Antropologia Biblica: Fondamenti e Riflessioni Contemporanee

L'antropologia biblica esplora la visione dell'uomo alla luce delle Sacre Scritture, delineando la sua natura, il suo destino e le sue relazioni con Dio e con il prossimo. Questa disciplina è arricchita da studi e riflessioni contemporanee che ne approfondiscono i significati, come quelle del sacerdote Francesco Pilloni.

Francesco Pilloni: Tra Patristica e Teologia Nuziale

Francesco Pilloni è una figura di spicco nel campo della teologia e della pastorale. Sacerdote, dirige il Centro Diocesano di Pastorale Familiare di Verona ed è docente di Teologia patristica del matrimonio e della famiglia presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II di Roma. Coordina inoltre il Centro di spiritualità «Padre Enrico Mauri» presso l’Opera Madonnina del Grappa di Sestri Levante.

Oltre agli studi specificamente patristici, Pilloni si dedica con particolare cura allo sviluppo della teologia e della spiritualità nuziale, del matrimonio e della famiglia, della verginità e della vedovanza cristiana. Le sue riflessioni offrono un testo che da generazioni accompagna chi vuole sposarsi o anche solo accostarsi a questo sacramento, proponendo una serie di considerazioni sul senso del Matrimonio e dell'Amore, in un mondo che a volte può apparire prosaico e povero di sentimenti.

Il Matrimonio nell'Antropologia Biblica e Sacramentale

L'alleanza o patto matrimoniale, mediante la quale un uomo e una donna costituiscono fra loro un'intima comunione di vita e di amore, è stato fondato e dotato di sue proprie leggi dal Creatore. La Scrittura afferma: «Dio creò l'uomo a sua immagine... maschio e femmina li creò» (Gn 1,27); e ancora: «Per questo l'uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne» (Gn 2,24). Per sua natura, il matrimonio è ordinato al bene dei coniugi così come alla generazione e all'educazione della prole.

Illustrazione biblica della creazione dell'uomo e della donna

Il Matrimonio come Sacramento

Per i battezzati, il matrimonio è stato elevato da Cristo Signore alla dignità di sacramento (GS, n. 48; CIC, can. 1055). Il sacramento del matrimonio è segno dell'unione di Cristo e della Chiesa. Esso dona agli sposi la grazia di amarsi con l'amore con cui Cristo ha amato la sua Chiesa; la grazia del sacramento perfeziona così l'amore umano dei coniugi, consolida la loro unità indissolubile e li santifica nel cammino della vita eterna.

Il matrimonio si fonda sul consenso dei contraenti, cioè sulla volontà di donarsi mutuamente e definitivamente, allo scopo di vivere un'alleanza d'amore fedele e fecondo. L'unità, l'indissolubilità e l'apertura alla fecondità sono essenziali al matrimonio. La poligamia è incompatibile con l'unità del matrimonio; il divorzio separa ciò che Dio ha unito; il rifiuto della fecondità priva la vita coniugale del suo «preziosissimo dono», il figlio. Il nuovo matrimonio dei divorziati, mentre è ancora vivo il coniuge legittimo, contravviene al disegno e alla legge di Dio insegnati da Cristo. Costoro non sono separati dalla Chiesa, ma non possono accedere alla comunione eucaristica (cfr. CCC, nn. 1601-1666).

Evoluzione della Celebrazione Liturgica

Nei primi secoli del cristianesimo, il matrimonio cristiano non aveva una liturgia propria e veniva celebrato allo stesso modo di quelli non cristiani. Dal IV secolo in poi si cominciò a benedire gli anelli e quindi anche a celebrare l'eucaristia, segnando un'evoluzione nella formalizzazione del rito cristiano.

Il Concilio di Nicea e l'Antropologia Cristologica

Il Concilio di Nicea, convocato nel 325, costituisce una pietra miliare nella formazione dell’identità dottrinale e della struttura canonica della Chiesa. Oggi, siamo chiamati a mettere in luce il messaggio duraturo del Primo Concilio Ecumenico di Nicea, le dimensioni soteriologiche e le implicazioni antropologiche del termine «homo-ousios», e il legame inscindibile tra cristologia e antropologia.

Iconografia del Concilio di Nicea

Natura Sinodale e Affermazione della Fede

Il Concilio di Nicea costituisce un’espressione della natura sinodale della Chiesa, il culmine della sua «prima conciliarità», indissolubilmente legata alla realizzazione eucaristica della vita ecclesiale e alla pratica di riunirsi insieme per decidere «di comune accordo» (At 2,1) su questioni correnti. Segna anche l’emergere di una nuova struttura conciliare, quella dei Concili Ecumenici, decisivi per lo sviluppo delle questioni ecclesiastiche.

Di fronte all’eresia ariana, la Chiesa, in concilio, ha formulato l’essenza della sua fede, vissuta ininterrottamente. Il Figlio e Verbo di Dio preeterno, «consustanziale al Padre... Dio vero da Dio vero», attraverso la sua incarnazione, salva l’umanità dalla schiavitù del nemico e ci apre la via della deificazione mediante la grazia. «Si è fatto uomo affinché noi diventassimo divini». Il Simbolo di Nicea proclama la ferma convinzione che la deviazione ereticale in atto costituisce una negazione della possibilità di salvezza umana.

Di particolare importanza teologica è il fatto che il fondamento del Simbolo Sacro «Noi crediamo...» comprende un Simbolo battesimale locale o un gruppo di tali Simboli. In quanto autentico portatore della perenne autocoscienza della Chiesa, il Concilio ricapitola e riafferma il deposito apostolico custodito dalle Chiese locali. Atanasio il Grande afferma che i Padri sinodali «in materia di fede, non scrivono: "Ci è sembrato...", ma piuttosto: "Questo è ciò che crede la Chiesa cattolica?". e subito confessarono ciò in cui credono, per dimostrare che non era stato scoperto nulla di nuovo in ciò che avevano scritto, ma che la loro mentalità era apostolica, in altre parole esattamente come gli Apostoli avevano insegnato». La convinzione dei Padri divinamente istruiti era che nulla fosse stato aggiunto alla fede degli Apostoli e che il Simbolo veramente ecumenico di Nicea comprendesse una proclamazione della tradizione comune della Chiesa cattolica.

Questione della Pasqua e Unità Ecclesiastica

Un’altra questione di vitale importanza, che il Concilio di Nicea fu chiamato a risolvere per il bene del rafforzamento dell’unità ecclesiastica nella pratica liturgica, era «quando e come dovremmo celebrare la festa della Pasqua». Il 1700° anniversario della convocazione di questo Concilio ha riportato all’attualità la questione di una celebrazione comune della Risurrezione del Signore.

La Santa Grande Chiesa di Cristo prega affinché i cristiani di tutto il mondo tornino, in conformità con i decreti del Concilio di Nicea, a celebrare la Pasqua in un giorno comune, come per una felice coincidenza in questo anno. Tale decisione servirebbe come prova e come simbolo di un autentico progresso nella lotta per la nostra convivenza ecumenica e la nostra comprensione reciproca attraverso il dialogo teologico e il «dialogo della vita», come testimonianza tangibile del nostro rispetto concreto per ciò che abbiamo ricevuto dalla Chiesa indivisa. Il raggiungimento di tale obiettivo, nel contesto dell’anniversario di quest’anno, è stata la visione congiunta del defunto Papa Francesco di Roma e della nostra Modestia.

Opera Canonica e Struttura della Chiesa

Inoltre, anche l’opera canonica del Concilio di Nicea fu significativa, formulando e affermando sinodalmente la perenne coscienza canonica della Chiesa, stabilendo l’inizio e rafforzando lo status del sistema metropolitano, nonché la posizione preminente e l’accresciuta responsabilità di alcuni Troni, dai quali emerse gradualmente il sistema della Pentarchia. Il Trono Ecumenico di Costantinopoli è stato perennemente garante delle decisioni di Nicea. Questo spirito della Grande Chiesa è stato descritto anche attraverso l’Enciclica Patriarcale e Sinodale nel 1600° anniversario del Concilio «come il primo Concilio Ecumenico e veramente il più grande della Chiesa».

Il Cristianesimo è Stato Inventato qui? 325: Concilio di Nicea

La decisione di celebrare l’anniversario con «un evento festoso e, anzi, congiunto, se possibile, di tutte le Chiese ortodosse autocefale, al fine di manifestare insieme la fede e la perseveranza fino ad oggi della nostra Santa Chiesa Ortodossa nell’insegnamento e nello spirito di quel Concilio, la cui inspirata decisione da un lato ha stabilito e suggellato l’unica fede della Chiesa, mentre dall’altro ha anche presentato splendidamente l’unità della struttura della Chiesa attraverso la presenza di delegati provenienti da ogni parte del mondo» non si è tuttavia rivelata fattibile a causa di circostanze eccezionali e della vacanza del Trono Ecumenico. Il 19 luglio 1925, la prima domenica dopo l’intronizzazione del Patriarca Basilio III, l’«impegno differito» fu adempiuto con la celebrazione di «una speciale Liturgia Patriarcale e Sinodale» nella venerabile Chiesa Patriarcale.

Il Concilio di Nicea è rimasto il modello per affrontare i problemi di fede e di ordine canonico a livello ecumenico. Siamo oggi chiamati a mettere in luce il messaggio duraturo del Primo Concilio Ecumenico di Nicea, le dimensioni soteriologiche e le implicazioni antropologiche del termine «homo-ousios», il legame inscindibile tra cristologia e antropologia in un’epoca di confusione antropologica e di intensi sforzi per enfatizzare il «meta-umano» come orizzonte aperto e prospettiva autodivinizzante dell’evoluzione umana, con il contributo della scienza e della tecnologia. Il principio della «realtà divino-umana» comprende la risposta all’impasse della visione contemporanea di un «uomo-dio».

Il nostro Signore e Salvatore, Gesù Cristo, è la piena e perfetta rivelazione della verità su Dio e sull’uomo. «Chi ha visto me, ha visto il Padre mio» (Gv 14,9). Il Verbo di Dio incarnato ha mostrato «per primo e solo», come scrive San Nicola Cabasilas, «l’uomo vero e perfetto, esemplare nella condotta, nel modo di vivere e in ogni altro aspetto». Questa Verità è rappresentata nel mondo dalla Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica; è la stessa Verità che la nutre, la stessa Verità che essa amministra. Compito della teologia è rivelare la dimensione soteriologica della dottrina e la sua interpretazione esistenziale, che, insieme alla partecipazione all’evento ecclesiale, esige sensibilità e autentico interesse per l’uomo e l’avventura della sua libertà. In memoria, dunque, dei doni ineffabili che Egli ha fatto e fa nel mondo, glorifichiamo incessantemente il nome santissimo e splendente del Signore di tutti e Dio d’amore, per mezzo del quale abbiamo conosciuto il Padre e per mezzo del quale lo Spirito Santo è venuto nel mondo.

Grazia, Comandamenti e Libertà Umana

Il teologo domenicano Adrien Candiard torna su un tema antico ma dibattuto a suo avviso in modo fuorviante: la grazia è un incontro d’amore. Il suo libro, che comincia con la domanda del «giovane ricco» (Mt19,16): «Maestro cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?» e finisce con una limpida considerazione sull’essenzialità della grazia di Dio che «è un incontro ed è un incontro d’amore», è certamente provocatorio.

Lo stesso autore sottolinea che «tutti i discorsi teologici sulla grazia sviluppati nel corso dei secoli... sono andati fuori strada quando hanno mancato l’essenziale». La lista è lunga e attraversa i millenni fra dotti dibattiti teologici (domenicani-gesuiti), scismi, controriforma, concili, contrapposizioni pastorali e via dicendo. Eppure, quell’essenziale «abbaglia come il sole estivo di Galilea che si avvicina allo zenit», dice l’autore ricordando un recente pellegrinaggio al Monte delle Beatitudini. L’essenziale «abbaglia», ma evidentemente non è facile da cogliere.

Il giovane ricco va cercando proprio la vita vera, fatta delle cose che contano, che danno piena soddisfazione, che ci fanno felici e restano per l’eternità. Lui, che è un’anima bella e osserva tutti i comandamenti, lo va a chiedere proprio alla «luce che brilla come il sole», che prontamente lo ama, ma lui non riesce a restarne illuminato. Come noi e come i discepoli nel racconto evangelico, viene travolto dalla cruda risposta di Gesù: «Se vuoi essere perfetto, vai, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Segui Candiard si dice travolto anch’egli dall’enormità delle parole di Gesù e nel libro pone il quesito che interroga i cristiani fin da san Paolo: ma se, come dice l’Apostolo, è la fiducia nella grazia a donare la vita eterna, perché Gesù, che è sempre accogliente con tutti, domanda al giovane come se la cava coi comandamenti e poi formula una proposta di perfezione così esigente che gli stessi discepoli, sgomenti, si chiedono, ma allora chi può essere salvato?».

Immagine del giovane ricco che parla con Gesù

In quest’ottica la replica di Gesù, «impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile», risulta un chiarimento efficace, ma non risponde al quesito sul valore della grazia e su quello delle opere. Questo è un dilemma millenario e scismatico che riemerge ciclicamente e con prepotenza condizionante, al punto che papa Francesco ha più volte sottolineato il pericolo per la Chiesa di oggi di restare ingabbiata in un nuovo pelagianesimo.

Ecco allora la provocazione di questo libro, che nell’edizione italiana, ha un titolo esplicativo e pratico: La grazia è un incontro. Se Dio ama gratis, perché i comandamenti? Nell’originale francese, invece, il titolo, più simbolico, indica il percorso teologico-spirituale seguito da Candiard per fondare evangelicamente le ragioni della Grazia, percorso che pone le sue radici nel Discorso della montagna: Sur la Montagne. L’aspérité et la grâce.

E sulla Montagna Gesù comincia con le Beatitudini (Mt5, 3-12) che certamente costituiscono un programma esigente, e prosegue con altre «asperità» come: amate i nemici, porgete l’altra guancia, date a chi chiede, non preoccupatevi di quello che mangerete, non potete servire Dio e cercare la ricchezza... Se la parola «beati», dice Candiard, può agevolmente essere resa con «felici», le Beatitudini sono il percorso della vera felicità e restarne spiazzati è la prima conseguenza per il lettore attento. Cosa c’entra la felicità con la fame di giustizia, con la persecuzione, col pianto, con la povertà? Tanto più, possiamo aggiungere, che la gioia della risurrezione è pura felicità? Per uscire da questa rischiosa incomprensione, il padre domenicano ci ricorda che...

Antropologia della Donna e della Chiesa nelle Riflessioni di Papa Francesco

In un discorso all’Université Catholique di Louvain-la Neuve, la sezione francofona dell’antica Lovanio, Papa Francesco ha incontrato studenti e docenti per riflettere sull'antropologia della donna e della Chiesa, affrontando temi di grande rilevanza contemporanea.

Il Papa ha sottolineato come «pesano qui violenze e ingiustizie, insieme a pregiudizi ideologici», perciò «bisogna ritrovare il punto di partenza: chi è la donna e chi è la Chiesa». La Chiesa, ha affermato, «è il popolo di Dio, non un’azienda multinazionale». La donna, «nel popolo di Dio, è figlia, sorella, madre. Come io sono figlio, fratello, padre».

Per Francesco, «ciò che è caratteristico della donna, ciò che è femminile, non viene sancito dal consenso o dalle ideologie». La dignità «è assicurata da una legge originaria, non scritta sulla carta, ma nella carne». La dignità è «un bene inestimabile, una qualità originaria, che nessuna legge umana può dare o togliere». A braccio ha ricordato che «la Chiesa è donna», e poi ha aggiunto: «La donna è più importante dell’uomo ma è brutto quando vuole fare l’uomo».

Papa Francesco incontra un gruppo di fedeli

Memoria, Storia e Antropologia del Duplice Riconoscimento: Maria e Giuseppe

Il tema della memoria, della storia e dell'antropologia si congiunge nel duplice riconoscimento di Maria e Giuseppe. Si auspica che, quanto prima, in omaggio e alla luce anche degli ultimi sforzi di Papa Francesco e di quelli già avviati da Papa Leone XIII, sulla base del segnavia della «Madonna del Buon Consiglio» (e delle antiche sollecitazioni delle Sibille e dei Profeti), si giunga finalmente alla ricomposizione del presepe, come da indicazione di Francesco di Assisi (Greccio, 1223), e al riconoscimento di «Giuseppe, Padre del "Buon Consiglio", "Re di Contursi"». Queste figure sono esempi luminosi per imparare il cristianesimo e la sua antropologia fondativa.

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