All’inizio è la Parola: Dio dice e ogni cosa prende corpo. Parola creatrice, parola che organizza il caos iniziale, parola che dona la vita. Infatti a conclusione della creazione Dio dice: è cosa molto buona (cfr. Gn 1). La parola è infinitamente buona. Attraverso di essa l’amore di Dio si esprime, prende corpo, si dona.
La parola umana è strumento di comunione nell’amore; essa resta tuttavia profondamente ferita dal peccato originale. Anche il silenzio può essere luogo di comunione nell’amore: il silenzio è spesso più forte di qualsiasi parola. Basti pensare a quanto amore e compassione sprigiona il gesto di stringere la mano di un malato o di un morente. Anche due innamorati, mano nella mano, esprimono meglio il loro amore con il silenzio piuttosto che con la parola.
Occorre però che questi silenzi siano il frutto di una presenza effettiva e di una parola data, visto che anche i nostri silenzi sono segnati dalla ferita del peccato. Possono essere dei «non detti», manifestazione di indifferenza, disprezzo, chiusura, rabbia, pugni chiusi. Nelle nostre relazioni umane e nella nostra vita spirituale la parola e il silenzio vanno purificati e devono sostenersi reciprocamente.
Il Silenzio alla Maniera di Dio
Il silenzio alla maniera di Dio non è assenza di parola, ma tra-scende la parola. Il miglior silenzio è innanzitutto ascolto. Ascolto di Dio per lasciarsi chiamare, istruire, guidare, amare da Lui. Ascolto dell’altro per lasciargli lo spazio necessario. Non di rado capita di parlare - anche con parole molto belle - per non ascoltare l’altro (cfr. Lc 11, 27-28).
Per alcuni la tentazione sarà quella di fuggire o rompere il silenzio per paura di ritrovarsi soli di fronte a se stessi. Un buon silenzio è anche segno di autonomia e rispetto dell’altro e di ciò che sta vivendo. Se il silenzio diventa ascolto, occorre allora ascoltare veramente e non udire solo le parole dell’altro. L’ascolto diventa un atto del cuore e non della testa.

Accogliere la Parola nel Silenzio
Dopo la proclamazione del Vangelo, durante l’Eucarestia, il sacerdote o il diacono dice: «Parola del Signore» e noi rispondiamo: «Lode a te, o Cristo». È innanzitutto il Signore che lodiamo, poiché ci viene incontro con la sua Parola. Soltanto in seguito meditiamo e accogliamo la Parola che ci viene donata proprio quel giorno.
Occorre saper accogliere quella Parola, non per farne oggetto dei nostri ragionamenti sempre pronti alla discussione, all’argomentazione e spesso alla difesa, ma riceverla con un cuore da discepolo che si lasci istruire e plasmare da essa. Così come fece la Vergine Maria che serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore. L’ascolto, il silenzio, le parole devono diventare umili e caste alla scuola di Maria. Se il silenzio è ascolto, allora la parola deve essere anzitutto risposta.
Il Silenzio nella Preghiera
Ovviamente è nell’orazione che il silenzio è più prezioso e più difficile da vivere. È bene iniziare il tempo di orazione con uno sguardo alla Vergine Maria, per renderci accoglienti alla visita di Dio. In seguito possiamo entrare nella preghiera mediante un versetto della Parola (per esempio un salmo); non è il tempo della meditazione ma quello della comunione, mano nella mano del Signore.
Poi, durante tutto il tempo della nostra orazione, la preghiera del cuore dovrebbe aiutare a rimanere umilmente alla presenza di Dio. Durante questo tempo alcuni pensieri potrebbero non darci tregua: preoccupazioni quotidiane, parole o atteggiamenti che ci hanno umiliati, antiche ferite o vecchi sogni che riemergono, a volte pensieri ossessivi di scoraggiamento o di vanagloria, a volte pensieri ancora più oscuri (gelosia, mormorazioni ecc.). Dobbiamo cercare di imbavagliare questi pensieri o evitarli?

Il Silenzio di fronte alla Croce e il Discernimento
Contempliamo Maria e Giovanni presso la Croce. Sono lì, rivolti verso il Cristo, con il cuore lacerato per ciò che stanno contemplando. Dio agisce per la salvezza del mondo anche se loro non riescono ancora a capirlo fino in fondo. Sono l’immagine dei veri discepoli che sanno custodire e meditare nel profondo del loro cuore ciò che contemplano. Sentono ma non ascoltano. Lasciano che tutto questo scivoli nel cuore di Dio, attraverso il cuore squarciato di Cristo. Anche Maria si lascia trapassare il cuore da queste grida. È con questo atteggiamento che siamo invitati a stare davanti a Cristo Gesù nell’adorazione, consegnandogli nel silenzio tutto ciò che è in noi e le grida del mondo.
Quali sono i momenti di silenzio effettivi nel mio quotidiano? Cachés dans l’amour, Wilfrid Stinissen, pp. Il “Libro di Vita” è il testo fondante della spiritualità della Comunità.
La Parola e il Silenzio negli Apostoli
Fra gli apostoli Simon Pietro è spesso il primo a prendere la parola, a volte illuminato dallo Spirito, a volte intralciando il piano di Dio (cfr. Mt 16, 13-23) a volte non sapendo che cosa dire (cfr. Mc 9, 6). Ma dopo averlo rinnegato tre volte, quando incrocia lo sguardo del Signore, non dice niente e piange amaramente. Davanti al sepolcro vuoto e la sera di Pasqua, quando il Cristo si manifesta agli apostoli, Pietro non dice niente. Qualche giorno più tardi, in riva al lago di Tiberiade (cfr. Gv 21), quando Giovanni gli dice: «È il Signore», egli non discute, si tuffa in acqua. Accanto al fuoco, non dice niente. È Gesù che prende l’iniziativa interrogandolo.

Il Silenzio come Linguaggio di Dio e dell'Amore
Papa Francesco ha detto che il silenzio è la lingua di Dio. In che senso, secondo te? In diverse occasioni papa Francesco ha parlato del silenzio, contrapponendolo soprattutto al chiacchiericcio, che ha il potere di “gettare bombe” sui nostri fratelli e di uccidere la loro dignità. Il vescovo di Roma, infatti, ha evidenziato che le parole possono essere baci o coltelli, cioè esprimere affetto, comprensione, vicinanza oppure esattamente il contrario: “Il silenzio è anche la lingua di Dio ed è anche il linguaggio dell’amore, come sant’Agostino scrive: «Se taci, taci per amore, se parli, parla per amore». In che senso il silenzio è il linguaggio di Dio? Abbiamo da poco concluso il tempo di Natale nel quale abbiamo contemplato la Parola fatta carne in Gesù.
L’alternativa sono parole vuote, sterili o peggio, come dice il vescovo di Roma, mortifere, spesso frutto di un’interiorità dissipata e frantumata, incapace di ascoltare la vita, i fratelli, le sorelle, Dio. In questo caso le nostre parole possono divenire simili a coltelli che feriscono i nostri fratelli, creando conflitti. Quante volte ne abbiamo fatto esperienza! Non per nulla l’apostolo Giacomo nella sua lettera afferma: “La lingua: è un membro piccolo ma può vantarsi di grandi cose. (….) Con essa benediciamo il Signore e Padre e con essa malediciamo gli uomini fatti a somiglianza di Dio.
Comprendiamo bene, allora, come il silenzio non sia primariamente assenza di parole, né sterile mutismo (celebre il proverbio: “Chi tace, non dice niente”), ma comunione con la Parola! Ci è di grande esempio la Madre di Dio, che - ci dicono i Vangeli - “da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”.
Il Silenzio come Presenza Divina
Il silenzio è fermo; un non suono nel quale vibra soltanto il battito sommesso del cuore. Il silenzio è statico perché immobile, eppure è in movimento perché muove e commuove l’animo, chiamandolo alla preghiera. Il Cristo che prima era sulla Croce ora è deposto nel sepolcro: è il Sabato Santo, il giorno in cui la Chiesa si ferma e si interroga su quell’Uomo crocifisso; attorno, solo il silenzio dell’attesa nella certezza della Risurrezione.
Il silenzio è sinonimo di preghiera, di raccoglimento, di interiorità. E dove vive l’interiorità, lì vive Dio. Lo scrive bene uno dei teologi più importanti del Novecento, Romano Guardini: “Qui è il luogo per Dio. Quando mi rendo quieto: io sono qui; pienamente presente - allora si affaccia spontaneo il pensiero: è qui Dio; il Dio vivente”.
Perché il SILENZIO dello spazio è in realtà un AVVERTIMENTO | Documentario sul sonno
I Padri del Deserto e il Valore del Silenzio
Da sempre, dunque, il tema del silenzio è stato al centro di molti scritti di santi e di mistici, di pontefici, di grandi teologi e di asceti, a cominciare da quegli uomini che sono stati definiti i Padri del deserto che rappresentano, senza dubbio, veri e propri maestri di preghiera e di silenzio; erano monaci, eremiti e anacoreti che nel IV secolo abbandonarono le città per vivere in solitudine - nei deserti dell'Egitto, della Palestina e della Siria - sull'esempio di Gesù che trascorse quaranta giorni nel deserto per vincere le tentazioni.
I Padri del deserto trasformarono il silenzio in cultura, in un modo di vivere teso unicamente all’ascolto della Parola, all’ascolto di Dio. Il monaco e asceta cristiano Evagrio, ad esempio, vedeva necessario il silenzio per la preghiera: “Che la tua lingua non pronunci parola quando ti metti a pregare”. Sant’Arsenio il Grande designava il silenzio come luogo indispensabile per il raggiungimento della maturità di ogni persona e inoltre asseriva: “Se veramente osserverai il silenzio, quale che sia il luogo dove ti trovi, troverai pace”. Inoltre rimane famoso un tratto biografico di Agatone d’Egitto, monaco cristiano egiziano, che volle tenere dei sassi in bocca per tre anni per imparare l’arte del silenzio.
Per San Poemen, ad esempio, il silenzio riesce a donare “la quiete” e “la pace”. Secondo il libro-simbolo di questa importante “famiglia di preghiera”, I Detti o Apoftegmi dei padri del deserto - sono parole trascritte, dopo lunga tradizione orale, in risposta a domande poste da giovani discepoli che desideravano abbracciare una vita di fede e di preghiera - il silenzio rimane unico grande scudo contro gli empi.
Santi e Dottori della Chiesa sul Silenzio
Altri Padri, questa volta della Chiesa: San Girolamo arriva a dire che il monaco si riconosce dal suo silenzio, non dalla sua parola; per Sant’Ambrogio il silenzio è indispensabile se vogliamo “custodire il segreto del Re Eterno”; per il suo discepolo Sant’Agostino la vera preghiera è quella del cuore, fatta nel silenzio.
E se si parla del tacere, dell’essere in solitudine per poter dialogare con Dio, non può che venire in mente Santa Teresa d’Avila, maestra insuperabile di preghiera e Dottore della Chiesa, che definisce l’orazione, nata appunto dal silenzio, con queste illuminanti parole: “Non è altro che un intimo rapporto di amicizia, nel quale ci si trattiene spesso da solo a solo con quel Dio da cui ci si sa amati”. E per poter arrivare a simile intimità, la santa spagnola raccomanderà la solitudine per raccogliersi in sé stessi e disporsi all'incontro con Dio.
Altra figura dell’ordine carmelitano è San Giovanni della Croce, mistico e sublime scrittore, che al silenzio dedica un componimento poetico dalla bellezza straordinaria. Il santo spagnolo riesce, in questi versi, a offrire una sorta di “scheda anagrafica” del silenzio che “è mitezza/ quando non rispondi alle offese/ quando non reclami i tuoi diritti, quando lasci a Dio la difesa del tuo onore./ Il silenzio è misericordia/ quando non riveli le colpe dei fratelli,/ quando perdoni senza indagare il passato,/ quando non condanni, ma intercedi nell'intimo./ Il silenzio è pazienza/ quando soffri senza lamentarti”.

Il Silenzio di Dio nella Scrittura
Il libro dell’Esodo racconta il modo in cui Dio apparve a Mosè sul Sinai nello splendore della sua gloria: la montagna intera fu scossa violentemente, Mosè parlava e Dio gli rispondeva fra tuoni e lampi (Es 19, 16-22). Tutto il popolo ascoltava impressionato dalla potenza e dalla maestà di Dio. Benché vi siano altre teofanie simili che scandiscono la storia di Israele, la maggior parte delle volte Dio si manifestava al suo Popolo in un modo diverso: non nello splendore della luce, ma nel silenzio, nell’oscurità.
Alcuni secoli dopo Mosè, il profeta Elia, in fuga dalla persecuzione di Jezabel, inizia ancora una volta il cammino verso il monte santo, incitato da Dio. Nascosto in una caverna, il profeta vede gli stessi segni della teofania dell’Esodo: il terremoto, l’uragano, il fuoco; però Dio non era lì. Dopo il fuoco, dice lo scrittore sacro, «ci fu il mormorio di un vento leggero». Elia si coprì il volto con il mantello e uscì all’incontro di Dio. Fu allora che Dio gli parlò (cfr. 1 Re 19, 9-18). Il testo ebraico dice letteralmente che Elia udì «il rumore o la voce di un silenzio (demama) leggero». La versione greca dei Settanta e la Vulgata hanno tradotto «un vento leggero», probabilmente per evitare l’apparente contraddizione tra rumore o voce, da una parte, e silenzio, dall’altra. Ma la parola demama significa proprio silenzio. Con questo paradosso l’autore sacro suggerisce, perciò, che il silenzio non è vuoto, ma pieno della presenza divina. «Il silenzio custodisce il mistero», il mistero di Dio. E la Scrittura ci invita a entrare in questo silenzio se vogliamo incontrarlo.
Perché Dio Tace?
Spesso le scritture ci presentano il suo silenzio, la sua lontananza, come una conseguenza dell’infedeltà dell’uomo. Nel Deuteronomio, per esempio, si dà questa spiegazione: «Questo popolo si alzerà e si prostituirà con gli dei stranieri del paese nel quale sta per entrare; mi abbandonerà e romperà l’alleanza che io ho stabilito con lui [...]. Io, in quel giorno, nasconderò il volto a causa di tutto il male che avranno fatto rivolgendosi ad altri dei» (Dt 31, 16-18). Il peccato, l’idolatria, è come un velo che rende opaco Dio, che impedisce di vederlo; è come un rumore che impedisce di ascoltarlo. Allora Dio aspetta con pazienza, dietro lo schermo che poniamo tra noi e Lui, in attesa di un momento opportuno per ritornare a incontrarci. «Non ti mostrerò la faccia sdegnata, perché io sono pietoso» (Ger 3, 12).
Pertanto, accade spesso che non è Dio che non parla, ma siamo noi che non lo lasciamo parlare, che non lo udiamo, perché nella nostra vita c’è troppo rumore. «Non esiste soltanto la sordità fisica, che taglia l'uomo in gran parte fuori della vita sociale. Esiste una debolezza d'udito nei confronti di Dio di cui soffriamo specialmente in questo nostro tempo. Noi, semplicemente, non riusciamo più a sentirlo; sono troppe le frequenze diverse che occupano i nostri orecchi. Quello che si dice di Lui ci sembra pre-scientifico, non più adatto al nostro tempo. Con la debolezza d'udito, o addirittura la sordità nei confronti di Dio, si perde naturalmente anche la nostra capacità di parlare con Lui o a Lui. In questo modo, però, viene a mancarci una percezione decisiva. I nostri sensi interiori corrono il pericolo di spegnersi. Con il venir meno di questa percezione viene circoscritto poi in modo drastico e pericoloso il raggio del nostro rapporto con la realtà in genere».
Il Silenzio di Dio nel Mistero della Croce
Al centro della Rivelazione, più che in ogni altra nostra esperienza, c’è la storia di Gesù stesso, quella che ci introduce con maggiore profondità nel mistero del silenzio di Dio. A Gesù, che è il vero giusto, il servo fedele, il Figlio amato, non vengono risparmiate le sofferenze della passione e della Croce. La sua orazione nel Getsemani riceve come risposta l’invio di un angelo per consolarlo, ma non la liberazione dalla tortura imminente. Né possiamo evitare di meravigliarci che Gesù ripeta sulla Croce questa frase del Salmo 22: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Tu sei lontano dalla mia salvezza: sono le parole del mio lamento» (Sal 22, 2).
Il fatto che colui che non aveva conosciuto peccato (2 Cor 5, 21) abbia provato in questo modo la sofferenza mette in evidenza che il dolore che alcune volte segna in maniera drammatica la vita degli uomini non può essere interpretato come segno di disapprovazione da parte di Dio, né il suo silenzio come assenza o lontananza.
Il Silenzio come Spazio per Dio
Sant’Ignazio di Antiochia scriveva che «chi ha compreso le parole del Signore, comprende il suo silenzio, perché il Signore lo si conosce nel suo silenzio». Spesso il silenzio di Dio è per l’uomo il «luogo», la possibilità e la premessa per ascoltare Dio, invece di ascoltare soltanto se stesso. Senza la voce silenziosa di Dio nell’orazione, «l’io umano finisce per chiudersi in se stesso, e la coscienza, che dovrebbe essere eco della voce di Dio, rischia di ridursi a uno specchio dell’io, così che il colloquio interiore diventa un monologo dando adito a mille auto-giustificazioni».
A pensarci bene, se Dio parlasse e intervenisse continuamente nella nostra vita per risolvere i problemi, dovremmo ammettere di banalizzare la sua presenza. Non finiremmo, come i due figli della parabola (cfr. Lc 15, 11-32), preferendo il nostro tornaconto alla gioia di vivere con Lui?
«Il silenzio è capace di scavare uno spazio interiore nel profondo di noi stessi, per farvi abitare Dio, perché la sua Parola rimanga in noi, perché l’amore per Lui si radichi nella nostra mente e nel nostro cuore, e animi la nostra vita». Con la ricerca, con l’orazione fiduciosa pur nelle difficoltà, l’uomo si libera della sua auto-sufficienza; mette in movimento le sue risorse interiori; vede come si fortificano i rapporti di comunione con gli altri.

Il Silenzio e la Libertà Umana
Il silenzio di Dio, il fatto che non intervenga sempre immediatamente per risolvere le cose nel modo in cui noi vorremmo, risveglia il dinamismo della libertà umana; chiama l’uomo a farsi carico della propria vita o di quella degli altri, e delle proprie necessità concrete. Per questo la fede è «la forza, che in silenzio e senza clamori cambia il mondo e lo trasforma nel Regno di Dio, ed espressione della fede è la preghiera [...]. Dio non può cambiare le cose senza la nostra conversione, e la nostra vera conversione inizia con il "grido" dell’anima, che implora perdono e salvezza».
Nell’insegnamento di Gesù, l’orazione appare un dialogo tra l’uomo come figlio e il Padre del Cielo, nel quale la domanda occupa un posto molto importante (cfr. Lc 11, 5-11; Mt 7, 7-11). Il bambino sa che suo Padre lo ascolta sempre, ma ciò che gli è assicurato non è tanto una sorta di uscita dalla sofferenza o dalla malattia, quanto il dono dello Spirito Santo (Lc 11, 13). La risposta con la quale Dio viene sempre in aiuto dell’uomo è il Dono dello Spirito-Amore. Questo può non sembrarci un granché, ma è un dono molto più prezioso e fondamentale di qualunque soluzione terrena dei problemi. È un dono che dev’essere accettato nella fede filiale, ma che non elimina la necessità dello sforzo umano per affrontare le difficoltà. Con Dio le «valli oscure» che a volte dobbiamo attraversare non si illuminano automaticamente; continuiamo a camminare, magari timorosi, ma con un timore fiducioso: «Non temo alcun male, perché Tu sei con me» (Sal 23, 4).
La Fede nel Silenzio di Dio
Questo modo di fare di Dio, che risveglia la decisione e la fiducia dell’uomo, si può riconoscere nel modo in cui Dio ha compiuto la sua Rivelazione nella storia. Possiamo pensare alla storia di Abraham, che lascia il suo paese e si mette in cammino verso una terra sconosciuta; confidando nella promessa divina, senza sapere dove Dio lo conduce (cfr. Gn 12, 1-4); o alla fiducia del Popolo di Israele nella salvezza di Dio, anche quando tutte le speranze umane sembrano essere tramontate (cfr. Est 4, 17a-17k); o alla fuga serena della Sacra Famiglia in Egitto (cfr. Mt 2, 13-15) quando Dio sembra piegarsi ai capricci di un monarca retrogrado...
Ieri come oggi, malgrado la Rivelazione di Dio offra autentici segni di credibilità, il velo dell’inaccessibilità di Dio non è completamente eliminato; i suoi silenzi continuano a sfidare l’uomo. «L'esistenza umana è un cammino di fede e, come tale, procede più nella penombra che in piena luce, non senza momenti di oscurità e anche di buio fitto. Finché siamo quaggiù, il nostro rapporto con Dio avviene più nell'ascolto che nella visione». Questo non è solo dovuto al fatto che Dio è sempre più grande della nostra intelligenza, ma anche alla logica di chiamata e risposta, di dono e compito, con la quale Egli vuole condurre la nostra storia: quella di tutti e quella personale di ciascuno. In fin dei conti, dunque, stanno in una relazione reciproca il modo di rivelarsi di Dio e la libertà che abbiamo in quanto siamo sua immagine. La Rivelazione di Dio rimane in un chiaroscuro che permette la libertà di scegliere di aprirci a Lui o di rimanere chiusi nella nostra autosufficienza. Dio è «un Re dal cuore di carne, come il nostro, che pur essendo l’autore dell’universo e di ogni singola creatura, non impone il suo dominio con prepotenza, ma viene come un poverello a chiedere un po’ d’amore, mostrandoci, in silenzio, le sue mani piagate».
Il Silenzio della Croce e la Promessa di Dio
Con la sua preghiera sulla Croce - «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27, 46) - Gesù «fa suo quel grido dell’umanità che soffre per l’apparente assenza di Dio e dirige questo grido al cuore del Padre. Pregando così in quest’ultima solitudine, insieme a tutta l’umanità, ci apre il cuore di Dio». In effetti, il salmo con il quale Gesù grida al Padre dà adito, tra i lamenti, a una grande prospettiva di speranza (cfr. Sal 22, 20-32); una prospettiva che Egli ha davanti agli occhi, anche in piena agonia. «Nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23, 46), dice al Padre prima di spirare. Gesù sa che la donazione della sua vita non cade nel vuoto, ma cambia la storia per sempre, benché sembra che il male e la morte abbiano l’ultima parola. Il suo silenzio sulla Croce ha una forza maggiore delle grida di quelli che lo condannano. «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21, 5).
«La fede significa anche credere in Lui, credere che veramente ci ama, che è vivo, che è capace di intervenire misteriosamente, che non ci abbandona, che trae il bene dal male con la sua potenza e con la sua infinita creatività. Significa credere che Egli avanza vittorioso nella storia [...], che il Regno di Dio è già presente nel mondo, e si sta sviluppando qui e là». Con i suoi silenzi, Dio fa crescere la fede e la speranza dei suoi: le fa nuove, e con loro fa «nuove tutte le cose». A ciascuno e a ciascuna tocca rispondere al silenzio soave di Dio con un silenzio attento, un silenzio che ascolta, per scoprire «come misteriosamente opera il Signore» nel nostro cuore, «e qual è la nube, ...