Il Significato Profondo di "Ascolta, Israele" nella Tradizione Giudaico-Cristiana

"Ascolta, Israele" (in ebraico: "Shema Yisrael") è un'espressione di fondamentale importanza che risuona attraverso i secoli, dal Deuteronomio fino al cuore del messaggio cristiano. Questa frase non è un semplice invito, ma un comando diretto che invita a un ascolto profondo e a un'adesione intima ai principi fondamentali della fede, sottolineando la centralità del concetto di un Dio unico.

Un'illustrazione del popolo d'Israele in ascolto di Mosè che proclama la Legge divina.

L'Imperativo "Ascolta!" (Shema) e le Sue Implicazioni

Innanzitutto, ci si sofferma sull'imperativo «Ascolta!», in ebraico Shema’. La Bibbia esalta questo verbo, tant'è vero che esso punteggia il Deuteronomio, il libro della Legge proclamata, e "ascoltare" è sinonimo di "obbedire". Si tratta, quindi, di un'adesione intima e non di un mero sentire esterno, di un orecchio libero dalle "ortiche" delle chiacchiere (per usare l'espressione della poetessa ebrea Nelly Sachs). È il non essere «ascoltatore smemorato ma colui che mette in pratica», come scrive san Giacomo (1,25).

Nel contesto biblico, "ascoltare" e "obbedire" sono intimamente legati. Un esempio significativo è il caso di Dt 21, che parla del "figlio ribelle": lo stesso verbo (shamá) si usa sia per ascoltare che per obbedire. Con le parole di Dt 6, il Signore invita il suo popolo a ricordare tutte le cose buone che ha ricevuto da lui, in particolare il possesso di una terra: "Ascolta ora, o Israele, e sii diligente nel fare ciò che ti renderà felice e molto numeroso nella terra che scorre con latte e miele, come il Signore, il Dio dei padri ti ha detto" (Dt 6, 3).

La Professione di Fede Monoteista: "Il Signore è uno solo!"

La seconda considerazione tocca il cuore di quell'ascolto-obbedienza: è l'accoglienza ferma della professione di fede monoteista: «Il Signore è uno solo!». Dio non ha attorno a sé un pantheon, ma non è neppure l'ente supremo astratto, immobile e impassibile nella sua eternità e nella sua trascendenza. Infatti, si dice che egli «è il nostro Dio», ha cioè con noi un legame di alleanza. Proprio per questo, la fede biblica comprende tante dimensioni.

Alessandro Barbero - Il trionfo del monoteismo (Doc)

L'Adesione Umana nella Sua Integralità: Cuore, Anima, Mente e Forza

Ed è ciò che è espresso nella terza nota che mette l'accento sulle varie componenti dell'adesione umana. Nel testo ebraico sono implicati «il cuore, l'anima e le forze» nella loro totalità. Sappiamo che l'“anima” per la Bibbia è l'intero essere vivente, la persona nella sua capacità vitale e comunicativa, mentre il “cuore” è la coscienza e le “forze” rimandano a quell'energia che si esplica nell'agire. È il ritratto di una fede che presenta la persona che si offre al suo Signore nella sua integralità. Sono, così, escluse certe pallide spiritualità fatte solo di vago sentimento, ma anche un impegno religioso solo esteriore e operativo.

A questo proposito va fatta un'osservazione finale: quando Gesù cita il passo del Deuteronomio, introduce una variante suggestiva che alcuni studiosi ritengono legata all'orizzonte culturale del tempo, quando la civiltà greca aveva ottenuto una posizione di primato: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente».

Origini e Formazione del Brano Deuteronomico (Dt 6,4-9)

Gli studiosi hanno dibattuto a lungo sull'origine e la formazione del brano di Deuteronomio 6,4-9. Una delle teorie più comuni è che il brano appartenga alla redazione deuteronomistica, un gruppo di autori che contribuirono alla composizione del libro del Deuteronomio e di altri testi correlati. Alcuni studiosi suggeriscono che il testo potrebbe essere influenzato dalle culture cananee circostanti. Un'altra teoria propone che il nucleo del brano potrebbe avere radici nella tradizione orale, trasmessa verbalmente prima di essere scritta. Alcuni studiosi collegano la formazione del brano all'esperienza esilica, durante la quale gli ebrei furono esiliati in Babilonia. Il versetto successivo esorta ad amare Dio con tutto il cuore, l'anima e la forza. Il testo prosegue con l'invito a prendere a cuore questi insegnamenti e a insegnarli alle generazioni future. La parte finale del passo suggerisce l'uso di simboli tangibili per ricordare costantemente la legge divina.

"Ascolta, Israele" nel Nuovo Testamento e l'Incontro con Gesù

In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l'unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c'è altro comandamento più grande di questi».

Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all'infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l'intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici». Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio».

Gesù discute con uno scriba, illustrando la profondità dei comandamenti.

Il Dialogo con lo Scriba e la Centralità dell'Amore

La nostra vita e missione viene oggi illuminata dalla parola dell'evangelista Marco che ci racconta un interessante dialogo tra uno scriba e Gesù. Il dialogo incomincia con la domanda: Qual è il primo di tutti i comandamenti? Gesù risponde: Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l'unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”.

Ascoltare significa aprirsi all'altro, accogliere e far parte del suo progetto, in sintesi, accogliere e far propria la sua volontà. Nella risposta di Gesù, appare la proposta di una vita vissuta nella fedeltà con cuore indiviso. Possiamo domandarci: Come viviamo l'esperienza di avere e credere in un unico Dio? L'apostolo Paolo, nella lettera a Timoteo, ci ricorda (Tm 2, 13) che “se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso”.

Nell'Antico Testamento i due comandamenti non compaiono insieme. Il secondo compare nel Decalogo suddiviso in altri comandamenti; più di 100 volte si parla di "prossimo", quasi sempre per imporre il rispetto di lui e di tutto ciò che è suo. Alla risposta saggia e originale di Gesù, lo stupore dello scriba sembrò aumentare: "Bene, Maestro!" (Mc 12,32). Ma lo stupore si è poi trasformato in silenzio: "E nessuno osò fargli altre domande" (Mc 12,34). Era impossibile imprigionare Gesù con parole false. La sua saggezza lo stupisce e lo zittisce.

La Novità della Risposta di Gesù: Purezza di Cuore e Liberazione

Per poter comprendere appieno e fare nostro il messaggio che il brano evangelico e la liturgia della Parola di questa domenica vogliono farci assimilare, dobbiamo innanzitutto partire dal senso profondo della domanda che «uno degli scribi» rivolge a Gesù. Questi pone un quesito che a noi uomini contemporanei, in un primo momento, può apparire insignificante: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Tale domanda ci sembra trascurabile per diversi motivi: in primis, perché viviamo in un contesto completamente diverso da quello in cui viene posto questo dubbio, un contesto che appare addirittura agli antipodi rispetto a quello in cui viveva Gesù.

Un altro motivo per cui la domanda dello scriba appare banale risiede nel fatto che oggi non abbiamo più il dovere di osservare delle leggi comportamentali. Al tempo di Gesù, non solo la legge di Dio coincideva con la legge dello Stato, ma tale legge delineava in maniera quasi ossessiva il comportamento etico, ma anche pratico della persona; essa cioè delineava le norme comportamentali a cui tutti dovevano attenersi e che, nascendo tra l'altro da un'interpretazione errata della legge di Mosè, erano diventate una vera punizione per gli uomini che dovevano osservarle.

La domanda dello scriba allora non nasce soltanto dalla volontà di mettere alla prova Gesù, cosa che spesso riscontriamo nei Vangeli («I farisei e i sadducei si avvicinarono per metterlo alla prova»), ma scaturisce anche dal desiderio di trovare in Cristo ciò che lui è veramente: liberazione! Dunque, la prima indicazione pratica che possiamo ricavare da questa Scrittura è che il vero fedele è colui che si sente e di fatto è realmente liberato dalla presenza e dalla misericordia di Dio, poiché tale presenza e tale misericordia, che si esprimono nel dono totale di Cristo, rappresentano per noi la vera fede.

La risposta di Gesù è una risposta antica, poiché, come Lui stesso afferma, l'operazione che il Cristo opera nella storia della salvezza non è di modifica della legge antica, quanto piuttosto di completamento della stessa. Gesù, infatti, cita direttamente dalla Legge: «Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l'unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza». In questa risposta, apparentemente sembra non esserci alcuna novità. Ma la vera novità risiede nella purezza di cuore con cui Gesù chiede di avvicinarsi e approcciarsi alla legge.

Pertanto, se esaminiamo la risposta di Gesù senza i sensi di colpa che ci assalgono nel momento in cui ci scopriamo forse non così bravi e buoni nell'osservare i comandamenti di Dio, comprendiamo quale sia in realtà il modo di procedere per essere graditi a Dio e dunque santi. Il primo passo da compiere in questo processo è, infatti, l'ascolto. Sì, perché la risposta di Gesù non parte dall'amore, e ciò ci fa comprendere che c'è qualcosa che precede l'amore. «Ascolta, Israele!»: ogni volta che la Scrittura cita il popolo santo, in realtà, noi tutti possiamo identificarci nelle parole che Dio rivolge ad esso. Quindi è chiaro: se Israele non ascolta, non sarà in grado di amare, e questo vale allora per ciascuno di noi.

Il modo in cui Gesù struttura la sua risposta ci fa comprendere un passaggio fondamentale: fare silenzio di fronte all'immensità di Dio e di fronte al mistero nascosto nel cuore del fratello, nella sua storia, nella sua vita, nelle sue ferite, nelle sue povertà, è il primo vero atto di amore. Gesù poi prosegue nella sua risposta e usa il verbo “amare” coniugato al futuro: «Amerai», perché l'amore può venire solo in un futuro preceduto dall'ascolto. «Non c'è altro comandamento più grande di questi», dice Gesù. È proprio vero: non esiste comandamento più importante, perché chi ascolta, ama.

"Ascolta, Israele" nella Chiesa d'Oriente

Per la Chiesa d'Oriente, l'espressione "Ascolta, Israele" si riferisce all'unicità di Dio nella Trinità. In particolare, nella Chiesa d'Oriente, questa espressione è collegata alla Trinità.

Il Sacerdozio di Cristo e la Perfezione dell'Amore

Fratelli, [nella prima alleanza] in gran numero sono diventati sacerdoti, perché la morte impediva loro di durare a lungo. Cristo invece, poiché resta per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta. Questo era il sommo sacerdote che ci occorreva: santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli. Quel volto del Figlio è “perfetto per sempre” (seconda lettura v.28). La perfezione che non consiste solo nel suo non essere peccatore, ma nell'offerta d'amore della sua vita.

L'Amore per il Prossimo: Dall'Antico Precetto al Nuovo Comandamento

Nelle tradizioni ebraiche, il comandamento di amare l'altro e prendersene cura sembrava limitarsi alle relazioni tra i membri di una medesima nazione. L'antico precetto «amerai il tuo prossimo come te stesso» (Lv 19,18) si intendeva ordinariamente riferito ai connazionali. Tuttavia, specialmente nel giudaismo sviluppatosi fuori dalla terra d'Israele, i confini si andarono ampliando. Il desiderio di imitare gli atteggiamenti divini condusse a superare la tendenza intimista e ad aprirsi a un amore più universale.

Ma i discepoli di Gesù, semplici come erano, non avevano paura di porre a Gesù tutte le loro domande. E alla fine sono riusciti a "sentire" questi due comandamenti fusi in uno solo: "Vi do un nuovo comandamento: che vi amiate gli uni gli altri. Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri" (Gv 13, 34-35). I discepoli ascoltavano e ubbidivano, non erano "bambini ribelli". Anche i discepoli di Gesù nel XXI secolo devono essere noti per "ascoltare e obbedire" a questo comandamento.

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