Le Beatitudini evangeliche, che leggiamo nel Vangelo di san Matteo (5,1-12), sono portatrici di una novità rivoluzionaria, di un modello di felicità opposto a quello che di solito viene comunicato dai media e dal pensiero dominante. Ci fa sempre molto bene leggere e meditare le Beatitudini!
Gesù le ha proclamate nella sua prima grande predicazione, sulla riva del lago di Galilea. C'era tanta folla e Lui salì sulla collina, per ammaestrare i suoi discepoli, perciò quella predica viene chiamata “discorso della montagna”. Nella Bibbia, il monte è visto come luogo dove Dio si rivela, e Gesù che predica sulla collina si presenta come maestro divino, come nuovo Mosè. E che cosa comunica? Gesù comunica la via della vita, quella via che Lui stesso percorre, anzi, che Lui stesso è, e la propone come via della vera felicità.

Nel proclamare le Beatitudini Gesù ci invita a seguirlo, a percorrere con Lui la via dell’amore, la sola che conduce alla vita eterna. Non è una strada facile, ma il Signore ci assicura la sua grazia e non ci lascia mai soli. Povertà, afflizioni, umiliazioni, lotta per la giustizia, fatiche della conversione quotidiana, combattimenti per vivere la chiamata alla santità, persecuzioni e tante altre sfide sono presenti nella nostra vita.
Che cosa significa "Beati"?
Ma che cosa significa “beati” (in greco makarioi)? Beati vuol dire felici. La domanda che ci interpella è: voi aspirate davvero alla felicità? In un tempo in cui si è attratti da tante parvenze di felicità, si rischia di accontentarsi di poco, di avere un’idea “in piccolo” della vita. Aspirate invece a cose grandi! Allargate i vostri cuori!
Come diceva il beato Piergiorgio Frassati, «vivere senza una fede, senza un patrimonio da difendere, senza sostenere in una lotta continua la verità, non è vivere ma vivacchiare. Noi non dobbiamo mai vivacchiare, ma vivere». Nel giorno della sua Beatificazione, Giovanni Paolo II lo chiamò «uomo delle Beatitudini». Se veramente fate emergere le aspirazioni più profonde del vostro cuore, vi renderete conto che in voi c’è un desiderio inestinguibile di felicità, e questo vi permetterà di smascherare e respingere le tante offerte “a basso prezzo” che trovate intorno a voi.
Quando cerchiamo il successo, il piacere, l’avere in modo egoistico e ne facciamo degli idoli, possiamo anche provare momenti di ebbrezza, un falso senso di appagamento; ma alla fine diventiamo schiavi, non siamo mai soddisfatti, siamo spinti a cercare sempre di più. Abbiate il coraggio di andare contro corrente. Abbiate il coraggio della vera felicità!
La Prima Beatitudine: "Beati i Poveri in Spirito"
La prima Beatitudine dichiara felici i poveri in spirito, perché a loro appartiene il Regno dei cieli. Chi sono i poveri in spirito di cui parla Gesù nel celebre discorso delle beatitudini? In un tempo in cui tante persone soffrono a causa della crisi economica, accostare povertà e felicità può sembrare fuori luogo. Conviene dunque fare un passo indietro e cercare di comprendere cosa intendeva Gesù in origine.
Quando in ebraico o in aramaico un aggettivo o un sostantivo sono seguiti dalla parola «spirito», significa che si sta parlando di una condizione o di un atteggiamento interiore. Il passo dell’Antico Testamento che più si avvicina al concetto di povertà in spirito è forse Isaia 66,2b: «Su chi volgerò lo sguardo? Sull’umile e su chi ha lo spirito contrito e su chi teme la mia parola».
Semplificando, la povertà in spirito corrisponde all’umiltà e alla docilità di fronte a Dio e alla sua volontà. Il contrario della povertà in spirito è l’orgoglio e il senso di autosufficienza. Gesù si ricollega intenzionalmente ai “poveri del Signore” della tradizione biblica, gli anawim, i “curvati”, quel “resto di Israele” umile e povero che confidava solo nel Signore Dio. Questo abbandono fiducioso in Dio si era progressivamente focalizzato nell’attesa della venuta redentrice del Messia, l’Inviato definitivo di Dio, il Cristo. In Maria, l’umile figlia di Sion, la speranza dei “poveri in spirito” di tutto Israele trova il suo compimento, come testimonia il canto del Magnificat.
Gesù: L'Esempio di Povertà e Spoliazione
Quando il Figlio di Dio si è fatto uomo, ha scelto una via di povertà, di spogliazione. Come dice san Paolo nella Lettera ai Filippesi: «Egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l'essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini» (Fil 2,5-7).
Gesù è Dio che si spoglia della sua gloria. Qui vediamo la scelta di povertà di Dio: da ricco che era, si è fatto povero per arricchirci per mezzo della sua povertà (cfr 2 Cor 8,9). L’aggettivo greco ptochós (povero) non ha un significato soltanto materiale, ma vuol dire “mendicante”. Va legato al concetto ebraico di anawim, i “poveri di Iahweh”, che evoca umiltà, consapevolezza dei propri limiti, della propria condizione esistenziale di povertà.
Gesù, come ha ben saputo vedere santa Teresa di Gesù Bambino, nella sua Incarnazione si presenta come un mendicante, un bisognoso in cerca d’amore. In tutta la sua vita, dalla nascita nella grotta di Betlemme fino alla morte in croce e alla risurrezione, Gesù ha incarnato le Beatitudini.
La Povertà in Spirito come Radicale Dipendenza da Dio
Essere "poveri in spirito" significa confrontarsi con quel vuoto fondamentale che giace nel profondo del nostro essere, cioè la consapevolezza della nostra condizione di semplici creature. Non ci siamo creati da soli. Non ci siamo dati l'esistenza né possiamo sostenere il nostro stesso essere. Tutto ciò che abbiamo, tutto ciò che siamo, viene da Dio e un giorno ci sarà portato via. Non possiamo fermare il flusso del tempo, né possiamo veramente aggrapparci a qualcosa come se fosse nostro. Questa è la povertà primordiale.
Questo è il cuore del Vangelo, questo è ciò che significa essere “poveri in spirito”. Solo allora, quando ci troviamo faccia a faccia con questa consapevolezza della nostra condizione di semplici creature, possiamo veramente dipendere e confidare in Dio, che ci condurrà al Suo Regno. Questa povertà primordiale è la “piccolezza” che Santa Teresa di Lisieux insegna nella sua Piccola Via. Ella afferma: “Rimanere ‘piccoli’ significa riconoscere il proprio nulla, attendere tutto dalla Bontà di Dio… Dal momento in cui Egli ci vede pienamente convinti del nostro nulla, e ci sente gridare: ‘Il mio piede inciampa, Signore, ma la Tua Misericordia è la mia forza’, Egli ci tende la Sua mano”.
Il Ruolo della Preghiera nella Povertà di Spirito
Il Catechismo della Chiesa Cattolica parla dell’uomo come di un «mendicante di Dio» (n. 2559) e ci dice che la preghiera è l’incontro della sete di Dio con la nostra sete. San Francesco d’Assisi ha compreso molto bene il segreto della Beatitudine dei poveri in spirito. Infatti, quando Gesù gli parlò nella persona del lebbroso e nel Crocifisso, egli riconobbe la grandezza di Dio e la propria condizione di umiltà. Nella sua preghiera il Poverello passava ore a domandare al Signore: «Chi sei tu? Chi sono io?».

Francesco si spogliò di una vita agiata e spensierata per sposare “Madonna Povertà”, per imitare Gesù e seguire il Vangelo alla lettera. Per lui, il povero in spirito non ha niente da difendere in questo mondo perché sa di appartenere al Padre celeste al quale tutto appartiene. Non è permaloso o particolarmente suscettibile, perché sa di essere un figlio di Dio e che la sua dignità non è certo misurata dai commenti altrui.
Implicazioni Pratiche per una Vita Povera in Spirito
Come possiamo concretamente far sì che questa povertà in spirito si trasformi in stile di vita, incida concretamente nella nostra esistenza? Innanzitutto, cercate di essere liberi nei confronti delle cose. Il Signore ci chiama a uno stile di vita evangelico segnato dalla sobrietà, a non cedere alla cultura del consumo. Si tratta di cercare l’essenzialità, di imparare a spogliarci di tante cose superflue e inutili che ci soffocano. Distacchiamoci dalla brama di avere, dal denaro idolatrato e poi sprecato. Mettiamo Gesù al primo posto. Lui ci può liberare dalle idolatrie che ci rendono schiavi. Fidatevi di Dio! Egli ci conosce, ci ama e non si dimentica mai di noi. Anche per superare la crisi economica bisogna essere pronti a cambiare stile di vita, a evitare i tanti sprechi.
In secondo luogo, per vivere questa Beatitudine abbiamo tutti bisogno di conversione per quanto riguarda i poveri. Dobbiamo prenderci cura di loro, essere sensibili alle loro necessità spirituali e materiali. Vi affido in modo particolare il compito di rimettere al centro della cultura umana la solidarietà. Di fronte a vecchie e nuove forme di povertà - la disoccupazione, l’emigrazione, tante dipendenze di vario tipo -, abbiamo il dovere di essere vigilanti e consapevoli, vincendo la tentazione dell’indifferenza. Dobbiamo imparare a stare con i poveri. Non riempiamoci la bocca di belle parole sui poveri! Incontriamoli, guardiamoli negli occhi, ascoltiamoli.

In terzo luogo, i poveri non sono soltanto persone alle quali possiamo dare qualcosa. Anche loro hanno tanto da offrirci, da insegnarci. Abbiamo tanto da imparare dalla saggezza dei poveri! Pensate che un santo del secolo XVIII, Benedetto Giuseppe Labre, il quale dormiva per strada a Roma e viveva delle offerte della gente, era diventato consigliere spirituale di tante persone, tra cui anche nobili e prelati. In un certo senso i poveri sono come maestri per noi. Ci insegnano che una persona non vale per quanto possiede, per quanto ha sul conto in banca. Un povero, una persona priva di beni materiali, conserva sempre la sua dignità. I poveri possono insegnarci tanto anche sull’umiltà e la fiducia in Dio.
Povertà e il Regno dei Cieli: Già Qui e Ora
«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,3). Tema centrale nel Vangelo di Gesù è il Regno di Dio. Gesù è il Regno di Dio in persona, è l’Emmanuele, Dio-con-noi. Ed è nel cuore dell’uomo che il Regno, la signoria di Dio si stabilisce e cresce. Il Regno è allo stesso tempo dono e promessa. Ci è già stato dato in Gesù, ma deve ancora compiersi in pienezza.
C’è un legame profondo tra povertà ed evangelizzazione. Il Signore vuole una Chiesa povera che evangelizzi i poveri. Quando inviò i Dodici in missione, Gesù disse loro: «Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento» (Mt 10,9-10). La povertà evangelica è condizione fondamentale affinché il Regno di Dio si diffonda.
I poveri in spirito sono coloro che mettono in gioco la vita, che non hanno nulla da difendere e proprio per questo si lasciano coinvolgere, raggiungere, inviare. Loro sono tanto poveri e disarmati da riuscire a «possedere» Dio, il suo cuore, la sua compassione. Possiedono il Regno, non come promessa futura; lo possiedono già qui e ora perché sono fratelli e sorelle che vivono e operano secondo le logiche di quel Regno.
Chiarire il Senso della Povertà: Oltre la Miseria
È beata la miseria, la mancanza dei mezzi necessari per vivere dignitosamente? Non è certamente questo il significato delle parole di Cristo, se non altro perché altrove egli comanda ai suoi discepoli di avere cura del povero, e di soccorrerlo nelle sue esigenze. Dunque, la povertà non è un valore in sé, anche perché la si può vivere con astio e brama di rivalsa, uno stile lontano da quello di Cristo. La povertà vissuta e annunciata da Gesù non è un mancare di tutto, non è miseria o indigenza, ma è una rinuncia a possedere per sé.
Essere poveri - e di conseguenza beati - vuol dire, secondo la riflessione di Enzo Bianchi, tre cose:
- Sul piano materiale, significa non trattenere egoisticamente ciò che si ha, ma condividerlo con gli altri: ciò vale per il denaro, per i beni terreni, ma anche per i talenti dell’intelligenza e la cultura, che possono essere custoditi con orgoglio, creando distanza dai semplici, o messi a disposizione di tutti, perché la vita di tutti divenga migliore.
- Sul piano caratteriale, significa sconfessare ogni arrogante autosufficienza, rinunciare a vivere senza o contro gli altri, combattere la tentazione dell’egoismo e dell’isolamento sdegnoso, e accettare di far parte di un’umanità di fratelli e sorelle in cammino, ciascuno con talenti diversi e tutti ugualmente “poveri” di fronte al mistero di quella vita alla quale nessuno può aggiungere, per quanto si dia da fare, nemmeno un’ora.
- Sul piano esistenziale, significa lasciare che Dio regni incontrastato sopra la nostra vita: non il denaro, non il successo, non il potere, ma solo Dio.
È questo il vero significato della frase «perché di essi è il regno dei cieli»: non una rivincita in un altrove al di là del tempo, ma una concreta situazione del qui e dell’oggi, in cui si consenta alla volontà di Dio di essere la sola bussola capace di orientare le scelte della vita. Alla luce di queste considerazioni, capiamo che un povero colmo di rancore può non essere beato e che, al contrario, un ricco che condivida le sue sostanze con il prossimo può partecipare dell’amore e della libertà di Dio.
In questa sua prassi di vita Gesù ha saputo ascoltare il grido del povero concreto, davanti al quale si è invece tentati di distogliere lo sguardo. Così facendo, ha tracciato per noi un cammino preciso: dopo di lui, il povero che manca del necessario per vivere con dignità è “sacramento” di Cristo, perché con lui Gesù ha voluto identificarsi nel discorso sul giudizio finale (cf. Mt 25,31-46), ma è nello stesso tempo “segno” dell’ingiustizia che vige nel mondo. Il vero nome della povertà vissuta da Gesù Cristo, e dunque della povertà cristiana, è condivisione.
La croce come esito di una vita vissuta nella giustizia rivela la povertà vera di Gesù: nessuno a difenderlo, nessuno a sostenerlo, come un uomo che non conta nulla per il potere e per la gente, un uomo solo e povero come il Servo sofferente di Isaia. Gesù è stato “il povero del Signore”, dalla nascita fino alla morte: è stato libero come può esserlo solo chi è povero nel cuore; è stato capace di accogliere le umiliazioni, sottomettendosi per amore a tutti coloro che incontrava, senza rispondere alla violenza con la violenza, ma continuando sempre a vivere nell’autentica, profonda povertà.
Una Sfida di Fede e Felicità
La domanda che Cristo ci pone con questa beatitudine è questa: possiamo veramente accettare di essere poveri, riconoscere la nostra povertà fondamentale di semplici creature in tutta onestà? Osiamo credere che questa stessa povertà possa aprirci, contro ogni nostra aspettativa, una strada verso la felicità e il Regno dei cieli? Davanti all'esempio e alle parole di Gesù, avvertiamo quanto abbiamo bisogno di conversione, di far sì che sulla logica dell’avere di più prevalga quella dell’essere di più!
Ilario di Poitiers affermava che “gli umili in spirito sono coloro che si ricordano di essere umani” e un autore moderno gli fa eco parlando di un atteggiamento di “radicale desistenza”, ovvero della sconfessione pratica di ogni arrogante sufficienza, di ogni pretesa di dominare e prevalere sull’altro, di ogni egoistico possesso materiale o spirituale. Solo attraverso l’assunzione della semplicità e la disponibilità a rendere ogni giorno povero il nostro cuore, sulle tracce di Cristo, possiamo essere davvero beati e felici.