Capitano Emanuele Basile: L'Omicidio, la Mafia e il Destino di Armando Bonanno

Le vicende giudiziarie legate alla mafia siciliana e ai suoi tentacoli nel Nord Italia hanno spesso richiesto anni per essere svelate, grazie al lavoro instancabile di magistrati e inquirenti. Un esempio emblematico è l'omicidio del Capitano Emanuele Basile, un episodio cruciale che ha rivelato la ferocia dei Corleonesi e ha coinvolto figure come Armando Bonanno, il cui destino si è intrecciato indissolubilmente con la storia di Cosa Nostra.

L'Impegno e il Sacrificio del Capitano Emanuele Basile

Emanuele Basile, terzo di cinque figli, nacque a Taranto il 2 luglio 1949. Fin da giovane, mostrò un forte senso di giustizia, che lo spinse ad abbandonare gli studi di Medicina per intraprendere la carriera nell'Arma dei Carabinieri. La sua dedizione e capacità lo portarono a una rapida carriera: nel 1972 fu promosso Tenente e, come prima Compagnia, comandò quella di Sestri Levante (GE). Le sue rischiose operazioni di servizio gli valsero presto la promozione a Capitano, e fu assegnato al nucleo investigativo di Palermo.

Nel settembre 1977, Basile divenne Comandante della Compagnia di Monreale, un punto di importanza strategica per il controllo e la lotta alla mafia. Le sue intuizioni si rivelarono decisive non solo sull’omicidio Giuliano, ma soprattutto sull'emergente clan dei Corleonesi e sui grossi traffici di stupefacenti gestiti dalla famiglia di Altofonte. Le sue indagini portarono all'arresto, il 6 febbraio 1980, di membri delle famiglie del mandamento di San Giuseppe Jato, come Antonio Salamone e Bernardo Brusca, e alla denuncia di altri sodali tra cui Leoluca Bagarella, Antonino Gioè, Antonino Marchese e Francesco Di Carlo.

Le attività delle cosche indussero il Capitano a formulare l'ipotesi che le famiglie facessero capo a Salvatore Riina dei Corleonesi. Le parole che spiegavano queste dinamiche erano racchiuse nel suo rapporto del 16 aprile 1980, che sarebbe stato il suo ultimo, consegnato nello stesso giorno, insieme ai faldoni con tutta la documentazione, al giudice Paolo Borsellino.

Capitano Emanuele Basile in uniforme

L'Agguato di Monreale: Un Omicidio Eclatante

Sono le ore 1:40 del 4 maggio 1980. Emanuele Basile stava rientrando in Caserma dopo aver assistito ai festeggiamenti per la festa patronale in onore del Santissimo Crocifisso a Monreale. Mentre si trovava in via Pietro Novelli, con in braccio la figlioletta Barbara, di soli 4 anni, e accanto la moglie Silvana, in attesa dello spettacolo pirotecnico, fu colpito alle spalle e crivellato di colpi da tre uomini di Cosa Nostra, che si erano confusi tra la folla. Emanuele fece da scudo alla sua bambina per proteggerla dai proiettili, compiendo l'ultimo gesto di amore e altruismo della sua giovane vita. La moglie Silvana tentò invano di proteggere il marito, mettendosi sul bersaglio dei sicari; fortunatamente, un colpo di pistola andò a finire su un’agenda con copertina in argento massiccio che la donna aveva con sé, salvandole la vita. Dopo aver tentato inutilmente di soccorrere il marito, non poté fare altro che prendere la figlia, stordita e con la mano sporca di residui di sparo. Trasportato d’urgenza in un ospedale di Palermo, Basile venne sottoposto a un intervento chirurgico nel tentativo di salvarlo, ma morì durante l’operazione. L'omicidio fu compiuto pubblicamente, sotto gli occhi di un’intera comunità.

Subito dopo il delitto, i sicari furono arrestati mentre cercavano di far perdere le loro tracce. Si trattava di Armando Bonanno, Vincenzo Puccio e Giuseppe Madonia, figlio del boss Francesco Madonia della famiglia mafiosa di Resuttana. Questi dichiararono di trovarsi nelle campagne di Monreale per un appuntamento galante.

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La Lunga e Travagliata Via Giudiziaria e il Destino di Bonanno

La vicenda giudiziaria dell'omicidio Basile fu lunga e frastagliata. Il processo di primo grado, nonostante la testimonianza diretta della moglie Silvana, portò all'assoluzione dei tre imputati, che vennero scarcerati e inviati al soggiorno obbligato in Sardegna. La Corte d'Appello ribaltò l'esito della sentenza di primo grado, condannando all'ergastolo gli assassini. Tuttavia, il processo fu annullato in Cassazione dal giudice Corrado Carnevale, soprannominato l'ammazza sentenze, per dei vizi di forma. La Corte d'Appello di Palermo, presieduta dal giudice Antonino Saetta (poi ucciso da Cosa Nostra il 25 settembre 1988), condannò nuovamente i colpevoli all'ergastolo, ma la Corte di Cassazione annullò nuovamente il processo per difetto di motivazione.

Fu necessario arrivare sino al settimo processo per vedere condannati in modo definitivo sia gli esecutori che i mandanti: Totò Riina, Michele Greco e Francesco Madonia. La sentenza definitiva giunse dopo nove anni dal delitto. Nel frattempo, sia Vincenzo Puccio che Armando Bonanno furono uccisi. Armando Bonanno, in particolare, "sparì con la ‘lupara bianca’", un termine che indica l'eliminazione di un avversario senza lasciare traccia del corpo, spesso utilizzata dalla mafia.

Rappresentazione grafica della lupara bianca

Il Contesto Mafioso e le Motivazioni

L'omicidio del Capitano Basile fu voluto a causa dell’impegno e della precisione con cui conduceva le indagini, ma soprattutto per i risultati significativi che stava raggiungendo. La sua eliminazione venne considerata inevitabile dalla criminalità mafiosa. La regia dell'omicidio, come confermato dalle testimonianze dei pentiti, era riconducibile ai vertici di Cosa Nostra. Salvatore Faccella, killer di Cosa Nostra, raccontò che "quello che voleva rifare Riina era riportare Milano sotto Cosa Nostra, come era una volta quando c'era Luciano Liggio qua, perché Riina diceva: “Milano è nostra, non è di Jimmy Miano o di Coco Trovato o dei calabresi o dei catanesi, è nostra, non è degli altri”." Questo testimonia la volontà dei Corleonesi di riaffermare il proprio dominio su tutto il territorio nazionale.

Giovanni Brusca confermò di aver parlato "dell’omicidio Carollo con Salvatore Riina". La sentenza di Palermo, sotto il titolo “Omicidio Carollo”, fece convergere anche gli omicidi di Antonino Ciulla, Armando Bonanno (ulteriore omonimo o vittima in un contesto diverso per aver chiesto chiarimenti), Pietro Carollo e Francesco Bonanno. Tutte queste persone furono uccise nello stesso giorno o in quelli successivi alla morte di Gaetano Carollo "perché - disse il pentito Marino Mannoia, già uomo d’onore della famiglia di Santa Maria del Gesù - volevano dei chiarimenti sulla morte di Carollo".

Le Indagini e le Confessioni dei Pentiti

Le indagini sugli omicidi di mafia, in particolare quelli avvenuti a Milano tra gli anni Ottanta e Novanta, furono oggetto di un'ampia richiesta cautelare di 700 pagine da parte del pm Marcello Musso, che ricostruì mandanti e killer di sei omicidi. Sebbene la richiesta avesse avuto un giudizio negativo da parte del Gip per tutti e 22 gli indagati, le informazioni raccolte furono cruciali. In un'udienza preliminare del 15 dicembre 2009, Salvatore Riina scelse il rito ordinario, mentre altri 18 indagati optarono per l'abbreviato.

L'omicidio di Liscate, ad esempio, rimase un mistero fino al 2007, quando il pentito Ciro Vara, uomo d'onore della famiglia di Vallelunga legato a Piddu Madonia, mise sul tavolo nomi, fatti e circostanze. Vara, reo confesso del sequestro del piccolo Di Matteo, iniziò il suo racconto il 27 luglio 2006: "Piddu Madonia mi riferì che Provenzano - con il quale, quando si trovava a Milano, aveva dei contatti anche epistolari -, gli aveva dato mandato di uccidere Ciulla o un parente di questi, poiché era inviso ai corleonesi". La regia di Piddu Madonia fu confermata anche da Francesco Onorato e Giovanni Brusca. Antonino Giuffrè, ex braccio destro di Bernardo Provenzano, alzò il velo sul potenziale militare degli uomini di Piddu Madonia: "Giuseppe Madonia è importante perché è a capo dell’esercito di Gela, che sono tutti sparatori, persone che andavano sparando in tutti i posti dove c’era bisogno in Sicilia e nel Nord Italia."

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