Azione Cattolica e Vita Parrocchiale a Monforte San Giorgio

La comunità di Monforte San Giorgio si distingue per una ricca storia di fede e attività, che vede nell'Azione Cattolica e nel ministero dei suoi parroci pilastri fondamentali. Recentemente, la comunità ha celebrato i 47 anni di sacerdozio dell'Arciprete don Giuseppe Donia, una figura che ha profondamente segnato la vita parrocchiale con dedizione e sensibilità, mantenendo vive le secolari tradizioni e promuovendo nuove iniziative.

Foto della Chiesa Madre di Monforte San Giorgio

La Storia e l'Impegno del Parroco Don Giuseppe Donia

Gli Anni di Sacerdozio e il Servizio alla Comunità

L'Arciprete don Giuseppe Donia ha servito la parrocchia di Monforte San Giorgio per decenni, dimostrando attenzione e sensibilità verso le persone e i loro bisogni, senza discriminazioni di sorta. Il suo operato si è concentrato anche sulla conservazione delle secolari tradizioni cittadine, attualizzandole e richiamandone lo spirito autentico e i significati religiosi che ne sono alla base.

La Formazione e i Primi Anni di Ministero

Nato a Monforte San Giorgio nel 1950, Padre Donia, oggi settantaduenne, entrò a soli nove anni nel seminario di Santa Lucia del Mela, su sollecitazione del rettore don Raffaele Insana, anch'egli di Monforte. Proseguì gli studi con regolarità e profitto fino a quando, il 24 luglio 1976, l'Arcivescovo di Messina, mons. Fasola, lo ordinò sacerdote in Cattedrale.

Affettuosamente chiamato "Padre Pippo" dai monfortesi, ebbe una lineare e serena preparazione al sacerdozio grazie soprattutto ai suoi genitori, che dalla lontana Svizzera, dove erano emigrati, lo seguirono con affetto. In particolare, la madre, pur rimasta vedova, provvide a sostenere economicamente i suoi studi.

Da novello sacerdote, l'Arcivescovo lo nominò vicario collaboratore della parrocchia di Monforte, allora retta dall'anziano don Francesco Marzo. Padre Pippo nutrì sempre un amore filiale verso don Marzo, accompagnandolo fino alla morte, avvenuta il 17 novembre 1990. Per incarico del parroco, padre Pippo curò con successo la pastorale giovanile, la catechesi e la preparazione ai sacramenti. La differenza di età e di temperamento, così come i cambiamenti pastorali introdotti dal Concilio Ecumenico Vaticano II, non furono di ostacolo alla realizzazione di una forte e concorde azione pastorale nell'interesse del Paese.

Il Sostegno all'Azione Pastorale e alle Confraternite

I 14 anni di servizio come Vicario prepararono pienamente Padre Donia all'assunzione della responsabilità della Parrocchia. In 41 anni di ministero come parroco, ha potuto esprimere tutte le sue capacità organizzative e ministeriali. L'apprezzamento unanime per la sua azione pastorale è stato particolarmente evidente per aver saputo sostenere un coeso ed impegnato Gruppo di Azione Cattolica e le confraternite, coinvolgendole attivamente nelle attività programmate. È ammirevole anche la trasparenza dei bilanci parrocchiali e la sua disponibilità a fornire attrezzature e locali per tutte le iniziative che contribuiscono alla crescita del Paese, da chiunque promosse.

Foto di Don Giuseppe Donia durante una celebrazione o un evento comunitario

Le Attività Culturali e Sociali dell'Azione Cattolica Monfortese

La Riapertura della Saletta Consolazione

Un segno tangibile della vitalità della comunità parrocchiale e dell'Azione Cattolica è la recente riapertura della rinnovata Saletta Consolazione. Dopo il completamento dei lavori di ristrutturazione, la saletta è stata inaugurata con una cerimonia che ha visto la partecipazione del parroco Don Giuseppe Donia e del sindaco Antonio Pinizzotto.

La riapertura segna la ripresa dell'attività teatrale, che rappresenta un'importante espressione culturale e aggregativa per la comunità. Il palcoscenico è dedicato a Enzo Spurio, un giovane scomparso alcuni anni addietro, a testimonianza della memoria e del legame profondo con le nuove generazioni.

L'Associazione Culturale Teatrale Gheorghios e la Commedia "I Miserabili"

L'Associazione Culturale Teatrale Gheorghios dell’Azione Cattolica Monfortese ha ripreso le sue attività proprio in occasione della riapertura della Saletta Consolazione. L'associazione ha invitato la cittadinanza alla commedia "I Miserabili", uno spettacolo che promette di coinvolgere e far riflettere.

Tematiche dello Spettacolo e Valori Promossi

La commedia "I Miserabili" narra la storia di una famiglia che vive di espedienti e sotterfugi, il cui unico fine è la sopravvivenza, spesso a discapito del decoro e della vita altrui. Lo spettacolo affronta temi universali quali:

  • Imbroglioni e accattoni
  • Povertà e creatività
  • Buoni sentimenti e vendette
  • Equivoci e chiarimenti
  • Vigliacchi prepotenti, forti con i deboli e remissivi con i forti
Il testo offre spunti di riflessione sull'esigenza di una vita senza scorciatoie truffaldine, sull'omertà che favorisce la delinquenza e sulla miseria (non solo economica) che troppo spesso è presente nella società e che si tende a non riconoscere. Soprattutto, sottolinea l'importanza di porsi obiettivi da conquistare con sacrificio e onestà, il tutto condito da tensione e, come augurano gli organizzatori, "tante risate". Questa iniziativa teatrale dimostra l'impegno dell'Azione Cattolica di Monforte San Giorgio non solo nella vita spirituale, ma anche nell'animazione culturale e nella promozione di valori etici e sociali attraverso l'arte.

Un Precedente Storico: Padre Stefano Tuccio, Gesuita di Monforte San Giorgio (XVI Secolo)

La storia religiosa e culturale di Monforte San Giorgio vanta figure di grande rilievo, tra cui spicca Padre Stefano Tuccio, un gesuita che nacque nel borgo, allora semplicemente Monforte, nel 1540.

Nascita e Ingresso nella Compagnia di Gesù

Educatore, oratore, poeta, teologo e drammaturgo, Tuccio fu un uomo poliedrico e versatile, lasciando un'impronta significativa nella storia delle istituzioni scolastiche e accademiche e nel teatro della seconda metà del Cinquecento. Entrò nella Compagnia di Gesù nel 1557, all'età di diciassette anni, su sollecitazione di padre Ludovico di Ungrìa, un gesuita spagnolo del Collegio Mamertino di Messina. Quest'ultimo era stato inviato a Monforte per recuperare la salute, trovando nel paese un ambiente ameno, salubre e ospitale. La vicinanza a Messina e l'ospitalità offerta da un sacerdote locale di nome Antonio furono fattori determinanti per la scelta di Monforte come luogo di riposo e missione.

Il soggiorno di padre di Ungrìa a Monforte si rivelò proficuo non solo per la sua salute, ma anche per la sua missione apostolica. Attraverso l'esempio e le conversazioni private, riuscì a instillare un profondo desiderio di vita religiosa. Una lettera del 1577 testimonia come le sue "lettioni" e i "colloquii honesti et buoni costumi" portarono ben quattro monfortesi, tra cui Stefano Tuccio, ad entrare nel collegio Mamertino. Stefano Tuccio, all'epoca diciassettenne, fu giudicato il più brillante e "in lettere humane molto instrutto".

La Formazione e gli Inizi a Messina e Palermo

Tuccio entrò nel Collegio Mamertino nel gennaio del 1558, dedicandosi con impegno allo studio del greco, dell'ebraico e all'approfondimento della retorica. Sebbene il rettore dell'epoca, padre Pantaleone Rodinò, avesse notato la sua "bona habilità nelle lettere", lo descrisse anche come "nella presenza e nel parlare un poco rustico", un tratto che portò alcuni biografi a ipotizzare umili origini, sebbene altri studiosi suggeriscano l'appartenenza a una facoltosa famiglia locale, in virtù della sua solida base culturale già al momento dell'ingresso nella Compagnia.

Dopo soli dieci mesi, fu trasferito a Palermo, dove rimase per tre anni come insegnante di umanità. Nonostante il suo desiderio di partire come missionario in India nell'estate del 1561, tornò a Messina, al Collegio Mamertino, per nove anni consecutivi.

L'Attività Drammaturgica e le Tragedie Latine

Gli anni trascorsi a Messina furono cruciali per lo sviluppo della sua attività di drammaturgo. Tra il 1562 e il 1569, Stefano Tuccio scrisse e rappresentò sei tragedie in lingua latina:

  • Tre di argomento biblico: Nabucodhonosor (opera perduta), Goliath, Juditha.
  • Tre sulla vita di Cristo: Christus Nascens, Christus Patiens, Christus Judex.
Quest'ultima, nota anche come De ultimo Dei iudicio, è considerata la sua opera più riuscita, dove Tuccio dimostrò spiccate doti sia come drammaturgo che come regista. La sua rappresentazione a Roma nel 1574, con un prologo diverso e varianti, si tenne alla presenza di numerosi cardinali e nobili. La tragedia fu successivamente tradotta in diverse lingue (polacco, tedesco, serbo-croato) e rappresentata in tutta Europa fino al secolo successivo.

I gesuiti messinesi del XVI secolo ebbero il merito di riscoprire, attraverso il teatro, la memoria normanna legata alla conquista della Sicilia. Tragedie storiche come la Messana liberata, rappresentata nel 1594, mettevano in scena eventi significativi come l'ingresso del Conte Ruggero a Messina, rafforzando il legame tra la popolazione e il proprio passato in un periodo segnato dalle incursioni dei pirati mussulmani e dalla ricerca di maggiore sicurezza dopo la battaglia di Lepanto (1571).

Illustrazione di un teatro gesuitico del XVI secolo o una mappa storica della Sicilia

Il Sacerdozio e il Percorso Teologico a Roma

Tuccio fu ordinato sacerdote a Messina nel dicembre del 1566. Nel dicembre del 1571, si trovava a Palermo come precettore del figlio del viceré, don Fernando Dávalos. A Palermo, da autodidatta, approfondì gli studi di filosofia e teologia, divenendo confessore e predicatore. Insoddisfatto della sua preparazione teologica, chiese e ottenne il trasferimento a Roma nel 1572, lamentando di "essere sempre stato sepolto in Sicilia".

A Roma, presso il Collegio Romano, Tuccio si distinse per il suo ingegno e la memoria prodigiosa. Frequentò assiduamente le biblioteche e interagì con i massimi esponenti della cultura teologica e filosofica, conseguendo il titolo di dottore in filosofia e teologia.

Successivamente, insegnò teologia a Milano (forse in sostituzione di padre Roberto Bellarmino nel 1574) e a Padova (teologia dommatica dal 1575), dove le sue lezioni furono molto apprezzate e pubblicate dagli studenti a sua insaputa.

Il periodo padovano fu tuttavia difficile a causa dei complessi rapporti con i superiori. Tuccio, pur ammettendo una sua "rusticità di costumi", soffrì per il mancato riconoscimento dei suoi sforzi e lamentò difficoltà alimentari e episodi di ansia dovuti agli impegni. Nel giugno 1577 fu inviato a Loreto come insegnante di teologia morale, dove fu apprezzato come moralista e consulente esterno.

Il Ruolo nella Redazione della "Ratio Studiorum"

Nell'ottobre 1579, Tuccio fu trasferito a Roma, un ambiente intellettualmente stimolante che gli permise di esprimere appieno la sua cultura e spiritualità. Insegnò teologia scolastica al Collegio Romano fino al 1583, anno in cui il generale padre Claudio Acquaviva lo scelse, unico italiano, per far parte del gruppo di sei gesuiti incaricati di redigere la Ratio atque institutio studiorum Societatis Iesu. Questo testo fondamentale fissava le norme che avrebbero regolato la vita e l'attività pedagogica in tutte le scuole della Compagnia di Gesù in Europa, Asia e America.

Padre Tuccio, uomo di fiducia del generale e presidente della commissione, avviò i lavori l'8 dicembre 1583. La commissione presentò due trattati nell'agosto 1584, che furono stampati e inviati a tutte le Province per correzioni. Una commissione ristretta, composta da Tuccio, Azor e Gonzalves, redasse le edizioni della Ratio del 1586 e del 1591, basandosi anche sulle osservazioni periferiche. Durante questo periodo, Tuccio fu anche rettore della Penitenzieria e incaricato di risolvere "casi di coscienza".

Ultimi Anni e Personalità

Nel 1592, Tuccio si ritirò a Frascati, colpito da una lunga e dolorosa malattia: un tumore alla testa che progredì per cinque anni, impedendogli infine di mangiare, bere o aprire la bocca. Trasportato a Roma, morì al Collegio Romano il 21 gennaio 1597. Alla sua morte, Papa Clemente VIII affermò: "dunque è morto il santo", e la gente al suo funerale cercò di ottenere reliquie, a conferma della sua fama di santità. L'edizione definitiva della Ratio Studiorum fu pubblicata postuma nel 1599.

Emmanuele Aguilera descrisse il suo aspetto fisico come "statura bassissima, colore bruno, faccia smisurata, aspetto fisico un po’ rozzo, voce sgradevole, idioma affatto barbaro e disadorno". Riguardo al suo carattere, Tuccio era di natura malinconica e "molto ritirata", non amando la mondanità e le conversazioni che spesso gli causavano mal di testa, soprattutto le "speculationi del tutto aride e metaphisiche". Era modesto e umile, schietto e lucido, privo di servilismo, anche se questo gli causava difficoltà nei rapporti con i superiori, verso i quali era comunque rispettoso e obbediente. Aveva una tendenza al perfezionismo e necessitava di tempo per il lavoro, non amando le cose fatte in fretta. Desiderava che il suo impegno e la sua opera fossero riconosciuti e apprezzati.

La sua salute era contraddittoria: pur affermando di essere robusto e desideroso di fare il missionario, soffriva il caldo e il freddo, aveva difficoltà con certi cibi e fu colpito da febbri debilitanti, come quella patita a Palermo. Necessitava anche di molto riposo per mantenere la lucidità.

Antico ritratto o incisione di un gesuita del XVI secolo

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