L'Assistenza Spirituale nella Società Contemporanea: Tra Presidi Sanitari e Territorio

La cappellania rappresenta una componente centrale del ministero camilliano, costituendo il 35% dei loro ministeri globali. In Europa, ben il 51% del ministero camilliano è dedicato alla cappellania, superando altre regioni come l'America (29%), l'Asia Pacifico (12%) e l'Africa (8%).

Il Ruolo della Cappellania e il Contributo Camilliano

La cappellania offre un contesto privilegiato per predicare il Vangelo e portare guarigione ai malati. È un luogo di incontro tra persone di fedi e culture diverse che esprimono la loro vulnerabilità e il loro bisogno di essere ascoltate. In questo contesto, i Camilliani si confrontano con le profonde crisi spirituali dell’umanità contemporanea, caratterizzate da processi caotici e travolgenti di crescita e sviluppo personale dovuti alla destabilizzazione dei valori originari e autentici.

L’assistenza spirituale negli ospedali e nelle case è molto sensibile ai contesti culturali e incentrata sulla persona. Al di là dell’amministrazione dei sacramenti, il cappellano camilliano assume un ruolo profetico in una società globalizzata segnata dalla secolarizzazione, dall’indifferenza, dall’esclusione e da diverse forme di religiosità. Questo ruolo sottolinea il primato della Parola (centrata su Cristo) nel rafforzare le relazioni personali e comunitarie con il Signore, fonte di forza in tutte le circostanze della vita.

Il cappellano dimostra tenerezza verso i sofferenti, intesa non come sentimentalismo, ma come sentimento che favorisce l’amore, l’apertura e il profondo rispetto per la persona che cerca attenzione e guarigione. I cappellani offrono sostegno anche ai non credenti e alle persone di fede diversa, affrontando una vasta gamma di questioni etiche, sanitarie, psicologiche, emotive e affettive.

Monaco camilliano che offre conforto spirituale a un paziente in ospedale, con simboli di diverse fedi sullo sfondo.

Evoluzione dell'Assistenza Spirituale in Ambito Sanitario

Il tema «Evoluzione e futuro dell’assistenza spirituale e della Pastorale della salute tra presidi sanitari e territorio» è stato al centro di importanti discussioni, come il convegno organizzato dalla Consulta di Pastorale della Salute della Conferenza episcopale piemontese. L’assistente spirituale oggi, a differenza del passato, non va identificato esclusivamente con una persona appartenente al clero; deve però avere competenze specifiche per il delicato servizio che è chiamato a svolgere.

Oltre all’aspetto sacramentale, l'assistente spirituale è colui che si mette all’ascolto della persona che vive il tempo della malattia attraverso forme empatiche di vicinanza. L’assistenza spirituale è un ministero di consolazione che va organizzato attraverso un lavoro di equipe su uno specifico e ampio territorio dove sono presenti ospedali, presidi sanitari, RSA, case di cura. Il cappellano, infatti, non può operare da solo. L'accompagnamento spirituale riguarda tutte le persone, al di là della propria professione religiosa.

I lavori della giornata hanno inteso ribadire il profondo e intrinseco valore della vita umana, in particolare quando è più fragile e vulnerabile, pensando ad esempio al mondo degli anziani, soprattutto a coloro che vivono nelle Residenze sanitarie assistenziali (RSA). Il convegno punta poi a valorizzare la dimensione dell’assistenza spirituale: il sostegno della preghiera e dei sacramenti, insieme all’ascolto e all’empatia, possono infatti essere strumenti che acquistano anche una valenza terapeutica importante.

È necessario sviluppare le sinergie tra gli operatori sanitari, che vanno valorizzati, e gli assistenti spirituali, favorendo una rete di relazioni nelle strutture ospedaliere e sanitarie. L’assistenza spirituale non è rivolta esclusivamente ai pazienti e agli ospiti delle strutture, ma anche a coloro che ci lavorano e si prendono cura delle persone anziane e malate: tutti devono convergere e collaborare allo stesso scopo che è il bene della persona.

Le Cappellanie Territoriali e il Coinvolgimento dei Laici

Le cappellanie territoriali rappresentano un’evoluzione di quelle ospedaliere: comprendono, infatti, un’équipe di persone qualificate (composta da sacerdoti, diaconi permanenti, religiose, religiosi e laici) che, insieme, si occupano di portare ascolto e consolazione alle persone residenti in un determinato territorio, sia al proprio domicilio che nelle strutture in cui vivono. Questo fa sì che, grazie a una rete e a un lavoro di squadra, nessuno sia abbandonato e dimenticato. Come già evidenziato, l’assistenza spirituale riguarda tutte le persone, anche chi vive a casa propria e non può recarsi in parrocchia o in chiesa.

Sfide e Nuove Figure Professionali

Continua ad esserci un problema di risorse che va affrontato. Le rette in tanti casi non possono essere sostenute dalle famiglie. La Regione assicura stanziamenti e attenzione al tema, ma poi le ASL non convenzionano i posti che dovrebbero per legge. Si genera, quindi, un sistema che certamente mette in crisi strutture già messe a dura prova durante gli anni della pandemia.

Un esempio significativo è il Servizio di Attenzione Spirituale e Religiosa (SASR), il primo caso in Italia e uno dei pochi in Europa. Il Servizio è garantito dal cappellano e da un laico referente del SASR. Viene svolto in collaborazione con gli operatori sanitari e i volontari sensibili alla dimensione spirituale e religiosa e con il Centro Pastorale della Provincia Lombardo Veneta.

Il referente laico non è un cappellano supplente, ma una figura specifica formata attraverso un Corso di Perfezionamento post-lauream, organizzato in collaborazione con l’Università Cattolica. Il corso «Umanizzazione e dimensione spirituale della cura nei contesti interculturali» garantisce una formazione continua che consente all’operatore di avere il giusto atteggiamento verso il malato e di approcciarne i bisogni spirituali e religiosi con un adeguato background culturale che contempla anche fedi diverse da quella cattolica.

Il referente del Servizio è una figura che si muove integrandosi con le varie équipe curanti instaurando una relazione con il malato: concentrandosi sull’aspetto umano della sofferenza, il paziente viene guidato verso una dimensione spirituale, oltre che medica. «Relazionarsi con il senso del proprio progetto di vita, riconciliarsi con se stessi e con i propri cari, anche accettare la fase di sofferenza e la prospettiva della morte sono bisogni ricorrenti nella malattia che solo figure specificamente formate e fortemente motivate possono aiutare ad affrontare e a risolvere».

Il referente laico del Servizio di Attenzione Spirituale e Religiosa è una figura nuova per il Sistema Sanitario Nazionale e per la Chiesa. Il primo riconosce la figura del cappellano ospedaliero (sacerdote, diacono o religiosi e religiose) inserita nell’ordinamento sanitario. La Chiesa, parallelamente, apre grandi spazi ai laici con il Concilio Vaticano II. Il referente, che si affianca alle figure esistenti, collaborando con esse, una volta inserito nella struttura si adopera per rilevare le necessità spirituali e religiose dei pazienti con apertura alle varie fedi o culture (creando collegamenti con referenti di altre fedi religiose quando richiesto), accompagnare le persone secondo tali esigenze, organizzare incontri di gruppo sulle tematiche spirituali e religiose, partecipare alla liturgia e alla celebrazione dei sacramenti e collaborare con la Chiesa locale.

L’istituzione del Servizio di Attenzione Spirituale e Religiosa (SASR), in linea con il percorso attuato nella storia della Pastorale Sanitaria nei Centri Fatebenefratelli, punta a consolidare il concetto di attenzione e cura integrale: prendersi cura di tutte le dimensione umane: biologica, psicologica, sociale e spirituale nei confronti di ogni persona che viene accolta, come sottolineato dalla Carta d’Identità dell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio. La cura integrale del paziente attraverso un percorso che sostenga non solo il corpo, ma anche lo spirito, è un principio fondamentale dell’Ordine Fatebenefratelli.

Infografica che mostra le diverse dimensioni della cura integrale (biologica, psicologica, sociale, spirituale).

Crisi e Trasformazioni nella Pastorale della Salute

Ancora prima che si affermasse il deprecato sviluppo verso le specializzazioni mediche, responsabile della frammentazione a cui è sottoposto l’uomo malato, un’altra scissione era già avvenuta. Parallelamente al processo che portava l’assistenza sanitaria dall’ambito religioso dell’attività caritativa verso quello degli obblighi e delle responsabilità civili, la dimensione religiosa veniva esclusa dal trattamento. Senza che fosse negata per principio - salvo nei casi di flagrante anticlericalismo - l’assistenza fornita dal ministro della religione veniva scorporata dal complesso di servizi che va sotto il nome di «sanità».

Assistenza sanitaria e servizio pastorale corrono paralleli, senza agganci o interferenze reciproche. Cappellano da una parte, medici e personale infermieristico dall’altra, svolgono, per lo più ignorandosi rispettivamente, un’attività in cui senso e finalità non sembrano riconducibili a nessun comun denominatore. Già la loro stessa figura professionale appare sintonizzata su obiettivi divergenti: i sanitari mirano a restituire la salute, o quanto meno a prolungare il più possibile la vita; i ministri della religione sono per lo più chiamati quando «non c’è più niente da fare» ed è giunto il momento di pensare alla salvezza dell’anima.

Può avvenire anche che la differenziazione si approfondisca ulteriormente, fino a sfiorare la concezione caricaturale dell’antagonismo tra i due tipi di presenza e di servizio all’uomo malato: come se il personale sanitario si mobilitasse per restituire il malato alla vita, mentre l’intento del cappellano sarebbe quello di boicottare quest’opera a vantaggio dell’«altra vita». In questo caso può darsi che la presenza del ministro della religione sia più o meno apertamente osteggiata, oppure tollerata con sufficienza, salvo l’impegno per neutralizzare gli effetti demoralizzanti del passaggio della tonaca tra i letti della corsia.

L’assistenza spirituale dei malati non è in crisi solo per questa mancata saldatura con la struttura funzionale dell’ospedale. C’è anche un motivo intrinseco alla pastorale stessa, che potremmo ricondurre all’incertezza che coglie i pastori sul che cosa dire e che cosa fare. I modelli di prassi pastorale del passato si rivelano sempre più rapidamente inadeguati. All’inflazione di parole devozionali rivolte al cristiano malato è succeduto un silenzio imbarazzante: non il silenzio denso di presenza, nel comune ascolto del messaggio esistenziale e soprannaturale insito nel grumo del dolore umano, bensì l'ammutolimento di chi sente che le parole perdono il loro significato e scorrono via su una superficie impermeabile.

Il modello presupposto da un certo pietismo cristiano - secondo cui il credente malato deve rassegnarsi alla volontà di Dio, anzi amare la sofferenza e utilizzarla spiritualmente in un intervento di partecipazione mistica ai dolori stessi di Cristo - sembra non avere più corso. Sono gli stessi cristiani più consapevoli che lo rifiutano. Lo ha detto pubblicamente una malata allo stesso pontefice Giovanni Paolo II in occasione del suo pellegrinaggio a Lourdes: «Noi persone malate, più che essere aiutate dalle parole cristiane, vi troviamo spesso ragioni di inasprirci, di rivoltarci. Noi ripetiamo volentieri con Giobbe: cessa di tormentarmi, di schiacciarmi con i tuoi discorsi». La riduzione semplicistica del messaggio cristiano sulla sofferenza alla «cristiana rassegnazione» è stata eliminata dal bagaglio dei luoghi comuni dei predicatori; ma, contemporaneamente, coloro il cui compito è di annunciare il Vangelo vengono a trovarsi a corto di parole.

Anche i riti sacramentali si rarefanno. Una vera e propria crisi di identità ha investito il sacramento tradizionalmente associato alla fine della vita con il nome di «estrema unzione». Il Concilio Vaticano II lo ha rivalutato teologicamente, correlandolo con l’aiuto fisico-spirituale che il credente riceve nella situazione di grave malattia. Malgrado alcuni sporadici tentativi di rinnovare la fisionomia liturgica di questo sacramento (per esempio amministrandolo comunitariamente), la più profonda comprensione spirituale di quel gesto sacramentale è lungi dall’essersi tradotta in atto. L’unzione degli infermi continua, per lo più, ad essere sentita come l’atto che consacra il morire. Nella nostra cultura, in cui la morte è diventata il principale tabù, si tende perciò a procrastinare il più possibile il rito. Con conseguente disaffezione da parte dei sacerdoti, che da annunciatori del Vangelo si trovano così degradati al compito routinario di «untori di cadaveri».

La conseguenza è sotto gli occhi di tutti: il malato, specialmente nella fase terminale della malattia, è sempre più solo. Anche i pastori, presi nel vortice della crisi del loro ruolo tradizionale, in assenza di modelli alternativi tendono a ritirarsi. Gli osservatori della realtà religiosa hanno gettato un grido di allarme e in alcune diocesi, come Torino, ci si è disposti seriamente a invertire la rotta del movimento di diserzione degli ospedali da parte dei pastori.

Il rischio spirituale

Verso una Nuova Concezione e Formazione

Nel vasto programma dell’umanizzazione della medicina può trovare un posto significativo anche chi si occupa professionalmente dell’assistenza spirituale al malato. Qual è l’ambito delle sue competenze? Questa definizione di ruolo è il compito attualmente più delicato. Sarebbe un’infausta divisione di compiti, se il personale sanitario si assumesse esclusivamente le funzioni tecniche, lasciando la dimensione umana dell’azione sanitaria in mano allo «specialista dell’umano»! Avremmo così medici e infermieri sempre più aridi, e malati sempre più insoddisatti della qualità e delle cure che ricevono. La tentazione della delega al cappellano si fa più forte quando i sanitari si trovano di fronte a situazioni che richiedono simpatia, tatto, gradualità e disponibilità di tempo, come la comunicazione di una prognosi infausta o le decisioni circa la qualità e quantità dei trattamenti a cui sottomettere il malato in fase terminale. Se l’assistente spirituale accettasse di farsi carico in esclusiva di tutta questa dimensione umana del trattamento medico, diventerebbe complice di un ulteriore impoverimento della medicina.

Il compito dell’assistente spirituale, d’altro canto, non può limitarsi neppure alla sola dimensione soprannaturale, prescindendo dal radicamento della fede nel tessuto emotivo e relazionale della persona. Vorrebbe dire perpetuare la dicotomia tra corpo e spirito, che è corresponsabile della disumanizzazione della medicina. Lo spirito, inoltre, è una categoria più ampia di quella che si riferisce formalmente alla religione organizzata; anche un non credente può avere, di fronte alle supreme provocazioni della malattia e della morte, problemi spirituali che possono essere affrontati senza manipolazioni e violenze ideologiche da parte dell’assistente spirituale. Valga come riferimento esemplificativo la testimonianza offerta da Rosemary e Victor Zorza a proposito dell’ultimo periodo della vita della loro figlia Jane, riportata nel libro Un modo di morire. Gli ultimi giorni di vita Jane li ha trascorsi in «hospice» (istituzioni che cominciano a diffondersi nel mondo anglosassone per il trattamento della fase terminale della malattia), di ispirazione religiosa. Alla domanda del formulario di ingresso circa la religione, Jane risponde: «nessuna». Eppure ciò non impedisce che il trattamento che riceve nell’hospice sia integrale, riguardi la risposta onesta alle supreme questioni esistenziali non meno che il lenimento dei dolori, e che la morte di Jane si risolva, per lei come per i suoi genitori, in un avvenimento «spirituale».

Come assicurare una formazione adeguata agli assistenti spirituali dei malati? Questa dovrebbe comprendere, oltre a conoscenze fondamentali di ordine bio-medico e, ovviamente, teologico-pastorale, anche un sostanziale approfondimento delle scienze umane (sociologia, psicologia, antropologia culturale, diritto sanitario ecc.) e un «training» nella comunicazione interpersonale. Una posizione pilota in questo ambito formativo l’ha assunta la Germania, in particolare l’istituto per la pastorale clinica di Heidelberg. Ci sono ormai diocesi in Germania che rendono obbligatorio uno «stage» presso l’istituto non solo per i futuri cappellani ospedalieri, ma anche per tutti i candidati a un ufficio pastorale. Anche in Italia qualcosa si sta muovendo. La fondazione internazionale Fatebenefratelli sta organizzando un corso biennale per assistenti spirituali sanitari, che avrà la sua sede presso l’ospedale dell’isola Tiberina, a Roma. Accanto ai malati il futuro è dei laici formati e capaci di ascolto, ministri straordinari dell'Eucaristia e volontari.

La Visione della Conferenza Episcopale Italiana (CEI)

I progetti del direttore dell'Ufficio di Pastorale della salute, don Angelelli, evidenziano che «La Chiesa italiana difende strenuamente il Sistema sanitario nazionale e il principio che lo sostiene». E proprio per questo chiede di guardare in faccia «i suoi problemi oggettivi», che mostrano «la necessità di un tagliando a 46 anni dalla riforma». È la convinzione di don Massimo Angelelli, direttore dell’Ufficio CEI per la Pastorale della salute, che al corso per nuovi cappellani ospedalieri ad Assisi, nei giorni del convegno su "Universalità e sostenibilità dei Servizi sanitari in Europa" (organizzato dallo stesso Ufficio insieme alle rappresentanze di tutte le professioni sanitarie) ha ricordato i «fenomeni patologici» dei 4 milioni e mezzo di italiani che rinunciano a curarsi per ragioni economiche e i 40 miliardi di spesa “out of pocket” pagando di tasca propria per potersi curare.

Riguardo a maggiori finanziamenti al SSN, don Angelelli sostiene: «Finché è un secchio bucato, come oggi, se si mettono altri soldi si rischia di disperderli. Prima occorre mettere ordine nella spesa, che vede ancora troppi sprechi in voci inutili o evitabili con atti amministrativi: ogni anno si potrebbero risparmiare così circa 20 miliardi».

Angelelli ha integrato le numerose lezioni - dal magistero alla spiritualità, dall’organizzazione sanitaria all’organizzazione delle istituzioni sanitarie cattoliche, dalla tutela dei vulnerabili al sistema dell’informazione - con dialoghi e riflessioni sul modello delle cappellanie ospedaliere e dell’assistenza religiosa e spirituale, una presenza che sta rapidamente cambiando sotto la spinta dei mutamenti nella società e nelle strutture sanitarie, tanto da suggerire un nuovo documento pastorale in fase di elaborazione. «Non è più pensabile che il sacerdote faccia tutto», ha spiegato il direttore dell’Ufficio CEI. «È il momento di équipe pastorali formate da tutte le figure oggi necessarie accanto al prete: il diacono permanente, gli assistenti spirituali laici, i ministri straordinari dell’Eucaristia, i volontari».

Un profilo che sta prendendo corpo in esperienze locali: è il caso dei laici, «capaci di ascolto e formati per l’accompagnamento spirituale dei malati, con le donne sempre più presenti e apprezzate in un compito che è di conoscenza dei pazienti e di “antenna” nell’ospedale per segnalare al cappellano le situazioni in cui è necessario un accompagnamento religioso e sacramentale». Uno schema che può funzionare anche con la domiciliazione crescente delle cure, chiamando in causa «un ruolo attivo della comunità cristiana che si prende cura dei malati del suo territorio attraverso una rete di ministri dell’Eucaristia».

Foto di un'équipe pastorale multidisciplinare (sacerdote, laici, volontari) che interagisce in un ambiente comunitario.

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