Sorto nell'alveo della tradizione religiosa ebrea, il cristianesimo ha in Gesù di Nazaret il suo fondatore. Le sue opere ed i suoi insegnamenti, diffusi dai suoi testimoni e discepoli, sia a partire da quanto essi videro ed udirono, sia con la comprensione sempre più profonda delle esperienze vissute con lui, in modo particolare quella della sua morte e resurrezione, costituiscono il nucleo dell'annuncio cristiano o «Vangelo».
Tale messaggio proclama il definitivo compimento della rivelazione che Dio aveva fatto di sé al popolo di Israele, come Creatore dell'universo e Signore della storia, compimento realizzato con l'incarnazione del Figlio di Dio e l'invio al mondo dello Spirito Santo. I rapporti fra Dio, il mondo e l'uomo delineati nelle Scritture di Israele, acquistano una nuova luce dalla dottrina di Gesù e su Gesù, la cui Incarnazione viene messa in stretto rapporto con il senso e la verità dell'intera creazione.
Nel confronto fra rivelazione cristiana e lettura scientifica del mondo svolge un suo preciso ruolo l'incarnazione del Verbo e, dunque, il mistero di Gesù Cristo. Il problema dell'accesso storico alla vita umana di Gesù e alle sue opere rappresenta, inoltre, un tema classico dei rapporti fra fede e scienza. Le fonti di base per lo studio di tale accesso sono i Vangeli, documenti che raccolgono la predicazione orale degli apostoli, messa per iscritto da alcuni di essi o dai loro discepoli.
Anche quando ci si accosta con categorie storico-scientifiche alla figura di Gesù di Nazaret, non va dimenticata la simultanea presenza di due elementi inseparabili, quello dell'evento e quello del mistero. Il primo è legato alla concretezza storica, geografica, religiosa e culturale della sua umanità; il secondo alla confessione dell'origine divina di Gesù, come Figlio di Dio consustanziale al Padre, e alla fede cui questa confessione fa appello.

I. La questione circa l'autenticità storica dei Vangeli
I Vangeli sono giunti fino a noi sotto forma di quattro brevi documenti redatti in lingua greca, attribuiti dalla tradizione cristiana a quattro autori. Due di questi, Matteo e Giovanni, appartenevano al «gruppo dei dodici», gli apostoli scelti nominalmente da Gesù (cfr. Mt 10,2-4; Mc 3,16-19; Lc 6,13-16). Gli altri due, Marco e Luca, erano conosciuti come discepoli di un altro apostolo, Pietro, e di Paolo di Tarso.
Pur nella diversità dello stile, tre dei quattro (Mt, Mc e Lc), detti «sinottici», riportano una narrazione quasi parallela (gr. synoptikós, dal verbo synoráo, «vedo nell'insieme, abbraccio con lo sguardo»), mentre il quarto (Gv) sviluppa narrazioni in parte originali, soffermandosi più a lungo degli altri sui discorsi di Gesù e sulla teologia che vi soggiace. I quattro documenti dedicano un'attenzione assolutamente centrale alla narrazione dei fatti della passione e morte di Gesù a Gerusalemme, della quale possono in un certo senso considerarsi una "grande e graduale preparazione". Tutti terminano riportando le narrazioni relative alla sua resurrezione la domenica di Pasqua e alle apparizioni del risorto che la seguirono.
I Vangeli hanno la forma di un annuncio (gr. kerygma) di gioia e di salvezza (gr. euanghélion, cioè «buona novella»), trasmettendo un contenuto di ricco valore morale, qualificabile come «annuncio del Regno di Dio e della sua giustizia», centrato sugli insegnamenti e l'esempio di Gesù, di cui affermano la divinità, l'origine dal seno di Dio-Padre e l'invio nel mondo come redentore e salvatore dell'uomo. La datazione dei codici più antichi contenenti l'intero testo (codici Sinaitico e Vaticano) li fa risalire al IV secolo, ma esistono papiri risalenti al II secolo (papiro di Chester Beatty) e frammenti databili fra la fine del I e l'inizio del II secolo.

1. Le origini della critica
Sebbene la cristianità si sia sempre preoccupata del valore storico dei Vangeli, come una delle sue manifestazioni di attenzione alla storia, la critica alla loro autenticità storica può considerarsi un problema tipicamente moderno. Fino a poco più di due secoli fa, e cioè prima dell'illuminismo, la cristianità aveva sempre unanimemente e pacificamente ritenuto che i quattro Vangeli ci informassero fedelmente sulla vita di Gesù. Come risulta dalle più antiche testimonianze, due preoccupazioni animavano i Padri della Chiesa: dimostrare il collegamento di ogni Vangelo con un singolo autore ("personalizzare l'autore") e che questi autori erano informati e sinceri ("accreditare l'autore").
Benché nel periodo patristico non si nutra alcun dubbio sulla veridicità storica dei Vangeli, esistono alcuni interessanti esempi di atteggiamento critico. Così l'apologista Taziano (II sec.), partendo dalle divergenze fra un evangelista e l'altro, scrive verso l'anno 150 il Diatessaron, quattro vangeli fusi in uno solo per dimostrarne la piena concordia e ricavarne una storia unitaria della vita di Gesù. Già nel III secolo, Origene (ca. 185-254) affronta il problema ermeneutico dell'interpretazione biblica e sviluppa (non senza eccessi) il metodo della lettura allegorica iniziato nell'ebraismo da Filone di Alessandria (20 a.C.-50). Per Origene la Scrittura non è stata redatta per raccontarci le storie dell'antichità, ma per nostra istruzione salvifica, e così possiamo comprendere la perenne attualità di ciò che leggiamo.
Anche s. Agostino (354-430) si trova a dover risolvere il problema delle discordanze evangeliche. Nella sua opera De consensu evangelistarum (400), accanto alla soluzione "concordista", egli insiste ripetutamente che nei Vangeli bisogna cercare non le parole strettamente vere e proprie di Gesù (ipsissima verba Christi), ma il senso globale delle sue sentenze. Un altro grande principio formulato da Agostino è quello dell'intenzione teologica dell'evangelista: non bisogna cercare nei Vangeli altra cosa se non ciò che vuol dire colui che parla, cioè la sua intenzione; quindi si deve sempre tener presente il modo di parlare (genus locutionum) (cfr. De consensu evangelistarum, 27-29: PL 34, 1090-1092), criterio questo che si avvicina a quello dei «generi letterari» della esegesi contemporanea.
Anche se contrassegnato da intuizioni così preziose, l'atteggiamento dei Padri e dei teologi del medioevo nei confronti dei Vangeli è quello di una fiducia semplice e spontanea che non li fa sospettare nemmeno della possibilità che i materiali trasmessi siano stati selezionati, raggruppati, orientati prima di essere raccolti nella loro redazione finale. Anche nel campo degli avversari della fede si riscontra l'assenza di una vera critica interna - una critica cioè mossa a partire dalla forma e dalla storia intrinseche al materiale raccolto - che attraverso l'uso sistematico di tecniche appropriate ricerchi le possibili fonti dei Vangeli, i loro reciproci rapporti, il loro grado di attendibilità. I polemisti pagani Celso (II secolo) e Porfirio (III secolo) negano la credibilità dei Vangeli fondandosi su certi aspetti del loro contenuto, come ad esempio la possibilità di miracoli e quindi in base ad impostazioni di carattere filosofico, non per ragioni desunte dalla critica storica e letteraria dei testi.
Anche il grande interesse della Riforma protestante per la Bibbia è più dogmatico che critico. I riformatori si separarono dalla Chiesa di Roma in nome della sola Scriptura, la cui autorità, indipendente da ogni lettura ecclesiale, verrà in seguito sempre più esaltata. Molti protestanti del XVII secolo finirono per considerare intoccabili i testi sacri. In essi tutto veniva considerato "ispirato", nel senso radicale di «dettato direttamente da Dio», incluse le virgole e gli accenti. Un tale atteggiamento di difesa ad oltranza rifletteva certo un geloso rispetto per la Scrittura ma finiva per impedire qualsiasi tipo di operazione critico-scientifica sui libri sacri. In definitiva, in questo lungo periodo di circa diciotto secoli manca una critica vera e propria, stabilita come principio di ricerca ed applicata con metodologia scientifica.

2. La critica illuminista e razionalista e la reazione alla teologia liberale
L'inizio della questione sul Gesù storico risale al periodo dell'illuminismo ed esattamente al 1778, anno della pubblicazione dell'ultimo estratto di un ampio manoscritto di ben quattromila pagine dal titolo Lo scopo di Gesù e quello dei suoi discepoli. L'autore, Hermann Samuel Reimarus (1694-1768), un deista tedesco e accanito promotore di una religione naturale e filosofica, era morto dieci anni prima senza avere il coraggio di pubblicarlo; l'editore, il filosofo razionalista G.E. Lessing (1729-1781), lo aveva dato alle stampe anonimo.
In effetti vi si sosteneva una tesi rivoluzionaria: il progetto di Gesù deve essere distinto dall'obiettivo dei suoi discepoli. Gesù non avrebbe quindi mai pensato di fondare una nuova religione, non aveva fatto miracoli, non aveva parlato della sua morte né tanto meno della sua resurrezione. Egli era un rivoluzionario giudeo che, come tanti altri sovversivi della sua epoca (Giuda il Galileo, Teuda, Bar Kochba), aveva predicato l'avvento di un regno terreno e si prefiggeva la liberazione dei suoi connazionali contro la dominazione romana. Un messia politico, dunque. Ma il suo disegno fallì miseramente, come testimonierebbe il suo grido di delusione sulla croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46).
Del tutto differente sarebbe invece stato il "piano" dei discepoli. Trovatisi di fronte ad un fallimento non potevano ora rassegnarsi a tornare in Galilea alle loro precedenti occupazioni. Escogitano dunque una frode, rubando il cadavere del maestro ed inventando la storia della sua resurrezione e del suo ritorno glorioso, in modo da poter raccogliere adepti e consensi per una nuova religione. Furono dunque i discepoli a travisare la figura di Gesù, presentandolo come «Cristo», cioè come un messia religioso che, per redimere l'umanità dal peccato, si era offerto volontariamente alla morte per poi risorgere; e sarebbe questo il «Gesù Cristo», appunto, che troviamo nei Vangeli. Nella sua interpretazione della vicenda di Gesù, Reimarus è fortemente condizionato dai suoi a-priori filosofici di indole razionalistica, ma non svolge un lavoro di vera critica letteraria. Tuttavia egli sarà il primo ad introdurre nei Vangeli la distinzione critica tra ciò che Gesù ha insegnato e ciò che ci hanno predicato gli apostoli, cioè fra il "vero" Gesù ed il Cristo rappresentatoci dai Vangeli.
Ma è con David Friedrich Strauss (1808-1874), autore di una Vita di Gesù (1835), che assistiamo al primo tentativo di una moderna critica ai Vangeli. Riprendendo il processo dialettico di Hegel, egli sostiene che la categoria adeguata per accostarsi alla vita di Gesù non è né quella dogmatica del soprannaturale (tesi), né quella delle spiegazioni naturali (antitesi), quanto piuttosto quella del mito (sintesi). Per Strauss il mito non è altro che il rivestimento storico delle idee religiose dei primi cristiani, operato da una giovane comunità entusiasta del suo fondatore, e poi tragicamente sconvolta dalla sua morte. Quindi, tutto l'elemento soprannaturale presente nei Vangeli non è invenzione consapevole e deliberata dei primi discepoli (Reimarus), ma elaborazione collettiva e inconsapevole della comunità, dunque leggenda popolare. Nei confronti del dato storico, Strauss si mostra scettico e minimalista: non è importante sapere ciò che Gesù è stato storicamente; ciò che è per noi rilevante è solo il suo messaggio spirituale di riconciliazione fra l'umano e il divino. La strada per il pensiero di Bultmann è qui già tracciata.
Tre anni dopo l'opera di Strauss, C.H. Weisse e C.G. Wilke scoprirono alla base del contenuto dei Vangeli l'esistenza di "due fonti documentali", Marco e i Loghia, cioè i «detti di Gesù». La maggior parte del materiale evangelico sarebbe un'esposizione ed uno sviluppo di queste due fonti primitive. Si ridimensionava così lo scetticismo straussiano e prendeva corpo nella seconda metà del XIX secolo una corrente teologica, detta «teologia liberale», che si proponeva di conciliare la fede con la ragione impegnandosi a fondo nella cosiddetta «ricerca sulla vita di Gesù» (Leben-Jesu Forschung). Essa si proponeva di "liberare" l'immagine di Gesù dalle incrostazioni dogmatiche, formatesi già all'epoca della prima comunità cristiana e continuate nei tempi successivi, per «ritornare all'uomo Gesù di Nazaret», ricostruendone l'esatta biografia storica e perfino delinearne l'itinerario psicologico. Di qui una lunga serie di ritratti di Gesù, da quello del dolce sognatore della Galilea (Renan) a quello romantico del perfetto archetipo dell'ideale morale dell'umanità (Schleiermacher).
Tale ricerca ottimistica fu però subito smantellata da Kähler, Wrede e Schweitzer. In una nota conferenza del 1892, M. Kähler (1835-1912) enuncerà in maniera netta ed esplicita la distinzione fra il Gesù della storia ed il Cristo della Bibbia, rifiutando il primo, cioè quel Gesù dei puri e semplici fatti del passato che la teologia liberale pretendeva ricostruire scientificamente, ed accettando solo il Cristo della predicazione apostolica, l'unico ad avere un reale significato per la fede. I Vangeli non sarebbero fonti per ricostruire una biografia storica di Gesù, ma «una professione di fede nella messianicità del crocifisso».
W. Wrede negherà al Vangelo di Marco il ruolo di una fonte primaria, ma vorrà riconoscervi i tratti di una elaborazione della comunità: in esso sarebbe stata introdotta la prospettiva del «segreto messianico di Gesù», cioè il comando dato agli apostoli di non rivelare la sua vera identità, giustificando così il fatto che la sua fama sarebbe esplosa dopo la sua morte. Il "colpo di grazia" sarebbe arrivato da A. Schweitzer (1875-1965) con l'opera Storia della ricerca della vita di Gesù (1906) nella quale, partendo da Reimarus, mostra con acutezza inesorabile che tutte queste vite, dietro la pretesa di essere ricavate dai Vangeli, erano di fatto rappresentazioni di comodo. Ogni epoca, ogni teologia, ogni autore vestivano Gesù con i loro panni: i razionalisti descrivevano Gesù come il gentleman ideale dell'età vittoriana, i socialisti come il primo grande riformatore sociale, gli idealisti come la quintessenza dell'umanità.
Un discorso a parte lo meriterebbe qui Adolf von Harnack (1851-1930). In una delle sue opere più celebri, L'essenza del cristianesimo (1900), consacra alcune pagine all'aspetto storico dei Vangeli. Egli parte dalla loro qualità "kerygmatica": i Sinottici sono libri di propaganda e il loro intento non è la registrazione cronachistica dei fatti, bensì l'annuncio della fede.

L'Autore Luca e i suoi Scritti: Vangelo e Atti degli Apostoli
L'Attestazione Tradizionale dell'Autore
Luca è l’autore del Vangelo e degli Atti degli Apostoli. Ciò è al di là di ogni possibile ragionevole dubbio, in quanto attestato dalla stessa Bibbia e creduto da tutte le chiese negli ultimi duemila anni. Questa attribuzione è confermata da antiche testimonianze. I padri della Chiesa credevano che Luca fosse l’autore di entrambi gli scritti comunemente a lui attribuiti. Lo affermava Ireneo vescovo di Lione nel secondo secolo (Ireneo era stato discepolo di Policarpo, a sua volta discepolo dell’apostolo Giovanni). Lo leggiamo anche nella monumentale opera di Eusebio, vescovo di Cesarea nel IV secolo. Le Scritture stesse, infatti, confermano che Luca è l’autore sia del Vangelo sia degli Atti. Gli Atti degli Apostoli sono un resoconto storico che copre un periodo di oltre 30 anni dopo l’ascensione di Gesù, dalla nascita all’espansione della Chiesa cristiana oltre i confini della nazione di Israele, per diffondersi tra i Gentili. Si conclude con la prima prigionia di Paolo a Roma. Il libro è tradizionalmente attribuito a Luca, autore anche del terzo Vangelo.
Le Prove Interne negli Atti degli Apostoli: i "Noi-Passages"
A un certo punto della narrazione, durante il secondo viaggio missionario di Paolo, a Troade, Luca si unisce all’apostolo dei Gentili, come è chiaro dall’uso del verbo alla prima persona plurale. Questo è evidente nei cosiddetti "noi-passages": “Dopo che ebbe avuto la visione, noi cercammo subito di andare in Macedonia, convinti che il Signore ci aveva chiamati ad annunziare loro il vangelo. Perciò, salpati da Troas, giungemmo direttamente a Samotracia e il giorno seguente a Neapoli; e di là a Filippi, che è la città principale di quella parte della Macedonia e una colonia; e rimanemmo in quella città alcuni giorni” (Atti 16:10-12).
PAOLO , L' Apostolo delle genti - Breve Riassunto
La Datazione Precoce e la Diffusione dell'Opera di Luca
Possiamo concludere che quando l’apostolo Paolo scriveva la sua seconda lettera ai Corinzi, Luca era già conosciuto “in tutte le chiese” a motivo del suo Vangelo. La traduzione della Riveduta Luzzi recita: “E assieme a lui abbiam mandato questo fratello, la cui lode nella predicazione dell’Evangelo è sparsa per tutte le chiese”. Tuttavia, il testo originale non dice “questo” fratello (οὗτος), bensì “il” fratello (τὸν ἀδελφὸν). La Nuova Riveduta traduce: “Insieme a lui abbiamo mandato il fratello il cui servizio nel vangelo è apprezzato in tutte le chiese”. La parola “servizio” traduce in modo improprio la parola che nell’originale è invece “lode” (ὁ ἔπαινος).
Il tentativo, si suppone, è quello di dare un significato alla frase di Paolo che non sia quello immediato e semplice, forse per assecondare visioni preconcette che ritengono impossibile la composizione del vangelo di Luca già in un’epoca tanto remota. La Nuova Diodati traduce: “Con lui abbiamo mandato il fratello, la cui lode nella predicazione dell’evangelo si è sparsa in tutte le chiese”. Così facendo tradisce (e non traduce) la versione che dovrebbe aggiornare linguisticamente, la vecchia Diodati che invece traduce il testo fedelmente, nella sua letteralità: “Or noi abbiam mandato con lui questo fratello, la cui lode nell’evangelo è per tutte le chiese”.
Se riteniamo autentico il prologo di Luca alla sua narrazione evangelica e non un artificio letterario, il suo essersi diligentemente informato presso i testimoni oculari per proporre una narrazione accurata ed attendibile, ciò colloca l’opera dell’evangelista nel periodo apostolico. Tale collocazione temporale spiega benissimo l’affermazione di Paolo nella sua lettera, altrimenti di difficile o addirittura impossibile comprensione.
Possiamo essere sicuri che il Vangelo di Luca sia stato scritto prima che Paolo partisse per il suo terzo viaggio missionario e scrivesse la sua seconda epistola ai Corinzi e quindi intorno al 54/58 d.C., con sufficiente anticipo perché la sua opera si diffondesse in maniera tanto estesa da motivare l’affermazione dell’apostolo. Allo stesso modo, essendo stato Luca suo compagno, visto che conclude la sua opera con la prigionia di Paolo a Roma, il completamento della sua scrittura degli Atti degli Apostoli deve ascriversi a quel periodo. Se avesse scritto dopo, ci avrebbe senz’altro fornito ulteriori informazioni sulla vita dell’apostolo che invece non ci sono pervenute. Le conclusioni di chi non ritiene valide le posizioni tradizionali sull’età e l’attribuzione dei libri del Nuovo Testamento in generale, e in particolare dei vangeli, sono basate su considerazioni derivate da un’analisi interna del testo, quindi soggettiva. Oggi sempre maggiori prove oggettive fanno propendere per l’antichità e, per giusta conseguenza, vista la vicinanza con gli eventi descritti, per l’attendibilità storica delle narrazioni evangeliche.
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