici (cfr. Dt 1,39; 1Re 3,7-9). Se la formula impiegata in Gn 2-3 si dovesse intendere in tal senso, allora l’Albero della Conoscenza del Bene e del Male significherebbe la conoscenza universale, superiore, riservata solo a Dio. Nel momento in cui Adamo ed Eva tentassero di appropriarsene con una ricerca o con l’esperienza, essi oltrepasserebbero i limiti della loro natura e si approprierebbero di un bene indebito.
Nella sua preghiera, Salomone chiede a Dio “un cuore che comprenda per giudicare, in modo da distinguere il bene e il male” (1Re 3,9), e Dio gli concede “un cuore saggio e intelligente (o perspicace) come nessuno ne ebbe né prima né dopo di lui” (v. 12). La vera sapienza, secondo questo testo, consiste nella capacità di discernere tra bene e male, in vista della scelta nell'azione.
La Questione dell'Origine del Male
La domanda "Perché Dio permette il male?" è spesso posta. Molti, non trovando una risposta soddisfacente, arrivano alla conclusione che, poiché esiste il male, Dio non può esistere. Tuttavia, la Bibbia afferma l'esistenza di Dio e non tace la presenza del male: “La terra è data in balìa dei malvagi” (Gb 9:24).
Alcune traduzioni bibliche dicono che Geova crea “il male” (Isa 45:7). Ma la traduzione corretta del termine ebraico raʽ in questo contesto è “calamità” o “sciagura”. Questo versetto non trasmette l’idea che Dio crei qualcosa di moralmente sbagliato, ma piuttosto che Egli faccia abbattere una calamità per applicare la giustizia (Es 33:4; Dt 6:22). Esempi di calamità causate da Geova sono il Diluvio dei giorni di Noè e le dieci piaghe abbattutesi sull’Egitto, entrambi legittime applicazioni della giustizia contro i malfattori.
Il male, di per sé inoffensivo se rimane solo una possibilità che non cogliamo, produce le sue conseguenze se lo scegliamo. Può essere definito come tutto ciò che provoca sofferenza, dolore o afflizione. Il termine ebraico רָע (ra) ha un significato molto ampio, potendo indicare non solo “male” ma anche “cattivo”, “brutto”, “disastroso”, “ostile”. Allo stesso modo, il termine greco κακός (kakòs) indica ciò che è dannoso e nocivo, oltre che “male”. Male e bene appaiono attaccati come due facce della stessa medaglia: non esiste moneta con una sola faccia, eppure è possibile disporla solamente su una sola faccia alla volta. La distinzione tra bene e male è qualcosa che spetta solo a Dio; è il Creatore che stabilisce cosa sia bene e cosa sia male.
A volte il male è una tappa obbligata verso il bene, come nel caso dell’estrazione di un dente per un bene finale. A volte il bene è occasione per compiere il male. Il male può essere una tutela e una protezione: se non si provasse male avvicinando una mano alla fiamma, molti andrebbero incontro a pericoli insensati. La creazione sarebbe un assurdo balocco se fosse impedita la sofferenza come conseguenza di un gesto inconsulto.
La Libertà, la Coscienza e l'Inclinazione al Male (Yetzer Ra)
Dio ha creato l'uomo a sua immagine e l'ha costituito nella sua amicizia. Creatura spirituale, l'uomo non può vivere questa amicizia che come libera sottomissione a Dio. Adamo ed Eva sono posti di fronte a una scelta: se accettare di dipendere da Dio nella determinazione del bene e del male oppure no; se costruire l’esistenza e il destino con Dio o senza Dio; se essere gli arbitri assoluti di se stessi o dipendere da Dio in tutto questo. La storia umana, una storia di libertà, ha avuto inizio in questo modo.
Nel Talmud si legge che Dio “creò l’uomo con due inclinazioni: la buona e la cattiva” (Berachòt 61a). Questo si basa sul passo biblico di Gn 2:7, dove il verbo ebraico per “formò” (וַיִּיצֶר, vayiytzèr) è scritto stranamente con due yod (י). I rabbini notano che lo yod è la prima lettera della parola יֵצֶר (yètzer), che significa “inclinazione”.
- Yetzer Tov (Inclinazione al Bene): Si manifesta nella coscienza morale come una voce interiore che ci segnala ciò che è giusto. La coscienza è innata: Adamo ed Eva la sperimentarono subito, nascondendosi per la vergogna (Gn 3:7). Paolo conferma che ogni essere umano la possiede: "La loro condotta dimostra che nei loro cuori è scritto ciò che la Legge prescrive. Lo dimostrano la loro coscienza e i ragionamenti che fanno tra di loro, con i quali, a volte, si accusano, e a volte si difendono" (Romani 2:14-15).
- Yetzer Ra (Inclinazione al Male): Va compresa secondo il pensiero ebraico come la nostra natura egoistica. Tuttavia, non è intrinsecamente negativa, ma può essere un "egoismo razionale". È grazie a questo istinto che progrediamo, mettiamo su casa, ci sposiamo, curiamo il benessere nostro e dei nostri cari. Lo Yetzer Ra è un’inclinazione interiore che fa parte della persona. Tuttavia, da uno stimolo in sé positivo si può andare oltre e degenerare. L'inclinazione tende al male sin da quando l’essere umano è giovane: “L’inclinazione [יֵצֶר (yètzer)] del cuore dell’uomo è cattiva [רַע (ra)] fin dalla sua giovinezza” (Gn 8:21).
Studiamo insieme - Terra di Israele e fede!
Il male che non vogliamo, lo facciamo, come dice Paolo (Romani 7:19). Da quando abbiamo mangiato del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male, noi uomini abbiamo sviluppato una certa coscienza del valore (positivo e negativo) di ciò che facciamo e di ciò che ci succede. Si tratta di una coscienza imperfetta e a volte contraddittoria, ma che è pur sempre all’origine del sistema di regole e di valori socialmente condivisi che governa la nostra vita.

Il Discernimento del Bene e del Male nella Fede Cristiana
Nella Bibbia la morale non è indipendente dalla fede. Le due tavole della legge - ad es., quella nei confronti di Dio (“Non avere altri dèi oltre a me”) e quella nei confronti del prossimo (“Onora tuo padre e tua madre”) - sono inscindibili. Gesù evocherà la forza di tale vincolo affermando: “‘Ama il Signore Dio tuo...’ Il secondo, simile a questo, è: ‘Ama il tuo prossimo come te stesso’” (Matteo 22:37-39). Per Israele, il rispetto del prossimo faceva parte integrante del culto di Dio.
La Bibbia invita a cercare il nostro bene in Dio e ci presenta il nostro Dio come qualcuno che ci fa conoscere il suo cuore (i suoi pensieri) con il suo sguardo e la sua parola. La rivelazione della conoscenza del vero bene richiede quindi una ricerca personale, la ricerca di una persona. "Il mio cuore mi dice da parte tua: «Cercate il mio volto!» Io cerco il tuo volto, o SIGNORE" (Salmi 27:8).
Non è quindi ciò che insegna la tradizione (e che in ogni cultura è diventato parte del senso comune di quel dato popolo) che ci può condurre davvero sulla via del bene e allontanare definitivamente dal male. La conoscenza della Legge non è affatto sufficiente a se stessa. Il ruolo della Legge è quello di illuminare la coscienza, ma la coscienza non basta a renderci giusti, nemmeno se è rettamente illuminata. Anzi, è proprio il fatto di sapere che certe cose sono bene e certe altre male che ci porta tormento, senso di colpa e tanto interno ragionare.
Senza Cristo, il dilemma degli uomini di buona volontà è insolubile. Se il male viene dal cuore, la soluzione è la conversione del cuore. Riponendo la nostra fede in Cristo riceviamo una forza di vita più potente delle forze della morte: la forza dello Spirito Santo (cfr. Romani 8:2). Questo non significa che quando ci convertiamo a Cristo non dobbiamo più lottare. Paolo ammette realisticamente che ci vogliono volontà e coraggio per spezzare il legame con le forze della morte ancora presenti in noi, ma aggiunge che ciò è certamente possibile, con l’aiuto dello Spirito.

Il Tribunale di Cristo e il Comportamento Cristiano
A noi poi pochissimo importa di essere giudicati da un tribunale umano; "infatti non ho coscienza di alcuna colpa; non per questo però sono giustificato; colui che mi giudica è il Signore" (1Corinzi 4:3-5). Dio vede quello che non si vede e giudica i motivi del cuore. Il tribunale della nostra coscienza valuta solo in base alla nostra umana conoscenza del bene e del male. Ma Dio sì che sa cosa è veramente buono e cosa è veramente cattivo, sia per noi che in noi. "Noi tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, affinché ciascuno riceva la retribuzione di ciò che ha fatto quando era nel corpo, sia in bene sia in male" (2 Corinzi 5:10).
Il cristiano è chiamato a sopportare il male e a non ricambiare il male subìto o a fare del male ad altri. Il consiglio della Bibbia è: “Non rendete a nessuno male per male”. “Non vi vendicate... ‘La vendetta è mia; io ricompenserò, dice Geova’”. “Non farti vincere dal male, ma continua a vincere il male col bene” (Romani 12:17, 19, 21). Inoltre, i servitori di Dio non dovrebbero mai essere colti a praticare il male, poiché le autorità agiscono per reprimerlo secondo la legge del paese e nel legittimo esercizio dell’autorità loro concessa di punire i trasgressori (Romani 13:3, 4). Sopportando il male per amore della giustizia il cristiano ha il privilegio di avere una parte nel glorificare il santo nome di Dio.