Basilica di San Sisto Vecchio: Storia e Architettura

La Chiesa di San Sisto Vecchio è situata in via Druso, nel rione Celio a Roma, lungo la direttrice che conduce all’Appia Antica e attraversa la Valle delle Camene. Si apre il cancello di una chiesa poco conosciuta e solitamente chiusa al pubblico.

Dalle Origini al Titulus Crescentinae

Nella zona, un tempo malarica e acquitrinosa, nei pressi della convergenza della via Latina con la via Appia, sul sito dell'antico titulus Crescentinae, fu edificata la basilica. Questo titulus fu fondato da papa Anastasio I nel IV secolo. La denominazione di titulus Crescentianae compare ancora nel 499, mentre a partire dal 595 la dedica a San Sisto apparve per la prima volta, in onore del Papa martirizzato dall’imperatore Valeriano assieme al diacono San Lorenzo. San Sisto subì il martirio con quattro diaconi il 6 agosto, mentre si trovava nella zona del cimitero, e i suoi resti furono traslati nella cripta papale del vicino cimitero di San Callisto.

La Basilica Paleocristiana

La basilica paleocristiana, risalente al IV secolo, era a tre navate divise da arcate poggianti su ventiquattro colonne. Di queste, sei in granito bigio con capitelli a foglie d’acqua e pulvini sono ancora in situ; altre colonne e capitelli sono stati riadoperati nel monastero. La chiesa primitiva aveva il pavimento in opus sectile a 3,45 metri sotto l’attuale e misurava 47,40 x 17,80 metri. La navata centrale, alta 13,25 metri, era illuminata da dodici finestre per parte. L’antica abside, priva di calotta, era coperta a tetto e vi erano praticate tre finestre.

Ricostruzione schematica della basilica paleocristiana di San Sisto Vecchio

Le Trasformazioni Medievali e l'Ordine Domenicano

La chiesa originaria fu restaurata nell'ultimo quarto dell'VIII secolo da Adriano I (772-795). Successivamente, l'edificio di culto fu ricostruito durante il pontificato di Innocenzo III (1198-1216) agli inizi del XIII secolo. In questa fase, l'originaria basilica paleocristiana, parzialmente interrata, fu riedificata a un livello più alto (oltre due metri) e ridotta a navata unica con proporzioni più contenute. Dell'antico edificio si conservò soltanto l'abside, che fu decorata con importanti dipinti murali ad affresco ancora visibili. Contestualmente, fu elevato l'attuale campanile romanico a tre ordini di trifore.

L'arrivo di San Domenico di Guzman

Fu Innocenzo III a intervenire con decisione per recuperare l’antica chiesa, avviando una serie di lavori di restauro e associando al complesso un monastero destinato a essere un universale coenobium sottoposto a rigida clausura per tutte le comunità religiose femminili di Roma. Nel 1219, Onorio III affidò la chiesa e il monastero a San Domenico di Guzman, il quale vi istituì il primo convento romano di Monache Domenicane. Per non lasciare il monastero deserto, San Domenico prese quasi a forza le monache dal vicino Monasterium Tempuli. Queste suore condussero con sé ingenti ricchezze, la famosa icona di Santa Maria in Tempulo (successivamente detta Madonna di San Sisto) del VII secolo, proveniente da Costantinopoli, e gli usi liturgici greci seguiti dalla comunità fin dalle sue origini, come la recita per cento volte al giorno del Kirie eleison e del Kristi eleison, tradizione proseguita fino al 1793. Grazie ai miracoli di San Domenico, tra cui la risurrezione di un bambino e una sorta di moltiplicazione dei pani, il monastero divenne rapidamente famoso. Le monache vivevano in stretta clausura, senza contatti con il mondo esterno, e la loro esistenza era assicurata da un grande patrimonio, che condizionava l'accettazione delle fedeli. Di conseguenza, il monastero divenne ricchissimo e le sue oblate appartenevano alle famiglie più facoltose dell'aristocrazia romana. I Domenicani rimasero nel complesso solo per un biennio, poiché già nel 1220-1222 si trasferirono nella chiesa di Santa Sabina sull’Aventino. Il Catalogo di Torino, redatto intorno al 1320, documenta che all'epoca nel monastero risiedevano settanta monache e sedici frati predicatori.

Affresco medievale raffigurante San Domenico

Interventi tra Quattrocento e Cinquecento e la Denominazione "Vecchio"

La chiesa e il monastero furono nuovamente restaurati sotto Sisto IV (1471-1484). Questo papa, in attuazione del suo ampio programma di rinnovamento della città, fece eseguire complessi lavori di restauro e ristrutturazione della basilica, inclusa la riedificazione della facciata, forse a cura dell'architetto Baccio Pontelli.

Nel 1575, a causa del carattere malsano del luogo, infestato dalla malaria, il complesso venne abbandonato dalle Suore Domenicane, le quali si trasferirono nella nuova chiesa dei Santi Domenico e Sisto, nel rione Monti. Da questo momento in poi, San Sisto venne denominata "Vecchio" per distinguerla dalla nuova chiesa, a sua volta detta Sisto Nuovo.

Il Portale e i Simboli Araldici

L’antico portale quattrocentesco del cardinale Pietro Ferrici è stato riutilizzato come porta laterale della chiesa, in via delle Terme di Caracalla. La facciata della chiesa, invece, presenta un portale sormontato da un timpano triangolare, agli angoli del quale sono posti due draghi, simboli araldici di papa Gregorio XIII e di suo nipote, il cardinale Filippo Boncompagni, restauratore della chiesa nel XVI secolo.

Il Restauro del XVIII Secolo di Filippo Raguzzini

Tra il 1725 e il 1727, il complesso, ormai caduto in rovina, venne radicalmente ristrutturato per volontà di papa Benedetto XIII (1724-1730) dall'architetto Filippo Raguzzini (1690-1771). Raguzzini, noto architetto rococò e autore della scenografica piazza di Sant'Ignazio, edificò l'attuale facciata e un nuovo chiostro, sostituendo quello medievale.

Descrizione Architettonica

Il Campanile Romanico

La facciata della chiesa è sovrastata dall’elegante campanile romanico, uno tra i più interessanti di Roma, tornato nel 1938 al suo antico splendore. Non è molto alto (circa 13 metri) ed è a tre piani sui quali si aprono armoniose trifore sorrette da colonnine di marmo bianco con capitelli del tipo detto mensoliforme. Alla base del campanile è ancora oggi visibile una meridiana.

Foto del campanile romanico di San Sisto Vecchio

La Facciata

La chiesa presenta una facciata con due avancorpi, aperta al centro tra due paraste da un portale sovrastato da un timpano triangolare, da uno centinato e da un'alta finestra. Ai lati sono posti quattro oculi polilobati e in alto uno circolare. Tra l'architrave del portale e il timpano triangolare sono collocati due draghi, simboli araldici di papa Gregorio XIII e di suo nipote, il cardinale Filippo Boncompagni.

Il Chiostro

Il chiostro, a pianta quadrata, presenta lati di sei arcate a tutto sesto rette da pilastri; la stessa divisione si ripete nel secondo ordine, dove le arcate, tamponate, sono occupate da finestre moderne. Le pareti delle gallerie hanno le lunette decorate con le “Storie della vita di San Domenico”, realizzate da Andrea Casale nel Settecento. Sotto i portici sono conservate alcune parti decorative dell’antica chiesa paleocristiana, come archi e colonne con capitelli originali. Il cortile interno è adibito a giardino e al centro si trova un caratteristico pozzo. Dal chiostro si accede alla Sala Capitolare, con portale e due finestre a bifora, e al Refettorio, un’ampia sala con volta a botte.

Veduta del chiostro con affreschi e giardino di San Sisto Vecchio

L'Interno

L'interno, completamente restaurato da Filippo Raguzzini nel 1725-1727, si presenta oggi a navata unica, anticamente a tre, ed è interamente ornato da stucchi e illuminato da dodici finestre per lato. Sebbene l'interno sia stato completamente restaurato, conserva resti di un ciclo di affreschi tardo-duecenteschi tra l’abside del XIII secolo e la più stretta abside quattrocentesca. Gli affreschi sono divisi in due parti dall’inserimento dell’abside posteriore: nella parte sinistra dell’abside sono visibili una serie di Santi, un pannello con angeli oranti, una Pentecoste e una duplice scena relativa alla Vita di santa Caterina da Siena con accanto un santo martire e due santi giovani. Nella parte destra si trovano una mezza figura di santo, una Presentazione della Vergine al Tempio e rappresentazioni di quattro santi. Le scene della Vita di santa Caterina e le ultime rappresentazioni di Santi sono attribuite a un maestro attivo tra la fine del XIV e l’inizio del XV secolo, mentre gli altri affreschi risalgono alla prima metà del XIII secolo.

Dettaglio di un affresco all'interno della Basilica di San Sisto Vecchio

Storia Recente e Stato Attuale

A seguito della Rivoluzione Francese, l'edificio decadde. Dopo alterne vicende, nel 1873 il monastero venne confiscato dallo Stato Italiano e adibito a deposito di materiale e a rimessa di carri funebri. L’area dove un tempo era situato l’orto delle suore Domenicane oggi è occupata dal Semenzaio Comunale, un’istituzione che provvede al rifornimento di alberi, piante e fiori per le “aree verdi” della città.

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