Oggi ci addentreremo nell'affascinante e complesso mondo delle pitture murali medievali, concentrandoci sugli affreschi realizzati da Cenni di Pepo, noto come Cimabue (1240-1302), nella Basilica Superiore di San Francesco ad Assisi. Queste opere, sebbene testimonianze preziose del Medioevo, ci sono giunte in uno stato di conservazione notevolmente alterato, che solleva interrogativi sulla loro percezione attuale.
Già nel Cinquecento, lo storico dell'arte Giorgio Vasari (1511-1574), ammirando questi affreschi, espresse stupore: «La quale opera veramente grandissima e ricca e benissimo condotta, dovette, a mio giudizio, fare in que’ tempi stupire il mondo, essendo massimamente stata la pittura tanto tempo in tanta cecità, et a me, che l’anno 1563 la rividi, parve bellissima, pensando come in tante tenebre potesse veder Cimabue tanto lume». Le parole di Vasari suggeriscono che l'artista e critico vide le opere in condizioni ben migliori rispetto a quelle odierne, dove i personaggi appaiono di un sorprendente colore nero, conferendo alle scene un effetto simile a un negativo fotografico.
Per comprendere appieno questo fenomeno, è necessario un breve approfondimento sulle tecniche artistiche impiegate nella pittura murale medievale.
La Tecnica dell'Affresco Medievale
La pittura murale medievale seguiva un procedimento ben definito:
- Innanzitutto, veniva steso uno strato di intonaco sulla parete, preventivamente lisciata. Questo strato, chiamato pontata, corrispondeva al piano del ponteggio su cui gli artisti e le loro botteghe lavoravano simultaneamente. Questa tecnica è l'antenata della giornata, in cui le porzioni di intonaco venivano stese su spazi molto più ridotti, talvolta per singoli dettagli come un volto.
- Successivamente, si procedeva con la definizione dell'abbozzo, noto come sinopia, a cui seguiva il disegno preparatorio vero e proprio, completo di tutti i dettagli.
- Infine, la pellicola pittorica veniva stesa quando il muro era ancora umido, da cui deriva l'espressione "a fresco" o "affresco".

Il Degrado dei Pigmenti: Il Caso del Bianco di Piombo
Tornando agli affreschi di Cimabue, il problema del viraggio al nero dei personaggi è legato all'uso di specifici pigmenti. Per gli incarnati, Cimabue utilizzò il bianco di piombo, un composto che purtroppo ha subito una trasformazione chimica, virando in solfuro di piombo nero.
Questo cambiamento è di natura chimica. Durante il processo di asciugatura dell'intonaco umido, la calce presente negli strati murari inizia a carbonatare. Questo fenomeno crea una sorta di patina superficiale che ingloba permanentemente i pigmenti. Tuttavia, non tutti i materiali utilizzati sono idonei per la pittura a fresco; il bianco di piombo, in particolare, è più efficace se steso a secco.
Ad accelerare il fenomeno di degradazione ha contribuito anche il fatto che lo strato di intonaco sia stato steso direttamente sul muro. Dove l'intonaco è caduto, si notano i mattoni sottostanti.
Un esempio evidente di questo degrado si osserva nelle due Crocifissioni presenti nel transetto: quella di sinistra si presenta in condizioni peggiori rispetto a quella di destra, dove il bianco di piombo sembra aver limitato i danni. Tuttavia, l'effetto visivo è ingannevole, poiché la pellicola pittorica è stata ampiamente abrasa, scoprendo in alcune parti il disegno preparatorio sottostante.

La Crocifissione del Transetto Sinistro: Analisi e Significato
La Crocifissione nel transetto sinistro della Basilica Superiore di San Francesco d'Assisi, databile attorno al 1277-1283, è un'opera di Cimabue e aiuti che, nonostante le condizioni mediocri, rimane uno dei suoi capolavori. L'affresco, di dimensioni considerevoli (circa 350x690 cm), presenta una composizione potente e drammatica.
La datazione degli affreschi di Cimabue è oggetto di dibattito, ma studi recenti la collocano tra il 1277, anno dell'elezione di Niccolò III al soglio pontificio, e il 1283 circa. La scena della Crocifissione, una delle più importanti dell'intero ciclo, è oggi sfigurata da abrasioni e con i colori quasi invertiti in negativo.
L'iscurimento della biacca è dovuto alla formazione di solfuro di piombo (PbS) a seguito della reazione del piombo con l'acido solfidrico presente nell'atmosfera, e all'ossidazione del piombo con formazione di diossido di piombo (PbO2).
Al centro del dipinto, il Cristo sulla Croce si erge, inarcato verso sinistra, richiamando le note croci lignee sagomate di Cimabue. La metà superiore, celeste, è popolata da angeli che manifestano il loro dolore, volando in cerchio e coprendosi il viso. Questi angeli influenzarono profondamente Giotto nella sua celebre Crocifissione della Cappella degli Scrovegni.
Il capo del Cristo è particolarmente dolente, proteso in avanti. Nella metà inferiore, terrestre, il ritmo è reso tragico da un triangolo di linee di forza, creato dalle pose drammatiche delle figure ai lati della croce: la Maddalena a sinistra, che distende le braccia, e un ebreo che allunga il braccio verso il perizoma di Cristo, simboleggiando il riconoscimento della sua divinità. La Maddalena solleva un ginocchio, quasi volesse lanciarsi sulla croce.
Adolfo Venturi descrisse questa scena come una novità radicale: «non è più il crocifisso con ai lati le figure simmetriche del portaspugna e del portalancia, né quello con le istorie del suo martirio su un cartellone! Nuova è la scena in cui il dolore e l'odio irrompono da anime forti, le grida contrastano roboanti, i sentimenti si urtano nella tempesta del cielo e della terra».
Ai lati della croce si dispongono due gruppi di figure: a sinistra, Maria, con la mano al petto nel gesto del dolore, mentre Giovanni le prende la mano; a destra, soldati romani ed ebrei, nelle loro espressioni di perplessità, scherno e dubbio, con alcuni che accennano a un ripensamento o addirittura al pentimento, come indicato dal gesto di battersi il petto, seguendo un passo del Vangelo di Luca.
Tra queste figure, un volto giovanile dietro al centurione ricorda un personaggio nei mosaici del Battistero di Firenze, attribuito a Cimabue. Il pittore cercò di creare un senso di profondità disponendo i personaggi uno dietro l'altro, ma incontrò difficoltà nel rendere la loro posizione sul terreno, con i piedi che si sovrappongono, richiamando i mosaici bizantini di San Vitale a Ravenna.
I pochi colori originari superstiti, come il rosa, l'ocra, il verde marcio e il marrone, rivelano una grande raffinatezza e un effetto di delicata magnificenza.
Alla base di questo triangolo compositivo, rannicchiato, si trova san Francesco, riconoscibile dalle stimmate. Egli si bagna con il sangue di Cristo che scorre sul Golgota, apparendo come intermediario tra l'evento sacro e il fedele.
La figura dell'uomo che riconosce Cristo, con il capo velato e un nimbo di santo, è di difficile interpretazione: potrebbe essere san Longino, o un personaggio distinto dal centurione. La presenza di un santo tra coloro che, secondo la tradizione, furono responsabili della crocifissione, rappresenta un'apertura verso il mondo giudaico senza precedenti, forse spiegabile con l'opera di redenzione e evangelizzazione universale dei Francescani.
Duccio di Buoninsegna, nella sua Crocifissione, riprese la figura del riconoscitore di Cristo da Cimabue, omettendone però il nimbo.
L'ipotesi di questa accoglienza francescana si lega anche alla scelta di includere la figura della Maddalena, la prostituta pentita.
Cimabue, Crocifissione (Assisi, Basilica Superiore)
Il Terremoto del 1997 e il Restauro
Un evento catastrofico che ha profondamente segnato le pitture murali della Basilica Superiore di San Francesco è stato il terribile terremoto del 26 settembre 1997. Il sisma, di magnitudo elevata, ha provocato danni ingenti, causando il crollo di oltre 300.000 pezzi di porzioni pittoriche, in particolare nella volta.
Per far fronte all'emergenza, fu chiamato l'Istituto Centrale per il Restauro (ISCR), che intraprese un'imponente opera di ricomposizione, restauro e ricollocazione dei frammenti. Furono recuperati e restaurati circa 180 metri quadrati di volta.
La Maestà di Assisi: Restauro e Significato
Un altro importante ciclo di affreschi di Cimabue si trova nella Basilica Inferiore di San Francesco d'Assisi. Tra questi, spicca la Madonna in trono col bambino, angeli e san Francesco, nota anche come Maestà di Assisi, databile tra il 1285 e il 1290. Quest'opera, situata nella parte destra del transetto settentrionale della chiesa inferiore, è considerata una delle più antiche e affidabili raffigurazioni di san Francesco d'Assisi.
L'affresco è stato oggetto di un recente e significativo restauro, completato nel 2023, grazie al contributo della casa automobilistica Ferrari e all'équipe della Tecnireco, diretta dal prof. Sergio Fusetti.
Durante i lavori, sono state rimosse tutte le precedenti integrazioni e modifiche che avevano alterato l'opera nel corso dei secoli, tra cui quelle al volto di San Francesco. La tecnica utilizzata per la realizzazione della Maestà era "a secco", motivo per cui l'affresco è risultato meno resistente nel tempo e ha subito numerose alterazioni fin dal XVI secolo.
L'intervento conservativo, durato un anno, ha previsto approfondite indagini con tecniche non invasive per analizzare lo stato di conservazione e i materiali utilizzati nei restauri precedenti. L'obiettivo è stato quello di recuperare la visione originale dell'opera, rimuovendo le ridipinture che ne avevano alterato la lettura.
La conferenza stampa di presentazione del restauro, tenutasi nel febbraio 2024, ha visto la partecipazione di storici dell'arte e restauratori, che hanno illustrato nel dettaglio le fasi del complesso lavoro.
La Maestà di Cimabue non è solo un capolavoro artistico, ma riveste anche un profondo valore spirituale per le comunità francescane, che hanno sempre manifestato la volontà di conservare l'affresco per la sua stretta connessione con la vita di preghiera nella Basilica.
Cimabue: Un Ponte tra Bizantino e Rinascimento
Cenni di Pepo, detto Cimabue, è considerato uno dei padri fondatori del Rinascimento italiano. Sebbene la sua pittura sia ancora fortemente legata alla tradizione classicista bizantina, è possibile individuare in essa la ricerca di un linguaggio nuovo, meno rigido e stilizzato.
Il suo percorso artistico è caratterizzato da un continuo tentativo di superare i rigidi canoni dell'arte del suo tempo. La sua opera ad Assisi, nonostante le condizioni non ottimali di conservazione, rimane un esempio fondamentale di questa transizione.
L'affresco della Crocifissione (1277-1283 ca.) nella Basilica Superiore di San Francesco d'Assisi è un punto di riferimento per comprendere la sua evoluzione. In quest'opera, Cimabue coniuga la solennità della rappresentazione sacrale con la tendenza pre-rinascimentale a dare importanza all'umano, alle passioni e ai sentimenti.
La scena, con il Cristo piegato dalla sofferenza, è un conflitto continuo di linee, colori, immagini e significati. I pochi colori originari rimasti, come il rosa, il verde marcio, l'ocra e il marrone, rivelano una raffinata gamma cromatica. I contrasti tra colori e immagini costituiscono l'originalità di quest'opera, con contrappunti tra cielo e terra, tra oppositori di Cristo e uomini dolenti.
La composizione è rigorosa e razionale, con lo spazio suddiviso in cinque parti simmetriche. La croce centrale scandisce lo spazio, enfatizzando i severi contrappunti.
In alto, due gruppi di angeli, e in basso, due schiere di folle contrapposte. Questo capolavoro agita intensamente lo spettatore, toccando l'animo con la confusione delle masse che si accalcano.

La Ricerca del Vero Volto di San Francesco
San Francesco d'Assisi, oltre ad essere il patrono d'Italia, è una figura di grande ammirazione, e il tentativo di ricostruirne il vero volto ha suscitato un notevole interesse nel corso degli anni. Le raffigurazioni a lui dedicate offrono interpretazioni molto diverse.
In Umbria si conservano numerosi dipinti antichi che tramandano la sua effigie. Le testimonianze iconografiche più remote, tuttavia, non provengono da questa regione.
- La rappresentazione più antica conosciuta si trova nella chiesa di Santa Maria Maggiore a Monte Sant'Angelo (FG), realizzata in seguito a una presunta visita del Santo nel 1216. In questa raffigurazione, San Francesco appare privo delle stimmate, ma con l'aureola.
- Una rappresentazione molto nota (1220 ca. - 1228 ante) si trova nel monastero benedettino di Subiaco (RM). L'affresco, realizzato durante gli ultimi anni di vita di Francesco, lo ritrae ancora senza stimmate e senza aureola, con un volto simile a quello di Monte Sant'Angelo.
- Un dipinto su tavola (1235 ca), attribuito a Bonaventura Berlinghieri e custodito nella chiesa di San Francesco a Pescia (PT), è la prima opera che ci giunge con l'iconografia delle storie francescane.
- Un quarto ritratto (1245 ca - 1250 ca) è nella tavola "San Francesco e venti storie della sua vita" di Coppo di Marcovaldo (o Maestro del San Francesco Bardi), conservata nella Basilica di Santa Croce a Firenze.
- Un quinto ritratto (1250 ca) è un dipinto su tavola, "Stimmate di san Francesco", attribuito al Maestro del Crocifisso n. 434 degli Uffizi o al Maestro del San Francesco Bardi, conservato nella Galleria degli Uffizi a Firenze.
- Un sesto ritratto (seconda metà del XIII sec.) si trova nel museo della Porziuncola di Santa Maria degli Angeli (PG) e raffigura Francesco tra due angeli.
- In Abruzzo, si registrano altri tre ritratti di Francesco privi delle stimmate, databili alla seconda metà del Duecento.
- Un decimo ritratto (1260 ca - 1275 ca), attribuito a Margarito Di Magnano detto Margaritone D’arezzo, si trova nella pinacoteca comunale di Arezzo.
- L'undicesimo ritratto, e il più celebre, si trova nel transetto destro della Basilica Inferiore di San Francesco d’Assisi ed è opera di Cimabue (1285-1290 ca.), nella Maestà di Assisi.
- Un altro dipinto con tratti somatici simili, attribuito a Cimabue, è su tavola e si trova presso il Museo della Porziuncola in Santa Maria degli Angeli di Assisi.
Sebbene Cimabue non abbia conosciuto personalmente San Francesco (morto nel 1226), i suoi ritratti sono stati considerati i primi tentativi di adeguare l'iconografia del Santo alla descrizione presente nelle fonti francescane, come la Vita Prima di Tommaso da Celano. La descrizione di Celano fornisce dettagli sull'aspetto fisico, il carattere e le abitudini del Santo, offrendo un quadro completo della sua figura.
Esiste un altro ritratto, considerato tra i più fedeli alla reale fisionomia di Francesco, conservato nel Santuario di Greccio (RI). Tradizionalmente, si ritiene che l'opera sia stata commissionata da Jacopa dei Settesoli. Tuttavia, la tecnica e lo stile suggeriscono che possa trattarsi di una copia del Trecento.
Il Ciclo Giottesco nella Basilica Superiore
Visitando la Basilica Superiore di San Francesco d'Assisi, si può ammirare anche il ciclo di affreschi di Giotto. Le pareti dell'unica navata sono interamente dipinte da Giotto, che in 28 riquadri narra gli episodi più salienti della vita di san Francesco, tratti dalla "Legenda Major" di San Bonaventura.
Questi affreschi sono capolavori indimenticabili, dove le figure emergono con una solida struttura, gesti incisivi e paesaggi volumetricamente resi. La narrazione, che parte dall'"Offerta del Mantello a San Francesco" e attraversa le tappe più importanti della vita del Poverello, culmina con "San Francesco libera Pietro Alfie".
Giotto riuscì a conferire alla vita di Francesco una dimensione umana, pur mantenendone la grandiosità.
