A volte, per comprendere appieno il senso di una storia, per risalire alle origini di una scelta, è necessario partire dalla fine. Nel nostro caso, sono appena tre parole che, tuttavia, bastano a dare un senso a tutto: Signore, misericordia, perdonami. Poco più di un sospiro per spiegare cosa significhi avere fede.
Significa credere in una Persona, il cui stile è la misericordia, a cui chiedere, pieni di fiducia, di essere perdonati. Tutti avranno riconosciuto la conclusione dell'Atto di dolore, la preghiera recitata al termine della Confessione, prima di ricevere l'assoluzione.
Papa Francesco ne parla all'interno del discorso consegnato ai partecipanti al corso sul foro interno, organizzato dalla Penitenzieria apostolica. Leggerlo è come passare una spugna umida su un vetro impolverato, per vedere meglio fuori, per comprendere come siamo agli occhi di chi ci conosce davvero. È recuperare la dimensione del proprio essere spirituale, è riandare a noi stessi bambini, quando abbiamo imparato quelle frasi, in apparenza banali, che sono invece alla base della relazione personale con Dio.

La Fede come Rapporto d'Amore
Perché la fede affonda le sue radici in un rapporto d'amore. Non a caso la preghiera recita: «Ho offeso te, infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni altra cosa». Questo significa che si tiene così tanto a Dio da stare male al solo pensiero di offenderlo. È simile a un rapporto coniugale, dove l'anello al dito simboleggia la fedeltà reciproca portata nel mondo. Anzi, è qualcosa di più: i mistici e i santi insegnano che esiste un livello d'amore ancora superiore, perfetto, incontaminato, che funge da esempio per il dialogo e l'incontro con tutto il resto. Così, chi ama Dio, ama il fratello e il creato, e cerca sempre il bene e la giustizia.
Non esiste un'alternativa: non è possibile voler bene al Signore e al contempo detestare le persone, rifiutare ogni contatto con loro. Anzi, chiudersi nella propria autoreferenzialità, bastare a sé stessi, rappresenta l'essenza del peccato, e significa lasciare il Signore fuori dalla nostra porta come un estraneo che incute un po' di timore.
Allenarsi all'Accoglienza e al Perdono
Si tratta, dunque, di allenarsi all'accoglienza: del Signore e dell'altro. L'esercizio, al limite dell'umano, è proprio il perdonare. Una "prova" che, in alcuni casi, può avvenire solo con l'aiuto del cielo, e che ci lascia meravigliati di fronte a chi, pur con il cuore spezzato, non cerca vendetta di fronte all'omicidio di un figlio, ma sa guardare avanti.
Il sacramento della Riconciliazione è una scuola in questo senso: ci insegna che, agli occhi di Dio, se il pentimento è vero, ogni peccato può essere perdonato. A patto di essere disposti a sanarne gli effetti con la penitenza, pagandone le conseguenze e disinfettando le ferite in attesa che cicatrizzino.
E, ancora di più, accostarsi al confessionale comporta la consapevolezza che Dio, per dirla con il santo Curato d'Ars, «ci perdona anche se sa che peccheremo di nuovo». Perché è nella sua natura di Padre, perché pensa all'uomo prima di tutto, perché il suo nome è misericordia. E sperimentarlo fa crescere anche chi la riceve, purifica il cuore di chi sa di averlo macchiato, come acqua tiepida che non bagna, ma cura.
«La misericordia», scrive Shakespeare nel Mercante di Venezia, «cade dal cielo sulla terra in basso come la pioggia gentile.»

Il XXXIV Corso sul Foro Interno e le Parole del Papa
Il XXXIV Corso sul foro interno, promosso dalla Penitenzieria apostolica, si è concluso venerdì 8 marzo con l'udienza pontificia. Il Santo Padre si è rivolto agli oltre cinquecento partecipanti - altrettanti collegati in streaming -, tra sacerdoti e diaconi transeunti, che dal 4 marzo hanno seguito il Corso di formazione annualmente proposto da questo Tribunale di misericordia. L'obiettivo è favorire una celebrazione sempre più teologicamente consapevole, pastoralmente attenta e spiritualmente feconda del sacramento della Riconciliazione.
Le parole che il Santo Padre ha voluto donarci possiedono una profondità e una semplicità tali da rivolgersi sia ai confessori che ai penitenti, illuminando entrambi sulla realtà della Confessione che, con la Santissima Eucaristia, costituisce il fondamento di tutta la vita della Chiesa e, di conseguenza, la sorgente di quella “umanità nuova” che Cristo ha inaugurato con la propria incarnazione, morte e risurrezione e che, attraverso la Chiesa, partecipa a tutti i fedeli battezzati.
Il Santo Padre ha scelto, quest'anno, di prendere le mosse dalla preghiera dell'Atto di dolore, composta dal grande pastore e dottore della Chiesa, Sant'Alfonso Maria de' Liguori. Papa Francesco ha così fuso insieme due principi “teologici” fondamentali: la lex orandi e la lectio sanctorum. La norma della preghiera, che è la “fede celebrata”, è sempre norma del credere, cioè della “fede creduta” nella Chiesa. Questa unica fede si manifesta in modo autorevole e convincente nella vita dei santi.
L'Atto di dolore, che gode ancora di un vero e proprio “successo planetario”, riassume in sé questi due principi. Sebbene non possa definirsi “preghiera liturgica” in senso stretto, rappresenta sicuramente «un’orazione semplice e ricca - così l'ha definita il Papa -, che appartiene al patrimonio del santo Popolo fedele di Dio». Di fatto, questa preghiera è entrata a far parte della celebrazione del sacramento della Riconciliazione, offrendo al fedele un modo sicuro ed efficace per esprimere le proprie disposizioni interiori e, in particolare, quei tre atteggiamenti sui quali si è concentrata la riflessione del Santo Padre: il pentimento, la fiducia in Dio e il proposito di non peccare più.
Poiché le cose di Dio sono eterne e tutto ciò che è vero non invecchia mai, «questa preghiera - ha detto il Santo Padre - conserva tutta la sua validità, sia pastorale che teologica».
Le Obiezioni allo Storicismo e al Relativismo
Fin dalle premesse di questo discorso, si notano le due principali obiezioni che, oggi, minacciano sia la riflessione teologica che la missione evangelizzatrice della Chiesa: lo storicismo, che in ambito biblico-esegetico diviene “scetticismo metodico”, e il relativismo, che in ambito teologico-pastorale si traduce in un “cristianesimo anonimo”, ultimamente sincretista, disponibile a giustificare qualunque credenza, opinione e atteggiamento individuali.
I Tre Atti del Penitenze: Pentimento, Fiducia e Proposito
La riflessione del Papa si è sviluppata in tre punti, rispettivamente dedicati a quelle disposizioni interiori che, nel sacramento della Riconciliazione, costituiscono veri e propri “atti del penitente”.
1. Il Pentimento
«Esso non è il frutto di un’autoanalisi né di un senso psichico di colpa, ma sgorga tutto dalla consapevolezza della nostra miseria di fronte all’amore infinito di Dio». Senza negarne il valore, il Santo Padre ridimensiona il ruolo delle scienze umane, oggi investite di un’attesa quasi messianica. Afferma chiaramente che il momento di massima intimità con sé stessi, che è il pentimento, non richiede una particolare introspezione psicologica e non ha nulla a che fare con ciò che abitualmente si definisce “senso di colpa”. Sgorga, invece, dalla percezione sorpresa e grata dell’amore di Dio e, di conseguenza, dalla consapevolezza della propria miseria alla luce di questo amore.
Papa Francesco torna, così, ad annunciare al mondo il primato dell’amore di Dio e l’urgenza di riscoprire il “senso del peccato”. Il sacramento della Confessione, infatti, non rappresenta l’esaltazione del “senso di colpa”, inteso come “disagio psicologico”, bensì la risposta gratuita ed efficace offerta da Dio a quel “senso del peccato”, la cui base è squisitamente teologica, perché nasce dall’incontro personale con il proprio Creatore e Salvatore.
«Nella persona - ha detto il Papa -, il senso del peccato è proporzionale proprio alla percezione dell’infinito amore di Dio: più sentiamo la sua tenerezza, più desideriamo di essere in piena comunione con Lui e più ci si mostra evidente la bruttezza del male nella nostra vita».
Il pentimento, nato dall’incontro con l’amore di Dio, conduce il peccatore all’amore per il suo Signore, “infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa”.
2. La Fiducia nell'Amore di Dio
Il secondo atteggiamento analizzato dal Papa è, perciò, la fiducia nell’amore di Dio manifestata dal penitente: «È bello sentire, sulle labbra di un penitente, il riconoscimento dell’infinita bontà di Dio e del primato, nella propria vita, dell’amore per Lui». Affinché, poi, l’amore per Dio non venga ridotto a vago sentimentalismo, il Santo Padre ha ulteriormente chiarito: «Amare “sopra ogni cosa”, significa [...] mettere Dio al centro di tutto, come luce nel cammino e fondamento di ogni ordine di valori, affidandogli ogni cosa».
3. Il Proposito di Non Peccare Più
Infine, il “frutto maturo” del pentimento, che si apre alla fiducia, non è la promessa di non più peccare, irrealistica e presuntuosa, quanto il “proposito” di chi, con amore, si decide per Dio e, con umiltà, invoca il suo santo aiuto: «Senza la sua grazia, nessuna conversione sarebbe possibile, contro ogni tentazione di pelagianesimo vecchio o nuovo».
Il Papa, e con lui tutta la Chiesa, non è mai né per il pessimismo antropologico di stampo luterano, né per l’ottimismo, in fondo ateo, di matrice pelagiana, ma per la verità dell’uomo “creato” bene da Dio, “ferito” dal peccato e “restaurato” dalla divina misericordia, che splende sul volto di Cristo, cosicché, «in ogni atto di misericordia, in ogni atto d’amore, traspare il volto di Dio».
Poi viene il proposito, cioè la volontà di "non ricadere più nel peccato commesso, e permette l’importante passaggio dall’attrizione alla contrizione, dal dolore imperfetto a quello perfetto". Certo, «un proposito, non una promessa. Infatti, nessuno di noi può promettere a Dio di non peccare più, e ciò che è richiesto per ricevere il perdono non è una garanzia di impeccabilità, ma un proposito attuale, fatto con retta intenzione nel momento della confessione». E il Papa cita San Giovanni Maria Vianney, il Curato d’Ars: "Dio ci perdona anche se sa che peccheremo di nuovo".
Infine, la richiesta di misericordia perché "Dio è misericordia, la misericordia è il suo nome, il suo volto.

Riforma della Chiesa e l'Atto di Dolore
I tre giorni di lavori del Corso sul Foro Interno sono stati aperti dalla lectio del Penitenziere Maggiore, il Cardinale Mauro Piacenza. "Uno dei fondamentali errori del nostro tempo, tipico dell’ideologia del progresso, è quello di essere convinti che le generazioni passate, fino ad ora, non abbiano compreso cosa sia davvero la Chiesa; oppure che siano state troppo timorose e poco “illuminate” nella sua riforma. Noi però, ora, abbiamo finalmente compreso e, nello stesso tempo, abbiamo sia il coraggio sia l’intelligenza per cambiare le cose! Questa illusoria convinzione, oltre a non avere alcun fondamento nella realtà, è profondamente irrispettosa di duemila anni di cristianesimo e di santità, di dottrina e teologia, di storia e di carità".
Per il Cardinale è chiaro che la Riforma non è cosa umana ma divina, e la Chiesa deve essere “capace, attraverso i suoi membri, sempre rinnovati dalla grazia, di far risplendere la luce di Dio nell’umano di ogni giorno”. Allora, quale sarà il pellegrinaggio della “vera riforma” della Chiesa? Il pellegrinaggio capace di donare autentica speranza?
L'Evoluzione Storica dell'Atto di Dolore
Le affermazioni con cui Papa Francesco ha preso una certa distanza dalla formula dell’“atto di dolore”, che in Italia ha avuto per decenni una certa fortuna, e di cui ho già discusso (qui) la “eterogeneità” rispetto al Rituale del 1973, hanno suscitato un nuovo interesse: quello verso la “forma” storica dell’atto di dolore. Per comprendere questo interesse, cerchiamo di spiegare bene da dove sorge la domanda.
Come ho scoperto alcuni anni fa, confrontando la versione italiana con la versione tipica latina dell’Ordo Paenitentiae, la frase “perché peccando ho meritato i tuoi castighi” non è presente nell’originale latino. Alla domanda non è facile rispondere, perché la ricerca sulle fonti risulta deludente e quasi fuorviante.
Ci si potrebbe aspettare che il Rito della Penitenza, che ha trovato la sua forma attuale nel 1973 successivamente alla riforma voluta dal Concilio Vaticano II, presentasse, nelle edizioni precedenti dello stesso rito, come parte del Rituale Romanum, a partire dal 1614, delle formule di espressione della “contrizione” anteriori a quella di cui ha parlato Papa Francesco. Con una certa sorpresa, risalendo la storia dal 1600 ad oggi, non si trova alcun precedente nei rituali, fino all’ultimo, anteriore al Vaticano II. Infatti, anche nel rituale del 1952 la struttura della celebrazione del sacramento (chiamata “Ordo ministrandi sacramentum poenitentiae“) non prevede alcun “atto di dolore” recitato o pregato dal penitente.
In questo testo, normativo fino al 1973, è evidente che la contrizione e il dolore, come dimensione decisiva ma invisibile del sacramento, sono riferiti alle parole esortatrici del ministro, non a una dichiarazione del penitente. Potremmo dire: l’atto di dolore è un atto della coscienza, non un “atto verbale”.
Resta però la questione: è del tutto possibile che il nuovo rituale del 1973 abbia ritenuto che la “contrizione” potesse avere una sua “manifestazione” e che il nuovo ordo ne abbia presentate ben 10 diverse?
Sull’elaborazione delle “formule dell’atto di dolore”, come nuovi elementi dell’Ordo Poenitentiae, è attestato un dibattito intenso nella fase di progettazione del nuovo rituale. A questa discussione ha partecipato attivamente anche Papa Paolo VI (cfr. A. Bugnini, La riforma liturgica, Roma, 1997, 644-662).
In particolare, è proprio Paolo VI a insistere sulle formule di espressione del pentimento, rispetto alle quali esprime riserve sul Padre Nostro (che era stato proposto). Interessante è il fatto che tra le proposte, che sembrano provenire da Paolo VI, vi sia quella di attingere alle preghiere che il Messale Romano tridentino dedica alla “preparazione alla messa”. Resta però il mistero della discrepanza tra le 10 formule presenti nel nuovo Ordo latino e la formula “spuria” (e problematica) della versione italiana della prima versione. Comunque sia, il testo attuale deve avere avuto una fonte propria e di certo non può essere considerato una “libera traduzione” dal latino.
Fonti Possibili della Formula Italiana
a) In primo luogo, viene dal Catechismo maggiore di Papa Pio X (1905), che non offre ancora una “formula” dell’atto di dolore, ma parla con giusta insistenza della decisività dell’atto di contrizione. Il catechismo, secondo un’antica tradizione, fa della “contrizione” la parte più importante del sacramento. Ma non la traduce mai in una “formula”. L’atto di contrizione è un moto della coscienza, decisivo per il sacramento, che non può esteriorizzarsi direttamente e istantaneamente.
b) Interessante è considerare la “descrizione” del rito della penitenza che è contenuta nel testo del Catechismo (“Del modo di confessarsi” ai nn. 251-253). In effetti, nell’edizione del 1912 compare l’atto di dolore come una delle “formule” che aprono il catechismo (dopo l’atto di fede, di speranza e di carità), ma più avanti questo atto è presentato come formula della preghiera della sera, come atto da compiersi sia sulla soglia del sacramento della penitenza, sia al suo interno.
Mio Dio, mi pento con tutto il cuore de’ miei peccati, e li odio e detesto, come offesa della vostra Maestà infinita, cagione della morte del vostro divin Figliuolo Gesù, e mia spirituale rovina. Voglio più commetterne in avvenire e propongo di fuggirne le occasioni.
La formula è “recitata” sia prima sia durante il sacramento. Ma il testo dell’Atto di dolore proposto al n.12 del Catechismo del 1912 non corrisponde al testo che cerchiamo.
c) Resta l’ultima questione: dove possiamo trovare il precedente diretto della terminologia usata nella traduzione italiana del rituale del 1973? Il testo che ancora ci manca compare nel Catechismus Catholicus curato dal Card. Pietro Gasparri e pubblicato con grande solennità nel 1930. Il testo si presenta con la pretesa di essere un nuovo “catechismo universale” e da esso traspare non solo una solida competenza sistematica dell’autore, ma anche il prevalere di una sistematica giuridica rispetto al sapere della tradizione liturgica e teologica. Questa interpretazione istituzionale della tradizione ha influenzato anche le formule proposte all’inizio del volume.
XVI. Actus Contritionis. Deus Meus, ex toto corde poenitet me omnium meorum peccatorum, eaque deterstor, quia peccando non solum poenas a Te iuste statutas promeritus sumi et praesertim quia offendi Te, summum bonum, ac dignum qui super omnia diligaris.
Questa mi pare la fonte più probabile di una vera e propria interpolazione tra “azione rituale” e “pratica di devozione”, che realizza una pesante interferenza tra atto rituale, immaginario giudiziale e devozione del culto. Facilmente l’uso pastorale, profondamente segnato sia dal Catechismo di Pio X, sia da quello del Gasparri, ha assunto di fatto come “parte del rito” un uso devoto.
Da parte sua, il Catechismo della Chiesa Cattolica non presenta alcuna formula dell’atto di dolore, mentre il Compendio, con unilateralità, presenta come unica formula la prima nella versione interpolata, senza alternative. Ma non basta: se si controllano le altre versioni, si scopre come l’interpolazione risulti, ora, patente. La versione spagnola, quella nota anche a P. Francesco, non solo presenta la versione interpolata, ma offre anche un “originale latino” che è quello di Gasparri, non quello originale della Riforma liturgica. Ma non è finita. Anche le versioni inglese e tedesca del Compendio offrono una versione clandestina dell’atto di dolore.
L'Atto di Dolore: Una Preghiera Universale
L'atto di dolore o di contrizione è una preghiera cattolica per esprimere il rammarico per le proprie colpe ed il desiderio di pentirsi davanti a Dio. Generalmente recitato durante il Sacramento della Riconciliazione, può essere recitato anche privatamente o collettivamente in riconoscimento dei propri peccati.
Perché Fare Atto di Contrizione?
«Beato l'uomo la cui colpa è rimessa ed il cui peccato è perdonato!» (Salmo 32)
Ogni peccato è come una ferita inflitta a Cristo e si aggiunge al peso dei nostri peccati. Riconoscere le nostre colpe, esprimere un vero pentimento, ci permette di avvicinarci al Signore, di sperimentare il suo amore e la sua misericordia infiniti e di sentirci veramente liberi. Siamo certamente peccatori, ma non siamo condannati a restare prigionieri dei nostri peccati: Gesù è morto per redimerli. L'atto di dolore permette di mettersi ai piedi della sua croce. Esso è quindi intimamente legato all'atto di fede, all'atto di carità e all'atto di speranza perché, chiedendo la grazia del perdono, chiediamo anche a Dio - con fede e speranza - la forza ed il coraggio di fare penitenza e di non ricadere nuovamente in quel peccato.
«Quindi, vi dico, ci sarà più gioia nel cielo per un peccatore che si pente che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione». (Luca 15: 7)
Come Recitare un Atto di Dolore?
L'atto di contrizione è parte integrante del sacramento della Riconciliazione e si recita al termine della confessione, prima di ricevere l'assoluzione del sacerdote. Esistono anche delle preghiere da recitare prima della confessione, per aiutarci a prendere coscienza ed a riconoscere i nostri peccati e delle preghiere da recitare dopo la confessione, per ringraziare Dio del perdono che ci ha accordato.
L'atto di dolore può essere recitato anche in altri momenti. Si può recitare la sera, per riconoscere le nostre debolezze e mancanze della giornata, ed iniziare così la nostra preghiera serale con una preghiera di pentimento. Infine, all'inizio della messa, tutta l'assemblea è invitata a riconoscersi peccatrice ed a recitare un atto di contrizione con la preghiera del Confesso a Dio.
Altre due preghiere di contrizione
- «Signore confesso d’averti offeso spesso. Sento un profondo rammarico. Ti prego perdona le mie infedeltà e le mie offese! Concedimi la grazia di non ricadere nel peccato e di fuggire dalle tentazioni. Voglio sinceramente riparare i miei peccati e fare penitenza per espiarli».
- «Mio Dio, ho peccato contro di te e contro i miei fratelli, ma Tu sei perdono!»
Il Riferimento ai Castighi Divini
Nell'Atto di dolore si dice «mi dolgo dei miei peccati perché ho meritato i tuoi castighi…» Quali sono i castighi di Dio? E come può un Padre misericordioso assegnare castighi all'uomo? La domanda merita una risposta articolata. La formulazione tradizionale dell'atto di dolore può anche non piacere e lo stesso Rito della penitenza prevede ben altre nove possibili alternative più semplici e ispirate alle parole dei salmi o dei vangeli. Per esempio, la più concisa dice: «Signore Gesù, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore».
Certo, poi, il riferimento ai castighi può suscitare imbarazzo in alcuni fedeli. Non si nega che talora, la catechesi, la predicazione e la stessa prassi della confessione, possano aver veicolato una visione distorta e terroristica dei castighi di Dio col rischio di far perdere all'annuncio del vangelo la sua qualità di essenziale "buona notizia". Premesso questo, bisogna anche dire che l'affermazione «ho meritato i tuoi castighi» non è scorretta da un punto di vista teologico e antropologico e, se ben compresa, risulta in fondo un'esaltazione della misericordia di Dio.
Proprio la parabola del figlio prodigo ci fa comprendere questo: quando il figlio ritorna, è consapevole di non meritare altro che di essere trattato come l'ultimo dei servi, ma il padre lo sorprende non solo reintegrandolo come figlio, ma addirittura facendo festa. Se il figlio si fosse presentato invece con la pretesa arrogante di essere riaccolto senza neanche scusarsi, ignorando la gravità di quello che aveva fatto, che tipo di reazione ed emozione susciterebbe in noi la parabola?
A partire da quest'ultima considerazione si può giungere a riconoscere che il peccato, in sé e nelle sue conseguenze, è in fondo già castigo a se stesso nella misura in cui ci separa da Dio. Il percepire questo e lo sperimentare tutto il malessere che ne può derivare è, se ci pensiamo bene, un'autentica grazia di Dio che ci aiuta a rimetterci, proprio come il figlio prodigo, in cammino per ritrovare la strada di casa, ovvero per ritornare in comunione con il Padre, sorgente della nostra vita e della nostra gioia.