Introduzione alle Beatitudini
La quarta domenica del tempo ordinario ci presenta il celebre brano del vangelo di Matteo, detto delle beatitudini e classificato come il discorso della Montagna, fatto da Gesù alle persone che lo seguivano. Matteo, infatti, colloca questo sermone in un contesto ben preciso, focalizzando l'attenzione sull'essenza stessa del messaggio cristiano.
Gesù, vedendo le folle, salì sul monte, cioè su una roccia, in modo da essere visibile e soprattutto per favorire l'ascolto dei presenti. Si pose a sedere, e nel frattempo si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Questo atteggiamento è proprio del maestro che insegna.
San Leone Magno, teologo e padre della Chiesa, commentando questo passo evangelico, scrive che il Signore «andò in un luogo solitario di un vicino monte. Lassù chiamò a sé gli apostoli, per istruirli dall'alto di quella misteriosa cattedra con dottrine più elevate... Non era circondato, come allora [ai tempi di Mosè], da dense nubi, né da tuoni e bagliori terribili, che tenevano lontano dal monte il popolo. Ora si intratteneva con i presenti in un dialogo tranquillo e affabile. Egli fece questo perché la soavità della grazia rimuovesse la severità della legge e perché lo spirito di adozione eliminasse il terrore della schiavitù».
Il significato dell'insegnamento di Cristo lo manifestano le sue parole. Le otto beatitudini indicate da Matteo sono considerate la sintesi di un più ampio discorso di Gesù, tanto da essere la carta magna della dottrina spirituale, morale ed ecclesiale di tutto il cristianesimo.

Il Significato Profondo di "Beati"
La parola greca tradotta "beati" significa "felici, gioiosi" o, letteralmente, "espandersi". Nel discorso della montagna, Gesù usa questa parola per riferirsi a qualcosa di più di una semplice felicità superficiale; in questo contesto, beati si riferisce a uno stato di benessere e di prosperità spirituale. La felicità è una profonda gioia dell’anima.
I Padri della Chiesa ribadiscono continuamente che solo «Dio è veramente beato», mentre l'uomo è «beato» se diviene «partecipe della essenziale beatitudine di Dio». La storia dell'umanità è un progressivo pellegrinaggio verso la felicità eterna, iniziato con la discesa di Cristo, Figlio di Dio, sulla terra, il quale ha innalzato l'uomo fino al cielo. Oltre a questa finalità umanitaria, i Padri della Chiesa intravidero nelle beatitudini un «segno» della sua missione e della identità di Figlio di Dio. La strada delle beatitudini conduce gli uomini dalla terra al cielo saziando la loro sete di felicità.
Le beatitudini, come promessa di felicità, sono un invito alla bellezza, a lavorare la propria vita fino a farne un capolavoro. Ma ancor più che di felicità, l’uomo ha bisogno di senso, e le beatitudini attestano che si può trovare senso anche nell’assurdo del dolore, che il mondo può essere vissuto anche nell’invivibile della persecuzione, della violenza subita, di situazioni di guerra e non di pace.
Le Otto Beatitudini Secondo Matteo
La ricchezza inesauribile della pagina evangelica delle beatitudini ci consente solo alcune annotazioni che si limitano a sfiorare, e solo parzialmente, la profondità e l’ampiezza del messaggio. Esse nascono dallo sguardo di Gesù sulle folle e si presentano come discorso magisteriale, come appare dalla posizione seduta di Gesù, propria del maestro che insegna.
Le beatitudini secondo il Vangelo di Matteo (5,3-12) sono:
- «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
- Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.
- Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.
- Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
- Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
- Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
- Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
- Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Il messaggio delle beatitudini sembra straripare dal cuore di Cristo l'infinito amore di Dio per l'intera famiglia umana. Le persone che sperimentano il primo aspetto di una beatitudine (i poveri in spirito, gli afflitti, i mansueti, coloro che hanno fame e sete di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace e i perseguitati) sperimenteranno anche il secondo aspetto della beatitudine (il regno dei cieli, la consolazione, l’ereditare la Terra, l’essere saziati, la misericordia, il vedere Dio, l’essere chiamati figli di Dio, l’ereditare il regno dei cieli). I beati prendono parte alla salvezza e sono entrati nel regno di Dio, sperimentando un’anticipazione del Cielo.
Le Beatitudini e le Maledizioni di Luca
Il Vangelo di Luca (6,17.20-26) riporta le beatitudini in maniera più succinta e le affianca a una serie di "guai" (maledizioni), che ne chiariscono ulteriormente il carattere paradossale. Mescolati alla folla radunata sulla montagna dinanzi al lago di Galilea per l'ascolto della Parola di Dio, oggi possiamo ascoltare le sue parole quasi fossero dirette a noi.
Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone. Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva:
- «Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio.
- Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati.
- Beati voi che ora piangete, perché riderete.
- Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v’insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i profeti.
Ma, guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione. Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete. Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti.

Le Beatitudini: Carta d'Identità del Discepolo di Gesù
Le beatitudini sono un insegnamento: «Gesù si mise a parlare e insegnava loro dicendo: Beati i poveri in spirito» (Mt 5,2-3). Questo insegnamento è trasmissione di vita e nasce da un’esperienza: Gesù comunica ciò che ha vissuto, elaborato e rivissuto interiormente, pensato e posto davanti a Dio.
Le beatitudini evangeliche rivelano la personalità del discepolo di Gesù, potremmo dire la sua “Carta di identità”. Esse sono le qualità dello stesso gruppo, cioè poveri, miti, misericordiosi, affamati e assetati di giustizia, portatori di pace e perseguitati. Le beatitudini descrivono il discepolo ideale e le sue ricompense, sia presenti che future. Le persone che Gesù descrive in questo passaggio hanno una diversa qualità di carattere e di stile di vita rispetto a quelle che sono "al di fuori del regno."
Papa Francesco spiega che «le beatitudini sono il ritratto di Gesù, la sua forma di vita; e sono la via della vera felicità, che anche noi possiamo percorrere con la grazia che Gesù ci dona». Le parole delle beatitudini rivelano la forza e l’autorevolezza di chi le pronuncia e diventano una sorta di identikit spirituale di Gesù stesso: Lui è l’uomo delle beatitudini. Queste parole aprono uno squarcio sull’esperienza interiore di Gesù.
Non Solo Fatti, ma Trasformazione Interiore
Gesù non dice che basta piangere o essere perseguitati per essere beati, ma suggerisce che occorre fare qualcosa della persecuzione che si subisce o della situazione di afflizione che si vive perché diventi motivo di beatitudine. Non basta un gesto di misericordia o di mitezza per essere beati, ma che occorre perseverare ostinatamente nella misericordia e nella mitezza fino a farle divenire tratti costitutivi della persona.
Questo implica un lavoro interiore e spirituale profondo che ha forgiato un sapere e una sapienza. Le beatitudini sono il frutto della purificazione dello sguardo del cuore che sa vedere anche situazioni di vita assolutamente penose e dolorose non più soltanto come cosa da fuggire o da temere, ma come occasione di umanizzazione e di vita sensata ed evangelica.
Esse nascono dal silenzio e dalla sofferenza, dalla lotta interiore e dalla solitudine. Sono parole la cui potenza è nascosta nella loro verità inesauribile: verità provata da Gesù stesso che ha vissuto in sé ciò che ora può proclamare come autorevole e vero per ogni uomo.
Le Beatitudini e il Decalogo: Compimento, non Antitesi
Le Beatitudini vengono non di rado presentate come l'antitesi neotestamentaria al Decalogo, come l'etica più elevata dei cristiani nei confronti dei comandamenti dell'Antico Testamento. Questa interpretazione fraintende completamente il senso delle parole di Gesù.
Gesù ha sempre dato per scontata la validità del Decalogo (cfr., per es., Mc 10,19; Lc 16,17); il Discorso della montagna riprende i comandamenti della Seconda tavola e li approfondisce, non li abolisce (cfr. Mt 5,21-48). Il principio fondamentale premesso a questo discorso sul Decalogo è chiaro: «Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà dalla Legge neppure un iota o un segno, senza che tutto sia compiuto» (Mt 5,17s).
Le Beatitudini si inseriscono in una lunga tradizione di messaggi veterotestamentari, quali troviamo, per esempio, nel Salmo 1 e nel testo parallelo di Geremia 17,7s: «Benedetto l'uomo che confida nel Signore...». Sono parole di promessa, che nello stesso tempo contribuiscono al discernimento degli spiriti e diventano così parole guida.
IL SERMONE SUL MONTE Le 8 Beatitudini che Cambiano la Vita Matteo 5 7 Spiegato
Analisi Approfondita di Alcune Beatitudini
I Poveri in Spirito: Apertura del Cuore a Dio
L'espressione enigmatica «poveri in spirito» ricorre nei rotoli di Qumran, dove costituisce l'autodefinizione dei devoti, che si chiamano anche «i poveri della grazia» o «i poveri della tua redenzione». Con questa autodefinizione esprimono la loro consapevolezza di essere il vero Israele, riprendendo tradizioni profondamente radicate nella fede di Israele.
All'epoca della conquista babilonese della Giudea e a causa della politica fiscale dei persiani, dopo l'esilio si era venuta nuovamente a creare una drammatica situazione di povertà. L'antica concezione, secondo la quale le cose vanno bene al giusto mentre la povertà è conseguenza di una vita malvagia, non era più sostenibile. Ora, proprio nella sua povertà, Israele si riconosce vicino a Dio, riconosce che proprio i poveri nella loro umiltà sono vicini al cuore di Dio, al contrario della superbia dei ricchi che contano solo su se stessi.
In molti Salmi si esprime la pietà dei poveri che così è maturata; essi si riconoscono come il vero Israele. In questa pietà, nel profondo rivolgersi alla bontà di Dio e nell'attesa vigile dell'amore salvifico, si è sviluppata quell'apertura di cuore che ha spalancato le porte a Cristo.
La povertà di cui si parla non è mai un fenomeno puramente materiale. La povertà puramente materiale non salva, anche se di certo gli svantaggiati di questo mondo possono contare in modo molto particolare sulla bontà divina. Ma il cuore delle persone che non posseggono niente può essere indurito, avvelenato, malvagio. D'altra parte, la povertà di cui si parla non è neanche un atteggiamento puramente spirituale, ma una libertà da cose e legami da cui si fa dipendere la propria vita.
Non c'è alcuna contrapposizione tra Matteo, che parla dei poveri in spirito, e Luca, secondo il quale il Signore si rivolge semplicemente ai «poveri». È chiaro che Matteo rimane totalmente nella tradizione della pietà dei Salmi e nella visione dell'Israele autentico. Sono uomini che non fanno sfoggio delle loro prestazioni di fronte a Dio, né si presentano davanti a Lui come soci paritetici in affari. Sono uomini che sanno di essere anche interiormente poveri, che amano, che accettano con semplicità ciò che Dio dona loro e proprio per questo vivono in intimo accordo con l'essenza e la parola di Dio.
La Chiesa, per essere comunità dei poveri di Gesù, ha sempre bisogno di persone che sappiano compiere grandi rinunce, che vivano la povertà e la semplicità e mostrino la verità delle Beatitudini per scuotere tutti affinché intendano il possesso solo come servizio, affinché si contrappongano alla cultura dell'avere in nome di una cultura della libertà interiore e creino i presupposti della giustizia sociale. Sebbene il Discorso della montagna non sia un programma sociale in sé, la giustizia sociale può crescere solo dove il suo grande orientamento resta vivo nei sentimenti e nell'agire, e dove dalla fede deriva la forza della rinuncia e della responsabilità verso il prossimo.

Francesco d'Assisi: Interprete Autentico della Povertà in Spirito
I santi sono gli autentici interpreti della Sacra Scrittura, rendendo comprensibile il significato di un'espressione proprio nelle persone che ne sono state completamente conquistate e l'hanno realizzata nella propria vita. Francesco d'Assisi ha colto la promessa della Beatitudine dei poveri in spirito nella sua radicalità estrema, fino al punto di dare via anche il proprio vestito e farsene dare uno dal Vescovo.
Per Francesco questa umiltà estrema significava soprattutto libertà di servire, libertà per la missione, estrema fiducia in Dio che provvede ai suoi figli. Significava un correttivo alla Chiesa del suo tempo che, con il sistema feudale, aveva perso la libertà e la dinamica dello slancio missionario; significava un'intima apertura a Cristo a cui, mediante lo strazio delle stigmate, veniva totalmente conformato cosicché egli veramente non viveva più se stesso, ma, in quanto persona rinata, esisteva completamente da Cristo e in Cristo.
I Puri di Cuore: Integrità e Visione di Dio
Una delle beatitudini forse più incompresa, o mal compresa perché moralizzata, è quella dei puri di cuore: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5,5).
Per la Scrittura il puro di cuore è anche colui che ha “mani innocenti” (Sal 24,4). Dunque, è colui che ha cuore e mani pulite. Il cuore, luogo nativo del volere e del decidere, è anche all’origine dell’agire simbolizzato dalle mani. Puro di cuore è colui che cerca di unificare cuore e mano, intenzione e azione, coscienza e prassi. Integrità e coerenza personali sono contrassegni del puro di cuore: ha compreso che l’unico potere degno e legittimo è quello su di sé, non sugli altri.
Se il cuore rinvia al sé, alla coscienza della persona, la purezza di cuore contesta la tirannia dell’“io”. Puro di cuore è chi non sa di esserlo, anzi vede la propria distanza dal Signore e, fissando lo sguardo e la speranza su di Lui che è puro, entra in quell’oblio di sé che è assenza di calcolo, di artificio, di accomodamento, di manipolazione. La purezza di cuore si manifesta così come semplicità, come libertà da cose e legami da cui si fa dipendere la propria vita. Amare con purezza implica l’uscita dall’amor proprio.
La purezza dell’agire è però anche purezza del parlare. La Bibbia sa bene che la bocca parla dalla pienezza del cuore e che non ciò che entra nell’uomo lo rende impuro ma ciò che ne esce. Se in Sal 24 il puro di cuore è colui che non spergiura e non inganna, nel Sal 15 esso è colui che non insulta, non calunnia, ma dice la verità che ha nel cuore. Purezza di cuore è dunque anche limpidezza della parola e trasparenza della comunicazione.
L’uomo delle beatitudini appare Gesù, colui il cui parlare è stato «sì, sì, no, no» (Mt 5,37), colui che ha detto la verità senza guardare in faccia a nessuno, colui di cui si è potuto dire: «Mai nessuno ha parlato come parla quest’uomo» (Gv 7,46). Il puro di cuore, che cerca di integrare cuore e azione e dice la verità che ha nel cuore, si trova così nella spiacevole situazione del testimone, del martire. Da lui si fugge perché la verità che pronuncia è umiliante e ferisce l’orgoglio degli orgogliosi e svela le persone per ciò che sono in verità.
La Natura Cristologica e Paradossale delle Beatitudini
Le Beatitudini esprimono ciò che significa discepolato. Esse diventano tanto più concrete e reali quanto più completa è la dedizione al servizio da parte del discepolo, come possiamo sperimentare in modo esemplare in San Paolo. Il loro significato non può essere spiegato solo in modo teorico: viene proclamato nella vita, nella sofferenza e nella misteriosa gioia del discepolo, che si è donato interamente al seguito del Signore.
In questo modo si palesa il carattere cristologico delle Beatitudini. Il discepolo è legato al mistero di Cristo. La sua vita è immersa nella comunione con Lui: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Le Beatitudini sono la trasposizione della croce e della risurrezione nell'esistenza dei discepoli. Esse, però, hanno valore per il discepolo perché prima sono state realizzate prototipicamente in Cristo stesso.
Chi legge con attenzione il testo di Matteo si rende conto che le Beatitudini sono come una nascosta biografia interiore di Gesù, un ritratto della sua figura. Egli, che non ha dove posare il capo (cfr. Mt 8,20), è il vero povero; Egli, che può dire di sé: venite a me perché sono mite e umile di cuore (cfr. Mt 11,29), è il vero mite; è il vero puro di cuore e per questo contempla senza interruzione Dio. È l'operatore di pace, è Colui che soffre per amore di Dio: nelle Beatitudini si manifesta il mistero di Cristo stesso, ed esse ci chiamano alla comunione con Lui.
Le Beatitudini rappresentano dei paradossi: i criteri mondani vengono capovolti non appena la realtà è guardata nella giusta prospettiva, ovvero dal punto di vista della scala dei valori di Dio, che è diversa dalla scala dei valori del mondo. Proprio coloro che secondo criteri mondani vengono considerati poveri e perduti sono i veri fortunati, i benedetti, e possono rallegrarsi e giubilare nonostante tutte le loro sofferenze.
Le Beatitudini sono promesse nelle quali risplende la nuova immagine del mondo e dell'uomo che Gesù inaugura, il «rovesciamento dei valori». Esse sono promesse escatologiche: se l'uomo comincia a guardare e a vivere a partire da Dio, se cammina in compagnia di Gesù, allora vive secondo nuovi criteri e un po' di ciò che deve venire è già presente adesso. A partire da Gesù entra gioia nella tribolazione.
IL SERMONE SUL MONTE Le 8 Beatitudini che Cambiano la Vita Matteo 5 7 Spiegato
Gioia nella Sofferenza e Unione con Cristo
I paradossi presentati da Gesù nelle Beatitudini esprimono la vera situazione del credente nel mondo, quale è stata ripetutamente descritta da Paolo alla luce della sua esperienza di vita e di sofferenza da apostolo: «Siamo ritenuti impostori, eppure siamo veritieri; sconosciuti, eppure siamo notissimi; moribondi, ed ecco viviamo; puniti, ma non messi a morte; afflitti, ma sempre lieti; poveri, ma facciamo ricchi molti; gente che non ha nulla e invece possediamo tutto!» (2 Cor 6,8-10).
Paolo si sente «messo all'ultimo posto» come un condannato a morte, che è diventato spettacolo per il mondo, senza patria, insultato, calunniato (cfr. 1 Cor 4,9-13). E nonostante ciò egli fa l'esperienza di una gioia infinita; proprio come colui che si è consegnato, che ha dato via se stesso per portare Cristo agli uomini, egli fa esperienza dell'intima connessione di croce e risurrezione: noi siamo messi a morte «perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale» (2 Cor 4,11).
La croce è l'atto dell'«esodo», l'atto di quell'amore che si prende sul serio fino all'estremo e va sino «alla fine» (Gv 13,1), e per questo essa è il luogo della gloria, il luogo del vero contatto e della vera unione con Dio, che è Amore (cfr. 1 Gv 4,7.16). Anche se l'inviato di Gesù in questo mondo è ancora immerso nella passione di Gesù, vi è tuttavia percepibile lo splendore della risurrezione che procura una gioia, una «beatitudine» più grande della felicità che egli poteva aver provato prima su vie mondane. Solo adesso egli sa che cos'è la vera «felicità», la vera «beatitudine».
Vivere le Beatitudini Oggi
Le beatitudini sono un invito e un incoraggiamento: voi poveri, voi misericordiosi, voi afflitti, voi perseguitati, voi miti, non scoraggiatevi, ma camminate, proseguite il cammino, andate avanti, tenete fisso lo sguardo alla meta, lasciatevi attirare da ciò che vi sta davanti e non fatevi frenare da ciò che sta dietro. Questo cammino conduce alla beatitudine, alla felicità, perché è il cammino verso l’essenziale.
Come dice Fr. Roger di Taizé: «Ciò che rende felice un’esistenza è avanzare verso la semplicità: la semplicità del nostro cuore e quella della nostra vita». Nella vita di un cristiano la povertà non è facoltativa: senza di essa non si è discepolo e neppure felice. Tutti dobbiamo viverla come il Maestro. San Josemaría raccomandava: «ti consiglio di essere parco con te stesso e molto generoso con gli altri; evita le spese superflue per lusso, per capriccio, per vanità, per comodità...; non crearti esigenze».
Nell’opulenza di chi è ricco e sazio non c’è posto per Dio e per gli altri. Invece, coloro che vivono con sobrietà e temperanza cominciano a “essere saziati” da Dio. Si tratta di godere dei beni terreni con gratitudine, ma in un modo che ci porti a desiderare i beni spirituali. Questa beatitudine ci invita anche a lavorare avendo fiducia nella provvidenza. Uniti a Cristo, acquistiamo la forza per trasformare la sofferenza in un amore che redime, avendo la stessa gioia che ebbe il Signore nella sua Passione, perché con essa ci otteneva il dono dello Spirito Santo e ci apriva le porte del Cielo.
La nostra coerenza di cristiani normali può stupire o irritare altri; però dobbiamo avere il coraggio di rispecchiare con la nostra condotta retta il volto amabile di Cristo che tutte le persone cercano. In questo possiamo seguire il consiglio che dava san Pietro ai primi cristiani: «se anche doveste soffrire per la giustizia, beati voi! Non vi sgomentate per paura di loro, né vi turbate, ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché nel momento stesso in cui si parla male di voi rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo» (1 Pt 3, 14-16). Riassumendo, la nostra felicità non risiede nel possesso illimitato di beni, né nell’ottenere a ogni costo il plauso altrui, ma nell’identificazione con Cristo.

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