Le Beatitudini, fulcro del "Discorso della montagna" riportato nei capitoli 5-7 del Vangelo di Matteo, sono considerate da molti la "Magna Charta del cristianesimo". François Mauriac, nella sua "Vita di Gesù", le definiva essenziali per comprendere cosa significhi essere cristiani. Anche il film "Il Vangelo secondo Matteo" di Pier Paolo Pasolini (1964) ha immortalato la proclamazione essenziale delle Beatitudini da parte di un Gesù severo ma emozionante. La figura di Cristo delineata dall'evangelista Matteo, che in passato era un funzionario delle imposte, rompe gli orizzonti ristretti e gli stereotipi con la sua parola, aprendo una via ardua e radicale, potentemente formulata nei cinque discorsi disseminati nel suo Vangelo.

Il "Monte" delle Beatitudini: Simbolismo e Contesto
Il monte sul quale Gesù pronuncia le Beatitudini non è specificato, sebbene la tradizione lo identifichi in un poggio affacciato sul lago di Tiberiade, dove ora sorge un santuario. Tuttavia, è più probabile che il monte sia una scelta simbolica dell'evangelista Matteo, che non contrasterebbe con la notazione topografica più storica del racconto parallelo di Luca (6,17), il quale introduce una parte sostanziale del discorso in un luogo pianeggiante. Questo monte ideale evoca un'altra vetta fondamentale della Bibbia, il Sinai, culla di Israele come popolo dell'alleanza con Dio e sede della rivelazione della parola divina. Matteo convoglia qui materiali differenti, pronunciati da Gesù in contesti diversi, ordinandoli in un unico discorso.
La Figura di Cristo: Nuovo Mosè o Voce di Dio?
Cristo è rappresentato dall'evangelista nella postura di un maestro assiso in cattedra, un atteggiamento che solleva una domanda sulla figura di Cristo che Matteo sta dipingendo, collocandolo sul "nuovo Sinai" (il monte è un elemento simbolico agli occhi dell'evangelista). Si confrontano due soluzioni suggestive: la prima, più comune, vede Gesù come il "nuovo Mosè", un "Mosissimus Moses" che non è "venuto ad abolire la Legge o i Profeti ma per condurli alla loro pienezza" (Matteo 5,17). La seconda, sorprendente, proposta da alcuni studiosi, suggerisce che Cristo sia la stessa voce e presenza di Dio che consegna ai discepoli la sua Tȏrah (Legge sacra). In questa prospettiva, i discepoli sarebbero come Mosè, salendo sul monte a ricevere la rivelazione del Figlio di Dio, mentre le folle a valle incarnano Israele, il popolo liberato che dovrà accogliere e vivere quella Legge. La rivelazione di Gesù non è alternativa a quella di Dio al Sinai, ma la porta con autorità alla pienezza del suo significato. Per Matteo, non si tratta di una dottrina del tutto nuova, bensì dello svelamento pieno della Parola di Dio donata al Sinai, condotto però con autorità divina: "è stato detto agli antichi... ma io vi dico..." (Matteo 5,17-48).
Nella luce di questa identificazione di Cristo come la voce di Dio stesso, si comprende la reazione finale di un ebreo che inizialmente poteva essere attratto dal rabbino di Nazaret, come immaginato dal rabbino americano Jacob Neusner in "Disputa immaginaria tra un rabbino e Gesù. Quale maestro seguire?" (1996). Neusner, affascinato dall'insegnamento di Gesù, è colto da sconcerto e persino orrore intuendo la sottile equiparazione di Cristo con Dio: "Ora mi rendo conto che solo Dio può esigere da me quanto Gesù richiede". Ma il Signore è "uno solo" (Deuteronomio 6,4) e ha già parlato a Mosè. Così, il rabbino abbandona la vetta e scende nella pianura, ricompattandosi al popolo ebraico aderendo solo alla Tȏrah del Sinai interpretata dai maestri di Israele.
A Chi è Destinata la Rivelazione Divina di Gesù?
La domanda cruciale è: a chi è destinata questa rivelazione divina di Gesù? A prima vista, sembrerebbe rivolta solo ai suoi discepoli, una classe ristretta con una missione specifica. Tuttavia, a conclusione del "Discorso della montagna", Matteo annota: "Quando Gesù ebbe finito questi discorsi, le folle rimasero stupite del suo insegnamento: egli, infatti, insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi" (Matteo 7,28-29). Ciò solleva l'interrogativo se il messaggio di Cristo, in particolare quello alto e paradossale delle Beatitudini, sia rivolto a tutti i suoi seguaci o solo ad alcuni privilegiati come gli apostoli.
Interpretazioni delle Beatitudini: Esclusiva vs. Inclusiva
Da un lato, alcuni hanno interpretato il Discorso nella sua globalità, e soprattutto le Beatitudini, come un ideale utopico, un progetto supremo da realizzare nella pienezza del Regno di Dio, relegando il cammino storico a un approccio più realistico. In questa prospettiva, le Beatitudini sarebbero "consigli evangelici" destinati ai cristiani "spirituali", ai "religiosi" consacrati a Dio con i voti di povertà, castità e obbedienza, ai chiamati allo stato di perfezione. Sarebbero, in pratica, una guida per un gruppo di eletti con una vocazione speciale, mentre gli altri credenti procederebbero più lentamente e modestamente nelle vie pianeggianti della loro quotidianità storica.
D'altro lato, a partire da sant'Agostino e san Tommaso d'Aquino, esiste una lettura delle Beatitudini in chiave prevalentemente morale, come un nuovo decalogo evangelico che subentra all'antica Legge e, quindi, da proporre a tutti i credenti in Cristo. Sant'Agostino, il primo tra i Padri della Chiesa a commentare integralmente il "Discorso della montagna", lo definiva il "compendio di tutto il Vangelo", e le Beatitudini il compendio di quel Discorso. Si assiste così a una polarizzazione tra un'interpretazione "esclusiva" e privilegiata delle Beatitudini e un'altra più "inclusiva", universale e morale, supportata anche dal fatto che, sebbene all'inizio i destinatari sembrino essere i soli discepoli, alla fine Matteo fa notare che è tutta la folla ad ascoltare il discorso di Gesù.
“Le Beatitudini spiegate Il messaggio più rivoluzionario di Gesù”
Conciliazione delle Prospettive
Entrambe le prospettive meritano una riserva e un apprezzamento. La pura e semplice trasfigurazione del messaggio delle Beatitudini in un annuncio spirituale altissimo senza contenuti esistenziali e morali legati all'impegno quotidiano del credente, contraddice il comportamento e l'insegnamento di Gesù, aperti a tutti e caratterizzati da impegni concreti. Non è però legittima neanche la riduzione delle Beatitudini a una pura e semplice linea di condotta morale generale. Tuttavia, entrambe le impostazioni interpretative hanno un loro valore e sono conciliabili nella loro struttura di fondo. Una madre, ad esempio, è tale per il dono radicale, totale e costante della maternità che la rende "materna" sempre, ma questa qualità deve esprimersi in continue azioni concrete di amore. Analogamente, l'innamorato è tale sempre, anche nell'assenza, ma questo atteggiamento deve essere testimoniato nella vita d'amore e nella concretezza delle scelte quotidiane. Questo sottolinea l'altezza del messaggio delle Beatitudini e la necessità di una sua incarnazione nella vita di ogni giorno del cristiano.
Le Beatitudini nel Vangelo di Matteo: Un Codice di Vita Cristiana
Le Beatitudini sono il più grande atto di speranza del cristiano e ci conquistano con la loro profondità, nonostante le difficoltà. La parola "Beati!", in greco _makárioi_, ricorre 50 volte nel Nuovo Testamento e celebra una felicità che non coincide con l'allegria, potendo accompagnarsi persino ad afflizione, pianto e persecuzione. Gesù comunica ciò che ha vissuto, elaborato e rivissuto interiormente, trasformando l'esperienza in sapere e sapienza. Le Beatitudini aprono uno squarcio sull'esperienza interiore di Gesù, il quale non dice che basta piangere o essere perseguitati per essere beati, ma suggerisce di fare qualcosa della persecuzione o dell'afflizione affinché diventi motivo di beatitudine. Le Beatitudini sono un insegnamento che indica una via da percorrere, un invito e un incoraggiamento a camminare verso la semplicità del cuore e della vita, verso l'essenziale. Sono anche una promessa di felicità e un invito alla bellezza, a lavorare la propria vita fino a farne un capolavoro. Attestano che si può trovare senso anche nell'assurdo del dolore e che il mondo può essere vissuto anche nell'invivibile della persecuzione e della violenza.

Le Otto Beatitudini di Matteo e il loro Significato
Matteo presenta otto dichiarazioni solenni e paradossali, mentre Luca (6,20-26) ne seleziona solo quattro (poveri, affamati, piangenti e perseguitati) aggiungendo altrettante maledizioni o "guai!" per i ricchi, i sazi, i gaudenti e i trionfanti.
1. «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Matteo 5,3)
La parola "poveri", dal vocabolo ebraico dell'Antico Testamento '_anawîm_', indica chi è "curvo", sia perché schiacciato dai prepotenti, sia perché si china nell'adorazione di Dio. Le dimensioni della povertà beata sono il distacco reale dai beni e la liberazione interiore dello spirito. L'aggiunta matteana "nello spirito", assente in Luca, non è un alibi per un distacco solo spirituale pur vivendo nel lusso, ma, nel linguaggio semitico, indica la radicalità profonda dell'uomo, la sua scelta fondamentale, la totalità del suo essere vivente. Cristo lancia un appello veemente che tocca la carne e la vita, non solo la superficie.
I Padri della Chiesa interpretano la povertà in spirito come umiltà e distacco interiore dalla ricchezza, un atteggiamento di abbandono fiducioso in Dio che implica libertà da se stessi e dalle cose, e solidarietà con i poveri. Gli umili sono felici dei beni che ricevono e ancor più di riceverli da Dio, accettano la propria debolezza che consente alla forza di Dio di manifestarsi (2Cor 12,9-10), non si deprimono nelle difficoltà e sanno valorizzare tutte le possibilità di bene. Non si lasciano possedere dalle cose (Fil 4,12) ma sanno che una certa disponibilità di beni materiali è necessaria alla crescita della persona umana; quindi, per amore dei fratelli, lottano contro la miseria e l’ingiustizia. Essi seguono Cristo, che si è fatto povero per salvarci (2Cor 8,9), svuotandosi di se stesso per obbedire al disegno del Padre (Fil 2,7).
2. «Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati» (Matteo 5,4)
Questa beatitudine non è masochista, ma orientata a "far rinascere la speranza", come diceva César Franck, che le dedicò un oratorio. In filigrana si intravedono le parole del profeta Isaia: "Il Signore... mi ha mandato a evangelizzare i poveri... e a consolare tutti gli afflitti" (Isaia 61,1.3). Nonostante l'amara osservazione di Qohelet sulle lacrime delle vittime senza consolazione (4,1), l'annuncio di Cristo raccoglie il filo della speranza snodato dai profeti Isaia e Geremia sul verbo "consolare": "Consolate, consolate il mio popolo... Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò... Cambierò il loro lutto in gioia". Dio, attraverso suo Figlio, entra nelle strade della storia piene di violenza, nelle case segnate dal dolore, nel cuore di ogni persona colpita dalla prova per offrire la sua pace. Il Salmo 56,9 esprime magnificamente: "Le mie lacrime nell'otre tuo raccogli: non sono forse scritte nel tuo libro?". Il Signore raccoglie tutte le lacrime dell'umanità come perle da conservare. Questa beatitudine è "utopica", aperta alla speranza di un nuovo mondo, come dipinto dall'Apocalisse: "Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno" (21,4). Come osservava il filosofo ateo Ernst Bloch, finché c'è religione, c'è speranza. Questa beatitudine è un seme di fede che sboccia in speranza per tutti gli afflitti, che sanno che il Signore è un Dio morale e alla fine agirà per giudicare il male e salvare le vittime.
Gli afflitti si addolorano per il male nel mondo, come Gesù piange su Gerusalemme (Lc 19,41-44). Anelano a un mondo nuovo, espiano i propri peccati e riparano quelli degli altri, portano la croce dietro a Gesù. Dio li consola in ogni tribolazione e li rende capaci di consolare gli altri (2Cor 1,3-5).
3. «Beati i miti, perché avranno in eredità la terra» (Matteo 5,5)
La beatitudine è rivolta ai "miti", ma non si tratta di semplice passività o quiete stoica, bensì di un atteggiamento operoso di generosità e donazione. Matteo (11,29) presenta l'autoritratto di Gesù con il lineamento della mitezza: "Imparate da me che sono mite e umile di cuore...". Nell'ingresso solenne a Gerusalemme, l'evangelista evoca la parola del profeta Zaccaria: "Ecco il tuo re (o Sion) viene a te, mite, seduto su un'asina...". Questa beatitudine ha una matrice specifica: Gesù cita il Salmo 37,11: "I miti possederanno la terra". La "terra" promessa non è tanto uno spazio geografico, quanto il segno del Regno di Dio, animata dalla speranza di entrare nell'orizzonte di Dio, in una terra non ottenuta dai conquistatori, ma da coloro che sono semplici di cuore, generosi, dolci, umili. Questa umiltà è affabilità verso il prossimo.
I miti sono umili, pazienti e miti (Col 3,12; Ef 4,2). Chi è umile davanti a Dio è mite, rispettoso e condiscendente con il prossimo. Non avanza pretese eccessive, è comprensivo, affabile, umano e non violento. Rinuncia a primeggiare sugli altri e a volte è capace perfino di rinunciare alla difesa dei propri diritti e alla propria giustificazione di fronte a ingiuste accuse.
4. «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati» (Matteo 5,6)
Coloro che seriamente e appassionatamente desiderano attuare nella propria vita la nuova giustizia evangelica (Mt 5,20). Non si adagiano nella verità che possiedono o nella virtù che praticano, ma cercano di crescere per essere perfetti a somiglianza del Padre celeste (Mt 5,48).
5. «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Matteo 5,7)
Sono coloro che sanno perdonare (Mt 6,12) e compiono opere di misericordia verso il prossimo in difficoltà (Mt 25,34-40). Imitano Gesù che incarna la misericordia del Padre (Mt 9,13).
6. «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Matteo 5,8)
Per la Scrittura, il puro di cuore ha anche "mani innocenti" (Sal 24,4). È colui che cerca di unificare cuore e mano, intenzione e azione, coscienza e prassi. Integrità e coerenza personali sono i contrassegni del puro di cuore, che ha compreso che l'unico potere degno e legittimo è quello su di sé, non sugli altri. Puro di cuore è chi non sa di esserlo, anzi vede la propria distanza dal Signore e, fissando lo sguardo e la speranza su di Lui che è puro, entra in quell'oblio di sé che è assenza di calcolo, artificio, accomodamento, manipolazione. La purezza di cuore si manifesta come semplicità, libertà da cose e legami da cui si fa dipendere la propria vita. Amare con purezza implica l'uscita dall'amor proprio. La purezza dell'agire è anche purezza del parlare. Il menzognero è l'impuro per eccellenza. L'uomo delle beatitudini, Gesù, il cui parlare è stato "sì, sì, no, no" (Mt 5,37), ha detto la verità senza guardare in faccia a nessuno. Il puro di cuore, che cerca di integrare cuore e azione e dice la verità che ha nel cuore, si trova nella spiacevole situazione del testimone, del martire. Da lui si fugge perché la verità che pronuncia è umiliante e ferisce l'orgoglio degli orgogliosi, svelando le persone per ciò che sono in verità. Le persone rette di cuore, consapevoli del profondo disordine che si radica nel cuore dell’uomo (Mt 15,10-20), vigilano su se stessi e si purificano incessantemente. Sono leali con Dio e sinceri nel cercare la sua volontà; sono schietti e franchi con gli altri, come Gesù (Mt 22,16).
7. «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Matteo 5,9)
Coloro che per amore progettano e costruiscono rapporti giusti. Si impegnano a creare una convivenza armoniosa, in cui sia rispettata la dignità di ogni persona e l’originalità di ogni gruppo sociale. Promuovono per tutti il benessere materiale e spirituale, temporale ed eterno.
8. «Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli» (Matteo 5,10)
Si tratta di chi subisce insulti, discriminazioni e violenze a motivo della nuova giustizia evangelica, e quindi a motivo della sua identità cristiana: "Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia" (Mt 5,11).
Questa beatitudine si estende anche a "Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v’insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i profeti." (Luca 6,22-23).
Le Beatitudini nella Vita del Cristiano
Le Beatitudini non sono solo parole di consolazione, ma un programma esistenziale che sfida la mentalità del mondo, invitando a fidarsi della logica del Vangelo anche quando essa sembra contrastare con le certezze mondane. Vivere le Beatitudini significa incarnare la speranza della risurrezione e la certezza che la vita non si esaurisce nel presente. La comunità cristiana è chiamata a riscoprire il loro valore come stile di vita. La felicità, contrariamente a ciò che possa sembrare, non risiede nel possesso illimitato di beni o nel plauso altrui, ma nell'identificazione con Cristo. Gli atteggiamenti indicati dalle Beatitudini tracciano la via cristiana alla felicità, riassumendosi nell'affidarsi totalmente all'amore di Dio e nel riamare Dio e gli altri fino al dono totale di sé. Su questa via, Gesù si pone come modello vivo e personale, incarnando la legge e superandola nell'amore. È la "via nuova e vivente" (Eb 10,20), "la via, la verità e la vita" (Gv 14,6).
La felicità, secondo le Beatitudini dell'Antico Testamento, si trova nella fede in Dio, nel devoto rispetto verso di lui e nell'obbedienza alla sua legge (Sal 33,12). Nel Nuovo Testamento, si incontrano le beatitudini della fede (Lc 1,45; 11,28; Gv 20,29), della scoperta di Gesù (Mt 13,16; 16,17), della vigilanza operosa (Mt 24,46) e del servizio reciproco (Gv 13,17). Soprattutto risaltano le beatitudini del Regno (Mt 5,3-12; Lc 6,20-23), che sintetizzano la perfezione cristiana e delineano il ritratto del discepolo di Gesù. Giovanni Paolo II affermava che "sono una specie di autoritratto di Cristo e, proprio per questo, sono inviti alla sua sequela e alla comunione di vita con lui". I poveri, i malati, i perseguitati possono essere felici. Con il dono di se stessi nell'amore partecipano alla vita e alla gioia di Dio, che riscatta qualsiasi situazione. L'annuncio di Gesù trova una sorprendente verifica nell'esperienza concreta dei suoi discepoli, come testimoniato da Paolo ai cristiani di Corinto (2Cor 1,3-4; 6,10; 7,4; 12,10).
La storia della Chiesa abbonda di testimonianze analoghe, dalla "perfetta letizia" di San Francesco (Gc 1,2) alla gioia di San Filippo Neri e Santa Teresa di Gesù Bambino, che trovava gioia nella sofferenza. Questa gioia, che può coesistere con la sofferenza, è partecipazione del cristiano alla Pasqua di Cristo (2Cor 1,5; 4,7-10). Gesù stesso è povero e perseguitato, ma pieno di gioia; esulta nello Spirito Santo e loda il Padre (Lc 10,21). Egli vuole comunicare la sua gioia: "Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò" (Mt 11,28); "La mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena" (Gv 15,11); "Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi" (Gv 14,27). È necessario però condividere la sua comunione con il Padre, essere umili come lui, "poveri in spirito" (Mt 5,3).
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