L'espressione "non expedit", derivante dal latino, significa "non è conveniente", "non è opportuno". Tale formula fu adottata dalla Chiesa cattolica romana per indicare una dissuasione o un divieto attenuato, fondato su ragioni di opportunità, piuttosto che su dogmi di fede o principi morali assoluti. Nello specifico contesto italiano post-unitario, essa concretizzò il divieto per i cattolici di partecipare alle elezioni politiche e, più in generale, alla vita politica dello Stato italiano.

Le Radici del "Non Expedit" nella Questione Romana (1848-1867)
Le origini del "non expedit" affondano nella complessa Questione Romana, un vasto movimento di idee e di conflitti in ordine al potere temporale della Chiesa e alle soluzioni prospettate per conseguire l'unificazione italiana. Le sue radici vanno rintracciate nel periodo storico che, dalla fine dell'avventura napoleonica e attraverso la Restaurazione, vide la drammatica crisi risorgimentale del 1849 e le sue ripercussioni sul cattolicesimo politico italiano.
Già nel marzo 1861, Cavour aveva pronunciato in Parlamento il discorso "libera Chiesa in libero Stato", proclamando Roma capitale "naturale" del Regno d'Italia, ancora sotto la sovranità del papa. L'11 ottobre 1860, Cavour aveva dichiarato l'intenzione del Regno di annettere il Lazio, rendendo il tema dell'astensionismo cattolico una forma di protesta verso la politica del nuovo Stato italiano. Lo slogan celeberrimo dell'astensionismo cattolico, "né eletti né elettori", fu lanciato nel gennaio 1861 dal pubblicista don Giacomo Margotti dalle colonne de «L'Armonia», non da istruzioni dirette della Santa Sede. Tale presa di posizione fu motivata dalla delusione seguita a precedenti elezioni che non avevano consentito ai cattolici di fermare il movimento unitario, e dalla considerazione dell'astensionismo come strumento per rendere più fragile il Parlamento.
Tuttavia, l'analisi statistica indica che molti cattolici continuarono a partecipare alle urne, e personalità come Vito d'Ondes Reggio e Cesare Cantù scelsero di difendere la causa cattolica impegnandosi in prima persona tra gli scranni parlamentari. Un verbale di una congregazione cardinalizia del 27 novembre 1866 conferma che papa Pio IX approvò la partecipazione di D'Ondes Reggio e Cantù, animandoli a rimanere al loro posto.

Nel 1862, l'allocuzione pontificia Maxima quidem laetitia confermò il principato civile della Santa Sede come necessario per il libero governo della Chiesa universale, condannando la politica ecclesiastica italiana. Nel dicembre 1864, la pubblicazione del Sillabo definì gli ambiti filosofici, culturali e politici delle tesi liberali da condannare e riaffermò la potestà pontificia sull'indirizzo morale dei cattolici nel confronto con il potere dello Stato moderno. Il dibattito sulla partecipazione dei cattolici italiani alle urne politiche emerse nel 1864. La Penitenzieria Apostolica, il tribunale della Santa Sede per il foro interno, iniziò a ricevere quesiti sulla liceità per i sudditi dei territori annessi di partecipare alle elezioni. Inizialmente, i penitenzieri si orientarono per il "no" ma decisero di non diffondere la risposta, per cautela e per non esporre la Santa Sede su una posizione ancora sentita come provvisoria. La categoricità del "no" venne confermata dal papa stesso il 9 settembre 1864.
Le leggi eversive dell'Asse ecclesiastico (1866-1867) e la spedizione garibaldina, fermata a Mentana, contribuirono a modificare lo scenario. Nel gennaio 1868, in risposta a un quesito dei vescovi piemontesi, la Sacra Congregazione degli Affari ecclesiastici straordinari stabilì che la partecipazione alla vita politica "non era conveniente" (non expedit) per i cattolici, vietando il voto alle elezioni politiche, ma concedendolo per quelle amministrative. Questa fu la prima esplicita formulazione formale del "non expedit".
Il Decreto della Penitenzieria Apostolica del 1874 e la sua Reiterazione
La guerra franco-prussiana richiamò in patria le truppe francesi, offrendo al governo italiano l'opportunità di occupare militarmente Roma. Il Concilio Vaticano I, apertosi nel 1869, proclamò l'infallibilità pontificia ex cathedra nell'estate del 1870, ma fu interrotto dalla conquista di Roma da parte delle truppe italiane il 20 settembre 1870. I "fatti compiuti" del 1870 rovesciarono la Questione Romana: ora era la Santa Sede a protestare la mancanza di libertà e a rivendicare una sovranità ridotta.
In tale contesto, il parlamento italiano varò nel maggio 1871 la Legge delle Guarentigie, che riconosceva al papa piena libertà nell'esercizio del magistero spirituale e sovranità sui palazzi del Vaticano, del Laterano e sulla villa di Castel Gandolfo, con una dotazione di 3.225.000 lire annue. Tuttavia, il carattere di concessione unilaterale di quest'atto non poteva essere accolto dalla Santa Sede, che protestava la mancanza di libertà e rivendicava una sovranità seppur ridotta in Roma.

Mentre persistevano gravi contenziosi tra Stato e Chiesa, la Penitenzieria Apostolica tornò ad esprimersi sulla questione. Nel settembre 1874, la Penitenzieria Apostolica confermò l'invito ai cattolici a "non expedire" il voto politico, ribadendo un divieto già sanzionato con decreto il 10 settembre 1874. Questa proibizione fu motivata dal fatto che la partecipazione alla vita parlamentare avrebbe riconosciuto allo Stato una legittimità che i Pontefici non accettavano, avendo perso il potere temporale. Inoltre, il giuramento di fedeltà dei deputati poteva essere interpretato come approvazione della politica statale che aveva compiuto lo "spoglio della Chiesa" e introdotto leggi anticlericali.
Pio IX stesso, rivolgendosi alle donne cattoliche romane, affermò che la scelta politica non era libera a causa delle "passioni politiche" e, soprattutto, per l'ostacolo del giuramento da prestare a Roma, capitale del Cattolicesimo, sancendo così lo spoglio della Chiesa. La proibizione fu più volte reiterata: nel 1870 per le elezioni politiche, quattro volte nel 1874, e ancora nel 1876 e 1877. Anche con Leone XIII, il divieto fu osservato con severità.
L'Evoluzione e il Progressivo Superamento del "Non Expedit" (1876-1919)
Dopo il 1870, la Santa Sede iniziò a puntare al sostegno delle popolazioni cattoliche piuttosto che all'intervento militare o diplomatico delle Potenze europee. In questo contesto, si promosse l'Opera dei Congressi Cattolici, alimentando la mobilitazione sociale e religiosa del mondo cattolico in un intransigente sostegno al pontefice. Già nel 1876, nella curia romana si prospettò un superamento del "non expedit", con lo slogan "né eletti né elettori" che iniziò a cadere in disuso sulla stampa.
Con l'elezione di Leone XIII, si intensificarono le iniziative per affrontare i nodi della "questione di Roma" e della "questione cattolica". Tuttavia, i primi contatti con la Destra liberale fallirono nel 1879. Nel 1886, il Sant'Uffizio precisò che il "non expedit" non era solo un consiglio, ma una vera e propria proibizione ("prohibitionem importat, un 'Non licet'").
Un graduale allentamento si registrò con Pio X e Benedetto XV. L'11 giugno 1905, con l'enciclica Il fermo proposito, Pio X, pur non abolendo formalmente il divieto, permise ai cattolici di entrare in Parlamento a titolo personale, qualora sussistessero circostanze speciali riconosciute dai vescovi, soprattutto per impedire l'elezione di candidati "sovversivi". Questa disposizione ambigua consentì, nelle elezioni del 1913, il cosiddetto Patto Gentiloni, un accordo con i liberali per votare candidati che si fossero impegnati a osteggiare provvedimenti anticlericali. Il Papa, pur non revocando formalmente il divieto, incoraggiava i cattolici a prepararsi "prudentemente e seriamente alla vita politica per essere in grado di esercitare i pubblici uffici con il fermo e costante proposito di promuovere il bene sociale ed economico della Patria (...) e di difendere gli interessi supremi della Chiesa".
Il "non expedit" fu di fatto abrogato da Benedetto XV, che nel 1919 permise ai cattolici di aderire al Partito Popolare Italiano (PPI) di Luigi Sturzo. La norma, ormai priva di significato e valida solo per l'Italia (in altri Paesi la partecipazione dei cattolici alla vita politica era raccomandata), fu lasciata cadere l'11 novembre 1919 dalla Penitenzieria Apostolica, sebbene senza un formale atto di annullamento. La Segreteria di Stato inviò un'“istruzione privata” in vista delle elezioni politiche del 16 novembre 1919, affermando che "La Santa Sede è e vuole rimanere estranea al partito", ma lasciando i vescovi liberi di agire secondo le circostanze.
Come osservò il cardinale Giovanni Battista Montini (futuro Papa Paolo VI) nel 1962, la Provvidenza "aveva diversamente disposto le cose". La caduta del potere temporale e il "non expedit" avevano segnato un'epoca, ma il papato riprese con inusitato vigore le sue funzioni di maestro di vita e di testimone del Vangelo, lasciando il posto a una nuova fase di partecipazione cattolica alla vita politica italiana.
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