L'epopea del ciclismo è uno sport che avvolge persone di tutte le età e affascina milioni di appassionati in ogni angolo del mondo. Tra sudore, fatica e imprese leggendarie, questo sport in Italia ha contribuito all'unità nazionale e alla rinascita di un paese devastato dalla Seconda Guerra Mondiale. Sulle strade melmose e polverose, a correre al fianco di autentici miti dell'epoca, c'era anche un ciclista sannita di Paolisi: Arcangelo Bove, soprannominato la "stella del Sud".
Arcangelo Bove, conosciuto anche come "la stella del sud" o il "gladiatore sannita", è stato un ciclista attivo tra la fine degli anni ’40 e metà degli anni ’50. Nato a Paolisi il 21 aprile del 1927, oggi, a 96 anni, è uno dei pochi ex atleti ancora in vita a poter raccontare aneddoti relativi a campioni come Coppi e Bartali, testimone di un'epoca gloriosa e pionieristica del ciclismo.

Gli Inizi e la Nascita di un Talento
La scalata di Bove verso una brillante carriera è partita dal suo piccolo paese, Paolisi, dove ha cominciato a scoprire la passione per le due ruote. Già dalla prima gara vinta da ragazzino negli anni Quaranta a Cervinara, Bove mostrò le sue doti innate di scalatore. Ricorda di quella volta: «La prima corsa la vinsi nel ’43/’44. Avevo intorno ai 16 anni e per gareggiare dovetti fittarmi la bici».
Per le prime tre gare da lui disputate, infatti, non possedeva una bici da corsa e doveva noleggiarla per l'occasione. La terza gara la disputò a Minturno e, con i soldi che guadagnò, si comprò la sua prima bici da corsa nel 1949. Ha raccontato inoltre: “Un giorno un mio zio, che aggiustava bici ed orologi, mi mise su una bicicletta. Era da passeggio, io desideravo quella da corsa. Allora quando tornai a casa, presi il manubrio a martellate. Volevo dargli la forma come quello dei ciclisti.”
Le condizioni in cui si gareggiava erano spesso estreme, come ricorda Bove: “Si correva nella polvere. Con magliette di fortuna addosso. Senza un programma di allenamento preciso. In una gara a Marina di Minturno io e il mio amico Ciambriello, arrivammo con gli zoccoli, ci rendemmo conto di quanto eravamo mal equipaggiati. Gli altri erano ben vestiti, ben preparati. Mi facevano impressione per questo, però vinsi io.”
Vittorie, Stile di Corsa e la "Stella del Sud"
La svolta nella sua carriera avvenne nel 1949, anno in cui la prima gara ufficiale la disputò a Casagiove e vinse ben 28 corse. Arcangelo Bove fu il miglior ciclista Campano e del sud Italia. Nella categoria maggiore ha vinto oltre cento gare, tra cui la classica Coppa Vesuviana nel 1952. Dal 1949 al 1955 ha collezionato un successo dopo l'altro e conquistò la maglia "Bianca" del miglior giovane.
Bove fu chiamato a Milano dall'ex Campione del Mondo a cronometro, Learco Guerra, denominato la "locomotiva umana", che aveva una sua squadra. Così, per alcuni anni, gareggiò con la Learco Guerra tra i professionisti, insieme ai più grandi Campioni dell'epoca. I giornalisti di allora, come racconta Arcangelo Bove, dicevano che era un po' rude, era uno scalatore e in salita pedalava con forza.
Arcangelo affrontava le salite staccando anche i campioni. Al Giro di Sardegna vinse il Gran Premio della Montagna, battendo lo scalatore Italo Svizzero Clerici, che poi vinse anche un Giro d'Italia. In solitaria per 70 km alla Sassari-Cagliari, vinse il Gran Premio di Montagna lasciandosi dietro Alfredo Martini, futuro tecnico della nazionale. Disputò anche la Roma-Napoli-Roma, una gara "dietro motori" con i più grandi Campioni dell'epoca, tra cui F. Coppi, G. Bartali, F. Magni, F. Kübler, L. Bobet, Pinarello e A. Bove. Vinse una tappa che arrivava a Benevento, un'impresa che fu immortalata anche sulle pagine dello "SPORT ILLUSTRATO" dell'epoca.
Tra i suoi avversari dell'epoca, tutti grandi atleti, in Campania c'erano nomi come L. Mastroianni, G. Mauso, M. Tufano, L. Mastroberardino, A. Landi, Cozzolino, Abate, Prisco, D'amore, Carbone, Vargas, Ciaramella, Galiano, Pagano e tanti altri. Bove ricorda con affetto il suo amico Luigi Mastroianni: «Era un velocista, un amicone. Suo fratello ci seguiva durante le corse e ci passava l'acqua, non esisteva invidia, competizione. C'erano rapporti fraterni».

Aneddoti e Incontri con le Leggende del Ciclismo
Arcangelo Bove ha vissuto un'epoca d'oro del ciclismo italiano, dove nomi come Gino Bartali e Fausto Coppi erano già leggende. La sua carriera è costellata di incontri e aneddoti con questi miti. In una riunione in pista al velodromo Arenaccia di Napoli, presente anche Fausto Coppi (vincitore della prova individuale e della prova dell'Omnium con Loretto Petrucci), Bove vinse la prova ad inseguimento contro il romano Bruno Monti. Dopo la corsa, Coppi, rivolgendosi al ciclista laziale, disse: «Ma non ti vergogni? Ti sei fatto battere da un ragazzino»: un'esclamazione che il corridore sannita non ha mai dimenticato.
Bove ha raccontato anche di un viaggio trascorso in compagnia di tanti campioni, tra questi anche Gino Bartali: «Eravamo in nave, in viaggio verso la Sardegna dove era in programma una gara, io e Bartali trascorremmo tutta la notte a giocare a carte». Le sue sono cronache colorate da aneddoti mai scritti, come quelli del suo amico Giorgio Ciambriello che sapeva incitarlo gridandogli: «Arcà, tu in salita pedali senza mani, vai, staccali tutti!», le mitiche salite di Tuoro dove è ancora imbattuto, o le partite a carte con Bartali, Koblet e Bizzi sul traghetto per la Sardegna.
Ma l'emozione più forte l'ha vissuta quando per la prima volta ha gareggiato con il grande Fausto Coppi: «Era un grande, il mio idolo. Oltre al campione era una bravissima persona nonostante tutte le vicende personali che ha dovuto affrontare in quel periodo. Io lo cercavo con lo sguardo e tra me e me pensavo: sto correndo con il mito».
Il racconto di Arcangelo Bove è quello della gloria, della fatica e dei sogni di una parte d’Italia comunque speranzosa. Un atleta che quando correva al fianco dei grandi si sentiva emozionato e che quando vinceva non alzava le braccia al cielo, ma pensava alla madre che lo aveva sempre incitato.

Una Vittoria Fuori dal Circuito: L'Amore
Tra le sue "vittorie", Bove ricorda anche quella più personale: la conquista di sua moglie. «In una gara ad Airola, capitai nella salumeria della sua famiglia per comprare zollette di zucchero e cotognata. Lei sbarazzina, chiese chi fosse nel gruppo “il ciclista Bove”. Fu subito colpo di fulmine. E lì le gambe da grimpeur, persero forza. Ma vinsi lo stesso la gara e le mandai dei fiori».
Il Ritiro e la Testimonianza di un'Epoca
Bove al termine del 1955 smise di correre da professionista, ma la bici non venne mai appesa al chiodo, dimostrando un amore eterno per le due ruote. «Quando ami la bicicletta la curi in ogni particolare. Impari a capirla e a come adattarla a te. E non la lasci più», afferma.
La mancanza di una figura tecnica, capace di indicare allenamenti, tattiche e strategie, non consentì forse di portare su gradini ancora più alti questo timido campione dalle potenti gambe e dal cuore buono. Come gli diceva il grande Pasquale Carbone: «ce vulessën ‘e coscë toe ‘e a capa mia. Nun perdessëmo mai!»
Arcangelo Bove, oggi residente ad Airola, è un prezioso testimone di quel periodo. I suoi ricordi sono stati condivisi in diversi incontri, tra cui quello organizzato dall'associazione "Amici di Fausto Coppi". Renato Iaselli, presidente dell'associazione, ha dichiarato: «È stato un grande onore incontrare uno degli ultimi testimoni di quell'epoca. Bove è stato tra i migliori ciclisti del sud Italia, certamente il migliore in Campania durante il dopoguerra e ci ha offerto una testimonianza molto importante perché ha dato l'idea di cosa abbia significato in una determinata epoca affrontare le fatiche del ciclismo. Oggi è meno facile intercettare questa volontà, ma tra i compiti di chi è impegnato nello sport c'è quello di far comprendere ai giovani l'importanza dell'applicazione e del sacrificio».
Questo omaggio ad Arcangelo Bove va anche a tutti i ciclisti che, con la loro passione e fatica, hanno scritto le più belle pagine del ciclismo dei tempi d'oro.